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Lui & Lei

Ciò che non brucia


di Membro VIP di Annunci69.it Andromaca
12.04.2026    |    703    |    3 9.0
"Si lasciavano ogni volta come dopo qualcosa che non era accaduto, eppure aveva lasciato traccia..."
Turchia, 1979.
Esther ricordava Andrea fin da quando era bambina.
Era il fratello di Cecilia, la sua migliore amica.
Non era “bello”, secondo le parole comuni.
Era una presenza.
Si muoveva lento, determinato, come un’ombra che accompagna la luce senza confondersi con essa.
Silenzioso, misurato, con un respiro che sembrava modellare lo spazio intorno a sé.
Andrea era un richiamo lontano.
Impossibile da raggiungere, impossibile da ignorare.

Barcellona, 1986.
La città ribolliva.
Si costruiva ovunque: gru, cemento, martelli. Un fermento continuo.
L’aria sapeva di vernice fresca e di mare.
Tutti parlavano dei Giochi Olimpici, del futuro che arrivava a colpi di martello.
Le facciate si rifacevano il trucco, i cantieri nascevano come funghi.
Era una città che non guardava più indietro.
Cecilia era venuta a trovare Esther per qualche giorno.
Una sera, mentre parlavano nella stanza, notò su un cassettone un cartoncino lucido, lasciato tra libri e chiavi. Lo prese distrattamente, poi si fermò.
Un nome.
Una nave.
E suo fratello.
Non potevano salire: l’invito era nominativo.
I genitori di Esther erano compresi, loro no.
Furono proprio loro a far arrivare il messaggio: Cecilia è qui, a Barcellona, da Esther.
Il giorno dopo Andrea era lì.
Come se la città, nel suo tumulto, l’avesse trattenuto apposta.
Silenzioso, intero.
Quando lo vide, Esther non disse nulla.
Uscirono.
Camminarono lungo il porto, tra le gru e il vento caldo.
Le mani a un soffio. I respiri vicini.
Parlarono poco.
Non serviva.
La città costruiva il futuro.
Loro trattenevano qualcosa che non aveva ancora forma.
Poi le estati finirono.
E con loro quella leggerezza che sembrava poter durare.
Trieste, l’università, un fidanzamento.
La routine che inghiotte i giorni.
Andrea lontano, disperso nella Marina, tra porti e silenzi.
Eppure presente.
Come un battito sotto traccia.
Un giorno arrivò la sua lettera.
Scritta a mano.
Senza eccessi.
Ma piena.
Diceva di averla sempre vista, anche da lontano.
Le propose un patto: incontrarsi una volta al mese, ogni volta in una città diversa.
Non per arrivare da qualche parte.
Per non perdere ciò che c’era.
Gli incontri diventarono un rito.
Una mano sulla schiena.
Il respiro vicino al collo.
Le labbra che si fermano prima.
Sempre prima.
Mai un atto.
Mai compimento.
Solo tensione.
Corrente.
Un fuoco che non brucia, ma scava.
Si lasciavano ogni volta come dopo qualcosa che non era accaduto, eppure aveva lasciato traccia.
Gli anni passarono.
La vita di Esther prese forma.
Un fidanzato, poi un uomo.
Un equilibrio che funzionava.
Ma sotto restava altro.

Vilnius, inverno 1996.
La città li accolse come un ricordo rimasto in sospeso.
Strade vuote, vento tra i tetti, luce bianca che tagliava i palazzi.
Il fiato si alzava in nuvole sottili.
Erano passati dieci anni.
Un appuntamento dato senza parole, mantenuto senza prove.
Solo la certezza che, prima o poi, ci sarebbero tornati.
E così fu.
Camminavano senza meta, come se il tempo si fosse piegato.
Ogni contatto era un ritorno.
Le dita che si sfiorano.
Il respiro che si intreccia.
La pelle che riconosce prima ancora di toccare.
Non c’era sesso.
Non c’era amore.
C’era qualcosa che restava prima.
Nel silenzio, Esther pensava:
non voglio amore
l’amore si chiude
non voglio sesso
il sesso consuma
voglio questo
questa tensione che non finisce
perché non si compie
resta
Il desiderio rimase così.
In bilico.
Mai spento.

Settembre, 1998.
La chiesa era piena.
Esther salì all’altare, concentrata sul rito, sul movimento misurato delle mani.
Non sapeva che Andrea sarebbe stato lì.
All’uscita, tra i fiori e le voci, lo vide.
Immobile.
Gli occhi pieni di qualcosa che non chiedeva più niente.
Disse soltanto:
Il mio orologio si è fermato al momento del tuo sì.
Lei non parlò.
Non lo guardò.
Lo sentì.
Tutto ciò che era stato trattenuto — ogni gesto mancato, ogni respiro sospeso — tornò, intero, in quell’istante.
Ventitré anni dopo
ora che è sola
potrebbe chiamarlo.
Potrebbe.
Ma non lo fa.
Alcune cose non devono accadere.
Devono restare lì.
Accese.
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