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Prime Esperienze

Un pomeriggio alla SPA


di PaoloSC
17.03.2024    |    9.714    |    7 9.4
"Mi tolsi la benda al volo, in tempo per osservare Carlotta in perizoma e maglietta, a piedi nudi, scendere dal futon avviarsi verso la porta e quindi uscire..."
Castelli romani, un giorno di novembre del 2014.
Francesca ed io, alla ricerca di un posto dove poter consumare la nostra passione lontani dalle mura di casa, eravamo capitati in una SPA di un noto albergo romano. L’idea di fare una sauna, di passare qualche tempo in un idromassaggio, di stare distesi a rilassarci e di avere un sontuoso massaggio di coppia ci aveva entusiasmato al punto di volerlo provare al più presto.

Nelle nostre ricerche avevamo trovato una SPA con i servizi riservati in esclusiva per due o tre ore ai castelli (per inciso, inutile chiedere dove fosse e quale fosse: non esiste più).
Prenotai e godemmo della disponibilità di doccia con cromoterapia e bagno turco, sauna e idromassaggio. Fu un’esperienza piacevole, resa ancor più piacevole dai numerosi scambi di effusioni e dall’ora di buon sesso che ci regalammo.

Non saprei dire se fosse stato più il sesso o l’idromassaggio, ma uscimmo con la pressione talmente bassa che dovemmo fermarci ad una pizzeria a taglio in zona Anagnina per rifocillarci con mezza teglia di pizza in due!
L’esperienza fu talmente positiva e gratificante che provammo un’altra volta la settimana successiva. Allora fu Francesca a telefonare per riservare lo spazio e si mise d’accordo per un martedì pomeriggio alle 15:00.

Ci presentammo al desk dell’accettazione quel pomeriggio di una giornata uggiosa, novembrina, con il freddo umido che ti entra nelle ossa salendo dai piedi, ti copri per non aver freddo ma fa troppo caldo, sudi e ti raffreddi di nuovo, e maledici il tempo e il momento in cui ti sei alzato dal letto; insomma, una di quelle giornate di merda che capitano anche a Roma, fortunatamente non così di frequente.
Ci accolse sorridente la signorina che, riconoscendoci, ci fece un gran sorriso dicendoci “Bentornati signori!”.
In quel momento suonò alla porta vetrata di ingresso un’altra coppia. La receptionist aprì, osservò e mostrò quello sguardo basito di chi affronta l’inatteso. Capimmo che c’era un problema.
“Buongiorno!” disse anche a loro con molta gentilezza e con un tono che denotava una certa confidenza.
“Ma siete qui anche voi per la SPA riservata?” chiese loro.
“Si, abbiamo la prenotazione!” rispose la lei, una donna apparentemente di oltre 40 anni, giovanile, inguainata in un paio di leggins da palestra molto attillati indossati sotto una felpa oversize.
“Si, ma è per domani!” rispose la signorina.
“No! È per oggi! Ecco il vostro messaggio di conferma!” intervenne il lui, un uomo di circa 50 anni, un po’ sovrappeso, barbuto, catenazza d’oro a vista, pendant con il bracciale portato al medesimo polso su cui era un Submariner tutto oro con il quadrante blu. Tirò fuori il suo iPhone e dopo breve ricerca mostrò lo schermo con il messaggio.
“Ma dottore, sul SMS c’è scritto domani, mercoledì, vede? Oggi è martedì!” rispose la signorina, sollevata dal fatto di non essere in colpa e di aver apparentemente risolto la situazione.

Il “dottore” osservò meglio il messaggio, lo lesse e rilesse, controllò il calendario e, resosi conto del fatto di essere in errore, sembrava risoluto a prender atto della situazione e ad andar via quando ci chiese a brutto muso: “Quanto volete per cederci la vostra prenotazione? Voi tornate domani al posto mio ed io vi ripago la benzina ed il disturbo”.
Da un signore come lui, non potevamo attenderci di meno.
Stavo per replicare quando Francesca mi fermò e, guardandomi con dolcezza, mi disse: “Amore, permettimi, rispondo io al signore” calcando la voce sul “signore”.
“A BRUTTO PEZZO DI MMERDA, CO’ CCHI CAZZO PENSI DI AVECCE A CCHE FFA??? SI NUN TE NE VAI, TE SMONTO DE SCHIAFFONI COME ER MECCANO CHE POI CE VO’ LA LAUREA PER RIMONTATTE!” proruppe tutto d’un fiato, guardandolo diritto negli occhi a brutto muso .
Il “dottore” sbarrò gli occhi, fece istintivamente un passo indietro e rispose con tono conciliante, quasi sommesso: “Scusi signora, non volevo mica offendere! È che veniamo da fuori Roma apposta e l’idea di rifare centocinquanta km in più tra oggi e domani un po’ mi rode”.
“Ma perché, scusi, da dove viene?” chiesi io.
“Da Terracina” rispose.
“Ah, vabbè!” pensai. “In effetti non è proprio dietro l’angolo. Io, in una condizione del genere cosa farei? Cercherei di risparmiarmi un altro viaggio!” continuai il mio muto ragionamento.

