La prof(parte prima)
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Avevo diciassette anni, un banco in prima fila e gli occhi perennemente incollati su di lei. A quarantacinque anni, Elena incarnava una bellezza severa e magnetica: tailleur rigorosi, i capelli scuri raccolti in una crocchia morbida, da cui sfuggiva sempre qualche ciocca ribelle, e una voce roca, capace di zittire un'aula intera con un semplice cambio di tono.
Era autorevole, intelligente, irraggiungibile.
Ed era diventata la protagonista fissa di ogni mia fantasia a occhi aperti.
Passi interi della lezione evaporavano mentre mi perdevo a immaginare scenari improbabili: io che mi accorgevo di un suo errore di distrazione alla lavagna, oppure noi due rimasti soli nell'aula magna. Ogni suo sguardo di rimando diventava, nella mia mente, un segnale cifrato.
Se mi interrogava, la voce mi tremava, ma cercavo di dare il meglio di me soltanto per strapparle quel mezzo sorriso di approvazione che raramente concedeva.
Feci di tutto per entrare nelle sue grazie. Consegnavo i temi in anticipo, curavo ogni dettaglio della sintassi, cercavo pretesti per trattenermi dopo la campanella e parlare con lei di letteratura.
Un giorno mi feci coraggio. Aspettai che la lezione finisse e che la classe si svuotasse. Poi mi avvicinai alla cattedra e le dissi che mi piaceva, che non riuscivo a pensare ad altro e che, per me, lei non era soltanto un'insegnante.
Il silenzio che seguì fu tagliente.
Elena non arrossì e non perse la compostezza. Incrociò le braccia, mi guardò con un misto di freddezza e profonda delusione e tracciò il confine in modo inequivocabile.
Mi disse che ero un ragazzo brillante, che avrei dovuto vergognarmi per aver oltrepassato un limite professionale inaccettabile e che quella conversazione non era mai avvenuta.
Il rifiuto bruciò come una cicatrice.
Ma, anziché spegnermi, fece scattare una scintilla pericolosa.
Se prima c'era il rispetto, ora restava soltanto la sfida.
Da settimane la mia strategia di logoramento andava avanti senza sosta. Avevo trasformato le sue lezioni di letteratura in un duello silenzioso e sfacciato.
La guardavo negli occhi con un'intensità tale da costringerla spesso a distogliere lo sguardo dal registro. Durante le sue spiegazioni trovavo sempre il modo di insinuare domande ambigue, cariche di doppi sensi, che facevano arrossire i compagni più attenti e a lei facevano serrare le labbra in una linea sottile e furiosa.
Sui tergicristalli della sua Alfa Romeo continuavano a comparire mazzetti di fiori freschi e biglietti scritti a mano, citazioni d'amore rubate ai poeti che ci insegnava ad analizzare.
Quella sera sapevo che si sarebbe trattenuta a scuola per il ricevimento pomeridiano dei genitori. La aspettai appostato vicino alla sala insegnanti.
Quando la vidi sbucare dall'angolo con il registro in mano, le passai accanto sfiorandole appena la spalla e lasciai scivolare un ultimo biglietto tra i fogli che stringeva al petto.
Mi bloccò afferrandomi con decisione per un polso e costringendomi a voltarmi.
Aveva il viso arrossato, il trucco leggermente sfatto per la stanchezza e gli occhi scuri che ardevano di una rabbia che sembrava mescolarsi alla disperazione.
«Tu hai perso completamente il senno», mi sussurrò a denti stretti, guardandosi intorno per assicurarsi che il corridoio fosse vuoto. «Questa è l'ultima volta che ti avverto. Io sono una donna sposata, ho una famiglia, una vita che non ha niente a che spartire con le tue follie adolescenziali. Se trovo un altro solo biglietto sulla mia macchina, se ti azzardi a guardarmi o a rivolgermi la parola in quel modo un'altra volta in classe, io vado dritta dal preside. E ti assicuro che per te saranno guai seri, fino alla bocciatura. Dimenticati di me.»
Le parole mi gelarono addosso per un istante, ma l'effetto durò lo spazio di un respiro.
