orge
Certe Notti non finiscono mai - 7di7
giorgal73
22.06.2026 |
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"Mi limito a guardare i corpi che riprendono forma, che si separano a poco a poco come molecole dopo il congelamento..."
Premessa: I nomi delle persone sono di fantasia — per privacy li ho cambiati, smussati, travestiti da qualcos’altro, come si fa con certi oggetti preziosi che non vuoi mostrare a tutti. Chi ci conosce riconoscerà ogni dettaglio, ogni sguardo, ogni risata: saprà esattamente di chi sto parlando, senza bisogno di spiegazioni. Chi non ci conosce, invece, si troverà davanti a una porta socchiusa, con la luce calda che filtra dall’interno e il suono ovattato di voci e musica. A voi dico solo: «Cosa aspettate? Venite mercoledì a condividere l’estasi dell’anima insieme a noi.» Il racconto è diviso in sette parti, è la narrazione di una giornata intera quindi leggetele tutte, non vi fermate alla prima che è solo di introduzione, quelle più spinte ed erotiche sono in aguato e spunteranno quando meno ve lo aspettate.********************************
Elegante Equino chiude per l’ultima volta gli occhi sul proprio piacere; Angelica stringe il mio membro con la bocca, gorgogliando ancora mentre il suo corpo trema di godimento. Francesca si sposta, appoggia le mani sul letto e si mette a quattro zampe: Matteo la penetra con impeto. Lei cerca la lingua di Jayne, ma Jayne si sdraia sotto di lei e, alternando baci umidi alle palle di Matteo, le offre la sua bocca come un altare votivo.
La mano sinistra di Francesca mi trattiene il polpaccio, trasmettendomi il ritmo delle sue spinte, la profondità del suo desiderio. I suoi occhi, colmi di fuoco, mi fanno venire il fiato in gola: non ho bisogno di prenderla fisicamente, il solo vederli mi sazia. Con la precisione di chi conosce i suoi tempi, Francesca si sfila appena prima del culmine di Matteo.
«Jayne», sussurra Francesca, la voce roca d’autorità e malizia, «fammi vedere come bevi la sua sborra». Il comando dà la scossa a tutto il letto, come un suono che fa vibrare una lastra di metallo. Jayne obbedisce senza esitazione, si inginocchia tra le cosce di Matteo e gli prende il cazzo con entrambe le mani, lo avvolge con le labbra e lo succhia a ritmo lento, come se volesse capirne il sapore a fondo, mandare ogni stilla in analisi sensoriale su una lingua febbrile. Io sono accanto a loro, abbastanza vicino da sentire l’odore della pelle, il tanfo di liquido preseminale e il riverbero di sudore che ormai ha impregnato il materasso; ogni volta che Matteo geme, Jayne accelera, e io vedo la tensione attraversargli la schiena come una fune d’acciaio.
Francesca si abbassa di fianco, afferra la base del cazzo di Matteo, e con uno sguardo a Jayne le coordina la lingua. Le due donne diventano una macchina perfetta, una sineddoche di fame e calcolo, alternano suzioni e carezze, a volte si sfiorano le labbra, si scambiano il sapore come passaporto tra due paesi stranieri. Lo fanno bene, lo fanno con una consapevolezza che mi ipnotizza: il piacere di Matteo si riverbera in tutta la stanza, anche chi guarda da dietro le grate della parete sembra sentire la tensione stagnante, il crescendo di suoni gutturali che precede la fine.
È Jayne che lo fa cedere: lo guarda negli occhi all’ultimo istante, poi spalanca la gola e si fa esplodere il seme sulle tonsille. Francesca non si tira indietro; con una smorfia di godimento, afferra il glande e ne succhia la parte residua come se non volesse assolutamente perderne una sola goccia. La scena è in slow-motion, il bianco che cola, le lingue che si rincorrono sul cappuccio, le mani che impastano la carne. A ogni spasmo di Matteo corrisponde un piccolo fremito di complicità tra le due, come se il piacere altrui fosse una valuta da spartire in equità matematica.
Io sono spettatore e partecipante allo stesso tempo, ma in quel momento non provo neanche un filo di invidia: è come se a godere fosse tutto il sistema nervoso collettivo, una trama di fibre e umori, una sinfonia di muscoli e secrezioni dove ogni strumento ha il suo assolo. Il cazzo di Matteo si affloscia come un trofeo svuotato, e Jayne lo slaccia dalla bocca con un rumore liquido, quasi infantile. Per qualche secondo nessuno si muove. Il corpo di Matteo è un colabrodo di ossitocina, il suo volto è quello di chi ha visto le porte del paradiso e ne è stato ricacciato indietro con gentilezza. Francesca lo abbraccia e lo bacia sulla fronte, poi annusa la pelle di Jayne, le lecca una goccia bianca dal labbro e la inghiotte con un sospiro che sembra una parola d’amore.
Il tempo si piega in un silenzio irreale. Sul letto siamo ancora tutti nudi ma non più animali, semmai relitti di naufragio emotivo: le ragazze si accasciano, ansimano, si stringono in un abbraccio che non ha nulla di erotico, è solo bisogno di non cadere a pezzi. Matteo si lascia cadere a lato, e io mi trovo improvvisamente addosso il peso di tutti i pensieri che avevo tenuto a bada durante la performance. In testa mi rimbomba la voce di Francesca, il suo modo di comandare senza mai diventare dittatoriale, la precisione con cui sa orchestrare desiderio e soddisfazione. Jayne e Angelica si accarezzano senza fretta, come se avessero deciso di lasciarsi andare solo adesso, dopo che la tensione ha svuotato il campo da ogni urgenza.
