orge
A occhi chiusi
EducacionPervertida
12.07.2026 |
730 |
6
"Ancora al centro, in ginocchio, con la mia bocca e con le mani mi alternavo tra i tre, cercando di dare a ognuno la stessa attenzione, di trarre da ognuno lo stesso piacere..."
Dopo le esperienze vissute, avevo imparato a riconoscere con precisione i meccanismi della mia eccitazione. Lui li conosceva altrettanto bene. Sapeva che, per me, il piacere nasceva in quel territorio sottile dove la paura dell'ignoto – quella che si aggrappa con tenacia al centro del petto – si intreccia con il coraggio di fare un passo oltre, lasciandomi guidare senza sapere fino a dove sarei potuta arrivare.Quello che invece non sapevo era che quella sera avrei avuto bisogno di molto coraggio. Lui era fuori città per lavoro, non ci vedevamo da parecchio tempo, e il suo compleanno si avvicinava. Volevo regalargli qualcosa che potessimo vivere insieme e ricordare, nonostante la distanza. Fu questo pensiero a convincermi ad accettare la sua proposta in quella giornata di fine primavera.
Iniziai così nel bagno del posto di lavoro, mi ritrovai a inserire dentro di me un plug che mi stimolava a ogni movimento. La pressione costante mi teneva in uno stato di eccitazione sottile mentre parlavamo di progetti e scadenze. A fine turno, camminando verso l'auto, sentivo il calore umido tra le cosce e la consapevolezza segreta che mi rendeva viva.
Nel tardo pomeriggio, su sua indicazione, guidai la mia auto verso le coordinate condivise.
Una strada isolata appena fuori città.
Da lì imboccai un parcheggio quasi deserto, dove pochi mezzi davano l'impressione di essere stati dimenticati da tempo. Un'auto dalla vernice scura e scrostata, priva di targa, sostava poco distante. Le ruote sgonfie e la carrozzeria segnata dal tempo sembravano aver assistito a storie che sarebbe stato meglio non conoscere. Proprio accanto all'auto era parcheggiato un furgone bianco da lavoro, anonimo, senza alcun segno distintivo.
Per un istante ebbi la sensazione di essere finita dentro uno di quei thriller in cui la protagonista, contro ogni buon senso, decide di avvicinarsi proprio al luogo da cui tutti gli altri si terrebbero alla larga.
A scuotermi da quel formicolio che mi increspava la pelle furono le sue parole comparse sullo schermo del cellulare:
«Adesso voglio che tu vada verso il furgone».
I miei occhi registrarono l'ordine, ma il mio corpo si rifiutò di obbedire. Le gambe rimasero immobili sotto la lunga gonna di raso rosso, al sicuro nell'abitacolo dell'auto.
Lui mi osservava attraverso la videocamera. Se notò la mia esitazione, certo non se ne lasciò impietosire: «Devi andare. Ora».
Mi sfuggì una risatina nervosa con cui cercai di smorzare la tensione, e mentre prendevo tempo per convincere i muscoli a riprendere il controllo, lo misi al corrente dei miei pensieri con una battuta: «Ho visto un film horror iniziare allo stesso modo».
Scesi dalla macchina con lo zaino sulle spalle, misurando ogni passo e guardandomi intorno. Nessun movimento. Nessun rumore. Solo il richiamo di qualche uccello in lontananza e l'odore di terra smossa che saliva dalla ghiaia sotto i piedi. L'erba secca che cigolava.
Il portellone laterale del furgone era già aperto. Un'occhiata veloce all'interno: vuoto.
Prima ancora di abbassare lo sguardo sul cellulare sapevo già cosa avrei trovato scritto. «Entra».
Feci un respiro profondo. Il petto mi doleva per il battito accelerato. Mi issai dentro con un movimento goffo, le ginocchia che toccavano il metallo freddo del pavimento. Il cuore martellava mentre cercavo di concentrarmi sulle indicazioni per non voltarmi e scappare. Sul cellulare arrivò il suo messaggio: dovevo raggiungere il fondo del furgone e inginocchiarmi.
«Alzati la gonna, togli gli slip e resta esposta».
