orge
Il Compleanno di Jane parte 3 di 3
giorgal73
18.05.2026 |
371 |
4
"Jane si lasciava fare, lo sguardo perso su un punto indefinito del soffitto, le labbra socchiuse in un mezzo sorriso che non sembrava rivolto a nessuno..."
Premessa: Fate un salto nel passato con me.Tornate al 6 dicembre 2025, il giorno del compleanno della mia amica. Quella sera non era solo una festa: era il momento in cui tutto ha preso fuoco. Le risate, gli sguardi, le carezze che hanno iniziato a scivolare più audaci, i confini che si sono sciolti uno dopo l’altro tra le ombre e la musica.
Solo ora, dopo mesi, sono riuscito a mettere nero su bianco i ricordi di quella notte e le emozioni che ancora mi fanno tremare. Non è solo una storia: è il mio dono tardivo, privato, sincero. Spero che vi arrivi come una carezza calda sulla pelle, che vi faccia sorridere… e magari accendere qualcos’altro.
Perdonatemi le piccole inesattezze sui vestiti, sui dettagli e su qualche momento reso sfocato dal desiderio. La memoria a volte si perde tra gemiti soffocati e mani che esplorano. Abbiate pietà di me e lasciatevi trasportare.
Benvenuti nella mia notte del 6 dicembre 2025. Il racconto è diviso in tre parti, leggetele tutte per non fare un torto a Jane.
------- Parte 3 di 3 -------
La signora matura venne anche lei, gridando mentre il ragazzo giovane le schizzava dentro. Poi si sdraiò accanto a Jane e le leccò un seno sporco di sperma, succhiando il capezzolo.
La mia attenzione si spostò sulla parte opposta della stanza, dove Angelica, che fino a quel momento era rimasta defilata e quasi spettatrice, aveva finalmente deciso di abbandonarsi alla corrente generale. La vide sdraiata sul letto più piccolo, la schiena arcuata a sostenere il peso della gamba ingessata, mentre il ragazzo giovane la possedeva con una frenesia che tradiva la sua inesperienza ma anche la sua dedizione. Le mani di lui si muovevano impacciate tra i seni e le cosce di Angelica, come se avesse paura di romperla, ma allo stesso tempo desiderasse impadronirsi di ogni centimetro del suo corpo. Angelica sembrava soffrire e gioire insieme: ogni affondo era accompagnato da un gemito sordo, le dita che si aggrappavano alle lenzuola come fossero l’ultimo appiglio prima della caduta.
Sul divano, nel frattempo, si era insediata una nuova coppia che non avevo notato prima. Lui era un uomo robusto, sulla cinquantina, il petto villoso e le mani dalle dita corte e tozze; lei, invece, aveva un volto allungato, gli occhi piccoli e mobili, e una bocca che sembrava nata per il piacere. La donna si era inginocchiata tra le gambe del marito e lo succhiava con una dedizione che pareva rituale: il modo in cui faceva scorrere la lingua lungo il glande, la cura nel raccogliere ogni goccia di liquido, il gesto misurato con cui gli massaggiava i testicoli, tutto lasciava pensare a una lunga pratica e a un piacere condiviso. Ma ciò che colpiva davvero era lo sguardo della donna: mentre lavorava sul cazzo del marito, non smetteva un attimo di fissare la scena centrale della stanza, come se il piacere stesse tanto nel dare quanto nell’assorbire la carica erotica degli altri. Ogni tanto la donna sollevava la testa, scambiava una parola o una risata con l’uomo, poi tornava al suo lavoro senza mai perdere di vista la danza di corpi sul letto principale.
Eppure, c’era anche un sottotesto più sottile, quasi una tensione nascosta. Il marito di Angelica, seduto sulla sedia accanto al letto, si era trasformato in un custode silenzioso e inflessibile: lo sguardo duro, il busto proteso in avanti, ogni fibra del corpo a testimoniare che nessuno avrebbe potuto avvicinarsi a sua moglie senza il suo esplicito consenso. Ogni tanto qualcuno degli uomini si avvicinava ad Angelica, attratto forse dalla vulnerabilità della donna ingessata, ma bastava un cenno, un movimento impercettibile della testa del marito, perché si ritirassero subito, tornando a concentrarsi sulle altre donne. Mi accorsi e che questa esclusività, invece di spegnere la carica erotica della situazione, non faceva che moltiplicarla. Angelica, pur circondata dal clamore della festa, era un’isola appartata, un segreto da custodire e da gustare con calma, senza la fretta della competizione.
Sul letto, il giovane aumentava il ritmo, e Angelica, il volto imperlato di sudore, si lasciava spingere sempre più vicino al bordo del piacere. «Bravo, così», lo incoraggiava lei con voce roca, «vai ancora un po’ più forte». Ogni tanto si voltava a guardare il marito, che la fissava con occhi pieni di orgoglio e di una gelosia vibrante, quasi commovente. Lui le accarezzava la caviglia sana, la teneva ferma mentre il ragazzo la scopava, ma era evidente che il vero piacere, per entrambi, stava in quel gioco di sguardi e di potere sottilissimo.
La nuova coppia sul divano si era lasciata andare a un ritmo più rilassato. L’uomo, dopo aver raggiunto un primo orgasmo, si era sdraiato all’indietro, le mani intrecciate dietro la testa, e guardava la compagna succhiare il suo cazzo ormai flaccido con la stessa cura di prima, ma senza fretta. La donna, intanto, si era sfilata le mutandine, le aveva lanciate con un gesto teatrale verso il centro della stanza, e ora si masturbava pigramente, puntando lo sguardo su Angelica e il ragazzo. Sembrava che l’intera stanza fosse invischiata in una ragnatela di desideri e di piaceri incrociati, una specie di ecosistema erotico in cui ogni movimento produceva un effetto a catena sul resto del gruppo.
Ancora una volta, mi ritrovai a osservare la signora matura, che non aveva mai perso il controllo della situazione. Lei si muoveva tra i vari gruppi come una regista, accarezzando una donna qui, bisbigliando una frase a un uomo là, sfiorando con le dita un capezzolo o un glande solo per vedere cosa sarebbe successo. Ogni tanto si fermava accanto al letto dove Angelica veniva scopata, e le passava una mano tra i capelli, o la baciava sulla fronte con una dolcezza quasi materna. Angelica rispondeva con piccoli sorrisi, sguardi di riconoscenza, e sembrava che anche questi gesti contribuissero al suo piacere. Il marito ogni tanto si alzava, si chinava sulla moglie, le sussurrava qualcosa all’orecchio che la faceva arrossire e poi riprendeva il suo posto, lo sguardo sempre vigile, pronto a respingere qualsiasi incursione indesiderata.
La partita di Angelica e suo marito si prolungò a lungo, in una serie di onde e di sussulti che sembravano non voler mai finire. Il ragazzo, ormai sfinito, rallentò il ritmo, ma Angelica lo incitava senza pietà, riuscendo a spremere da lui un ultimo orgasmo che lo lasciò tremante e boccheggiante. Allora il marito si avvicinò, prese la moglie tra le braccia e la baciò a lungo, ignorando completamente il giovane che si era accasciato ai piedi del letto. Era un bacio diverso da quelli visti fino ad allora nella stanza: lungo, profondo, carico di tutta la tenerezza e la complicità che li univa. Si scambiarono poche parole, poi il marito si sdraiò accanto ad Angelica, la posò delicatamente sul cuscino, le sollevò la gamba ingessata e iniziò a penetrarla con una lentezza e una cura quasi ipnotiche.
Angelica alla fine si fece scopare anche lei dal marito, lentamente, con la gamba ingessata sollevata su un cuscino. Vennero insieme, lei mordendosi il labbro per non urlare troppo forte, gli occhi fissi sulla scena del lettone.