Sento il bisogno di parlare, di riempire lo spazio tra i respiri con qualcosa di umano, ma nessuno lo fa. Mi limito a guardare i corpi che riprendono forma, che si separano a poco a poco come molecole dopo il congelamento. Francesca è la prima a rimettersi in piedi: raccoglie i suoi vestiti con la calma di chi ha già pianificato tutto.
Matteo si è già rivestito, in silenzio, con la goffaggine di chi non è abituato a sentirsi così svuotato. Angelica si stira come un gatto, sorride a me e a Tania, poi si rannicchia nell’angolo del letto, accarezzandosi la pelle ancora rovente. Tania, invece, resta seduta a gambe incrociate in mezzo al caos delle lenzuola: ha un’energia che le vibra addosso, uno sguardo che promette altre sfide, e io so che è solo questione di minuti prima che le venga in mente una nuova idea.
Mi distacco dal letto solo per un attimo, ma la mano di Tania mi blocca a mezz’aria, affondandomi di nuovo in quel brodo primordiale di corpi indolenziti e pelle accaldata. Non mi dà nemmeno il tempo di capire cosa stia succedendo, mi preme il petto con una decisione che non ammette repliche e mi fissa con gli occhi dilatati, occhi che hanno già visto troppo e non sono mai sazi. «Dove vai?» sibila, e le sue dita dilagano come una febbre lungo i miei fianchi e sul ventre, «ora tocca a te». Per un secondo, penso di poterle resistere, di avere il diritto di chiamarmi fuori dopo aver dato tutto, di invocare la fine e il congedo come un reduce in licenza. Ma la sua voce e il suo gesto sono una forza elementare, e dentro di me scopro che la resa mi piace, che non sono mai stato più pronto a lasciarmi fare.
In un lampo le ragazze mi si gettano addosso come cani da slitta attaccati allo stesso boccone, e le loro bocche si alternano, si rubano centimetri e umori, mi esplorano con una fame che non è più soltanto desiderio ma dichiarazione di potere. Jayne la sento addosso, la riconosco dal modo in cui mi prende il viso tra le mani e mi bacia come se volesse estrarmi il midollo con la lingua. Le sue labbra sono già tutte un impasto di saliva, sudore e forse una lacrima, e lasciano ogni volta sulla mia pelle una scia che brucia come alcool denaturato sulle ferite. Mi aggrappo al suo collo come a un ramo durante la piena, la tiro sopra di me e la stringo, ma in quell’abbraccio c’è anche la resa incondizionata di chi non vuole nemmeno più difendersi.
Scopro che la mia mano cerca Francesca d’istinto, anche se lei si è andata via. Anche Angelica è lì, con una determinazione che non le avevo mai visto addosso: mi si fa sotto, si inginocchia tra le mie gambe, e inizia a succhiare ogni centimetro di pelle con una cura da cerusico. Ogni suo gesto è una resa dei conti: si appende alla testa del mio cazzo come una bambina a un lecca-lecca, mi fa male con la lingua, mi tira con i denti la pelle troppo tesa, cerca di frantumare la mia voglia e di ricomporla ogni volta secondo una logica tutta sua.
Tania, che è regista e guastafeste allo stesso tempo ride di gusto, sa che mi stanno facendo impazzire, e mi guarda con aria di sfida: «Sei pronto a svenire, giorgal?» mi urla in faccia, mentre con una mano mi strofina la mascella e con l’altra tira i capelli a Jayne per avvicinarla, per farmi catturare i suoi capezzoli tra le labbra.
Il mio corpo non risponde più alle solite regole; sento le mani di Angelica che mi stringono i glutei, le dita che scavano come se dovessero afferrarmi dall’interno e rigirarmi come un calzino; Jayne si alterna tra leccare le labbra di Tania e infilare la lingua nella mia bocca, mentre Tania non molla il ritmo e mi tiene schiacciato, costringendomi a respirare la sua pelle ogni volta che mi inclina la testa in avanti. È un carosello di liquidi, un continuo ribaltamento di vertigini, e dentro di me sento montare una specie di rabbia che non avevo mai provato, una voglia feroce di prendere e disfare, di annullarmi e rinascere in un unico istante.
Il letto cigola, la stanza gira; ogni volta che chiudo gli occhi vedo lampi di corpi e volti sovrapposti, bocche che si cercano, lingue che si mordono, mani che si graffiano la pelle con una violenza che non ha bisogno di sadismo per essere totale.
Non importa che Little Joe implori pietà: nei loro occhi leggo qualcosa che non è compassione ma ci assomiglia, una stanchezza condivisa che funziona da segnale. Ci alziamo uno alla volta, con la goffaggine silenziosa di chi ha dimenticato come si usano le gambe. Sotto la doccia, l’acqua calda scende sui lividi e sui graffi, porta via il sale e il sudore e tutto ciò che non ha nome, e io resto immobile finché il vapore non mi offusca il vetro e i pensieri.
Nello spogliatoio, uno sguardo che dura un secondo in più del necessario dice tutto quello che non diremo mai. Fuori, l’aria della strada è fredda e indifferente. Il polso segna due ore esatte da quando siamo entrati nel privé.
Ma quello che mi rimane addosso è solo lei: la voce di Francesca che comandava senza alzare il tono, le sue mani, il modo in cui guardava Jayne e godeva del suo corpo condiviso con il compagno.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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