Lui & Lei
In catene
Andromaca
08.03.2026 |
1.023 |
3
"Luca sente il ronzio della luce, un’auto lontana, il rumore dell’acqua nei tubi..."
Non era la prima volta che Luca tornava da Francesca. Non era nemmeno una di quelle volte che si ricordano. Era una sera come tante, una stanza già vista, un corpo che sapeva cosa fare prima ancora di pensarci. Tra loro non c’era una storia da raccontare, solo una ripetizione. Ed era proprio questo il punto.Fuori il caldo non dava tregua nemmeno di notte. Restava addosso come una pellicola appiccicosa, entrava dalle finestre anche quando erano chiuse. Dentro, l’aria sembrava ferma da ore.
Luca la riconosce dal modo in cui l’aria cambia. Non è un rumore, non sono i passi. È una pressione diversa sul petto, come quando qualcosa sta per succedere e tu non hai ancora deciso se restare o no. È seduto sul bordo del letto, le mani strette tra le ginocchia, come se dovesse trattenerle. La stanza è illuminata da una luce che non perdona. Francesca entra, si toglie il vestito, lo appoggia dove capita. Nulla, lì dentro, ha davvero un posto. Tranne lei.
«Sei tornato», dice.
Non è una domanda.
Luca annuisce. Non ha niente da aggiungere.
Aveva detto che sarebbe stata l’ultima volta. Lo aveva detto anche prima, e prima ancora. A volte ci aveva creduto. Francesca ha smesso di farci caso: certe frasi servono solo a rendere più breve la distanza tra un’assenza e un ritorno.
«Perché sei qui?» chiede.
Luca alza gli occhi. Quando la guarda sente qualcosa cedere, come una serratura che salta senza fare rumore. «Perché quando ti muovi…» si ferma, «mi dimentico come si sta quando non ci sei.»
Francesca sorride appena. Non è compiacimento, non è pietà. È riconoscimento. Sa cosa gli fa, e sa che lui lo sa. È questo che rende tutto possibile.
Si avvicina, ma non lo tocca. Non subito. Luca sente il vuoto farsi denso, il corpo anticipare qualcosa che la testa non governa più. Le mani tremano. Il pavimento è caldo sotto la pelle. Francesca è vicina, abbastanza da fargli sentire il suo respiro sul collo, poi si sposta di qualche centimetro e quell’aria sparisce. Lui cerca di adeguarsi, ma sbaglia il tempo. Sempre. Ogni movimento arriva un attimo dopo quello che dovrebbe.
Il respiro gli si accorcia. La bocca è secca, la lingua cerca contatto che non trova. Il corpo reagisce prima di lui: sente il suo membro rispondere a una prossimità che non è ancora gesto. Gli esce un suono dalla gola, involontario. Gli dà fastidio averlo fatto, ma non può fermarsi. Le mani cercano un punto fermo, trovano carne che si sposta sotto le dita, calda, viva.
Francesca non ha fretta. Lo guarda mentre perde precisione. Luca ha la sensazione che, se non ci fosse stato lui, ci sarebbe stato qualcun altro. E che per Francesca non avrebbe fatto differenza. Ogni tanto lei si avvicina abbastanza da sfiorarlo, quanto basta perché lui senta la distanza ridursi tra il proprio corpo e la fica, senza che questo significhi ancora appartenenza. Poi cambia ritmo.
La fame arriva così. Non come desiderio, ma come bisogno secco, concentrato. Gli stringe lo stomaco, gli sale alla gola. Luca sente il corpo tendersi, pronto, disponibile, mentre la testa resta indietro. Sa che il suo cazzo è lì, presente, esposto, più sincero di quanto vorrebbe. Capisce che potrebbe fermarsi, ma non lo fa. Non perché non possa, ma perché non gli conviene. Sa cosa c’è dopo.
Quando Francesca gli dice di guardarla, lo fa. Gli occhi gli tremano. Lei è calma. Lui sente il sangue battergli nelle tempie, il respiro farsi corto, il pavimento che preme contro la schiena. La fica è una presenza che non guarda direttamente, ma che orienta tutto. In quel momento Luca ha la sensazione netta che non stia partecipando, ma che il suo corpo stia semplicemente rispondendo. E risponde.
Il tempo perde forma. Ci sono istanti di caldo improvviso, pieni, altri in cui tutto si ritrae lasciando una fame ancora più precisa. Il respiro si spezza, il cuore batte troppo forte. Luca pensa che vorrebbe che finisse, e subito dopo che non può permetterselo. Non adesso.
Quando tutto rallenta, resta fermo. Sente il sudore freddo sulla schiena, il corpo ancora sensibile, il pavimento di nuovo presente. Francesca è lì, ma già distante. Luca capisce che, per lei, quello era già finito da prima che finisse davvero. Sente il corpo svuotarsi lentamente, lasciando spazio a qualcosa di preciso e sgradevole. Non è tristezza. È il ritorno.
