orge
La crociera - 5a parte
07.07.2026 |
91 |
0
"Ne parlai con Luana quasi sottovoce, come se quel pensiero appartenesse solo a noi..."
La mattina dopo stavo ancora dormendo, non era un sonno pesante, ma il riposo soddisfatto di chi sa di aver attraversato la notte senza arretrare di un passo.La sera precedente non mi pesava addosso: mi apparteneva, ogni applauso, ogni sguardo, ogni attimo vissuto davanti agli altri sembrava essersi depositato dentro di me come una medaglia invisibile.
M sentivo lucida, fiera, perfettamente consapevole del ruolo che avevo scelto di interpretare: MISS ANO D’ORO!
«Mary?», la voce di Giulio arrivò bassa, ancora impastata di sonno, ma già attraversata da quel tono divertito che conoscevo bene.
Aprii gli occhi e mi voltai verso di lui con un sorriso lento. «Sono sveglia. E prima che tu lo chieda: sì, sto benissimo.»
Giulio rise piano, appoggiandosi su un gomito, il suo sguardo scivolò sul mio viso con una soddisfazione quasi tenera, come se stesse cercando conferma di qualcosa che in realtà sapeva già.
«Non avevo dubbi,» disse. «Ma volevo sentirtelo dire.»
Mi sollevai appena sul cuscino, sistemandomi i capelli con un gesto lento e volutamente teatrale. «Allora ascolta bene: sto bene, sono intera, e soprattutto sono ancora convinta di aver lasciato il segno.»
Lui mi guardò con gli occhi accesi. «Lo hai lasciato eccome. Stamattina, secondo me, metà nave parlerà di te.»
«Solo metà?» ribattei, inarcando un sopracciglio.
Giulio scoppiò a ridere e quella risata sciolse del tutto l’aria della cabina.
«Ti è piaciuto vedermi così?» gli chiesi, pur conoscendo già la risposta.
«Mi è piaciuto vederti padrona di tutto,» rispose lui, «Non trascinata, non sorpresa, non in balia degli altri. Gestivi quei cazzi con una naturalezza e una sicurezza incredibile. Ed è questo che mi ha fatto impazzire, ed è per questo che ti amo da impazzire, perche sei troia dentro ma soprattutto fuori di te!»
Quelle parole mi fecero sorridere ancora di più, «Allora siamo stati bravi entrambi,» dissi. «Io a prendermi la scena, tu a tenermi il passo.»
Giulio si avvicinò, sfiorandomi la mano con la sua. «Io direi che abbiamo funzionato alla perfezione.»
«Come squadra?»
«Come squadra, come coppia, come complici.»
Mi piacque quella parola: complici. Aveva il sapore delle cose scelte insieme, degli sguardi che bastano a decidere, delle intese che non hanno bisogno di essere difese davanti a nessuno.
Mi girai del tutto verso di lui e gli sfiorai il cazzo con una tenera carezza.
Lo impugnai sentendolo crescere nella mia mano, lo scappellai delicatamente, lo portai alla mia bocca facendolo scivolare fino in gola, aveva ancora quel retrogusto di sperma che mi fa partire immediatamente; infatti, avevo già la fica pronta e bagnata!
Giulio mi afferrò facendomi sdraiare sulla schiena, salì sopra di me e il suo membro iniziò a scivolare dentro la mia vagina senza neanche il bisogno di essere guidato.
Continuò a penetrarmi lentamente, con dolcezza, sentivo i suoi affondi possenti e la sua favolosa cappella percorrere le pareti della fica fino ad arrivare a premere sull’utero.
Non mi stava scopando, stavamo facendo l’amore ed erano sensazioni dolcissime!
Avvertivo chiaramente le pulsazioni del suo glande aumentare di frequenza quando si irrigidì dentro di me, ad ogni pulsazione corrispondeva una contrazione della mia intimità, l’orgasmo iniziava a crescere in me in attesa del premio finale!
Quando sentii il suo dolce nettare inondare la mia vagina l’orgasmo esplose nella mia testa procurandomi un senso di rilassamento fisico piacevolissimo.