Mi posizionai come richiesto. Il silenzio mi avvolse. Pesante. Denso. Il battito del cuore rimbombava nel petto. Le mani tremavano appena. I pensieri si rincorrevano dilatando il tempo all'infinito.
Poi un passo, lontano. Lo percepii con una chiarezza quasi irreale.
«Arriva qualcuno...» sussurrai più a me stessa che a lui.
Sullo schermo davanti a me: «Sta calma... e ferma! Non voltarti.»
Un altro passo. E ancora un altro. Il metallo cigolò sotto il peso di un corpo che entrava nel furgone. Dietro di me. Fermo. Respirava. Non mi aveva ancora toccato ma percepii la sua presenza alle mie spalle, reale e ingombrante. Mi guardava, e io sentivo il suo sguardo bollente bruciare sulla pelle nuda. Sapevo cosa stava vedendo: il mio culo esposto con il plug infilato in profondità e la mia figa indecentemente bagnata, con rivoli densi che mi scendevano lungo la parte interna delle
cosce. Ardevo di vergogna, ma anche di quella trepidazione che precede l'ignoto. Ancora avvolta dal silenzio, sentii un tocco delicato sulle natiche. Poi subito la sua bocca su di me, tra i miei anfratti. Un accenno di barba ruvida mi graffiava le
cosce. Fu quasi brusco nello sfilarmi velocemente il plug per poi riprendere a leccare e succhiare. Mi cercava come un uomo che, dopo giorni nel deserto, trova un'oasi: con urgenza, incredulità e una reverenza che rende ogni sorso quasi sacro. Mi agitai cercando una posizione più comoda. Lui interpretò quel movimento come il tentativo di voltarmi verso di lui, prese la mia testa tra le sue mani e la orientò di nuovo in avanti, impedendo il mio movimento.
Guardai il telefono davanti a me e, senza soffermarmi troppo sulle conseguenze di quello che stavo per proporre, dissi: «Ho un nastro per capelli nel mio zaino... potrebbe andare bene per bendarmi».
In realtà non avevo fatto altro che anticipare la sua richiesta, perché era esattamente quello che stava per propormi.
Prima di assecondare questo desiderio, che ormai apparteneva a entrambi, mi diede le ultime istruzioni: «Da questo momento dovrai considerare la mano dell'uomo alle tue spalle come la mia mano, e la sua voce come la mia».
Appoggiai la benda sopra gli occhi e la strinsi con un nodo dietro la testa nel modo più saldo che potei. Poi abbassai le mani, appoggiandole sulle cosce.
Buio. Silenzio assoluto. Poi ogni cosa si fece più vicina, più intensa.
L'uomo dietro di me posò una mano sulla mia spalla, un gesto gentile che mi invitava ad alzarmi e, nello stesso tempo, mi aiutava a farlo. Mi aiutò poi a sfilare il resto degli indumenti, lasciando la sola benda a coprirmi gli occhi. Stese qualcosa sotto di me, un asciugamano, e ancora una volta mi guidò, facendomi posizionare a quattro zampe. Lasciai che lo facesse, docile, come lui aveva ordinato. Il silenzio e il buio donavano potenza a ogni gesto. Si posizionò davanti a me dandomi la possibilità di esplorare il suo corpo. Sentii la pelle ruvida sotto i polpastrelli... le ginocchia, le cosce muscolose, i fianchi. Poi il cazzo eretto, caldo, che pulsava sotto le mie dita. Lo afferrai, esplorandone la consistenza, il profumo
intimo che emanava. Conoscevo quel cazzo. Non potevo esserne certa, ma dentro di me iniziava a farsi strada una convinzione. Forse avevo già incontrato quell'uomo. Il modo gentile in cui accarezzava i miei capelli, e l’odore della pelle...