Il mio buon animo mi stava convincendo a non insistere, mollare ed andarcene altrove, ritornando effettivamente il giorno dopo, non per vigliaccheria, ma per il non volermi mettere a questionare.
In realtà la compagna del dottore, che fino a quel momento era rimasta indietro, sguardo a terra, visibilmente imbarazzata e comunque in atteggiamento di sottomissione alle decisioni altrui, prese la parola: “Amò, ma se ai signori je chiediamo se se la famo assieme sta sauna? Così dividemo pure la spesa in quattro!”. Certo, la pronuncia non era quella delle signore di Parioli (“Cava, ma sei poi andata assieme al Cicci dalla contessa a Capalbio?”), però il suo intervento era pacificatore, accomodante, gentile e basato sulla praticità della gente abituata a trattare con il denaro non proprio.
Guardai Francesca che aveva abbozzato un sorriso verso la ragazza: il tono era talmente conciliante che non si poteva certo volerle male.

Ragionai rapidamente.
Al di là del costo, un risparmio di un centinaio di euro in tutto, di certo perdevamo l’uso in esclusiva e quindi la nostra privacy, ma all’improvviso formulai un piano anche per quello.
Presi per il braccio Francesca, le feci il cenno di accettare e lasciai che portasse avanti lei la trattativa.
“Per noi va bene, se i signori sono d’accordo!” disse più alla receptionist che al suo dirimpettaio.
La signorina della reception non era molto convinta della parte economica, ma fu subito tacitata dal “dottore” che tirò fuori un rotolo di banconote e le disse “Aggiunga un massaggio anche ai signori, pago io!”. Alla vista delle banconote, la ragazza ebbe un flash, vidi i suoi occhi girare come i tamburi di una slot machine ed infine spalancarsi sprizzando $$$$!!! da tutti i pori.

Compulsò il giornaliero alla ricerca di spazi disponibili in quella prateria deserta che sembrava essere, vista dal mio lato, la lista degli appuntamenti giornalieri, ragionò un momento e disse:
“In effetti ci sarebbe un buco dalle 15:30 alle 16:30 e dalle 16:30 alle 17:30 per due sessioni di massaggio di coppia. Siete interessati anche voi, visto che avete la prenotazione per domani?” chiese la signorina all’altra coppia.
La donna annuì, chiedendo però mutua approvazione al suo compagno.
“Vabbè. Famose pure ‘sto massaggio!” acconsentì.
Francesca ed io eravamo già convinti: personalmente, l’idea di poter stare un’ora da soli mentre loro facevano il massaggio era quello che ci serviva, e non serviva il suo OK.
Accettammo il tutto e fummo accompagnati nel locale della SPA, mentre l’altra coppia fu fatta entrare nella stanza accanto, la sala massaggi.

“Ma veramente…” interloquì Francesca rivolgendosi alla receptionist “… ci dovreste fornire di mutandine perché noi non abbiamo portato i costumi sapendo che saremmo stati da soli”.
La signorina trasalì al pensiero: una delle caratteristiche del riservare la SPA in maniera esclusiva era proprio la possibilità di poter stare nudi senza problemi, ed il doverla condividere con qualcuno sconosciuto implicava comunque problemi.
“Attenda un attimo, signora! Vado a chiedere alla manager”.
Ritornò dopo poco recando con sé quattro paia di mutandine di carta e due fasce copriseno.
Francesca ed io ci spogliammo. Poi aprii davanti a lei la bustina dello slip, lo tirai fuori, lo indossai e OPS!!!, mi resi conto che non mi avrebbe coperto assolutamente nulla. Non solo era una taglia che stava appena appena a Francesca, ma priva com’era di una qualsiasi concavità atta a contenere il mio apparato riproduttivo, mi esponeva del tutto. Inoltre, già immaginavo, vista la consistenza del tessuto, che alla prima immersione in acqua sarebbe diventato pappa.
“Fra’, amore, forse abbiamo fatto male. Prepariamoci che dovremo di fatto stare nudi di fronte a loro – e questo non è un problema – e che purtroppo dovrai godere della efebica bellezza del “dottore” aggiunsi sottovoce.
Francesca annuì e mi mostrò la striscia copri seno che si era aperta sulla cucitura. “Non regge nulla. Chi se ne frega, non la metto” aggiunse, e gettò la striscia nel cestino.
“Frà, ma come faccio? Mi stringono da morire!” le dissi mostrandole lo slip che era totalmente aperto di lato e arrivava sì e no alla plica sottopubica mentre dietro la T-string del perizoma riusciva a malapena ad uscire dal solco intra glutei.
E mentre cercavo di sistemarle, TAC! si spezza il fianchetto elastico proprio all’attaccatura della parte anteriore della mutanda.
“Che palle!” dissi scuotendo la testa.

