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Caccia al Tesoro Hot – Il premio finale


di hardsexygame
10.07.2025    |    155    |    1 6.0
"Mi leccava a fondo, mi ingoiava tutto, mentre si toccava con due dita tra le gambe, muovendo il bacino lentamente..."

Avevo curato ogni dettaglio per mesi. La "Caccia al Tesoro Hot" non era un semplice gioco: era un rituale, un’esplosione controllata di desiderio e voyeurismo in uno scenario insospettabile, un centro commerciale immenso, impersonale, dove l’odore del caffè si mescolava a quello dei profumi e dei pavimenti lucidi.
Quel giorno scelsi Il Centro vicino a Milano. Ampio, con mille angoli in cui nascondersi senza mai essere davvero soli. Il palcoscenico perfetto.

Loro erano la coppia. Ne scelsi solo una, come previsto. Li conobbi qualche settimana prima: lui, preciso, elegante, visibilmente eccitato dall’idea di esporre la sua donna al desiderio altrui. Lei... lei era la perla del gioco.

Si chiamava Ilaria.
Poco più che ventenne, seno pieno e sodo in contrasto con quel fisico asciutto, quasi acerbo. Tacchi vertiginosi, gambe chilometriche e un vestito estivo color crema, talmente leggero da sembrare liquido. Senza reggiseno. E sotto, nulla. Quando si chinava leggermente, bastava un soffio per vederle il sesso depilato brillare tra le pieghe del tessuto.

I partecipanti singoli erano otto. Li avevo arruolati nelle settimane precedenti tramite annunci mirati, scremando tra i più fantasiosi e disperati per trovare quelli che davvero potevano reggere l’equilibrio tra gioco e rispetto. Diedi loro un segno di riconoscimento: cartelletta nera da ufficio. Nessuno li avrebbe notati, ma io sì.

Alle 16:00 spaccate mandai il messaggio su Telegram:
"La caccia è iniziata. Lei indossa un vestito crema. Tacchi alti. È qui, da qualche parte. Riconoscetela. Conquistatela."

Li osservai muoversi. Cercavano, giravano, sbagliavano. Alcuni si fermavano davanti a donne che non c'entravano nulla e venivano fulminati da sguardi indignati. Ma era quello il bello: la tensione del rischio, dell’errore.

Li vidi finalmente incrociarsi. Ilaria e tre dei singoli. Lei camminava con passo sicuro, sensuale, mentre lui le lasciava sempre mezza lunghezza di vantaggio, come se la offrisse al mondo.
Il primo singolo la intercettò con un sorriso. Lei si fermò, lo squadrò. Lo ignorò e continuò.
Il secondo le parlò, e lei gli rivolse qualche parola, ma si voltò e scomparve.

Al terzo diede il biglietto. E io ricevetti il messaggio: "Parola d'ordine: vetro liquido."
Poi arrivarono altri due. Uno di loro fu scelto, l’altro no. Alla fine furono tre: tre cacciatori promossi al round finale. E a loro si unii anch’io.

Appuntamento alle 19:30, nel parcheggio del motel che avevo già prenotato. Una suite, ampia, con vasca, specchi, lenzuola nere e luci calde.
Quando lei entrò nella stanza, tacchi ancora ai piedi, vestito sempre più trasparente ora che era sera e l'umidità le incollava il tessuto alla pelle, il silenzio cadde tra noi come un ordine.

Non ci fu bisogno di parole. Si girò, lasciò scivolare lentamente il vestito lungo le gambe e rimase nuda. Totalmente.
Aveva la pelle chiara, lucida, i capezzoli tesi come se fremessero di essere presi.
Ci guardò tutti e disse solo:
— Siete tre. Ma solo uno resterà con me stanotte. Fatemi vedere chi lo merita.

Ci scoprimmo, iniziammo. La stanza divenne calda, carica. Lei si inginocchiò tra i corpi, prese in bocca uno, poi un altro, poi si lasciò prendere da dietro mentre baciava un terzo.
Il letto scricchiolava, le sue urla riempivano l’aria. Era eccitata, coinvolta, padrona.
Si lasciò dominare ma restò lei a comandare. Si voltava, guidava, si cavalcava addosso agli uomini come fossero giochi, senza pietà.
Si lasciò venire addosso più volte, mentre un altro la prendeva in bocca, poi le accarezzava il viso, poi le stringeva i fianchi mentre lei si curvava ancora e ancora.
Più volte si fermò, si stese a pancia in su, le cosce aperte e lucide, il seno tremante a ogni respiro.