Un tassello andò al suo posto. Proprio quando sentii la tensione allentarsi e il respiro tornare più regolare, un rumore improvviso attirò la mia attenzione. Un brivido mi percorse la pelle. Un'ombra di movimento nell'aria. Un secondo uomo era alle mie spalle. La sua mano arrivò immediatamente a stringere il mio seno nudo, prendendolo e palpandolo con decisione. Ogni certezza sfumò in un istante. Da subito l'approccio fu diverso, meno delicato e più deciso a trarre da quella situazione il massimo piacere possibile. Il timore di essere vista senza poter ricambiare lo sguardo mi spaventava e accendeva insieme. Seguii l'istinto, riprendendo l'esplorazione del corpo dell'uomo che avevo di fronte, decisa a utilizzare ogni senso rimasto a mia disposizione. Presi il cazzo tra le labbra, nel tentativo di strappare a quell'uomo il primo suono della serata. Provai una soddisfazione estrema quando ci riuscii: un gemito soffocato, un respiro che si interrompeva. L'altro uomo si posizionò dietro di me, anche lui in ginocchio tra le mie gambe larghe, aggiustando il mio corpo affinché fossi nella posizione giusta. Le sue mani mi affondarono nei fianchi, tenendomi ferma. Poi, con un colpo deciso, entrò, espugnando senza trovare resistenza. Mi riempì tutta d'un fiato. Prese da subito un ritmo sostenuto, spingendo con forza. In quel breve frangente non ci furono più dubbi né domande; solo la certezza di essere dentro quel momento con ogni più piccola parte di me stessa.
Andammo avanti affidandoci a un linguaggio silenzioso, fatto di sensazioni travolgenti, dove le parole sembravano superflue. Il tonfo della pelle contro pelle. I respiri affannosi. Le dita che affondavano nella carne. Persi la percezione del tempo: sembrò durare un istante e insieme un'eternità. Mentre uno dei due uomini continuava a scoparmi da dietro e con una mano accarezzavo il cazzo dell'altro, qualcosa sfiorò il mio viso. Qualcosa di duro e liscio, caldo, che odorava di pelle pulita e pulsava. C'era un terzo uomo davanti a me.
Lo percepii ancor prima di toccarlo: il calore del suo corpo che irradiava verso il mio, il respiro affannoso che si mescolava agli altri. Pronto a godere del calore delle mie labbra. Lo shock durò appena un istante. Poi arrivò la consapevolezza che la paura poteva accompagnarmi, poteva mettermi alla prova, ma non avrebbe più deciso al posto mio. Mi sentii libera e potente nel donare piacere a quei tre uomini, senza conoscere neanche il loro viso.
Al centro tra loro, con le mani cercai i loro cazzi, tenendoli e stuzzicandoli. Erano diversi: uno più grosso e curvo, l'altro diritto e pulsante, il terzo... esplorai con avidità, memorizzando ogni dettaglio tattile.
A turno presero a scoparmi, con i loro cazzi, o le dita, o la lingua. Mi toccavano, si prendevano dal mio corpo quello che desideravano, così come io facevo con loro. Ancora al centro, in ginocchio, con la mia bocca e con le mani mi alternavo tra i tre, cercando di dare a ognuno la stessa attenzione, di trarre da ognuno lo stesso piacere.
Il silenzio fu spezzato da brevi sussurri, parole che non riuscii a distinguere e che, in quel momento, non avevano più importanza. Volevo per me il loro piacere, e lo ottenni. Uno alla volta inondarono il mio viso – sempre coperto dalla benda – con il loro sperma. Lasciai che scorresse lungo il collo fino ad arrivare al seno, sentendolo colarmi sulla pelle, segnandomi. Quando tutto finì, rimase soprattutto la percezione di aver oltrepassato un confine che fino a poco prima mi sembrava impossibile da raggiungere. Gli uomini si allontanarono uno alla volta.
Il primo ad arrivare fu anche l'ultimo a uscire. Prima di andarsene si avvicinò ancora una volta a me e, con un sussurro appena udibile, disse: «Ci vediamo tra poco».
Quelle parole confermarono ciò che dentro di me avevo già capito. Non era più solo un'intuizione: la voce, la presenza, quel fare calmo e gentile, il modo delicato in cui mi teneva il braccio mentre parlava... mi avevano dato la risposta che cercavo.
Avevo indovinato chi fosse. Ma fu solo quando mi tolsi la benda, mi rivestii e riuscii a rallentare il battito quel tanto che bastava per ritrovare un po' di lucidità, che presi finalmente il telefono in mano.
Sul display trovai il suo messaggio: «Stai bene? Torna alla macchina, è tardi».
Rimasi qualche secondo immobile. Quando uscii dal furgone, il parcheggio era vuoto. Non c'era più nessuno.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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