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Relazioni pericolose (p.3)


di Membro VIP di Annunci69.it PaoloSC
27.04.2024    |    6.366    |    9 8.7
"Francesca cedette e ruotò il busto verso di me..."
PERCHÉ QUANDO UNA DONNA È INCINTA SI DICE CHE È IN STATO INTERESSANTE?

Rientrai a casa con un vassoio di paste ed un mazzo di fiori per mia moglie. I miei sensi di colpa mi avevano spinto a pensare a lei ed a cancellare tutto il risentimento che provavo a causa dei suoi capricci che mi avevano portato ad un passo dalla catastrofe lavorativa. In più, il fatto di aver ricevuto la notizia che sarei diventato padre mi aveva sconvolto. Non che avessi ancora metabolizzato la cosa, né ero certo che Francesca avrebbe accettato la situazione, ma ritenevo corretto usare gentilezza e un po’ di amore verso quella donna che avrebbe potuto darmi la più grande responsabilità per un uomo, la paternità.
Aprii la porta di casa e mi recai in cucina cercando di non fare rumore. Misi le paste su un vassoio assieme ai tovaglioli di carta ed una bottiglia di spumante che avevo già in fresco.
Presi il vassoio e mi recai in soggiorno ove credevo di trovare Francesca, stesa sul divano. Non c’era.
Andai in camera da letto e non c’era, ma sul letto c’erano le sue cose, i suoi vestiti, il reggiseno. Le scarpe erano accanto al letto e più avanti gettate per terra c’erano i suoi slip. Andai verso la porta del bagno. Poggiai il vassoio sul letto e bussai: nessuna risposta.
Provai ad entrare in bagno ma la porta era chiusa a chiave. Bussai più volte ma senza risposta. Avvicinai l’orecchio alla porta e sentii chiaramente l’acqua della doccia che scorreva. Bussai allora più forte chiamando Francesca a gran voce. Iniziai a preoccuparmi, mi chinai per vedere se la chiave era nella toppa e vidi che non era bloccata. Corsi di là a prendere un giravite e cercai di spingere la chiave fuori. Dopo qualche tentativo, sentii il tintinnio della chiave che cadeva a terra. Corsi a prendere la chiave passe-partout che avevo dentro al cassetto del mio comodino ed aprii la porta. Trovai Francesca seduta sotto l’acqua, rannicchiata nella doccia, che singhiozzava. Chiusi il rubinetto, mi chinai a sollevarla e mentre la tenevo con un braccio presi il suo accappatoio e la coprii per asciugarla. Poi la strinsi al mio petto e la baciai più volte sulla fronte, sulle labbra, sul viso fino a che non iniziai io stesso a piangere dal dolore e dalla commozione.
“Amore mio, perché piangi?” le dissi.
“Perché ho paura!” confessò.
Mi si strinse il cuore. In fin dei conti, anch’io avevo paura. E non solo della paternità, ma del fatto che il nostro rapporto, inutile negarlo, da qualche mese non era più soddisfacente.
Ero profondamente innamorato di Francesca, ci eravamo fidanzati solo due anni prima di sposarci, la nostra relazione era una cosa seria, tra adulti consenzienti e consci che non si poteva giocare con i sentimenti degli altri.
Certo, fino alla Grecia, l’ultima vacanza da fidanzati, mi ero lamentato spesso per la scarsa attitudine al piacere di mia moglie. Non è che non le andasse o non godesse, ma aveva sempre dato l’impressione che il sesso per lei era un optional, un accessorio gradevole non indispensabile. Poi, quella vacanza la fece ricredere. Fu come se avesse aperto un cassetto pieno di sorprese e ne avesse goduto tirandone fuori una dopo l’altra in un crescendo di godimento.
Non so cosa avevo in testa quella volta, ma il ricordo di Francesca che era scopata da un altro e che mi chiedeva di farlo anche con me mentre l’amica la baciava e la leccava ancora oggi mi sembrava talmente assurdo che non riuscivo a capacitarmi del fatto di aver accettato tutto questo senza fiatare.