Intanto, nel medesimo istante sentimmo dalla stanza a fianco, separata solo da una parete in vetro traslucido dalla nostra, l’altra coppia che stava confabulando.
“Amò, ma ‘ste cazzo di mutanne so’ da donna, me tirano tutto, nun se pozzono leva’?”
“Lo so amò, puro a ‘mme me vanno un po’ strette e guarda er reggitette: s’è slentato, nun me regge gnente. Io mo’ mm’oo torgo e sticazzi se me se vedono le tette, oh!”
“Sì ma io che faccio? Guarda qui, se tiro su…“ TAC! “…o porco zzio, s’è rotta, porcoqqui!!!” …
Risata da parte nostra.

“Signori, scusate, siamo anche noi nelle stesse condizioni. Non credo che riusciremo a risolvere, visto che la qualità della biancheria monouso è questa. Quindi, o ci teniamo la nostra biancheria, oppure dobbiamo stare senza, e …amen!” dissi parlando attraverso la parete separatoria.
“Ah perchè s’è rotta pure a voi?” chiese la signora.
“Si signora, io mi tolgo tutto e così pure il mio fidanzato!” rispose Francesca con decisione, mentre mi strappava il perizoma dalle mani per gettarlo nel cestino assieme alla striscia copriseno.
“Ah, allora facciamo così pure noi, ve spiace?” ribattè la signora, con voce un po’ incerta che evidenziava un certo imbarazzo.
“E che dobbiamo fare, signora mia? O così o con le mutande nostre: ma io ‘sto coso non lo sopporto!” concluse la mia fidanzata.
“Allora arriviamo! Possiamo?” ci chiese.
“Quando volete” risposi io.

Francesca ed io ci coprimmo con il telo ma senza mettere nulla sotto.
La vasca idromassaggio
Dopo qualche secondo, bussarono alla porta. “Possiamo?”.
“Prego, prego! Entrate pure!”
Anche gli altri si erano coperti con i teli, e fu una buona cosa per vincere l’imbarazzo iniziale.
“Va bene, noi entriamo dentro al bagno turco, intanto!” dissi indicando alla mia fidanzata la porta del locale e tolsi il telo appendendolo al gancio che era sulla parete accanto alla porta. Francesca seguì il mio esempio e si spogliò anch’essa. Aprii la porta del bagno turco, il tempo di far uscire una nuvola di vapore ed entrammo.
Dalla parete trasparente osservammo l’altra coppia togliersi il telo, farsi la doccia ed entrare nella sauna.

“Ho paura che non sarà piacevole come la scorsa volta!” dissi a Francesca.
“Perché ti preoccupi? Siamo qui, tra un poco usciamo ed entriamo anche noi in idromassaggio, loro tra un po’ se ne vanno a fare il massaggio e noi avremo la SPA tutta per noi!” mi rispose ammiccando.
“Lo so, la cosa che mi dà fastidio è la costrizione a cui ci siamo sottoposti” ribattei.
“È stata una nostra scelta, no?”
“Beh, si. Avremmo potuto rifiutare ed andar via!”
“Ma non lo abbiamo fatto, e siamo qui. Per cui, prendiamola come viene e facciamo in modo di godere del buono che c’è!”. Quanto buon senso da parte di questa donna!

Passarono pochi minuti e sia noi che l’altra coppia uscimmo dai locali in cui eravamo chiusi e ci ritrovammo ad asciugarci da vapore e sudore prima di immergerci in vasca.
Cercai di non badare al fatto che il “dottore” era decisamente sovrappeso e la sua rotondità rendeva la sua dotazione abbastanza scarsa.
Di contro, la sua compagna era magra e tonica, con un corpo decisamente in forma, allenato da esercizio fisico molto all’aperto, come evidenziato dalla abbronzatura alla muratora che marcava con vari segni i limiti delle magliette, canottiere, costumi interi e bikini marcati da candori sempre più bianchi con il diminuire della superficie coperta. Di certo, non si era mai tolta un reggiseno all’aperto, e comunque le sue abitudini in termini di estetista denotavano il ricorso al rasoio più che alla ceretta.
Il seno era evidentemente rifatto, con una evidente cicatrice che partiva dall’areola e scendeva in verticale verso la plica sotto seno.