Negli occhi con cui mi stava minacciando, sotto la patina della rabbia e dietro il ruolo coniugale che sventolava come uno scudo, credetti di leggere quello che lei cercava disperatamente di nascondere: la paura.
La paura che il suo autocontrollo stesse cedendo davvero.
«Minacciami pure», le risposi con un sorriso sfrontato, abbassando la voce e avvicinandomi abbastanza da farle avvertire il mio profumo. «Ma sai benissimo che non lo farai. Perché, se volessi davvero fermarmi, lo avresti già fatto settimane fa.»
Si ritrasse di scatto, come se l'avessi scottata. Lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e se ne andò a passi lunghi e rigidi, senza aggiungere altro.
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Il sole stava calando, tingendo il cielo di sfumature arancioni e viola, mentre le ombre lunghe degli alberi coprivano i sentieri del parco.
Ero seduto su una panchina di legno verniciato di verde, seminascosta tra le fronde di un alto platano, con le mani in tasca e lo sguardo fisso verso l'ingresso principale.
La vidi arrivare intorno alle sette e un quarto.
Indossava un paio di jeans comodi e una giacca leggera. Teneva il guinzaglio del cane, che trotterellava felice annusando l'erba.
Quando svoltò lungo il viale e mi vide seduto lì, immobile, ad aspettarla, i suoi passi si bloccarono di colpo.
Il cane tirò per un attimo il guinzaglio, ma lei rimase immobile, come radicata sul ghiaietto del sentiero.
Il suo primo istinto fu chiaramente quello di girarsi e tornare indietro. Ma c'erano troppi occhi indiscreti di altri residenti a quell'ora.
Serrò la mascella, prese un respiro profondo e avanzò a testa alta, cercando di mantenere quell'aria algida e inflessibile che aveva cercato di sfoggiare per settimane.
Quando fu a pochi metri da me, mi alzai lentamente dalla panchina.
«Tu non hai davvero alcun limite», disse Elena a voce bassa, fermandosi a distanza di sicurezza, mentre il cane ci guardava scodinzolando, ignaro della tensione elettrica nell'aria. «Come diavolo hai fatto a scoprire dove abito? Come fai a sapere dei miei orari?»
«Basta osservare chi si ama», risposi con una tranquillità che la spiazzò ancora di più.
Fatta eccezione per il tono sfrontato, ero rimasto serio, con gli occhi piantati nei suoi.
Elena fece un passo avanti. Gli occhi scuri le guizzavano di pura frustrazione, mescolata a qualcosa che allora interpretai come panico.
«Ascoltami bene, perché te lo ripeterò una sola volta. Io ho una famiglia, ho un marito, ho una vita che tu non puoi neanche lontanamente scalfire con le tue fisime da adolescente. Quello che stai facendo è stalking, è persecuzione. Se non sparisci immediatamente dalla mia vita privata, domani mattina io vado dritta dal preside, dai carabinieri e denuncio tutto ai tuoi genitori. È finita. Mi hai capito?»
Le parole furono taglienti, pronunciate con tutta la durezza e l'autorità di cui era capace.
Ma mentre me le buttava in faccia, la sua mano libera — quella che non stringeva il guinzaglio — tremava impercettibilmente lungo il fianco.
Feci un passo verso di lei, incurante del suo avvertimento, e mi fermai a un soffio.
Le tenni lo sguardo addosso senza abbassarlo mai.
«Puoi dirmi quello che vuoi, puoi minacciarmi con la polizia, con la scuola, con chiunque», le dissi sottovoce, con una calma che la costrinse a trattenere il fiato. «Ma puoi ripetere quanto ti pare che hai una famiglia: i tuoi occhi dicono tutt'altro ogni volta che mi guardi in classe. Non hai chiamato nessuno finora, e non lo farai adesso.»
Rimase in silenzio.
Il cane diede un piccolo strattone al guinzaglio, rompendo quel muro di gelo.
Elena chinò leggermente il capo e chiuse gli occhi per un secondo, come sopraffatta dal peso di una stanchezza infinita.
Io la guardai senza dire una parola.
In quel momento ebbi la certezza che tutte le sue minacce, la corazza da professoressa severa e quella da donna sposata, si fossero finalmente incrinate.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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