Restammo un po’ sdraiati sul letto tenendoci per mano, poi la sborra iniziava a colare dalla patata ed io istintivamente la raccolsi con le dita e la portai alla bocca per non perdere neanche una goccia di quel nettare prezioso!
«Sei tremenda», sospirò Giulio, «potevi dirlo che volevi la colazione al letto!»
«Allora alziamoci», ribadii, «andiamo a fare colazione e vediamo quanti avranno il coraggio di guardarci negli occhi!»
Giulio sorrise con quella piega laterale della bocca che gli compariva quando stava già seguendo il mio pensiero. «E se li abbassano?»
«Peggio per loro», risposi, «Noi li terremo alti, e se li abbassano spero lo facciamo per guardarmi tra le gambe!»
Restammo a guardarci per qualche secondo, senza più alcuna ombra tra noi.
«Pronta a uscire da qui da vincitrice?» chiese lui.
Mi stiracchiai lentamente, poi gli lanciai uno sguardo pieno di sfida. «Giulio, io mi sono già svegliata da vincitrice» risposi agitando il piede con la cavigliera.
Entrammo nella sala come se il corridoio fosse stato un tappeto rosso e ogni passo avesse il peso di una dichiarazione.
Non avevo fretta: volevo che il mio ingresso si vedesse, che arrivasse prima il silenzio e poi tutto il resto.
Le conversazioni si abbassarono di un tono, poi di due, come onde che si ritirano prima di lasciare scoperta la riva.
Sentivo gli occhi addosso prima ancora di riconoscere i volti: coppie sedute ai tavoli, camerieri sospesi a metà gesto, uomini che fingevano di guardare altrove e donne che invece non facevano alcuno sforzo per nascondere la curiosità.
Io avanzai con Giulio accanto, dritta nella schiena e morbida nei movimenti, lasciando che ogni sguardo mi raggiungesse senza farmi arretrare, era come entrare in scena dopo l’applauso finale.
Giulio mi sfiorò la mano, un gesto minuscolo ma perfetto, e io sentii in quel contatto tutta la sua fierezza, non mi stava guidando: mi accompagnava, e quella differenza, davanti a tutti, valeva più di qualsiasi parola.
Attraversammo la sala tra mormorii trattenuti e sguardi che si incrociavano alle nostre spalle. Io non mi voltai subito, lasciai che fossero loro a inseguirmi con gli occhi, a cercare nei miei passi una conferma, una crepa, un segno di vergogna ma non ne trovarono.
Quando finalmente raggiungemmo il tavolo dove ci aspettavano gli amici, mi sedetti con la lentezza misurata di chi sa di essere osservata e lasciai scorrere lo sguardo sulla sala.
Fu allora che compresi davvero quanto la notte precedente non fosse rimasta chiusa nel salone: era arrivata fin lì, sulle labbra di tutti, nell’aria della colazione, nei silenzi improvvisi.
Al tavolo vicino, una donna sussurrò al marito senza nemmeno abbassare davvero la voce: «È lei, vero?» Lui tossicchiò, fingendo interesse per il caffè. «Non lo so.» «Certo che lo sai,» rispose lei, con un sorriso tagliente. «Da quando guardi una tazzina come se fosse un quadro, e poi non vedi che porta ancora la cavigliera?»
Poco più in là, due uomini interruppero la conversazione appena incrociai il loro tavolo. «Te l’avevo detto che sarebbe scesa a colazione,» mormorò il primo. «Io pensavo restasse in cabina,» rispose l’altro. «Dopo ieri sera? No. Una così non si nasconde. Una così entra e controlla se tutti hanno apprezzato.»
Una ragazza seduta con le amiche mi seguì con lo sguardo e si lasciò sfuggire una risata nervosa. «Io al suo posto sarei morta di vergogna.» «Appunto,» disse un’altra, senza staccarmi gli occhi di dosso. «Tu al suo posto saresti morta d’invidia. Lei invece sembra appena tornata da una premiazione.»