A quanto pare, non aveva nemmeno dimestichezza con anatomie maschili diverse da quella del marito perché mi squadrò dalla testa ai piedi per soffermarsi con attenzione e stupore all’altezza del mio pube sgranando l’occhio alla vista del mio pene del tutto flaccido ma di dimensioni molto superiori a quelle del suo compagno.
Il dottore invece si soffermò ad ammirare il corpo della mia bella, facendo un moderato cenno di approvazione alla vista del pube completamente glabro di Francesca, delle sue tette completamente naturali ed abbronzate e dal segno del costume lasciato dal perizoma.
Entrammo nella vasca, Francesca ed io senza curarci di esporre la nostra nudità, loro invece girandosi per evitare di mettersi in mostra.

“Scusate, ma visto che condividiamo nudi la vasca e siamo a contatto ginocchio contro ginocchio, non sarebbe il caso di presentarci?” dissi porgendo la mano alla signora.
“Io sono Paolo, lei è Francesca, la mia fidanzata/compagna di vita” mentre l’abbracciavo con la sinistra.
“Salve! Io sono Marica, e lui è Mario” disse la signora stringendomi la mano.
“Piacere Marica!” e lasciai la mano per prendere quella di Mario. “Piacere Mario!”.
Francesca fece lo stesso.
Iniziammo a chiacchierare del più e del meno.

Mario era il classico contadinotto, originario dell’agro romano. Aveva ereditato dei frutteti a Terracina assieme alla casa colonica e vi si era trasferito assieme alla madre. Poi la madre era morta ed aveva conosciuto Marica a Fondi in occasione del mercato. Marica era di Pomezia ed anche lei si era trasferita a Terracina poco prima in cerca di lavoro, ed era stata assunta da una concessionaria di macchine agricole come segretaria. In quell’occasione aveva conosciuto Mario quando lui chiese informazioni su un trattore nuovo, poi si erano frequentati e poi fidanzati.
Aveva perso il lavoro quando la concessionaria fallì e Mario le propose di occuparsi dell’azienda agricola.
Erano una coppia di onesti lavoratori, di certo abbienti, ma abituati probabilmente a misurare il prossimo per le loro ricchezze più che per le qualità umane.

Producevano frutta e verdura che rivendevano ai locali mercati, frutta che probabilmente era la stessa che mangiavamo sulle nostre tavole. Erano insieme da una decina di anni ed era una delle prime distrazioni che si prendevano, di certo la prima volta che si trovavano in una situazione del genere.
Erano difatti molto, molto timidi e la nudità provocava loro grave imbarazzo, come evidente dal fatto che stavano spesso con lo sguardo basso piuttosto che guardare negli occhi noi, loro dirimpettai.
Francesca ed io ce ne eravamo resi conto subito e, per evitare problemi noi e a loro, preferimmo stare con le spalle totalmente immerse senza mostrare nulla. Il turbinio dell’acqua nascondeva ai nostri sguardi le loro e le nostre pudenda e qualsiasi movimento “sospetto”.
Comunque, la situazione era tale per cui non c’era proprio alcun desiderio né pulsione a fare nulla di trasgressivo.

Dopo poco bussarono alla porta della SPA ed entrò una ragazzotta in divisa bianca che chiese “Chi sono Marica e Mario?”. Marica levò la mano, si girò, prese l’asciugamano da bagno, si sollevò in piedi e si coprì. Poi prese il telo per il marito e lo coprì mentre si alzava.
“Attenti a quando scendete: non scivolate, eh?” disse la ragazzotta precedendoli verso la porta.
“Chiudo, eh!” aggiunse poi verso di noi uscendo.
“Si sì!” risposi, e mi recai a chiudere la porta a chiave.
“Oh! Ora sì!” dissi a Francesca abbracciandola e baciandola.
Lei mi rispose mettendo le braccia attorno al collo e tirandomi a lei.
Ci distendemmo nella vasca e iniziammo ad accarezzarci mentre le nostre labbra si univano e le nostre lingue si accartocciavano una contro l’altra.

Feci scorrere la mia mano lungo il fianco e poi puntai dritto verso la sua vulva. Mi soffermai a carezzarle le grandi labbra con indice e anulare mentre con il medio spaziavo dal clitoride fino alla vagina e poi ancora indietro. Ribaltò indietro la testa ad esporre il suo collo sottile ed elegante ai miei baci ed alle mie carezze con la lingua e con il mento. Mi sollevai sulle ginocchia ed iniziai a scendere con la bocca verso i seni. Francesca invece uscì dall’acqua per meglio gestire il suo interesse verso la mia oramai prorompente erezione.
La cappella era lucida ed esposta al suo bacio ed alla sua lingua, mentre le sue mani scorrevano lungo l’asta in altro ed in basso, poi ristava una in alto mentre l’altra scendeva a massaggiare la sacca dei miei gioielli.
Mi prese in bocca e scese fino a toccare con il naso il pube. Sentivo la sua gola contrarsi attorno alla cappella, massaggiare il prepuzio ed il frenulo. Poi lo tirò fuori e se lo passò sulle labbra, sul viso, sul naso, sugli occhi e ancora in bocca, poi ancora le labbra scorsero lungo l’asta e quindi a baciare i testicoli. Scese ancora con la lingua fino all’ano che titillò quasi cercando di penetrarmi.