E non è che dopo il matrimonio le cose fossero cambiate molto, almeno nell’approccio. Francesca aveva sviluppato un appetito sessuale spaventoso. Mi chiedeva sempre lei di essere scopata, cercava di svegliarmi e di eccitarmi con leccate, masturbazioni, strusciamenti a letto e fuori, accompagnati da improvvisi attacchi in luoghi pubblici come quella volta all’Auditorium di via della Conciliazione quando mi chiese di accompagnarla all’intervallo in bagno, mi trascinò nel bagno delle donne, mi slacciò i pantaloni e mi fece un pompino nell’antibagno mentre la gente bussava da fuori chiedendo di aprire la porta. “Mia moglie si è sentita male e ho dovuto aiutarla con il vestito” risposi inventando una balla a chi mi chiedeva come mai fossi nel bagno delle signore. O tipo quella volta al cinema quando prese la mia mano e se la passò in mezzo alle gambe per farmi sentire che non portava gli slip, per poi farsi masturbare ed avere un orgasmo squirting che bagnò completamente la poltroncina davanti a lei mancando di poco la testa della signora davanti…
Insomma, Francesca in quelle condizioni mi faceva tenerezza, mostrando una fragilità che sembrava non appartenerle, soprattutto dopo il matrimonio e dopo la Grecia. Mi accostai ancor di più a lei per cercare di smontare quella sovrastruttura di astio reciproco che avevamo eretto tra noi più o meno inconsciamente negli ultimi tempi. Allora la presi tra le mie braccia e la baciai sulle labbra. In un primo momento mia moglie si ritrasse, poi però si lasciò andare, aprendo la bocca alla mia lingua ed iniziando a mulinare la sua. Aprii l’accappatoio ed infilai le mani a cercare il suo seno, i suoi capezzoli. Lei rispose favorendomi ed inarcando il busto verso di me. Ci alzammo, ma Francesca mi bloccò: “Spogliati, ti lavo io!” ed iniziò a slacciarmi la camicia. Preso da una profondissima ed intensa eccitazione l’aiutai togliendomi al volo le scarpe ed i pantaloni, mentre lei passava a sfilarmi i boxer.
Mi sfilai saltellando i calzettoni e nudo come un verme ma con una vistosa erezione entrai nella doccia sotto il getto che nel frattempo Francesca aveva aperto e regolato. Poi lei si tolse l’accappatoio ed entrò con me; prese la spugna, il sapone liquido ed iniziò ad insaponarmi tutto il corpo indugiando di più sul pene, sullo scroto, sui glutei mentre mi abbracciava e mi baciava, talora mordicchiandomi le labbra, talora succhiandomi la bocca.
Iniziò a torturarmi i capezzoli con le dita. Non ricordavo di essere così sensibile alle sue carezze da quelle parti ma Franci, non contenta, si chinò e ne prese uno in bocca mentre continuava ad insaponarmi il pisello in quella che era diventata di fatto una sega celestiale. Ad un certo punto mi spostò sotto il getto dell’acqua e mi sciacquò dal sapone, sempre continuando in quella lenta masturbazione, fino a che non fu tutto pulito
Si chinò allora in ginocchio e me lo prese in bocca, prima gustando la sola cappella, poi scorrendo tutta l’asta con la lingua fino alla base ed infine prendendolo tutto in bocca riempiendosi la gola e iniziando di fatto a scoparmi con la sua bocca in quello che era uno dei suoi migliori deep-throath mai fatti.
Stavo per venire e glielo feci capire; lei interruppe il pompino, uscì dalla doccia dopo aver chiuso l’acqua, prese il mio accappatoio e me lo infilò. Poi prese il suo e fece altrettanto. Ci abbracciammo e ci asciugammo, mi prese per mano e mi condusse al nostro letto. Si distese, aprì l’accappatoio, allargò le gambe e tendendomi le braccia mi disse “Ti prego, fammi tua, fammi sentire che mi ami ancora!”.
Come avrei potuto rifiutarmi? Come avrei potuto sopravvivere ai sensi di colpa vedendo mia moglie che mi desiderava e voleva fare la pace a tutti i costi nel modo più incruento possibile e più bello in assoluto?
