trio
Sosta obbligata
09.09.2025 |
835 |
5
"Mi avvisò stava per godere nella mia bocca, non mi scostai, mi feci riempire tutta, senza lasciar cadere nemmeno una goccia..."
Erano le due e venti di notte quando entrammo nell’area di servizio. Mio marito guidava in silenzio, le mani ferme sul volante, mentre io guardavo fuori, con le gambe nude sollevate sul cruscotto e la camicia sbottonata quel tanto che bastava a suggerire.Dentro al bagno, le luci erano crude e l’odore denso: urina, cloro e pelle. Pavimento umido, pareti di piastrelle. Mio marito mi prese per il polso e mi trascinò dentro con lui. Non disse nulla, ma i suoi occhi parlavano per lui. Era eccitato, nervoso. Vivo.
Mi spinse contro il muro, le mani che cercavano già il bordo della mia gonna. Il respiro caldo sul mio collo. Fuori dalla porta si sentivano passi, uno sciacquone lontano, voci. Eppure, in quella cabina, c’eravamo solo noi. O quasi.
Quando aprì la porta accanto, vidi l’uomo. Pelle scura, sguardo deciso, jeans slacciati. Era lì, in piedi, con un mezzo sorriso e nessuna fretta. Mio marito gli fece solo un cenno. Come un accordo silenzioso.
Mi girò. Le sue mani scorrevano sulle mie cosce nude, tirando la mia biancheria di lato. Il mio corpo vibrava, pronto, e non c’era più spazio per esitazioni. Le dita si muovevano con precisione, ma con rabbia contenuta. E mentre io cedevo a quel ritmo, sentivo l’altro uomo avvicinarsi. Non mi toccava. Ma lo sentivo. Il calore, il peso, l’odore.
Mio marito sussurrò qualcosa, e io alzai lo sguardo. Le mani dell’altro uomo erano a pochi centimetri da me. Grandi, lente, sospese. L’eccitazione saliva come febbre. Le mie gambe tremavano.
Non ci fu bisogno di altro. Nessun comando. Nessuna parola volgare. Solo corpi. Respiro. Spazio condiviso.
E quando venni, fu un’ondata piena, calda, silenziosa. Un abbandono profondo, senza controllo, mentre le loro presenze mi tenevano, mi circondavano, mi contenevano.
Uscimmo uno alla volta. Mio marito mi seguiva. Silenzioso, ma con la mano sulla mia schiena come a dire: “Sei mia. E di più.”
Appena risalimmo in auto, non accese subito il motore. Mi guardò. Le sue dita ancora sporche del mio piacere. E sorrise.
Poi bussarono al finestrino. Un uomo elegante, giacca scura, mani pulite. Un altro sguardo. Un altro invito. E mio marito disse, sottovoce:
“Non lasciarlo lì fuori da solo.”
Aprii la porta per farlo avvicinare. Guardai mio marito e chiesi se lo potevo toccare. Lui annuì, l’uomo elegante slaccio la cintura sbottonando i calzoni. Lo presi in mano, era grande, il più grande che avessi mai visto e toccato.
Duro, umido dalla pioggia e gli umori, sapeva di buono. Chiesi ancora: lo posso prendere in bocca, mio marito annuì. Comincio a muoversi forte tenendomi la testa tra le mani. Spingeva lo sentivo entrare, non mi dava fastidio.
Mi avvisò stava per godere nella mia bocca, non mi scostai, mi feci riempire tutta, senza lasciar cadere nemmeno una goccia.
Guardai mio marito, sapevo cosa amava. Lo guardai, avvicinai la mia bocca alla sua, condividemmo il nettare bianco, sapeva di buono.
Dietro l’uomo una fila, ma la strada attendeva.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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