L’eccitazione era fortissima, stringevo la sua testa cercando di guidarla fino a che non mi riprese tutto in gola ed iniziai a scoparle la bocca con lenta intensità, cercando di gustare sino in fondo quel magnifico piacere.
Poi interruppi il tutto, scosso dal pensiero che toccava anche a lei godere.
Invertimmo le posizioni. Francesca si sedette fuori della vasca, le gambe divaricate in maniera assurda, ed io iniziai a possederla con la lingua, riuscendo ad infilare nel suo sesso tutta la punta e gran parte di quanto riuscii a tirar fuori dalla bocca. Poi uscii dalla sua intimità e mi dedicai con passione e massima cura a leccarle e suggerle il clitoride che nel frattempo aveva assunto le dimensioni di un cece.
Francesca mi teneva la testa in posizione mentre muoveva il bacino sul mio viso. Un sapore dolcissimo uscì dal suo sesso e mi compiacqui di leccarlo tutto.

Poi, mi sussurrò nell’orecchio, così vicino da provocarmi i brividi “Ti voglio, ora, subito. Scopami!”.
Entrai dentro di lei. Era bagnatissima e lubrificata come poche volte. Il mio membro salì verso la cervice e poi tornò indietro stimolando con il glande la zona rugosa della parete anteriore della vagina. Ripetei più volte quella manovra che provocava piacere profondo sia a lei che a me.
Era una sensazione intensa e completa. Io sentivo il suo piacere riflettersi nel mio corpo e nella mia testa. La mia testa godeva all’idea che Francesca godesse del mio piacere come manifestazione dell’amore che provavo per lei, e lei ricambiava con tutta se stessa, abbandonando la sua mente e donandomi il suo corpo.
Venimmo entrambi quasi in silenzio dopo qualche minuto, i nostri corpi squassati dal piacere reciproco. Restammo abbracciati in acqua, le pompe unico rumore a coprire il battito a mille dei nostri cuori.
Il nostro idillio fu interrotto dal bussare alla porta e dal tentativo di aprirla.
Mi alzai, mi cinsi il telo alla vita e andai ad aprire la serratura.

Era la stessa signorina che chiedeva se fossimo pronti per il nostro massaggio di coppia.
Guardai Francesca e feci un gesto con le spalle come per dirle: “Lo so, amore, tu vorresti rimanere accoccolata a me ed io con te, ma abbiamo sta palla…” e poi aggiunsi a voce: “Tanto vengono gli altri!”.
Francesca si sollevò come Venere sorgente dalle acque, si sporse a sua volta a prendere il telo appoggiato alla sedia vicino alla vasca e si paludò come fosse il sacro peplo.
La guardai con gli occhi dell’amore benedicendo il giorno che ci eravamo incontrati.

Il massaggio di coppia
La coppia Marica e Mario rientrò in stanza, lui tenendosi il telo alla vita, lei cercando di non farlo scivolare.
“Signori mi raccomando, aspettate un momento prima di entrare nella vasca idromassaggio, fate prima una doccia e toglietevi l’olio, poi entrate in sauna, poi una doccia e poi in vasca. Chiaro?” disse con un tono presupponente e quasi antipatico la signorina cicciottella insalsicciata nella divisa bianca mentre ci guidava verso la stanza attigua.
Quindi si rivolse a noi. “Signori, stendetevi sui lettini a pancia in giù con la testa verso la porta, vabbene?”. Sembrava una di quelle infermiere che ti dice quello che devi fare quando stai per sottoporti ad un esame trattandoti come un cretino e si incazza se non lo fai immediatamente. Simpatia circa meno zero. Più o meno. Anzi, meno che più.

Bussarono alla porta ed entrò l’altra ragazza, la receptionist, che si era nel frattempo infilata una divisa da estetista.
“L’altra estetista è dovuta annà via che c’aveva n’impegno. Qui c’è Carlotta che mi aiuterà a fa’l massaggio” in un misto tra romano dei castelli (il “burino”) e marchigiano, o umbro. Ma detto in un modo così scontroso da rendere la cosa quasi una minaccia.
Ci togliemmo il telo e ci stendemmo sul lettino.