Mi stesi su di lei, con la mia mano cercai la sua fessura e vi introdussi il mio membro. Fu una sensazione stupenda. Tutti i neurorecettori erano sintonizzati su di lei, mi sembrava di vedermi da fuori mentre scopavo mia moglie lentamente, appassionatamente, intensamente.
Francesca rispose abbandonandosi al piacere, ansimando, aprendo le gambe e accogliendomi sempre più profondamente nella sua intimità bagnata. Mi chiese dopo un po’ di girarmi sulla schiena, si mise a cavalcioni e mi prese il cazzo con la mano strusciandolo sulla sua vulva avanti ed indietro, poi titillando con la cappella il suo clitoride, poi ancora avanti ed indietro sulla vagina. Quindi, con un movimento deciso, lo prese e lo spostò sullo sfintere, ci si appoggiò sopra, attese che il culo si dilatasse e poi mi accolse fino in fondo. Iniziò quindi a fare su e giù mentre io le massaggiavo il clitoride e le inserivo un paio di dita dentro la sua fica grondante.
La stimolazione fu intensa, il piacere fluì nelle sue viscere fino a che venne con un potente schizzo che mi bagnò tutta la pancia, il petto, fino al viso. Continuò però a sbattersi su di me, incurante o quasi del fatto che lo stava prendendo completamente in culo.
“Fra, sto per venire!” le dissi.
“Si, amore, si, vieni, fammi sentire come vieni dentro di me, ti prego! Riempimi, schizzami dentro, dai!” mi sussurrò.
Mi lasciai andare e venni con un potente getto dentro di lei una, due, tre volte. Poi tirai fuori l’uccello e andai in bagno a lavarmi.
“Perché lo hai fatto?” mi chiese.
“Perché …era sporco!” risposi
“Non è mica la prima volta!” ribattè.
“Amore, nelle tue condizioni, da ora è meglio stare un po’ più attenti, non credi?”
Non lo avessi mai detto! Francesca si rabbuiò, chiuse con un gesto stizzoso l’accappatoio e scappò in bagno sbattendo la porta dietro di sé.
Raggiunsi Francesca un’altra volta in bagno, mi sedetti accanto a lei e cercai di raccoglierle i capelli bagnati. Mi chinai a baciarla sul collo e dietro le orecchie ma mi dette uno spintone. Piangeva singhiozzando. Possibile che la gravidanza le stesse generando tutti questi scompensi?
Non demorsi e mi riavvicinai di nuovo, questa volta accarezzandole la schiena da sopra l’accappatoio.
“Fra’, amore, scusami. Ti sei arrabbiata con me ma credo di capire che sei preoccupata per la tua situazione. Volevo tranquillizzarti: se fosse stata così dura, il genere umano non sarebbe sopravvissuto e, soprattutto, oggi non ci sarebbero tante donne che lavorano. Credo quindi che tu ti stia preoccupando un po’ troppo. Però io sono qui con te, vicino a te. Ti prego, guardami! Girati, dai!” e cercai di girarla verso di me.
Francesca cedette e ruotò il busto verso di me. La abbracciai stretta stretta e la baciai con dolcezza sul collo, sulle orecchie, poi sulle labbra ed infine cercai la sua bocca. Lei rispose all’abbraccio e ad al bacio, cercando anche lei la mia lingua.
La riportai in camera e la adagiai di nuovo sul letto; le presi il viso tra le mani, obbligandola a guardarmi negli occhi.
“Ascoltami, sei una donna intelligente, colta, bella. Hai una laurea in medicina e la specializzazione in chirurgia estetica. Hai un corpo statuario, lineamenti morbidi e graziosi. Sei un modello per i medici tuoi colleghi che vogliono studiarti per poter migliorare le loro pazienti. Di cosa hai paura? Del fatto che con il parto ingrasserai? Non è detto, e non è necessario. E comunque, sono certo che il tuo ginecologo saprà gestire la tua fame ed il tuo peso. Hai paura delle smagliature? Sei giovane, esistono creme e trattamenti che eliminano del tutto il rischio, me lo hai spiegato tu. Hai il terrore che ti si slabbri la patatina? Prima di dire, vediamo se sarai in grado di fare un parto naturale o cesareo. Se dovessero operarti, sai perfettamente che la cicatrice è minima e poi, manco si vede. E comunque, puoi sempre farti una plastica localizzata, dopo.
