lesbo
Con lei la prima volta
07.09.2025 |
2.765 |
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"Mi accarezzava la nuca, la linea della mandibola, poi tornava a massaggiare la testa..."
Parte I – La serataNon era la prima volta che dormivamo insieme,
ma quella sera — non so perché — era diversa.
Avevamo finito una bottiglia di rosso, sedute sul tappeto, con la musica di sottofondo e i piedi nudi che si toccavano ogni tanto, senza pensarci troppo.
Ridevamo. Di niente.
Di tutto.
Lei aveva quella risata piena che le si arriccia negli occhi, e quando si piegava all’indietro, i capelli le cadevano sulle spalle scoperte.
Indossava solo una maglietta larga.
Senza reggiseno.
E io non riuscivo a non guardarla.
O meglio: facevo finta di non farlo.
Ma ogni suo movimento era un morso, ogni gesto un richiamo.
"Ti va una doccia prima di dormire?" mi ha chiesto, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Ha preso un asciugamano, me ne ha lanciato uno, ed è entrata per prima.
Io sono rimasta lì, per un secondo.
Il cuore che batteva troppo forte per un gesto così semplice.
Ma poi l’ho seguita.
Come sempre.
Il bagno era pieno di vapore.
Lei stava già sotto l’acqua, la porta della doccia socchiusa.
La pelle lucida.
I capelli bagnati che le scendevano lungo la schiena.
Nuda. Senza vergogna. Senza malizia. Solo vera.
"Entra," ha detto.
E io l’ho fatto.
Parte II – La doccia
Entrare nella doccia con lei è stato come varcare una soglia che non sapevo di aver sempre desiderato oltrepassare.
L’acqua cadeva tiepida, e lo spazio era troppo piccolo per far finta di niente.
Le nostre spalle si sfioravano, i fianchi ogni tanto si toccavano, e lei… non sembrava farci caso.
Mi ha passato il bagnoschiuma — uno di quei flaconi piccoli da viaggio — e le dita si sono toccate appena.
Un secondo.
Ma io l’ho sentito in tutto il corpo.
Scosse lievi. Tremori taciuti.
"Mi aiuti con la schiena?" ha detto, girandosi senza esitazione.
Come se fosse normale.
Come se non sapesse.
O forse… sapeva?
Le ho preso il flacone. Ho versato un po’ di schiuma sulle mani.
E l’ho toccata.
Piano.
La schiena bagnata, calda, viva sotto i miei palmi.
Scivolavo su di lei cercando di non tremare.
Cercando di non tradirmi.
I miei pollici hanno sfiorato i lati del suo seno. Non era voluto.
O almeno così ho fatto finta di credere.
Lei non ha detto niente.
Ma ha fatto un piccolo passo indietro.
E il suo corpo ha aderito al mio.
Per sbaglio.
Forse.
Ho trattenuto il fiato.
Le ho passate il bagnoschiuma senza dire una parola.
"Adesso tocca a te," ha detto.
E ha cominciato a insaponarmi le spalle.
Poi le braccia.
Poi la schiena.
Poi… un po’ più giù.
Non troppo. Ma quanto basta per farmi perdere l’equilibrio.
Dentro.
Non c’era malizia nei suoi gesti.
Solo cura.
Solo naturalezza.
Ed è stato proprio quello a disarmarmi.
Il suo petto sfiorava le mie scapole.
Il fiato caldo mi arrivava sul collo.
E le sue mani erano ovunque io non volevo che fossero.
O forse…
ovunque io avrei voluto.
Parte III – Il punto di rottura
Mi stava lavando i capelli.
Le dita affondavano tra le ciocche con una lentezza quasi sacra.
Mi accarezzava la nuca, la linea della mandibola, poi tornava a massaggiare la testa.
Il suo petto premeva leggero contro la mia schiena.
Il suo respiro caldo mi colava lungo la pelle come miele.
Era tutto troppo lento. Troppo morbido. Troppo bello.
Avrei voluto girarmi e baciarla.
Ma restavo lì, ferma, a farmi lavare come una cosa preziosa.
Desiderata.
Poi alzai lo sguardo.
E la vidi.
Una videocamera.
In alto, all’angolo del soffitto, sopra la porta del bagno.
Piccola, discreta, con il led rosso acceso.
Fissa.
Puntata verso la doccia.
"C’è una videocamera," ho sussurrato.
Lei ha smesso di muoversi.
Poi ha sorriso.
"È spenta," ha detto, senza neanche guardarla.
Ma il led era rosso. Io lo vedevo.
Anche lei.
Eppure ha continuato.
Le sue mani hanno sceso le mie braccia, le ha prese da dietro.
Ha incastrato le sue dita tra le mie.
E ha fatto scivolare le nostre mani sui miei fianchi.
Poi sul ventre.
Poi poco più giù.
Io tremavo.
Il vetro della doccia si era appannato tutto, ma il mio sguardo restava fisso su quel punto rosso.
Eravamo in due. Ma forse qualcuno ci guardava.
Lei mi ha morsa piano.
Sul collo.
Poi sull’orecchio.
"Se ci guarda," ha sussurrato,
"forse gli piacciamo."
Mi sono girata.
Ci siamo guardate per la prima volta da così vicino, nude, bagnate, vere.
Non ridevamo più.
Non parlavamo.
Ci siamo solo baciate.
Con fame.
Con urgenza.
Con anni di “non detti” che esplodevano tra le labbra.
Le mie mani erano ovunque. Le sue anche.
Le gambe intrecciate, le schiene sbattute contro il vetro, l’acqua bollente che ci lavava via ogni vergogna.
Ogni dubbio.
E quel puntino rosso.
Sempre lì.
A guardare.
Come se fossimo diventate, in quell’istante,
un film.
> Segue
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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