Il cameriere arrivò con il blocchetto in mano, ma per un istante dimenticò la domanda. Giulio lo guardò divertito. «Buongiorno.» «Buongiorno, signori,» si riprese lui, schiarendosi la voce. «Gradite il solito?» Io sorrisi appena. «Oggi ci porti qualcosa di speciale. La sala sembra già abbastanza sveglia.»
Da un tavolo più distante arrivò una battuta appena mascherata da bisbiglio: «Ha pure la voglia di scherzare.» Una voce femminile rispose subito: «Non è coraggio. È stile.»
Io mi voltai quel tanto che bastava per incontrare quegli occhi, e le regalai un cenno del capo, lento e preciso, come se avessi appena accettato un complimento pronunciato a metà.
Sorrisi a Giulio, poi presi il tovagliolo ma non me lo sistemai sulle ginocchia come una regina che prende posto al proprio banchetto, dovevo mostrare il mio fiore farcito dell’amore del mio uomo a chiunque avesse voluto scrutare tra le mie gambe volutamente tenute aperte.
«Te l’avevo detto», mormorai senza abbassare la voce. «Oggi non facciamo colazione. Oggi riceviamo il pubblico.»
Luana aveva la tazzina sospesa a metà strada tra il piattino e le labbra. Mi fissava con un misto di incredulità e divertimento, come se stesse cercando di decidere se ridere, applaudire o alzarsi in piedi per venirmi incontro.
Marco, invece, cercò di darsi un contegno: si sistemò il tovagliolo, abbassò gli occhi sul piatto e poi li rialzò subito, tradito da un sorriso troppo evidente per essere casuale. «Eccola,» mormorò, abbastanza forte perché Fabio lo sentisse. «La regina della nave.»
Fabio rise piano, appoggiandosi allo schienale della sedia con l’aria di chi si stava godendo la scena dall’inizio. «Regina? No, Marco. Dopo ieri sera direi leggenda.»
Luana gli diede un colpetto sul braccio, ma non riuscì a trattenere il sorriso. «Siete sempre i soliti,» disse, poi riportò lo sguardo su di me. «Però bisogna ammetterlo: ha eseguito un ingresso che nessuna di noi avrebbe avuto il coraggio di fare.»
Io intercettai le loro parole e non distolsi lo sguardo. Mi limitai a sorridere, lenta, lasciando che il mio silenzio arrivasse al loro tavolo prima di me. Giulio se ne accorse e mi sfiorò appena il polso, divertito. «Li conosci?» mi chiese sottovoce.
«Abbastanza da sapere che non resteranno zitti a lungo,» risposi, senza smettere di guardarli.
Infatti, Fabio sollevò la mano in un saluto plateale: «Mary! Se oggi ricevi il pubblico, possiamo considerarci in prima fila?» Marco gli lanciò un’occhiata divertita, mentre Luana scosse la testa, ormai completamente arresa alla risata.
Io inclinai appena il capo verso di loro. «Solo se vi comportate bene,» risposi, con la calma di chi sa perfettamente di avere già tutta la sala dalla propria parte.
Sul tavolo c’era il programma della giornata: avremmo dovuto preparare i bagagli che avremmo trovato all’aeroporto per il ritorno, noi una volta sbarcati avremmo trascorso la giornata per un giro turistico nel paese con un pranzo in un locale tipico per poi andare all’aeroporto.
Finita la colazione tornammo in cabina per preparare i bagagli e vestirci per la giornata.
Indossai un top appena sopra il seno e una minigonna a campana appena sotto i glutei, un paio di sandali alla schiava.
Stavo per mettermi il plug piccolo quando mi interruppe Giulio: «Non no, non quello, l’altro!»
«Ma Giulio», esclamai, «dai tutto il giorno con questo è troppo!»
Fu irremovibile mentre mostrava il telecomando: «dai che ci divertiamo e poi ormai sei MISS ANO D’ORO, dorrai tenere onore al titolo!»
Misi il plug piccolo nella borsa e ci avviammo alla passerella.
A metà passerella una scossa nel sedere mi fece sobbalzare e feci appena in tempo ad aggrapparmi a Luana mentre Giulio, tutto giulivo, mi sorrideva indicando il telecomando.