Il seno? Ti crescerà che ti sembrerà di avere due tettone, allatterai, si sgonfierà e poi, con ginnastica e altre creme, tornerà meglio di prima. E allora di cosa hai paura?” le dissi tutto di un fiato.
“E se non ti dovessi piacere più? E se durante la gravidanza non ti piacesse più fare sesso con me?”
“Con quel culo? Dubito che possa rifiutarmi a fartelo ogni volta che melo chiederai!”
“DEFICIENTE!” e tentò di darmi uno scappellotto con una mano. Gliela bloccai. Cercò quindi di darmene un altro con l’altra mano. Le bloccai pure quella. Allora la avvicinai a me con uno strattone e la baciai di nuovo, questa volta di forza. Poi le liberai le mani, le slacciai l’accappatoio, lo aprii e mi inginocchiai in mezzo alle gambe. La leccai con passione il clitoride, le grandi labbra, le infilai la lingua nella vagina. Francesca era molto più reattiva del solito e partecipò visibilmente. Entrai dentro di lei senza alcun tipo di preparazione. Mi appoggiai, spinsi un attimo e fui lì, a stantuffarla. Questa volta durò poco. Venne copiosamente un’altra volta con uno schizzo caldo e violento che mi bagnò tutto il pube. Mi tirai indietro al volo per consentirle di schizzare ancora, poi ripresi a scoparla. Altri cinque minuti e venne di nuovo, urlando di piacere. Durò una mezz’ora durante la quale Francesca squirtò in tutto sei volte: ma dove aveva tutto quel liquido? Aveva schizzato fuori forse mezzo litro, se non di più, visto come erano ridotti il pavimento e la sovraccoperta del letto.
Ci abbandonammo al riposo. Francesca si addormentò quasi subito profondamente ed io approfittai per distenderla sul letto e coprirle il corpo. Le misi inoltre un asciugamano in testa per non farle prendere aria con i capelli bagnati e mi misi ad osservarla.
Aveva qualcosa di diverso. Come se qualcuno l’avesse magistralmente truccata per dare risalto alla compattezza ed al colore della pelle. Come se il suo viso fosse leggermente più gonfio all’altezza degli zigomi, una cosa quasi impercettibile, ma apprezzabile. Come se il suo incarnato emettesse una sorta di luminescenza, un alone di bellezza.
Il famoso “stato interessante”.
Ripensai a quanto avvenuto negli ultimi tre giorni e mi si gelò il sangue al pensiero che ero stato con un’altra donna appena saputo che mia moglie era incinta. E che l’altra donna avrebbe potuto ricattarmi, facendomi pagare cara questa scappatella.
A meno che…

Quel week end Francesca ed io avevamo deciso di fare vita casalinga.
Uscimmo giusto per fare un po’ di spesa e visto che mia moglie aveva avuto un po’ di nausea, la domenica pomeriggio mi fermai in pizzeria per prendere un po’ di pizza rossa ed un paio di pezzi di pizza bianca. Arrivati a casa, sistemai io la spesa mentre Francesca si spogliava e si metteva un po’ sul letto. Accesi il forno e infilai la pizza a scaldare, misi del prosciutto e del formaggio sul piatto da portata e preparai il vassoio. Poi tagliai la pizza a quadratini e la misi su un altro piatto. Aprii una bottiglia di coca cola e presi una bottiglia d’acqua. Misi tutto sul carrello da portata ed andai in camera.
Francesca era sdraiata sul letto in camicia da notte, solo i piedi coperti dalla sovraccoperta.
“Amore, hai voglia di un pezzetto di pizza bianca con prosciutto? O vuoi quella rossa?” le chiesi.