“Ma signori, e la vostra biancheria?” chiese la cicciottella. “’nnamo bene, ‘nnamo. Pure chesti stanno senza mutanne, ‘sti zozzoni” la sentii chiaramente mugugnare.
Era troppo. Mi misi a sedere e dissi chiaramente: “Zozzoni ci sarete voi che lesinate sulla biancheria monouso. Comprate la roba buona che non si sfascia al primo uso e che una persona normale può infilare senza doversi sentire come un polpettone nella rete. Quindi, o ci fornisce degli slip adatti, comodi e resistenti, oppure mi fa il massaggio così e si adatta. Oppure me lo dica, io esco, mi rivesto, chiamo la titolare e poi sentiamo che mi dice.”
Ero molto, molto incazzato e Francesca se ne rese conto perché scese dal suo lettino e venne subito a prendere la mia mano per placarmi.
La cicciottella girò i tacchi ed uscì impettita sbattendo la porta dietro di lei.
Poi riaprì la porta e fece alla collega il cenno di uscire. Lei si avvicinò alla porta e l’altra le disse a voce alta: “Carlotta, io me ne vado. Fallo tu il massaggio ai signori, se ne sei capace!” disse sottolineando le ultime parole. E richiuse la porta sbattendola un’altra volta.
La sentimmo poi alzare la voce con un’altra persona, forse la titolare, che le rispose a bassa voce perché non sentimmo nulla, ma di certo in tono tale da provocare la risposta ulteriormente piccata della ragazza “Allora io me ne vado e fate come cazzo vi pare!”.

Bussarono di nuovo. La ragazza andò ad aprire ma fu chiamata fuori.
Cercammo di interpretare un parlottio concitato ma non violento nei modi. Dopo qualche tempo, la ragazza rientrò, si voltò verso di noi visibilmente turbata e ci disse: “Signori, io non sono un’estetista. Sono qui solo come segretaria, ma pensavo che avrei potuto dare una mano, visto che comunque ho lavorato in un centro massaggi” e lo disse abbassando la voce. La proprietaria si scusa per l’accaduto e mi ha chiesto di aiutarla” ci disse.
“Se volete, il massaggio ve lo faccio io, ma non sono molto esperta nelle manovre dei massaggi estetici. Però i clienti mi dicevano che ho la mano buona!” aggiunse.
Non so cosa ci convinse a restare. Avremmo dovuto prendere le nostre cose, rivestirci, pagare la nostra quota, magari chiedendo lo sconto, ed andarcene visto come stavano le cose, e comunque fare le nostre pesanti rimostranze alla direttrice del centro visto il comportamento della sua collaboratrice. Invece, vuoi la sincera gentilezza della ragazza che la sua genuina ingenuità nel dichiarare la sua impreparazione ci spinsero ad accettare la sua proposta.
“Alla peggio, chiediamo di interrompere e finiamo dove siamo arrivati” dissi sottovoce a Francesca, la quale annuì.

“Io preferirei che vi metteste su quel futon” ci disse Carlotta indicando il materasso basso che stava a terra dietro i lettini. “Se mi date una mano, spostiamo i lettini e lo mettiamo al loro posto, va bene?” chiese.
“Va bene!” dissi e mi misi in piedi, mi avvicinai a Francesca e l’aiutai a scendere dal lettino. Dopodiché, nudi come eravamo, li spingemmo uno alla volta all’angolo opposto della stanza - probabilmente in precedenza una sala da allenamento per danza o altro, tutta contornata di specchi e con il pavimento di parquet opaco.
Intanto Carlotta sistemava il futon e vi stendeva dei teli da lettino in modo da coprire la struttura.

Poi prese l’olio da massaggio, chiuse le pesanti tende alle finestre togliendo molta dell’illuminazione che trapelava dall’esterno, spense le luci nella sala lasciando acceso solo un lumetto basso ed infine aprì un momento la porta, bussò alla porta della SPA, disse agli occupanti “Vi abbasso un po’ le luci, non è più carino?” e spense anche gran parte di quelle.
La stanza dove ci trovavamo piombò nell’oscurità, appena rischiarata dalla luce fioca che filtrava dalla SPA attraverso la parete traslucida e da quella della lampada a terra.
Prendemmo i nostri teli da bagno e li mettemmo sotto di noi, ci stendemmo e ci adagiammo tenendoci per mano.
Attendemmo un paio di minuti che Carlotta ci raggiungesse. La sentivamo armeggiare in sala, distante qualche metro dietro di noi, senza però capire cosa stesse facendo. La zona in cui si trovava era dietro un paravento e non capivamo che stesse preparando.