Quando tutto fu davvero finito - quando l’ultimo dei gemiti era svanito, e il tanfo caldo di sperma, sudore e lenzuola zuppate ricadeva sulla stanza come una coperta acquietante - Jane si lasciò cadere di schiena al centro del letto, le braccia e le gambe larghe come se non sapesse più riunirle. Il suo corpo, esile ma resistente, era cosparso di chiazze biancastre che spiccavano come luci su una mappa; qualche goccia ancora le scivolava lungo l’interno coscia, un rivolo lento che si perdeva tra le pieghe della carne arrossata dalla fatica. La fica, gonfia e lucida, sembrava sorridere, aperta come una ferita dolcissima, pronta a ricevere ancora ma non più esigere.
I capelli di Jane, un tempo ordinati, erano ora disfatti, aggrumati, e le ciocche aderivano alla fronte e alle guance come alghe su uno scoglio. Sul viso, nonostante la stanchezza e la confusione, brillava quella stessa luce infantile che aveva avuto entrando al Femme Chic, solo che adesso era impastata di piacere, di sudore, di un’ebbrezza che non era più soltanto promessa ma memoria. Tania, che non aveva mai mollato la presa sulla situazione, le si strusciò accanto con la dolcezza di un animaletto devoto e, senza esitare, iniziò a ripulirla con la lingua, leccando le gocce di sperma dalle guance, dalle ciglia, persino dalle orecchie dove qualche schizzo era arrivato in modo imprevedibile. Poi la baciò, e il bacio fu lungo, profondo, non più selvaggio ma quasi solenne, come se le due ragazze si stessero scambiando un segreto sacro, l’ultimo residuo di intimità che la sera aveva lasciato loro.
Jane la strinse a sé e, dopo averle sussurrato qualcosa di troppo basso perché si potesse udire, scoppiò in una risata soffocata, una di quelle risate che restano chiuse in fondo alla gola e si trasformano in singhiozzi di gioia. Più in là, la signora matura aveva già preso a riordinare la scena: sistemava i cuscini, raccoglieva i bicchieri semivuoti, riconsegnava piccoli asciugamani a quelli che si erano già rivestiti, e con un cenno d’intesa rassicurava chiunque avesse bisogno di una parola o di una carezza fugace.
Gli uomini, ormai placati, si erano dispersi ai margini della stanza, qualcuno in piedi con il bicchiere in mano e l’aria sognante, qualcun altro seduto sullo stesso letto dove poco prima aveva pompato la sua dose di piacere. Solo il ragazzo giovane, l’amante temporaneo di Angelica, era rimasto a fissare il vuoto con un sorriso ebete; sembrava che non volesse più svegliarsi dal sogno appena vissuto. Il marito di Angelica, invece, era impegnato a rivestirla, sistemandole la gamba ingessata sul cuscino, baciandole il collo con gratitudine malcelata.
Io, spettatore per scelta e per istinto, ero ancora rannicchiato sulla poltrona nell’angolo buio della stanza, le mani giunte in una preghiera laica sopra Little Joe che, chiuso nei pantaloni troppo stretti, pulsava rabbioso, dolorante, ma con la certezza di essere stato parte integrante di quella festa. Avevo guardato tutto; ogni movimento, ogni smorfia, ogni gesto goffo o sublime. E avevo goduto da spettatore, senza invidia, senza rimpianti. Mi era bastato osservare Jane, vederla mutare da cerbiatta impaurita a regina della notte, vederla farsi divorare, spolpare, e poi ricomporsi nell’abbraccio di Tania, appagata ma ancora viva, più viva di prima.
Quello era stato il mio regalo di compleanno per lei: un modo per partecipare e non essere distratto, per poi scrivere questo racconto solo per lei.
Era stato perfetto. Con la coda dell’occhio vidi Jane che, ancora sdraiata e con la mano di Tania intrecciata tra le dita, mi cercava tra la penombra. Lo sguardo che mi lanciò fu breve, ma dentro c’era tutto: la gratitudine, la soddisfazione, forse anche una punta di sfida infantile, come a dire “Hai visto? Ce l’ho fatta, e sono ancora qui, più tua che mai”. Il sorriso che le si aprì sulla bocca, segnato da una traccia di sperma che non aveva ancora leccato via, era la cosa più vera che avessi visto in tutta la notte. Si sollevò un poco, si mise seduta, e per un attimo le tremarono le gambe; Tania la sostenne e la baciò ancora, sulle spalle, sulle scapole, ricoprendola di piccoli morsi, mentre Jane rideva piano, accoccolata nel lenzuolo sporco.