Lei mi rispose con un conato di vomito a secco. Si alzò di corsa per andare a vomitare in bagno ma tornò dopo pochissimo in stanza senza aver rigettato nulla. Capii l’antifona, presi tutti e portai via di nuovo in cucina. Le portai solo un bicchiere di acqua e citrosodina, l’unica cosa che sapevo le avrebbe dato giovamento anche se era null’altro che un palliativo. Prese il bicchiere, ne sentì l’odore e lo scolò in pochi sorsi. Mi ripassò il bicchiere vuoto con un sorriso di gratitudine.
Misi un film in VHS pirata preso da un giro di amici, “Compagni di scuola” di Verdone e tornai in cucina, mi strozzai un paio di pezzi di pizza ed un bicchiere di coca e ritornai in camera, accoccolandomi accanto a lei.
Dopo mezz’ora, cadde addormentata. La infilai sotto le coperte e mi spogliai, mettendomi a letto accanto a lei con un libro in mano.
Non riuscii a leggere molto, avevo in mente il dito di Daniela che mi puntava contro ricordandomi che ero sotto scacco. Poi, in uno di quei momenti di trapasso dalla veglia al sonno, quando il pensiero viaggia leggero e veloce, ebbi l’illuminazione.
Mi addormentai, avendo intravisto una via d’uscita.


COMPLOTTI E MAGHEGGI

La mattina successiva mi svegliai stranamente lucido. Ricordavo perfettamente cosa avevo pensato (o sognato?) e mi trovai a mettere in fila i vari pezzi del mosaico che avevo visualizzato in mente per un attimo la sera prima.
Mi alzai, preparai la colazione a mia moglie (the e fette biscottate con marmellata d’arancia amara), le lasciai un biglietto con su scritto “Questa è la colazione per te. Mangia qualcosa. Ci sentiamo per telefono. Resta a letto. Ti amo” ed uscii.
Arrivai in ufficio e mi detti immediatamente da fare per terminare il lavoro ed organizzare la presentazione del nuovo sistema esperto al MacFrut. Avevo però bisogno di Daniela per curare la parte ospitality. Doveva organizzare il rinfresco ed il pranzo riservato tra il Capo di Gabinetto (e la sua segretaria particolare), il mio AD ed il presidente dell’Unione Produttori nonché segretario nazionale di una famosa cooperativa bianca. Ovviamente non avrei partecipato ma avrei lasciato il posto alla segretaria particolare dell’AD, di certo molto più esperta di me.
La chiamai pertanto al telefono.
“Daniela buongiorno! Quando puoi, potresti cortesemente fare un salto da me per vedere tutte le cose per la Fiera?” le dissi con tono gioviale e cortese.
“Buongiorno Paolo! Ben arrivato! Facciamo così: tu mi inviti a prendere il caffè ed io poi salgo con te così ti dico” mi rispose con un tono un po’ meno amichevole. Purtroppo non potevo non accettare, ed ero curioso di vedere le sue carte in mano di quella lunga partita che avevamo appena iniziato a giocare. Si, avevo pianificato le cose in modo tale che, se fossero andate bene, avrei potuto togliermi parecchie soddisfazioni. Ma avevo bisogno dell’aiuto di mia moglie.
Scesi al piano terra, entrai in segreteria e salutai per prima Marina, l’arcigno capo della segreteria, la tenutaria dei segreti aziendali.
“Buongiorno Marina! Buon inizio settimana! Passato bene il week-end?” le chiesi più per posa che per interesse; sapevo perfettamente che Marina era una zitella acida, una gattara, che usciva di casa solo lo stretto indispensabile. Peraltro abitava in campagna verso Riano, in un casale sperduto ed isolato. La leggenda narrava che una notte fosse stato assaltato da alcuni zingari in cerca di soldi e di argenteria i quali, vista la proprietaria con i bigodini in testa armata di mattarello, fuggirono via spaventati e preoccupati. I più cattivi raccontano che invece li avesse colti in flagranza e che, alla sua richiesta di essere violentata, questi fossero scappati urlando. Restava il fatto che era temuta ed odiata. Personalmente non avevo nulla contro di lei, mi chiedeva sempre notizie di mia moglie da quando le avevo portato la bomboniera. Credo che fosse però più interessata al fatto che fosse un chirurgo estetico che ad altro.
“Quando sono lontano da voi, sto bene. Quando torno qui, sto male, soprattutto quando vedo certa gente” disse ammiccando nemmeno tanto velatamente a Daniela. Si odiavano, ma Marina era intoccabile. Si dice che fosse stata assunta direttamente dal Mega-Presidente in persona e che conoscesse talmente tanti segreti che nessuno aveva il coraggio di romperle le scatole. E comunque, sapeva fare bene il suo lavoro.
Daniela mi tirò un’occhiataccia sbuffando. “Va bene, se vuoi fare salotto con Marina, fai pure, io vado a prendere il caffè”.
“Vai, vai pure, cara. Tanto, che tu ci sia o non ci sia, è assolutamente uguale. Buon caffè!” disse polemicamente la virago.
“Ah, dott. Paolo, potrebbe cortesemente portarmi un caffè quando torna?” mi chiese quindi, sapendo che non avrei potuto dirle di no.
“Certamente Marina, è un piacere. Gradisce anche un cornetto?” le chiesi con sincero interesse, provocando un’ulteriore occhiataccia di Daniela, che mi fece poi pesare la mia proposta.
“Era necessario che tu le dicessi di si a quell’arpia?” mi chiese con tono acido.
“Daniela, l’educazione non è un optional. Lo sai come la penso al riguardo. Non ho simpatia per Marina, la trovo antipatica, indisponente, talmente scostante che prima di chiederle qualcosa è meglio leggere l’oroscopo e consultare le previsioni del tempo! Però, se una persona ti chiede qualcosa con cortesia, perché rifiutarsi?” ribattei. Su questo non transigevo. Non ero disposto a sconti e adesso Daniela era passata nella mia lista delle persone da tenere d’occhio e controllare.
“Allora, Daniela, oggi dovremmo fare il punto della situazione e fare il check di tutto qui da noi prima che tu ti trasferisca a Cesena, la prossima settimana!” le dissi mentre ci recavamo al bar per il caffè.
“Come «mi trasferisco a Cesena»?” interloquì fermandosi di botto e guardandomi in tralice.
“Si, bisogna che tu vada lì prima per organizzare il dopo evento. C’è da prenotare il ristorante, vedere l’albergo, selezionare le hostess, l’accompagnatrice del Capo di Gabinetto del Ministro...tutte cose che devi fare tu, mica io…O credi che sia il caso di parlarne con il Boss?” le risposi, imbruttendola.
“No, no… hai ragione. Ma tanto devi venire anche tu su con me, no? Andiamo assieme, no?” rispose, anche lei imbruttendomi.
“Ma, se vuoi venire con noi, io mi porto Francesca, ha bisogno di me in questo momento, si prende una settimana di vacanza e abbiamo deciso di stare assieme” ribadii, certo di averle inferto un bel colpo.
“Ma dai! Viene Francesca? Si, bellissimo! Sono molto contenta. Si, ottimo, vengo su con te e lei. Hai prenotato l’albergo? No, non ti preoccupare, penso a tutto io!” mi disse con fare sospetto. Ebbi immediatamente la sensazione che la mia mossa avrebbe provocato altre situazioni rischiose. Evitai tuttavia di interloquire ulteriormente: meno parlavo, in questo caso, e meglio sarebbe stato.
Rientrammo in ufficio e salimmo direttamente nella mia stanza. Andai alla lavagna di ardesia (unica concessione personale che avevo richiesto direttamente a Michele ed Antonio) e scorsi la checklist che aveva quasi tutte le voci con un segno di spunta positivo, mentre ne rimanevano con un punto interrogativo solo tre: prova generale sul posto, logistica personale e logistica ospiti. Della prima ero il diretto responsabile, delle altre due ne aveva l’onere Daniela. E nessuno avrebbe potuto imputare a me eventuali suoi fallimenti o distrazioni, visto che era il suo lavoro, il suo ambito operativo in cui aveva sempre dimostrato grandi capacità e competenze. Sempre.
