Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > Lui & Lei > La postura del sublime
Lui & Lei

La postura del sublime


di Membro VIP di Annunci69.it Andromaca
30.04.2026    |    719    |    3 7.6
"L’odore di muffa si impastava agli umori corporei, stagnanti sotto il respiro caldo e sporco delle luci..."
Budapest, primi anni ’90. Ancora
truccata da Est, ma col rimmel colato.
Il Muro era appena crollato e la città
portava ancora addosso il trucco sfatto
dell’Est europeo appena uscito di
scena.
La ruggine nei tram, i cartelloni stinti di
un socialismo che si voleva dimenticare,
e ovunque l’odore vago di un’epoca
appena svanita.
Io ero lì per visitare i miei, appena
trasferiti.
Stavo male.
La chiamavano depressione, ma era più
simile a una perdita di adesione: alle
cose, alle persone, a me stessa.
Un medico locale parlava bene
l’italiano. Mi fece ricoverare in una
clinica pubblica.
Un padiglione in periferia, costruito ai
tempi di Kádár.
Porte scrostate, letti di ferro, pareti
verdine.
Mi imbottirono di pillole.
Non pensavo, non sentivo, galleggiavo.
Una mattina incontrai Csilla.
Avrà avuto la mia età. Capelli castani,
pelle già provata. Bruciata, dicevano.
Non parlava molto. Ma bastava
guardarla. Aveva smesso. Tutto il resto
era dettaglio.
Guardandola, capii che qualcosa in me
doveva cambiare.
Non fu uno slancio romantico. Solo una
decisione fredda. Non volevo finire così.
Mi dissero che uscire mi avrebbe fatto
bene.
Quando mi chiesero di accompagnare
un critico d’arte italiano in visita ufficiale,
dissi sì.
Non perché capissi qualcosa di arte. Ma
conoscevo Budapest, mi facevo capire
e sapevo sorridere quando serviva.
Lui era esattamente come ve lo
immaginate.
Tracotante, irascibile, incontenibile.
Parlava come un mitragliatore, agitava
le mani come se stesse tenendo a bada
un’epidemia di idiozia, aveva lo sguardo
febbrile da uomo che ha sempre
ragione, anche quando guarda il
pavimento.
Un intellettuale da talk show con
vocazione da profeta fallito.
Uno che cerca il sublime nel letame.
Con lui, la sua assistente: bionda,
impeccabile come un manichino da
vetrina di lusso, sfidava ogni giorno la
gravità sui suoi tacchi a spillo.
Ufficialmente prendeva appunti. In
realtà prendeva possesso dello spazio
con la disinvoltura di chi è abituata a
comandare anche l’aria.
Dopo tre chiese e un museo con statue
mutilate, lui dice:
“Andiamo a vedere qualcosa di davvero
interessante. Un set. In un castello.
Fuori città.”
Il castello era uno di quei monumenti
sopravvissuti a tutto: all’impero, alle
guerre, al comunismo.
Sfuggito per caso ai bulldozer del
realismo socialista, ora sembrava
pronto a riciclarsi in cinema.
Umido, decadente, gotico da cartolina
scolorita.
Dentro, un set: fari sparati, cavi
aggrovigliati come vene impazzite,
fonici e tecnici che urlavano comandi
confusi, come sacerdoti isterici a
officiare un rito che stava sfuggendo di
mano.
L’odore di muffa si impastava agli umori
corporei, stagnanti sotto il respiro caldo
e sporco delle luci.
Al centro, un letto.
Su di esso, l’attrice, nuda, si lubrifica
con la calma di chi ha un compito.
Davanti a lei, l’attore — celebre, ancora
statuario.
Ma il guasto era lì, dove serviva il mito
— nudo, concentrato ma impotente.
L’erezione non arriva.
E la troupe, abituata all’umano troppo
umano, prosegue il lavoro senza battere
ciglio.
L’attore provava. Il corpo non
rispondeva.
L’attrice aspettava.
Tutto era sospeso.
Pensai di uscire.
Loro restano, immobili, coinvolti in un
rituale di fallimento.
Sento il rumore ovattato delle scarpe sul
pavimento consumato.
La mia testa frantumata si incastra in
quella scena grottesca.
L’impotenza dell’attore è uno specchio,
una metafora nuda e cruda.
Fragilità esposta senza vergogna, come
un dipinto senza cornice.
A un certo punto, il critico fa un passo
avanti, inclina la testa come davanti a
un dipinto del Seicento e dice:
“C’è qualcosa di Caravaggio in questa
luce. La carne. Il supplizio. Il dramma
interiore che si fa corpo.”
Lo guardo.
E penso che l’unica cosa che distingue
ancora l’arte dalla masturbazione sia la
luce giusta.
L’assistente sospira, con voce esperta:
“Sembra. Il martirio di Sant’Orsola.
Solo… senza più nessun Dio a
guardare.”
Fu lì che capii.
Non era pornografia.
Non era arte.
Era il corpo, semplicemente, che smette
di obbedire.
L’ideologia che cede.
La scena che salta.
E tu, a guardarti fallire, recitando senso
mentre cade il sipario.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
7.6
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per La postura del sublime:

Altri Racconti Erotici in Lui & Lei:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni