La prof ( seconda parte)
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Niente più sguardi insistenti durante le lezioni. Niente lettere infilate tra le pagine dei libri, niente fiori lasciati di nascosto sui tergicristalli della sua Alfa Romeo. Soprattutto, smisi di cercarla.
Cominciai persino a mostrarmi indifferente durante le sue lezioni. La Divina Commedia, che fino a qualche settimana prima conoscevo quasi a memoria pur di impressionarla, tornò a essere per me una materia qualunque. Non prendevo più appunti con attenzione, consegnavo i compiti senza particolare cura e, quando spiegava, tenevo gli occhi sul banco.
All'inizio pensai che fosse esattamente ciò che Elena voleva.
Mi sbagliavo.
La mia indifferenza sembrò irritarla più delle mie attenzioni. Cominciò a richiamarmi per le distrazioni, a sottolineare il peggioramento dei miei risultati, a chiedermi perché non studiassi più come prima.
Io non le davo soddisfazione.
«Non so», rispondevo.
E tornavo a guardare il libro.
Più passavano i giorni, più mi accorgevo che qualcosa in lei cambiava. Non era più la rabbia evidente delle settimane precedenti. Erano piccoli segnali: una pausa più lunga quando passava accanto al mio banco, uno sguardo che indugiava qualche secondo di troppo, una domanda che sembrava non avere davvero a che fare con la lezione.
Io continuavo a ignorarla.
Era diventata una specie di partita silenziosa.
Poi compii diciotto anni.
Passarono alcuni giorni e, all'uscita da scuola, mi incamminai verso casa come facevo ogni pomeriggio. Avevo percorso appena qualche centinaio di metri quando sentii un'auto rallentare accanto al marciapiede.
Era Elena.
Abbassò il finestrino.
«Sali.»
Mi fermai e la guardai sorpreso.
«Perché?»
«Devo parlarti del tuo rendimento.»
Lo disse con il tono professionale della professoressa, ma quella spiegazione mi sembrò immediatamente troppo debole.
«Del mio rendimento?»
«Sì.»
Mi indicò il sedile accanto a lei.
Esitai qualche secondo, poi aprii la portiera e salii.
Elena ripartì senza dire altro.
Per qualche minuto nessuno parlò. La scuola rimase alle nostre spalle e le strade diventarono progressivamente più tranquille.
Poi lei disse:
«Da quando hai smesso di studiare, sei cambiato.»
Guardai fuori dal finestrino.
«Mi avevi detto di dimenticarmi di te.»
Elena strinse le mani sul volante.
«Lo so.»
«E io l'ho fatto.»
Quella risposta la lasciò in silenzio.
Poco dopo accostò in una strada laterale e spense il motore.
Si voltò verso di me.
«Sono successe troppe cose tra noi perché possiamo continuare a far finta che non sia successo niente.»
La guardai senza rispondere.
Elena abbassò gli occhi per qualche istante.
«Quello che ti sto chiedendo di fare adesso è molto diverso da quello che è successo prima.»
Fece una pausa.
«Se vuoi, questa sera vieni a casa mia. Ti devo dare una cosa.»
«Cosa?»
Un accenno di sorriso le attraversò il volto.
«Un regalo. Per i tuoi diciotto anni.»
Poi tornò seria.
«E dobbiamo parlare.»
Non disse altro.
Io rimasi seduto accanto a lei, cercando di capire se quello fosse davvero soltanto un invito per consegnarmi un regalo o se, dopo mesi di silenzi, rifiuti e provocazioni, stesse finalmente accadendo quello che avevo sognato per troppi tempo.
Quando arrivai davanti a casa sua era già buio.
Rimasi qualche secondo sul marciapiede, guardando le finestre illuminate del piano superiore. Per mesi avevo immaginato quel momento in centinaia di modi diversi, ma adesso che ero davvero lì non riuscivo a capire quale dei miei pensieri avesse qualcosa a che fare con la realtà.
Suonai.
Elena aprì quasi subito.
Indossava un semplice vestito scuro, molto diverso dai tailleur rigorosi che portava a scuola. Aveva i capelli sciolti sulle spalle.
Per un istante nessuno dei due parlò.
«Entra.»
Mi spostai sulla soglia.
«Sei sicura?»
Elena mi guardò.
«No.»
La risposta mi sorprese.
Poi fece un passo indietro, lasciandomi entrare.
La casa era silenziosa. Sul tavolo del soggiorno c'erano due bicchieri e una bottiglia d'acqua. Accanto, un piccolo pacchetto avvolto nella stessa carta color crema che avevo visto a scuola.
Elena indicò il divano.
«Siediti.»
Mi sedetti.
Lei rimase in piedi per qualche istante, poi prese il pacchetto e me lo porse.
«Questo è per te.»
Lo presi.
«Posso aprirlo?»
«È per questo che te l'ho dato.»
Strappai lentamente la carta.
Dentro c'era un'edizione rilegata della Divina Commedia.
La riconobbi immediatamente.
La stessa opera che aveva dato origine a tutto.
Passai una mano sulla copertina.
«Hai scelto proprio questa.»
Elena sorrise appena.
«Mi sembrava inevitabile.»
Poi il sorriso scomparve.
«Ma non ti ho invitato qui soltanto per darti un libro.»
Sollevai gli occhi.
«Lo immaginavo.»
Elena si sedette sulla poltrona di fronte a me.
Per qualche secondo osservò il pavimento.
«Devo dirti una cosa e voglio che tu mi ascolti fino alla fine.»
Annuii.
«Quello che è successo negli ultimi mesi non può essere cancellato. Tu hai oltrepassato dei limiti. Io ne ho tollerati alcuni più a lungo di quanto avrei dovuto. E questo non è stato giusto.»
Si fermò.
«Poi hai smesso.»
«Perché me l'avevi chiesto.»
«Sì.»
Mi guardò negli occhi.
«Ma quando hai smesso, mi sono accorta che la tua assenza mi pesava.»
Il silenzio nella stanza sembrò improvvisamente più fitto.
«E questa è la parte che mi spaventa.»
Abbassò lo sguardo.
«Perché non dovrei sentire la tua mancanza. Non dovrei aspettare di vederti a scuola. Non dovrei chiedermi perché non mi guardi più.»
Rimasi immobile.
Elena inspirò lentamente.
«Non so ancora cosa significhi tutto questo. E non voglio raccontarti una storia solo perché è quella che tu vuoi sentirti raccontare.»
Quelle parole mi colpirono più di qualsiasi dichiarazione.
Per la prima volta non ero io a inseguire lei.
Era lei che aveva deciso di aprirmi una porta.
Mi alzai lentamente dal divano e le andai incontro.
Elena non si mosse.
Le presi una mano e la tirai delicatamente verso di me. Quando fu in piedi, le passai un braccio intorno alla vita. Sentii il suo corpo irrigidirsi per un istante.
«Dovremmo fermarci», mormorò.
Ma non si allontanò.
La guardai negli occhi e mi avvicinai lentamente. Quando le nostre labbra si incontrarono, lei rimase immobile per un battito di cuore. Poi il suo respiro cambiò e le sue mani salirono sulle mie spalle.
Il bacio si fece più intenso.
Tutta la distanza che aveva cercato di mantenere per mesi sembrò dissolversi in pochi secondi. Elena si lasciò andare contro di me, stringendomi con una forza che non avrei mai immaginato.
Ci fermammo soltanto per riprendere fiato.
Lei mi guardò, con i capelli ormai scomposti e gli occhi lucidi.
«Non sai quanto tempo ho cercato di convincermi che questa cosa non sarebbe mai successa.»
«E adesso?»
Elena sorrise appena.
«Adesso non voglio pensarci.»
Mi prese il viso tra le mani e mi baciò di nuovo.
Quella volta fui io a lasciarmi sorprendere.