“Eccomi signori! Ma posso chiamarvi per nome? Io sono Carlotta!”
“Io sono Francesca e lui è Paolo, Carlotta. Come ci massaggi?” chiese Francesca.
“Vi farò un massaggio che spero vi piacerà e per non farvi distrarre ma per farvi concentrare solo sulle vostre sensazioni vi benderò gli occhi. Stavo cercando di là delle fasce da adibire a bende. Spero non vi dispiacerà!” aggiunse mentre si chinava a bendare prima me e poi Francesca.

Provai ad alzare la testa per capire ma Carlotta subito me la abbassò dicendo “Tsk tsk…no no. Non si guarda!” scandendo bene le sillabe. La benda comunque funzionava bene perché non riuscii a distinguere nulla se non appena appena le ombre provocate dai movimenti.
Trafficò qualche altro momento, poi sentii che toglieva le scarpe o le ciabattine. Si mise in ginocchio tra di noi, quindi versò dell’olio sulla mia schiena e su quella di Francesca. Iniziò a massaggiare le nostre schiene con una mano ciascuno spargendo l’olio che aveva versato. Si chinò e sussurrò alle nostre orecchie: “Ora massaggerò un po’ l’uno ed un po’ l’altro con due mani. Mentre non vi massaggio, immaginate di sentire quale parte del vostro partner sto trattando, estendete i vostri sensi per sentire la pelle dell’altro”.

Iniziò con Francesca. La sentii mugolare quando probabilmente si mise a cavalcioni della sua schiena.
Dopo un po’ sentii il picchiettare del taglio delle mani sulla pelle nuda della schiena di Francesca. I rumori scendevano via via più in basso sino a diventare sordi e meno udibili. Poi risalirono e furono chiaramente all’altezza delle sue spalle, perché sentivo lo “sciack sciack” veramente accanto a me.

Si trasferì poi da me. Si appoggiò con le mani sulle mie spalle e si mise a cavalcioni della mia schiena, il suo sedere poggiato grosso modo sotto le mie natiche. Sorpresa! Sentii il contatto tra la sua nuda pelle e la mia. Ero sicuro. Non indossava di certo i fuseaux che aveva quando la vidi entrare in sala.
Non dissi nulla, non volevo metterla in difficoltà o dire cose di cui mi sarei potuto pentire più avanti, né tantomeno far agitare Francesca che sembrava non aver assolutamente fatto caso alla cosa.

Carlotta riprese a spalmare l’olio sulla mia schiena partendo dalle spalle a scendere verso i glutei.
Aveva un tocco leggero, non certo quello esperto e concreto delle altre massaggiatrici professionali che avevo provato altre volte, ma non erano nemmeno quelle carezzine che avrei assaggiato più avanti con alcune “tantriste rumenotte”, in precedenza “professioniste del materasso” poi riciclate alla prestazione da 100€ a pippa. Si dava da fare con le mani e con gli avanbracci, cercando di trasmettere energia alle masse muscolari.
Arrivò ai glutei che accarezzò per un momento, appena prima di interrompere e rispostarsi da Francesca.

Non so che cosa fece visto che ero bendato, ma ad un certo momento sentii la mia fidanzata mugolare di piacere. Immaginavo le avesse sciolto un blocco o alleviato un dolore muscolare, o forse sbagliavo?
Sta di fatto che tempo poche decine di secondi la sentii sospirare e poi mugolare di nuovo ed avvertii il contatto del suo ginocchio contro il mio, indice del fatto che aveva divaricato le gambe.

Qualche altro minuto, forse tre o quattro, e Carlotta ritornò su di me, questa volta mettendosi probabilmente in ginocchio tra le mie cosce, visto che me le fece divaricare ulteriormente.
Prese altro olio e lo fece colare sui miei glutei. Il rivolo si prolungò lungo il solco fino ad umettare l’ano e tutta la zona perineale fino ai testicoli. L’asta era in mezzo alle gambe e l’olio tiepido arrivò ad ungere anche quella.
Carlotta iniziò a impastare le mie chiappe con un massaggio che partiva dai reni e arrivava fino all’attaccatura della coscia e poi risaliva alternando ora lo scorrimento sul fianco ora l’incursione nel solco. Poi scese sulla coscia e entrambe le mani sconfinarono all’interno coscia risalendo verso il perineo. Lì trovarono sia i testicoli che la cappella del mio membro che, nonostante la precedente prestazione, era già sensibile anche al solo sfioramento. Proruppi anch’io in un verso di soddisfazione che ero certo avrebbe messo in allarme Francesca. Ed infatti, come previsto: “Tutto bene, amore?” mi chiese.
“Si, si, amore. Tutto ok. Perfetto!” dissi proprio mentre Carlotta sconfinava con le dita sul membro decisamente più turgido di prima.