«Che cazzo fai», lo rimproverai, «vuoi farmi cadere dalla passerella?»
E in tanto i membri dell’equipaggio si gustavano il panorama da sotto facendo finta di porgerci la mano per aiutarci a scendere.
A terra ad aspettare il gruppo c’erano una serie di golf car per turisti a otto posti, io e Luana ci sedemmo nell’ultima fila quella rivolta al contrario del senso di marcia mentre dietro di noi Marco e Giulio, più avanti Fabio.
Partiti ci dirigemmo verso il paese subito inseguiti da un gruppo di giovani in scooter, che sicuramente erano a conoscenza di che tipo di croceristi fossimo e magari cercare di rimediare qualche mancia o meglio ancora qualche avventura.
A mano a mano che ci si inerpicava verso la rocca Giulio ci chiese di aprire le gambe per mostrare le nostre grazie ai locali, anche Luana era abbigliata in maniera analoga alla mia, in pratica due mignotte in libera uscita.
I ragazzi ci seguivano da vicino suonando i clacson indicandoci vistosamente per cui preferivo tenere le gambe chiuse nonostante l’insistenza dei nostri uomini, ma Giulio azionò la vibrazione del plug tenendola accesa minacciando di non spegnerla finché non avessimo obbedito.
Misi le gambe sul cordolo posteriore tenendo le ginocchia in alto e spalancai le gambe, poi rivolgendomi a Luana tenendola per mano a invitai a fare la stessa cosa!
I ragazzi stavano impazzendo, mostravamo le nostre intimità eccitate con la disinvoltura di due troie navigate, mentre il plug continuava a vibrare nel culo!
Arrivati alla rocca dovemmo scendere per la visita al castello, e mentre visitavamo le varie stanze arrivarono i ragazzi che ci circondarono, poi iniziarono a palpeggiarci dappertutto, sentivamo le mani intrufolarsi dovunque finché qualcuno mi sfilò il plug facendomi emettere un gridolino e lo mostrò agli amici come un trofeo.
Ci trascinarono in una stanza vuota seminascosta e ci ritrovammo inginocchiate con i sei giovani intorno a noi.
«E adesso cosa facciamo?», mi chiese Luana quasi preoccupata; «Semplice», le risposi guardandola negli occhi, «quello che ci riesce meglio, facciamo le troie!»
Iniziammo a gustarci quei cazzi passando da uno all’altro trovandoci a volte a leccare lo stesso membro quando il più grande di loro notò la cavigliera e penso che dovesse conoscerne bene il significato perché mi fece alzare e dopo aver fatto un inchino rispettoso mi sfilò la mini e mi fece poggiare faccia al muro iniziando da dietro a portare con la mano gli umori della fica sul buchetto ancora mezzo aperto dalla precedente presenza del plug.
Sentii il suo cazzo scivolarmi nella fica mentre mi teneva le braccia alzate contro il muro, poi in un attimo lo sfilò e con la cappella iniziò a violarmi lo sfintere.
Lo sentivo avanzare dentro di me fino ad arrivare in fondo, poi una serie di pompate che mi stavano facendo impazzire, e poi il vuoto!
Era uscito, girai la testa per vedere cosa stesse succedendo giusto in tempo per vere Luana che lasciva il cazzo che aveva in bocca per passare al successivo mentre quello ben insalivato mi stava già inculando!
Ormai avevo ben capito che il mio destino sarebbe stato quello di far gustare il mio culo a quei ragazzotti mentre Luana provvedeva a mantenerli in tiro.
Era un susseguirsi di cazzi, entravano, mi sbattevano un po’ per poi cedere il posto al successivo!
Il gioco durò ancora per un po' finché il primo affondando a fondo si bloccò e iniziò a godermi nel culo provocandomi il primo orgasmo, in un attimo fu sostituito dal secondo che senza ritegno iniziò a sbattermi nel culo mentre ero piegata contro il muro.
