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Prime Esperienze

La prima volta


di Giulietta20255
28.01.2026    |    7.627    |    13 9.7
"Il ragazzo dietro spingeva forte, profondo, ogni affondo che mi sbatteva contro il sedile, facendomi ondeggiare i seni sotto la camicetta..."
Era un sabato sera di primavera, l’aria ancora fresca ma già intrisa del profumo dolce e inebriante dei fiori d’arancio che sbocciavano nei giardini della città. Avevo programmato tutto con cura, o almeno così credevo. Gli avevo detto: «stasera a andiamo al cinema», e lui, mio marito, aveva risposto con quel suo sorrisetto complice, quello che compariva ogni volta che sentiva la parola “cinema”. Sapeva bene che non era solo un film: era un pretesto per stuzzicarci, per accendere quella scintilla che ci teneva vivi dopo anni di matrimonio. E io non lo deludevo mai.
Mi preparai con calma, scegliendo l’outfit perfetto per farlo impazzire. Sotto il cappottino corto primaverile, optai per la gonna di pelle nera più corta che possedevo, quella che sfiorava a malapena la metà delle cosce, lasciando intravedere quel tanto che bastava per far galoppare l’immaginazione. Abbinai un paio di autoreggenti nere velatissime, con la riga dietro che correva dritta come una promessa di peccato, e il bordo di pizzo largo cinque centimetri che stringeva la carne morbida delle mie cosce, creando quella striscia di pelle nuda e invitante che lo faceva tremare ogni volta che la sfiorava. Niente reggicalze, per ora – volevo che fosse tutto naturale, che il pizzo mordesse appena la pelle, ricordandomi a ogni passo quanto fossi esposta, quanto fossi pronta. Sopra, una camicetta leggera, sbottonata quel tanto da mostrare il solco tra i seni, e un reggiseno di pizzo nero che li sollevava in modo provocante. Le mutandine? Un tanga minuscolo, nero anch’esso, che copriva appena l’essenziale, lasciando le natiche quasi completamente nude sotto la gonna.
Quando mi vide pronta per uscire ,i suoi occhi si accesero immediatamente. «Cazzo, amore, mi fai morire così», mormorò mentre mi baciava, la mano che scivolava già sotto il cappotto per accarezzarmi la coscia. Sentii il suo tocco elettrico, e un brivido mi percorse la schiena. Salii in macchina, e durante il tragitto verso il cinema, non potei fare a meno di stuzzicarlo: incrociai le gambe lentamente, lasciando che la gonna salisse quel tanto da mostrare il bordo del pizzo. Lui guidava con una mano sul volante e l’altra sul mio ginocchio, salendo piano piano, fino a sfiorare la pelle nuda sopra le autoreggenti. «Sei una tentatrice», disse con voce rauca, e io risi, sentendo già quel calore umido tra le cosce.
Il film era uno di quelli romantici un po’ scemi, con trame prevedibili e baci appassionati che servivano solo da sfondo alle nostre carezze furtive. Seduti in fondo alla sala, al buio, ci tenevamo per mano, ma non bastava. Lui mi accarezzava la coscia sotto la giacca che avevo posata sulle gambe, le dita che tracciavano cerchi lenti sulla pelle nuda, salendo pericolosamente verso l’orlo del tanga. Io sentivo il mio respiro accelerare, il calore lento che saliva dal basso ventre, irradiandosi in tutto il corpo. Ogni tanto gli stringevo la mano, o gli sfioravo l’inguine con il dorso della mia, sentendo la sua erezione crescere sotto i jeans. «Amore, calmati o non resisto fino alla fine», sussurrai, ma dentro di me speravo che non si fermasse. Il film finì in un baleno, ma noi eravamo già in fiamme.
Usciti dal cinema, era quasi mezzanotte. Il parcheggio era a un chilometro di distanza, in una zona poco illuminata e isolata, lontano dal centro affollato. Camminavamo mano nella mano, ma a metà strada sentii la vescica premere con insistenza. Avevo bevuto troppo durante il film, e ora non potevo più aspettare. Iniziai a stringere le cosce, accelerando il passo. «Amore, corro… devo fare pipì da morire», dissi, arrossendo un po’ per l’imbarazzo misto a eccitazione. Lui rise, quel riso profondo che mi faceva sempre sciogliere, e mi prese per mano, tirandomi verso il parcheggio. «Dai, resisti un attimo, siamo quasi arrivati».