Ritornò ancora una volta da Francesca e anche allora sentii la mia compagna mugolare di piacere.
“Ti fa male qualcosa?” le chiesi provocatoriamente.
“No, no, ma… che…male …e male… benissimo!” rispose ansimando tra una parola e l’altra. Capii che Carlotta aveva sconfinato in territorio proibito anche da lei. Immaginai che la nostra non opposizione avesse significato un’accondiscendenza non dichiarata nelle parole ma con i fatti e che pertanto avremmo pagato il “fio” della nostra acquiescenza. Ero curioso di capirne il costo.
Credevo si dedicasse ancora una volta a me e l’idea mi aveva ulteriormente eccitato; ci chiese invece di girarci a pancia in su. Il problema era che ero teso come un paletto da tenda: un conto è avere il cazzo eretto ma steso tra le gambe, ed un altro essere libero di esternare la propria erezione senza costrizioni.

Carlotta versò altro olio sulla mia pancia e, credo, su quella di Francesca. Poi, come in precedenza sulla schiena, lo spalmò con una sola mano contemporaneamente a me e al mio amore. Solo che questa volta la mano birichina andò ad urtare più volte contro il mio pisello che non aveva alcuna intenzione di stare fermo e di non intralciare. Carlotta fece scivolare la mano attorno alla base e poi risalendo urtò l’asta più volte. Immaginavo che lo stesso stesse facendo con Francesca. Vedevo nella mia mente quella mano birichina soffermarsi sul suo pube, titillarle il clitoride e poi risalire in alto verso la pancia, lo stomaco, il petto, i seni.

“Uhhh!” fu il mio grugnito di piacere non tanto per le carezze che stavo provando quanto per l’idea che si andava formando in mente. Una sottile linea rossa che partendo dalla mia nuca scendeva lungo il collo, attraversava l’addome, si inerpicava per il mio membro in quel momento nella mano di Carlotta, poi, seguendo quel corpo come tramite, scendeva con l’altra mano sul pube di Francesca e da lì risaliva alla testa della mia amata per unire le nostre menti in un comune piacere.

Carlotta abbandonò il mio corpo per dedicarsi a quello di Francesca. La sentii aumentare l’intensità e la frequenza del respiro, ed iniziò quasi ad ansimare. Conoscevo quei versi: erano il preludio ad un orgasmo.
“Posso togliere la benda?” chiesi.
“No!” risposero entrambe, all’unisono.

Qualche secondo dopo, Carlotta si ridedicò a me. Come in precedenza, si mise in mezzo alle gambe e con entrambe le mani mi massaggiò il tronco partendo dal petto a scendere verso l’inguine e poi, ancora verso le cosce. Trattò la parte come un unicum senza soluzione di continuità, passando dalla piattezza dello stomaco all’Everest del mio cazzo e poi all’abisso del mio perineo, risalendo per le valli delle cosce e ancora indietro.
Ad un dato momento prese con entrambe le mani la mia asta, fece su e giù un paio di volte, poi prese un po’ d’olio e lo colò sul glande scoperto. Fece scivolare ancora un paio di volte il prepuzio, controllò con il palmo chiuso che la cappella fosse ben oliata.

“Ora potete togliere le bende e dedicarvi a voi stessi. Io vi ho scaldati ed oliati. Ora tocca a voi!” ci sussurrò poggiando le mani su entrambi i sessi.
Mi tolsi la benda al volo, in tempo per osservare Carlotta in perizoma e maglietta, a piedi nudi, scendere dal futon avviarsi verso la porta e quindi uscire dopo aver raccolto la sua roba.
Mi girai verso Francesca, la baciai, salii su di lei e la penetrai di nuovo.
Facemmo l’amore appassionatamente, mantenendo il silenzio che fino ad allora aveva contraddistinto la nostra sessione di massaggio.

Dopo un po’ fummo avvisati che il tempo era finito. Ci rispostammo nella zona spa - nel frattempo lasciata dall’altra coppia - ove avevamo i nostri abiti. Ci facemmo una doccia, ci rivestimmo ed andammo a pagare. Scoprimmo che Mario e Marica avevano saldato tutto loro. Chiedemmo alla titolare un telefono per poterli ringraziare ma per motivi di privacy non ci fu possibile ottenerlo.
Carlotta ci salutò con un bacio, ci fece l’occhiolino e ci disse: “Siete una bella coppia. In altra occasione vi avrei chiesto di poter rimanere con voi, ma ho preferito così”.

Tornammo un'altra volta ancora in quella SPA ma la trovammo fredda, il bagno turco rotto e la sauna che raggiungeva si e no 30 gradi. L’acqua dell’idromassaggio era fredda ed i motori funzionavano male. In compenso, il personale era ancor più scostante della “signorina grassottella” della volta precedente. E comunque, Carlotta non stava più lì.

Peccato. Le belle cose durano sempre troppo poco.

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