La tensione accumulata per mesi esplose tutta insieme: parole interrotte, risate nervose, abbracci sempre più stretti e la consapevolezza che nessuno dei due voleva più fingere che tra noi non fosse successo qualcosa.
La passione ci travolse.
Elena mi prese per mano e mi guidò verso la camera da letto. Prima di entrare si fermò sulla soglia e si voltò verso di me. Aveva negli occhi quella stessa sicurezza che mostrava in classe, ma stavolta mescolata a qualcosa di completamente diverso.
Con un gesto lento lasciò scivolare il vestito dalle spalle.
Rimasi senza parole.
Lei sorrise vedendo la mia espressione.
«Non guardarmi come se fossi ancora la tua professoressa.»
«È difficile.»
«Allora dovrai imparare.»
Mi prese nuovamente per mano e mi condusse dentro la stanza.
L’atmosfera nella stanza si era fatta pesante, elettrica, carica di una consapevolezza nuova. Elena non era più la professoressa che esigeva attenzione; ora era una donna che esigeva, e dava, totale dedizione.
Mentre il gioco dei nostri corpi si faceva più spregiudicato, Elena mi spinse verso un’esplorazione che stravolse totalmente la mia giovane educazione sessuale. La vidi spostarsi con una sicurezza disarmante, un’intenzionalità che lasciava poco spazio al dubbio. Quando decise che fosse il momento di mostrarmi la vera portata del suo desiderio, si chinò su di me con una lentezza torturante.
Non c’era la fretta impulsiva tipica dei miei coetanei. Con lei, ogni gesto era solenne, un atto di studio e scoperta. Mi fece assaporare, lentamente e deliberatamente, la pura bellezza dell’orale: un’arte che trasformò il modo in cui percepivo il piacere. Elena non si limitava a toccarmi; mi leggeva. Sapeva esattamente come e dove far crescere la tensione, utilizzando il contrasto tra la morbidezza delle sue labbra e la pressione sapiente della sua lingua.
Ogni millimetro del mio corpo, precedentemente inesplorato da quel tipo di sensazioni, divenne una scoperta sconvolgente. Mi insegnò a respirare in modo diverso, a modulare i miei impulsi secondo i suoi ritmi, in una sorta di coreografia invisibile. Era come se stesse riscrivendo, tramite quel contatto profondo, le definizioni di sensibilità che avevo sempre dato per scontate. Mi portò vicino all’abisso più volte, giocando con il mio limite, per poi allontanarsi giusto quanto bastava per farmi impazzire, tornando a nutrirsi della mia reazione come se volesse incidere ogni mia gemito nella sua memoria.
Non meno inebriante fu quando capovolse le parti. Mi fece scoprire che il mio piacere non era che una faccia della medaglia; l’altra era l’osservarla. Elena mi condusse per mano attraverso le complessità della mia stessa reazione, guidandomi in territori dove il sesso non era più una scarica di adrenalina, ma una esplorazione raffinata. Mi incoraggiò ad andare oltre le inibizioni, spingendomi a esplorarla con la stessa meticolosa devozione che lei aveva usato con me.
Il momento del rimming — un gesto che prima d’ora era esistito solo in racconti proibiti o fantasie che non osavo esternare — divenne nelle sue mani (e non solo) una danza di confidenza estrema. Mi fece comprendere che non c’era zona che non fosse degna di essere venerata, trasformando ogni forma di contatto in un tributo di assoluta nudità fisica e mentale.
Il pudore, la gerarchia scuola-studente, le norme sociali: tutto fu annientato da quella fisicità cruda e consapevole. Elena mi stava istruendo su cosa significasse la resa totale. Mi mostrava, con il linguaggio del corpo, che tra quelle quattro mura io non ero lo studente da richiamare, ma il centro del suo mondo proibito. Ogni tocco, ogni carezza insistente, ogni frammento di piacere rubato era un modo per dirmi, senza parole, che avevamo superato un punto di non ritorno dove la vergogna era un concetto che non esisteva più, sostituito da una voracità di conoscerci che mi avrebbe cambiato per sempre.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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