Il parcheggio era quasi deserto, con solo qualche macchina sparsa qua e là, illuminato da luci al neon fioche che proiettavano ombre lunghe sull’asfalto. L’odore di benzina e cemento umido aleggiava nell’aria, e il silenzio era rotto solo dal nostro respiro affannato.

La nostra auto era parcheggiata in fondo, in un angolo buio, lontano da occhi indiscreti. Lui aprì la portiera lato guidatore, entrò e accese la luce interna, illuminando l’abitacolo con un bagliore caldo. Io, invece, non ce la facevo più. Il bisogno era urgente, bruciante. Aprii lo sportello posteriore dal lato passeggero, mi girai di spalle verso l’esterno, mi tirai su la gonna fino alla vita – esponendo le natiche nude separate solo dal filo del tanga – e mi abbassai le mutandine fino alle ginocchia. Mi accucciai appena, le gambe larghe, i tacchi che scricchiolavano sull’asfalto. Il getto partì forte, caldo, rumoroso, schizzando sull’asfalto con un suono bagnato che echeggiava nel silenzio. Sentii l’aria fresca della notte accarezzarmi la pelle nuda tra le cosce, un brivido che non era solo di freddo, ma di pura eccitazione. Il mio sesso esposto all’aria aperta, vulnerabile, mi faceva sentire viva, audace.
E poi successe l’inaspettato. A una ventina di metri, proprio di fronte a me, si accese il faro di una moto. Un fascio di luce bianca, potente, che mi colpì in pieno: le cosce aperte, le autoreggenti lucide che riflettevano la luce, il rivolo dorato che scendeva ancora copioso, il mio sesso completamente esposto, gonfio e umido per l’eccitazione accumulata. Il ragazzo in moto restò fermo, il casco integrale che nascondeva il suo viso, ma vidi che abbassava lentamente il visore: stava guardando, fissando ogni dettaglio con avidità. Il mio cuore batteva all’impazzata, ma invece di coprirmi, non mi fermai. Anzi, per un istante che durò un’eternità, alzai gli occhi e incontrai il riflesso di mio marito nello specchietto retrovisore. Era immobile, la bocca socchiusa in un misto di shock e desiderio. La sua mano era già dentro i jeans, accarezzandosi piano, gli occhi inchiodati sulla scena.
Il cuore mi esplose nel petto, un’onda di adrenalina e lussuria che mi travolse. Finii di pisciare, ma non mi alzai subito. Lasciai che l’ultima goccia cadesse lenta, scivolando lungo le labbra intime, mentre il mio corpo tremava per l’eccitazione. Poi, senza pensarci due volte, mi girai verso l’auto, mi piegai sul sedile posteriore, il culo in fuori, la gonna ancora arrotolata in vita come una cintura di pelle. Le natiche esposte, separate dal tanga spostato di lato, e il mio sesso gocciolante, pronto. Presi il cazzo di mio marito in bocca con una fame primordiale, animale, che non avevo mai provato prima. Lo ingoiai tutto, sentendolo gonfiarsi immediatamente tra le mie labbra, pulsando contro la lingua. Succhiavo con avidità, la saliva che colava, mentre lui mi teneva la testa con una mano, spingendo piano i fianchi per scoparmi la bocca.
Dietro di me, sentii i passi pesanti sull’asfalto. Il ragazzo della moto si era avvicinato, il respiro affannato udibile anche attraverso il casco. Non disse una parola. Si limitò a tirare giù la zip dei pantaloni, estraendo il suo cazzo: duro, teso, più grosso di quanto mi aspettassi, venoso e curvo verso l’alto, con una cappella gonfia e lucida di pre-eiaculato. Mi afferrò i fianchi con entrambe le mani, le dita che affondavano nella carne morbida sopra il bordo delle autoreggenti, stringendo quel pizzo che graffiava la pelle. Entrò in me con un colpo solo, lento ma deciso, fino in fondo, riempiendomi completamente. Sentii ogni centimetro scivolare dentro, le pareti intime che si tendevano attorno a lui, bagnate e accoglienti. Gemetti forte sulla cappella di mio marito, il suono soffocato dal suo cazzo che mi scopava la bocca con un ritmo nuovo, possessivo, come se volesse reclamarmi mentre mi divideva con uno sconosciuto.