La stanza cominciava a svuotarsi del suo eccesso, come dopo un temporale. Gli uomini si dileguavano a piccoli gruppi, qualcuno ancora nudo, altri già con la camicia infilata malamente nei pantaloni. La signora matura distribuiva sorrisi e rassicurazioni, prometteva di richiamare tutti per una prossima festa - “ma solo se sarete stati bravi ragazzi!” - e si assicurava che nessuno uscisse senza aver ritrovato le proprie scarpe e la dignità residua.
Angelica e suo marito erano già usciti, accompagnati da un breve applauso collettivo, e anche la coppia del divano si era congedata in silenzio, la donna con la bocca ancora arrossata dall’ultimo pompino, l’uomo con una camminata lenta e soddisfatta. La luce della stanza, che fino a poco prima sembrava liquida e pulsante, adesso era più fredda, e il tempo sembrava scorrere di nuovo come nella realtà di tutti i giorni.
Solo Jane e Tania restavano avvinghiate al centro del letto, come due superstiti di un naufragio, incapaci di separarsi. Guardandole, sentivo salire una specie di commozione, un bisogno assurdo di prenderle entrambe, di portarle via, di proteggerle da tutto ciò che non era quella notte. Dopo qualche minuto, Tania si sollevò, prese un asciugamano umido e iniziò a pulire con cura il corpo di Jane, partendo dal viso e scendendo piano sul collo, sui seni, fino ad arrivare all’addome e tra le cosce. Ogni suo gesto era gentile, quasi reverente, come se stesse ripulendo una statua sacra.
Jane si lasciava fare, lo sguardo perso su un punto indefinito del soffitto, le labbra socchiuse in un mezzo sorriso che non sembrava rivolto a nessuno. Ma ogni tanto i suoi occhi scivolavano verso di me nell’angolo buio, un lampo breve e consapevole, come a dirmi: ci sei ancora? Hai visto tutto? Poi le palpebre ricadevano, pesanti, e tornava ad abbandonarsi alle mani di Tania.
Dopo qualche minuto, senza una parola, le due si alzarono e sparirono nel bagno. Sentii scorrere l’acqua, qualche risata soffocata, il rumore sordo di un cassetto aperto e richiuso.
Scesi nella sala inferiore. Il barista mi preparò un Vermut senza che dovessi chiederlo, come se leggesse sul mio viso il tipo di silenzio che avevo addosso. Lo sorseggiavo lentamente, guardando la porta.
Quando arrivarono, erano di nuovo composte, i capelli sistemati, i vestiti dritti. Diedi un bacio a Tania, poi mi voltai verso Jane. Le augurai buon compleanno un’ultima volta, sottovoce, quasi solo per me e tornai a casa.
------- NOTA -------------
Ehi tu che sei arrivata fino in fondo… se questo racconto ti ha fatto accendere qualcosa dentro, lasciami un commento! Mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi.
E se sei una lettrice che si è sentita particolarmente colpita dalle mie parole… be’, chi lo sa? Magari organizziamo un’avventura vera insieme, con te come protagonista assoluta.
Io posso essere il tuo menestrello libertino, un diavoletto tentatore che stimola il tuo erotismo e ti fa abbandonare ogni freno inibitore… un accompagnatore discreto ma irresistibilmente tentatore.
Dimmi solo “voglio essere la prossima Jane” qui sotto o scrivimi privatamente con il nick giorgal73 qui o sul telefono su quella famosa app di messaggistica che non si può nominare e vediamo dove ci porta la fantasia (e magari anche la realtà).
Aspetto i vostri commenti… e chissà, magari anche di più!
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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