Ero ancora in preda all’orgasmo quando sentii Luana gridare «Siiii, cosiiii!»: era al mio fianco, anche lei con la mini tirata sulla schiena mentre un ragazzo di colore la scopava da dietro!
Anche il secondo esplose nel mio intestino provocandomi una nuova ondata di piacere!
Il terzo penso abbia sbagliato strada perché mi sprofondò nella fica ma doveva comunque essere di suo gradimento perché continuava a fottermi con i rivoli di sperma che iniziavano a scendere dal culo.
Luana improvvisamente sospirò: «Ahhhh, oddiooo, in culo noooo!».
Infatti, dopo essersi fatta farcire la fica un altro, sicuramente il più giovane, la stava inculando senza tregua!
Io stavo nuovamente godendo e ad ogni affondo l’orgasmo aumentava fino a prendermi completamente la mente quando un fiume di sborra mi inondò la fica!
Stringevo la mano di Luana che ansimava mentre le aprivano il culo finche la sentii gridare il suo piacere: «Siii godooooo, mi sta riempiendoooo!»
A quel punto sentii una voce profonda dietro di me chiedermi in uno stentato inglese: «Oh my queen, where do you want my seed?».
Ebbi solo la forza di rispondere con un filo voce: «Wherever you want!» e in un attimo un cazzo di dimensioni fuori dalla norma mi scivolò nella fica facendo uscire la sborra che l’aveva riempita.
Mi stantuffava sostenendomi per i fianchi perché le gambe quasi non mi tenevano più, ma era veramente bravo, riusciva a farmi montare di nuovo l’orgasmo quando sul più bello si sfilò, mi girò, mi ritrovai in ginocchio davanti a quell’arnese di carne pulsante che in un attimo mi era arrivato in gola!
Mi scopava la bocca tenendomi la testa, a volte mi sembrava di soffocare, ma al tempo stesso stavo impazzendo massaggiandomi il clitoride come una forsennata finché fui investita da una serie di possenti schizzi che non riuscivo a tenere tutto in bocca, ingoiavo quello che potevo mentre il resto mi colava sul volto e finalmente ebbi l’ennesimo orgasmo iniziando a squirtare dal piacere!
I ragazzi andarono via, il silenzio tornò nella ambiente solo per un attimo perché un fragoroso applauso riecheggiò nella stanza: erano i nostri uomini che erano venuti a cercarci e si era goduti lo spettacolo!
L’applauso dei nostri uomini riempì la stanza con una forza quasi teatrale. Non era scherno, non era sorpresa: era riconoscimento.
Giulio era appoggiato allo stipite della porta con le braccia incrociate e quel sorriso che non cercava nemmeno di nascondere l’orgoglio.
Marco scuoteva la testa ridendo, mentre Fabio batteva ancora le mani come se avesse appena assistito al finale inatteso di uno spettacolo perfettamente riuscito.
«Hai capito le signore,» ripeté Fabio, con un mezzo inchino, «Ci avete fatto cercare per mezzo castello e alla fine eravate qui a prendervi i cazzi locali come souvenir.»
Luana mi strinse la mano più forte. Sentii nelle sue dita lo stesso tremito che attraversava le mie, ma non era paura. Era adrenalina. Era quella corrente sotterranea che passa tra due persone quando sanno di non dover spiegare nulla, perché l’altra ha già capito tutto.
«Non ci siamo perse,» risposi, guardando Giulio negli occhi. «Abbiamo solo trovato una deviazione molto interessante.»
Giulio rise piano, avvicinandosi di qualche passo. «Molto interessante è dire poco.»
Luana, accanto a me, sollevò il mento. Aveva ancora quell’aria sconvolta e fiera insieme, come se una parte di lei stesse ancora cercando di riprendere fiato mentre l’altra aveva già deciso di trasformare tutto in leggenda personale.
«E voi?» chiese a Marco e Fabio, con una calma improvvisa. «Eravate venuti a salvarci?»
Marco si passò una mano sul viso per nascondere una risata. «A un certo punto abbiamo capito che non c’era nessuno da salvare.»
«Già,» aggiunse Fabio. «Semmai da applaudire.»