Il ragazzo dietro spingeva forte, profondo, ogni affondo che mi sbatteva contro il sedile, facendomi ondeggiare i seni sotto la camicetta. Sentivo le autoreggenti scivolare appena sulle cosce sudate, il pizzo che graffiava la pelle, il rumore bagnato e osceno dei nostri corpi che si scontravano – slap, slap, slap – misto al mio mugugno e ai loro gemiti.
Due uomini dentro di me, uno che amavo da sempre, con il suo cazzo familiare che sapeva di casa e di passione quotidiana; l’altro, uno sconosciuto, con un odore muschiato di sudore e benzina, un cazzo estraneo che mi apriva in modi nuovi, colpendo punti profondi che mi facevano vedere le stelle. Mio marito mi teneva i capelli stretti, scopandomi la gola con spinte ritmate, mentre il ragazzo mi afferrava le natiche, spalancandole per entrare più a fondo, le dita che sfioravano il mio ano stretto, aggiungendo un brivido proibito.
L’orgasmo mi travolse per prima, violento e incontrollabile, un’onda che partì dal basso ventre e mi fece tremare tutta. Stringevo il cazzo dello sconosciuto dentro di me, le pareti che pulsavano attorno a lui, e lo sentii venire subito dopo: caldo, abbondante, schizzi potenti che mi riempivano fino all’orlo, colando lungo le cosce mentre lui grugniva piano. Mio marito mi seguì a ruota: mi riempì la bocca con getti caldi e salati, e io ingoiai tutto, avida, senza perdere una goccia, mentre lacrime di piacere mi rigavano le guance, mescolandosi al mascara che colava.
Silenzio. Solo il nostro respiro pesante, ansimante, e il ticchettio della moto che si raffreddava nel buio. Il ragazzo si sistemò i pantaloni, risalì in sella senza una parola, accese il motore con un rombo profondo e sparì nella notte, lasciando solo l’eco del suo passaggio.
Io mi tirai su le mutandine, sentendo il seme dello sconosciuto colare ancora tra le cosce, bagnando il tessuto. Abbassai la gonna, entrai in macchina accanto a mio marito. Ci guardammo negli occhi, il suo sguardo ancora offuscato dal desiderio. Mi accarezzò la guancia umida, sfiorando le lacrime secche. Io gli sorrisi, la voce roca e spezzata: «Guidi tu… ma quando arriviamo a casa voglio che mi scopi per ore, ricordandoti esattamente cosa hai appena visto. Voglio che mi prendi da dietro, come lui, e mi dici quanto ti è piaciuto vedermi così».
E così fece. Arrivati a casa, non perdemmo tempo. Mi spinse contro il muro dell’ingresso, mi alzò la gonna di nuovo e mi penetrò da dietro, le mani sui fianchi nello stesso punto dove lo sconosciuto aveva lasciato i segni rossi. Mi scopò con furia, descrivendomi ogni dettaglio: «Ti ho vista pisciare come una troia, esposta a lui… e poi ti ha presa, ti ha riempita mentre succhiavi me». Io gemetti, venendo di nuovo, e lui continuò per ore, alternando posizioni dopo posizione – sul letto, in ginocchio, con me sopra di lui – fino all’alba, quando crollammo esausti, i corpi sudati e appagati.
ogni volta che passo davanti a quel parcheggio, sento ancora il calore di quella pipì sulle cosce, il fascio di luce della moto che mi illuminava come un riflettore su un palcoscenico proibito, e il sapore di due uomini diversi sulla lingua – uno familiare, l’altro selvaggio. E sorrido. Perché quella sera sono diventata la donna che sono oggi: libera, audace, insaziabile.
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