“Allora, la fiera inizia la prossima settimana, martedì. Noi dobbiamo approntare lo stand per lunedì, quindi giovedì pomeriggio partiamo in modo da essere lì venerdì e poter seguire tutto l’attrezzaggio. Io porto con me un computer, per sicurezza. Quindi, se vuoi venire con noi (e rimarcai il noi affinché non se ne dimenticasse), ricordati che non avrò molto spazio in macchina per i bagagli. E giacché viene Francesca che è una che non conosce il significato del concetto viaggiare leggeri, immagino che avrò il bagagliaio pieno tra baule suo, sacca mia e computer. Inoltre, sappi che io stesso devo portarmi almeno un paio di vestiti, visto che stiamo fuori una settimana abbondante”.
“Hai ragione. Non ci avevo pensato. Ma ho io la soluzione. Mandiamo su il tuo computer, il monitor, tutto quello che ti serve con i ragazzi che allestiranno lo stand. Tanto, partono con il furgone giovedì mattina, ed è giusto che lo gestiscano loro. Non è questo computer, no?” indicando il pc sulla mia scrivania.
“No. È quello che sta giù in laboratorio”.
“Ottimo. Allora dopo vado giù e lo etichetto. Poi chiamo i ragazzi e lo faccio imballare per bene. Tranquillo, sarà tutto fatto benissimo. C’è altro che dobbiamo mandare su giovedì mattina oltre ai depliant, all’allestimento dello stand e al tuo computer?” mi chiese.
“Beh, ricordati che dobbiamo comunque mandare su altri due computer per la registrazione dei visitatori allo stand. Ah, ricorda di selezionare due ragazze carine come standiste. Una potrebbe essere …come si chiama la ragazza bionda che sta nella stanza di sviluppo delle applicazioni su Unix? Monica? Monia? Mi pare molto sveglia oltre che molto carina” le dissi, buttandole lì un osso da mordere.
“Monia? Mah… non so se sia indicata. Troppo seria. Serve una che sia…partecipativa.”
“In che senso partecipativa?”
“Nel senso che… lascia perdere, so io chi coinvolgere. È una delle tue. Quella che lavora come sistemista in Guardia di Finanza.”
“Ma chi? Cristina? Scordatelo, quella è matta scocciata. È … uff… se trova uno che le va a genio, è capace di mollare tutto e farselo lì sui due piedi!” dissi preoccupato delle conseguenze.
“Appunto. È la persona giusta. Hai presente che significa avere uno stand in una mostra piena di contadini arrapati?” rispose. “E me ne serve pure un’altra come lei.”
“Daniela, non credi che sia quanto meno inappropriato?” le dissi
“Paolo, io penso alle cose mie, tu pensa alle tue” mi rispose seccata con un tono che non ammetteva repliche. “Tua moglie è a casa?” mi chiese quindi.
“Si. dovrebbe essere a casa. Perché?”
“Perché voglio parlarle. Perché ho bisogno di lei” mi rispose.
“E per cosa?”
“Tu non ti preoccupare!”
“Ma è mia moglie!”
“Solo quando ti fa comodo, eh? Però quando scopi con le altre, ti dimentichi che è tua moglie!” insinuò.
Rabbrividii e credo sbiancai al pensiero di essere anche velatamente oggetto di pressioni indebite.
“Prova a fare qualcosa di solo simile al ricatto ed io ti distruggo. Io posso mandare a puttane il mio matrimonio, peraltro già compromesso, posso perdere la mia posizione qui in azienda, ma di aziende ne esistono tante ed io sono maledettamente bravo nel mio lavoro. Però, se ti sputtano, e sai che posso farlo, tu sei fuori. Puoi solo cambiare lavoro, ma chi darà un posto di responsabilità all’ex amante dell’Amministratore delegato che se l’è fatta, per gioco o per dovere, con un suo sottoposto, raccontandogli una serie di aneddoti piccanti sul suo capo e sulle sue avventure?” dissi con tono velenoso.
“Io non ti ho raccontato nulla. Tu non sai nulla!” rispose veementemente.
