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Non è contro di te


di Membro VIP di Annunci69.it Andromaca
11.01.2026    |    1.688    |    15 9.5
"Davanti e dietro smettono di essere direzioni: sono solo modi diversi di stare dentro lo stesso movimento..."
Port de la Selva non è più quella dei fricchettoni scalzi e degli artisti che dormivano sulle barche.
O forse lo è ancora, ma ha imparato a mimetizzarsi.
Ora ci sono famiglie, cappellini, passi brevi trascinati sull’asfalto caldo.
Il paese si è composto.
Ha imparato a stare al suo posto.
Sotto, però, resta una fessura.
Un varco d’aria.
Qualcosa che non si lascia sigillare.
Io qui ci torno ogni anno.
Non solo per il mare.
Ma per quel punto esatto in cui sento che potrei ancora spostarmi.
Con mio marito avevamo litigato.
Non una frattura, piuttosto uno scarto.
Quel tipo di distanza che nasce quando ci si vuole bene, ma non nello stesso momento.
Manuel lo incontro in un bar sul porto.
Un bar che ha cambiato insegna, ma non odore.
Il gin è freddo, il ghiaccio si consuma lentamente.
Lui parla poco.
Ascolta.
Non mi guarda come fanno gli uomini quando vogliono scopare.
Mi guarda come se stesse decidendo se vale la pena dirlo ad alta voce.
“Hai una carica erotica molto forte”, dice.
Senza abbassare il tono.
Come si dice una cosa che non ha bisogno di essere difesa.
“Non c’entra l’età.
È postura.
Il modo in cui stai seduta.
In cui tieni il bicchiere.
Sposti l’aria.”
Intorno il mondo continua:
sedie spostate, bicchieri, voci che non trattengono nulla.
E io sento che qualcosa si apre,
non come una promessa,
ma come una necessità.
Manuel dice che il desiderio non va spiegato.
Che va abitato.
Che il problema non è il corpo,
ma fingere di non sentirlo.
Poi si avvicina.
La voce è bassa, ferma.
“Vai in bagno.
Togliti le mutande.
Torna qui.
Siediti davanti a me.
Apri le gambe.”
Non c’è seduzione nella frase.
C’è un’assunzione di realtà.
Ed è questo che mi colpisce.
Mi alzo.
Attraverso il bar come se stessi andando a pagare.
In bagno mi chiudo la porta alle spalle.
L’aria è ferma, lo specchio restituisce un volto che non chiede permesso.
Mi tolgo le mutande.
Non c’è vergogna.
C’è una decisione presa dal corpo.
Quando torno, mi siedo davanti a lui.
A cavalcioni.
Apro le gambe.
L’aria entra dove di solito resta chiusa.
La mia bocca scende.
Non c’è esitazione.
Il gesto è preciso, irrevocabile.
Lui smette di parlare.
La mano arriva ai miei capelli e resta lì.
Non guida.
Non ferma.
Accetta.
Il bar continua a vivere.
Bicchieri che si urtano, risate che non sanno.
Noi siamo un incidente silenzioso.
Quando usciamo, la sera è densa.
Camminiamo senza toccarci.
Tra noi c’è una tensione che non ha bisogno di mani.
Più tardi, soli, non c’è un momento preciso in cui comincia.
I corpi si cercano come se stessero continuando qualcosa già iniziato.
Le mani trovano spazio, lo prendono, lo perdono, tornano.
Davanti e dietro smettono di essere direzioni:
sono solo modi diversi di stare dentro lo stesso movimento.
Lei lo prende senza fretta,
come si prende una cosa che non va spiegata.
Il corpo si apre, poi cambia, poi accoglie ancora.
Non c’è un centro: ogni punto diventa centro nel momento in cui viene toccato.
La bocca non serve a un solo gesto.
Serve a restare.
Scende, risale, si ferma dove il corpo lo chiede.
Le mani tengono, spingono, guidano senza comandare.
Il peso si sposta.
Il ritmo cambia.
Il respiro si fa comune.
A un certo punto non è più chiaro chi entra e chi accoglie.
I corpi si sovrappongono, si voltano, si cercano di nuovo.
Dietro, davanti, di lato:
sono solo variazioni dello stesso desiderio che insiste.
Non c’è urgenza di finire.
C’è solo il bisogno di non uscire da lì.
Quando rallentano,
restano ancora intrecciati,
come se separarsi fosse, per un attimo, superfluo.
Rientro a casa che è tardi.
La luce in cucina è accesa.
Mio marito è seduto al tavolo.
Mi guarda.
“Ti vedo”, dice.
Annuisco.
Non spiego.
“Bene.”
Quando mi si avvicina non mi chiede di tornare.
Mi prende per come sono arrivata.
“Sei accesa”, dice.
“Non è contro di te.”
“Lo so”, dice.
Lo dice come si dice una cosa che fa male
ma che non si vuole togliere di mezzo.
Preferisce vedermi felice che perdermi intatta.
Quello che succede dopo non è una compensazione.
È un’altra forma di scopare:
più quieta, più vera, senza bisogno di dimostrare niente.
Non mi spegne.
Io non scappo.
Il desiderio non cambia natura.
Cambia direzione.
Più tardi, distesi, penso che alcune scintille servono solo a questo: a ricordarti che sei viva
e che puoi tornare a casa senza spegnerle.
Mi prende la mano.
La tiene senza stringere.
E capisco che questa è una forma nuova di intimità: non la fedeltà come recinto,
ma la gioia di vedersi ancora capaci di desiderare senza perdersi.
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