Io e Luana ci guardammo. Bastò un secondo. Un solo sguardo, rapido e luminoso, e scoppiammo di nuovo a ridere. Non una risata isterica, non una fuga dall’imbarazzo: una risata piena, spavalda, di quelle che chiudono una porta alle spalle e ne aprono un’altra senza chiedere permesso.
Giulio mi tese la mano porgendomi la minigonna ed il plug. «Andiamo, regina?»
La presi senza fretta, ma prima di alzarmi guardai Luana. Lei mi sorrise, poi prese la mano di Marco e si rimise in piedi con la stessa lentezza deliberata.
«Sai una cosa?» mi sussurrò Luana mentre ci avviavamo verso l’uscita.
«Cosa?»
«Credo che questa giornata non riusciremo mai più a raccontarla senza ridere.»
Le strinsi il braccio al mio. «Allora vorrà dire che la racconteremo spesso.»
Uscimmo nel corridoio del castello con i nostri uomini dietro di noi dirigendoci verso le toilette per darci una minima sistemata prima di raggiungere il gruppo per recarci al ristorante.
Riposi con calma il plug vibrante nella borsa e sistemai l’altro nel culo con una naturalezza che non passò inosservata. Attorno a noi calò per un istante un silenzio carico di stupore, subito rotto da mormorii e commenti sussurrati, più increduli che davvero scandalizzati.
Il tragitto verso il ristorante diventò una sfilata sfacciata: attraversavamo le stradine del paese facendo bella mostra dei nostri nidi del piacere fingendo innocenza, ma ogni nostro movimento sembrava invitare chiunque a guardare, e chi ci notasse restava inchiodato lì, incapace di distogliere gli occhi.
Giunte al ristorante Luana prima di entrare mi prese da parte: «Puoi prestarmi il tuo plug?», «Mi sta iniziando a colare tutto dal sedere e ho lasciato il mio nella valigia!»
«Ho solo quello vibrante», risposi, «l’altro ce l’ho indosso!»
«Ma è troppo grande», replicò, «non credo di sopportarlo!»
«In effetti sarebbe fastidioso», commentai, «considerando poi che il telecomando lo tiene Giulio, e conoscendo i nostri uomini, la cosa a tavola potrebbe diventare scocciante!»; «facciamo così, andiamo alla toilette così provi a liberarti, poi ci diamo una bella rinfrescata a vedrai che saremo a posto!»
«Ok, va bene”, rispose, «però la cosa che non capisco è come fai a tenere dentro di te tutta quella sborra senza il minimo fastidio!»
Avviandoci all’entrata del ristorante le spiegai come il fatto di sentirmi così piena mi desse delle sensazioni inebrianti e il plug non solo mi aiutava ad evitare perdite, ma mi ricordava anche a quale livello fosse arrivata la mia ninfomania!
Il pranzo proseguì in un intreccio di sguardi complici, sorrisi trattenuti e battute appena velate: i nostri amici giocavano sul filo dell’allusione, mentre gli altri commensali fingevano discrezione senza riuscire davvero a sottrarsi alla curiosità.
Terminato il pranzo, tornammo sulle navette dirette all’aeroporto. Tra noi restava ancora il riverbero di sguardi, risate e complicità, ma sopra ogni cosa cominciava a stendersi quella malinconia lieve che accompagna la fine di una vacanza vissuta fino in fondo.
Restava solo il viaggio di ritorno, e dentro di me iniziavo a domandarmi se sarebbe stato simile a quello dell’andata e, soprattutto, se avremmo ritrovato lo stesso equipaggio, e devo ammettere che solo questo pensiero iniziava a stuzzicarmi.
Ne parlai con Luana quasi sottovoce, come se quel pensiero appartenesse solo a noi. Lei mi sorrise con quella luce negli occhi che ormai sapevo riconoscere: non servivano spiegazioni, perché ci stavamo facendo le stesse domande. Il comandante, il secondo, il viaggio di ritorno… tutto sembrava riaprire un capitolo che credevamo concluso, lasciandoci addosso una curiosità difficile da ignorare.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per La crociera - 5a parte:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