Quando tutti si sparsero esausti sul letto e sulle poltrone, nudi, appagati, lei si alzò.
Mi guardò. Mi sorrise.
Si avvicinò a me, mi prese la mano e mi portò nella vasca.
Mi sussurrò:
— Tu non hai solo partecipato. Hai creato tutto questo. Questa notte è tua. Io sono tua.

Mi baciò con fame.
Mi montò sopra nell’acqua calda e iniziò a cavalcarmi con movimenti lenti, profondi, mentre i nostri corpi scivolavano l’uno contro l’altro.
Era completamente aperta, bagnata, accogliente. Mi sussurrava in bocca cosa le avevo fatto provare, quanto l’avevo eccitata da settimane, e ora... era tutta mia.

Venimmo insieme, stretti, con le mani ovunque e la sua voce tremante che pronunciava il mio nome come una resa.
Poi la portai a letto, l’avvolsi nel lenzuolo nero e, finalmente, la tenni tra le braccia.

Tutti avevano avuto un pezzo di lei.
Io, però, ebbi tutto.

Mentre gli altri si rivestivano a fatica, tra sospiri e sorrisi stanchi, la stanza era satura dell’odore del sesso. I corpi sudati, le lenzuola stropicciate, i vestiti sparsi a terra: era tutto perfetto, come lo avevo immaginato.

Ilaria si voltò verso di me, nuda, i capelli scompigliati e le cosce ancora bagnate di liquidi misti.
Mi afferrò per il polso e con un sorriso complice mi sussurrò all’orecchio:

— Vieni. C’è una stanza accanto. Voglio ancora te. Solo te.

La seguii senza dire nulla. Aprì la porta della camera adiacente: più piccola, ma ugualmente elegante. Lenzuola candide, luce soffusa, una sola grande finestra con le tende chiuse.
Chiuse la porta a metà e tornò subito tra le mie braccia.

Mi spinse con delicatezza sul letto e salì sopra di me, piegata in avanti, lasciando penzolare i seni sopra il mio petto mentre il suo sesso scivolava già bagnato sul mio ventre.

— Lasciamoli andare — mi sussurrò, le labbra umide sulle mie — poi voglio solo il tuo sapore dentro di me.

Il marito, sempre attento, si offrì di accompagnare gli altri fuori dal motel, uno per uno. Un gesto di discrezione e di dominio: il regista che chiude il sipario per lasciare spazio all’epilogo.

Appena la porta dell’altra stanza si richiuse dietro l’ultimo partecipante, lei si abbassò sul mio sesso e lo prese tra le labbra con una fame che non aveva niente di elegante. Era selvaggia, sporca, irresistibile.
Mi leccava a fondo, mi ingoiava tutto, mentre si toccava con due dita tra le gambe, muovendo il bacino lentamente.

Poi salì sopra di me senza preavviso, infilando il mio sesso nel suo con un colpo secco, profondo, e gemette a lungo, la testa all’indietro.
Le afferrai i fianchi, la guidai con forza, mentre lei si muoveva su di me come se volesse consumarmi. Le sue mani sulle mie spalle, il suo respiro corto, i capezzoli rigidi che sfioravano il mio petto.

Non sentimmo il marito rientrare.
Non subito.

Lo vidi dalla porta socchiusa. Era lì, in piedi, immobile. Ci guardava.
Non disse nulla.

Ilaria se ne accorse. Voltò appena la testa, poi si girò completamente verso di lui, ancora cavalcandomi.

— Amore... — disse con un sorriso perverso — guarda come mi scopa.

Non si fermò. Anzi, intensificò il ritmo, mentre io la prendevo con forza da sotto, i miei colpi ora violenti, profondi. Lei gemeva sempre più forte, spalancando le cosce per offrirgli lo spettacolo.
Il marito si avvicinò di qualche passo. Restava vestito, la giacca ancora addosso, gli occhi fissi dove i nostri corpi si univano.

Ilaria si girò ancora verso di me e mi sussurrò con voce rotta:

— Non smettere. Voglio che lui ci guardi mentre mi vengo addosso.

Allora le afferrai i fianchi con più forza e iniziai a muovermi più a fondo, affondando con tutto me stesso dentro di lei.
I suoi gemiti si fecero acuti, disperati, finché non urlò venendo forte, le unghie affondate nel mio petto, le cosce che tremavano.

Il marito ci osservava con il respiro pesante.
Ilaria lo guardò ancora e disse:

— Ora siediti. Perché non è ancora finita.

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