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Prime Esperienze

Come Respiravamo


di Membro VIP di Annunci69.it Andromaca
03.04.2026    |    2.336    |    3 8.8
"Il momento prima di sapere come andrà a finire è sempre il momento più intenso..."
Roma, sera.

Una cena di lavoro.
Sponsor, uomini che parlano molto, mogli eleganti, risate misurate.
Gente che conosco da anni.
Di giorno hanno un nome, un ruolo, una voce precisa.
Io non avevo voglia di andarci.
Mi sono vestita lentamente.
Un tubino nero, semplice.
Scarpe con il tacco, ma non troppo. Sono alta. Non mi è mai piaciuto mettere in difficoltà gli uomini sull’altezza.
Un trucco leggero, solo gli occhi.
Davanti allo specchio mi sono fermata.
Non per controllare.
Per guardarmi.
Ho pensato soltanto:
stasera sono bella.
Poi il taxi.
Poi Julien.
Lui era l’ospite.
Il regista.
Quello che tutti volevano ascoltare.
Le cene funzionano così:
l’artista,
quelli che pagano,
e poi quelli come me, che stanno in mezzo e fanno in modo che le cose succedano davvero.
La casa era una di quelle case dove capisci subito.
Quadri alle pareti, quelli veri: Schifano, Perilli, Dorazio, Mafai, Manzù.
Luci basse.
Spazio.
Silenzio.
Sedici persone, forse diciotto.
Tutti molto belli.
Tutti molto colti.
Tutti molto controllati.
A tavola Julien parlava del suo spettacolo.
Corpi nello spazio.
Movimento.
Tensione tra gli attori.
Il momento in cui sulla scena succede qualcosa che non era previsto e nessuno lo ferma.
Mentre parlava, ha appoggiato una mano sulla mia coscia.
All’inizio ho pensato che fosse un errore.
Le sedie erano vicine.
Il tavolo rotondo.
Può succedere.
Ma la mano è rimasta.
Poi si è mossa.
In quel momento ho capito che potevo fermarlo.
Oppure potevo non fermarlo.
Che non è la stessa cosa.
Era una cena di lavoro.
Persone con cui lavoravo davvero.
Persone che decidevano contratti, soldi, equilibri.
Non era il posto giusto per perdere il controllo.
Forse è per questo che la sensazione era così forte.
La sua mano si muoveva lentamente, come se cercasse un confine.
E ho avuto la sensazione molto precisa che la sua mano sinistra, dall’altra parte, stesse facendo la stessa cosa con la donna seduta accanto a lui.
Non mi sono girata.
Non volevo sapere.
Ma ero quasi sicura di non essere l’unica.
Allora ho preso quella mano.
L’ho fermata.
E l’ho portata più su.
Dove volevo io.
Julien continuava a parlare.
Di regia.
Di attori.
Di quando una scena inizia davvero e non bisogna più fermarla.
Sotto il tavolo, in quel momento, la regia era cambiata.
Dopo il dessert ci siamo alzati.
Sedie spostate.
Tovaglioli sul tavolo.
Bicchieri vuoti.
Siamo passati nel salone.
Divani bassi.
Quadri grandi.
Luci più basse.
Julien mi si è avvicinato.
Molto vicino.
Come per dirmi qualcosa che non dovevano sentire gli altri.
Guardava il bicchiere che aveva in mano, non me.
Ha detto piano: “Scegli un uomo”
Poi si è spostato di poco.
Ha appoggiato il bicchiere.
Ha ricominciato a parlare con gli altri.
Come se niente fosse.
Io sono rimasta ferma.
Ho guardato la stanza.
Li conoscevo tutti.
Sapevo già come parlavano, come ridevano, come mentivano.
Sapevo già come mi guardavano.
Tranne uno.
Era in piedi vicino a una libreria.
Alto, molto alto.
Occhi verdi.
Con me era sempre stato freddo, quasi infastidito.
Nessuna complicità, mai.
Ed è per questo che ho scelto lui.
Perché con lui c’era la possibilità del rifiuto.
E a me l’incertezza ha sempre fatto più effetto della sicurezza.
Il momento prima di sapere come andrà a finire è sempre il momento più intenso.
Ho attraversato la stanza lentamente.
Lui mi guardava.
Non sorrideva.
Non si muoveva.
Gli ho sfiorato il labbro con le dita.
È rimasto fermo.
In quel momento poteva succedere qualsiasi cosa.
Poteva spostarsi.
Poteva dirmi di no.
Poteva andarsene.
Invece è rimasto lì.
Allora gli ho preso il viso con la mano e l’ho baciato.
Solo dopo mi sono accorta che non ero l’unica.
Dall’altra parte della stanza un’altra donna aveva fatto lo stesso gesto.
Stessa lentezza.
Stessa traiettoria.
Come se qualcuno avesse dato un segnale che solo noi avevamo sentito.
Una coppia ha preso i cappotti e se n’è andata.
Gli altri sono rimasti.
All’inizio era tutto trattenuto.
Le persone parlavano ancora, ma nessuno ascoltava davvero.
Le distanze cambiavano lentamente.
Un passo più vicino.
Una mano che restava appoggiata.
Uno sguardo che non si spostava.
Ricordo il rumore di un bicchiere appoggiato male.
Una giacca caduta per terra.
Il velluto del divano sotto le mani. Caldo.
Poi è cambiato l’odore.
Non più cena.
Non più profumo.
Pelle.
Caldo.
Sudore leggero.
Aria densa.
Qualcuno ha lasciato andare un suono.
Poi un altro.
E quando senti un suono così in una stanza piena di gente, capisci che non si torna più indietro.
Da lì in poi la lentezza è finita.
Era come una corrente.
Passava da un corpo all’altro.
Io ricordo soprattutto il caldo.
Non il caldo della stanza.
Il caldo dei corpi.
Mani sulle schiene.
Dita nei capelli.
Respiri sul collo.
Ginocchia contro le gambe.
Il velluto del divano.
Qualcuno seduto.
Qualcuno in piedi.
Qualcuno per terra.
Le coppie non esistevano più.
Esistevano i corpi.
Qualcuno rideva piano.
Qualcuno aveva gli occhi chiusi.
Qualcuno guardava.
Qualcuno si lasciava guardare.
Camicie aperte.
Spalle nude.
Il rumore dei respiri sempre più forte.
La stanza sempre più piccola.
Solo pelle.
Caldo.
Movimento.
Istinto puro, ma lucido.
Quella stanza non somigliava più a un salotto.
Somigliava a qualcosa di molto più antico.
Matisse.
La Danza.
Corpi attaccati, piegati, allungati, intrecciati.
Un cerchio che si muoveva, lento e velocissimo insieme.
E in mezzo a tutto questo, Julien non toccava nessuno.
Stava leggermente indietro.
Guardava.
La cosa più strana non è stata quello che è successo.
La cosa più strana è che nessuno se n’è andato.
Il giorno dopo ci siamo rivisti.
Alla luce del giorno, eravamo di nuovo eleganti, educati, perfetti.
Di nuovo nomi, ruoli, strette di mano, discorsi misurati.
Come se niente fosse.
Ma io sapevo.
Io sapevo come respiravano.
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