Resta qualche secondo in più del necessario, come se non avesse ancora deciso se muoversi. Poi si alza e va in bagno. Si riveste senza fretta, come se quel gesto non servisse a tornare qualcuno, ma solo a non restare lì. Sa già che tornerà.
Non per questo.
Ma per evitare quello che viene subito dopo.
In bagno chiude la porta piano, come se qualcuno potesse sentirlo anche se è solo. Accende la luce al neon. Gli dà fastidio agli occhi, ma non la spegne. La luce serve a questo: a non lasciare zone d’ombra dove fingere di non vedere.
Si appoggia al lavandino. Respira. Non c’è fretta. Ora è tutto semplice.
Si tira su la manica. Il braccio è una mappa che conosce bene. Ci sono zone che evita, altre che controlla appena con le dita. Il livido è ancora lì, più scuro del resto della pelle. Luca sa che non è un livido come gli altri.
Abbassa la manica.
Aspetta.
È sempre questo il punto che gli piace di più: l’attesa breve, precisa, in cui il corpo sa già cosa succederà e smette di fare domande. Il battito accelera leggermente. Luca sente il ronzio della luce, un’auto lontana, il rumore dell’acqua nei tubi. Tutto è al suo posto.
Quando il caldo arriva, lo sente subito. Non è un colpo. È una distensione lenta, vischiosa. Le spalle scendono. Le mani smettono di tremare. La testa si svuota di quel brusio continuo che non aveva nemmeno notato fino a un secondo prima.
Ecco.
Così va meglio.
Si siede a terra, con la schiena contro il mobile. Il pavimento è freddo, ma adesso è solo una sensazione tra le altre. Il tempo si allarga quel tanto che basta. Non scompare, perde i bordi. Luca chiude gli occhi.
Non pensa a Francesca.
Non pensa al domani.
Non pensa nemmeno a sé.
È questo che lo convince ogni volta: non la felicità, ma la tregua. Questo silenzio artificiale che dura poco ma funziona. Un momento in cui il mondo non chiede niente e lui non deve decidere nulla.
Quando riapre gli occhi sente già che sta finendo. Non lo spaventa. Non lo delude. È parte dell’accordo. Si alza, si lava le mani con cura, come se fosse solo stanco. Allo specchio non cerca niente. Si guarda il tempo necessario per sapere che può tornare fuori.
Quando apre la porta del bagno, l’aria dell’appartamento gli sembra diversa. Non più ostile, non più carica. Solo più vuota. Luca resta fermo un attimo, come se dovesse ricalibrarsi. Il corpo è più leggero, la testa finalmente allineata. Sa che l’effetto durerà poco, ma per adesso basta.
Francesca è ancora lì.
È seduta sul letto, le ginocchia raccolte, lo sguardo perso in un punto che non è lui. Non si gira subito. Non dice niente. Luca capisce che lo aveva sentito rientrare, ma aveva deciso di non segnalarlo.
«Credevo te ne fossi andato», dice alla fine.
«No.»
Luca si appoggia allo stipite della porta. Non sa se sedersi, se avvicinarsi, se restare dov’è. La distanza tra loro adesso è più netta.
«Sei strano», dice lei.
«Lo so.»
Lei gli passa accanto. Il corpo lo sfiora, ma non lo chiama. Luca sente che il corpo reagisce meno. Non è assenza. È un ritardo.
Francesca si ferma davanti alla finestra. «Non restare se non sai perché sei qui.»
La frase resta sospesa. Non è un ordine. È una constatazione.
Luca pensa di rispondere. Non lo fa. Sa che qualunque cosa direbbe suonerebbe falsa. In quel momento capisce che non è il corpo a tenerlo lì, ma l’abitudine di tornare.
Resta ancora qualche minuto. Poi prende la maglietta.
«Arrivo», dice.
Non è una promessa. È la parola che usa quando non ha deciso nulla.
All’alba Luca si veste. Francesca lo guarda.
«Tornerai», dice.
Non è una domanda.
Luca si ferma sulla soglia. Per un attimo sembra che stia per dire qualcosa. Poi: «Probabilmente.»
E se ne va.
Francesca resta sola. Si siede sul pavimento freddo. È sempre lo stesso, eppure non le restituisce nulla. Per la prima volta sente che il potere non basta.
Luca cammina nella luce sporca del mattino. Il telefono è in tasca, acceso. Sa che se vibra risponderà. Sa anche che non sarà come prima. Non è libero. Non è salvo.
Ma la catena ha smesso di brillare.
E quando una catena smette di brillare, non cade.
Resta.
Si sente.
E fa male ogni volta che ti muovi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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