“Basta che io metta in giro il sospetto. Ricorda, la calunnia è un venticello…” le dissi ricordando il brano de “Il Barbiere di Siviglia” di Rossini. “A nulla serviranno le tue smentite. Sarà la paura che tu ti sia fatta sfuggire qualcosa che ti condannerà. E la mia piena confessione al capo di averti scopato ed inculato in tutte le posizioni, riempito tutti i tuoi orifizi e fatto bere tutto il mio sperma. Secondo te, chi che ci rimette di più?” ribattei con cattiveria.
Ricordo che Daniela trasalì e, fatto inusuale, tacque. Avevo sicuramente fatto centro a mia insaputa. Si era resa conto che la sua posizione non era di vantaggio, ma era traballante almeno quanto la mia.
Dopo qualche istante di silenzio, disse, con voce bassa, quasi esile “Suppongo che tu abbia ragione” concluse con un singulto, quasi mandando giù un rospo non tanto metaforico.
“Paolo, ascolta!” mi disse.
“Stai zitta. Non voglio sentirti. Credevi di potermi gestire, trattare come un bimbetto, il tuo giocattolino, uno sgabellino su cui salire per poter arrivare al ripiano più in alto, vero? Beh, hai sbagliato i tuoi conti”.
“Ascoltami, ti prego. Devo spiegarti. Tu credi di essere al sicuro, ma non è così. Il Boss ha deciso di metterti alla prova, con questo progetto. Lui non ci crede, dice che non porterà a nulla e quando sarà chiaro il fallimento, avrà in mano le armi per far fuori te, Antonio e Michele per sostituirli con i suoi protetti, e tu sai di chi parlo” mi disse prendendomi per il braccio e girandomi verso di lei. In effetti, conoscevo i protetti del Boss, ed era gente che veniva da un’altra azienda, gente che non stimavo ma che era tenuta in grande considerazione dal top management, molto ammanicata con un certo partito e con il relativo milieu milanese.
“E con ciò?” le dissi con un certo disprezzo. Quella gente era nella mia lista nera da sempre, non li sopportavo, non avevano il minimo senso etico, per loro l’importante era raggiungere l’obiettivo a qualsiasi prezzo, anche a costo di vendere la propria madre. O la propria moglie.
“Se non puoi battere il tuo nemico, fattelo amico”. Toccò a Daniela fare una citazione dotta, attribuita a Caio Giulio detto il Cesare, un politico sopraffino oltre che ad uno dei più grandi strateghi militari di tutti i tempi.
“Cioè? Tu proponi di coalizzarci contro il Boss per farlo fuori? Ti rendi conto di quanto sia ridicola la cosa?” le dissi.
“No, non per fare fuori il Boss. Per fare fuori i suoi. Non ti credere, ho milleuno motivi per avercela con loro; non ultimo, un Tavolo12 in quattro. Io e loro tre. Tu, in confronto, sei stato un piacevole diversivo!” mi disse.
Ora capivo il motivo del suo bluff e del fatto che avesse provato a sfruttarmi per ottenere un vantaggio personale.
“Ok. Va bene. Vediamo se ho capito. Tu avevi il compito di non fare andare a buon fine la presentazione, o meglio, l’incontro con il Capo di Gabinetto per poter poi addossare la colpa addosso a me, Michele e Antonio. Con il tuo aiuto, il Boss avrebbe fatto fuori noi tre, mettendoci in condizione di dover andare via, ed il nostro posto sarebbe stato preso dai tre desperados. Tu avevi però bisogno di mia moglie per mettermi in ulteriore difficoltà e costringermi a distrarmi per farmi sbagliare, corretto?”
“Una cosa del genere” annuì.
“E tu, magari, ne avresti approfittato per stringere amicizia con Francesca per sfruttarne le conoscenze del mondo del suo Professore, ovvero, le mogli della maggior parte dei pezzi grossi romani, politici, imprenditori, dirigenti, banchieri, eccetera. È così?” conclusi il mio ragionamento.
“Sapevo che sarebbe stata dura. Il Boss secondo me ti ha sottovalutato!”, così Daniela annuendo confermò la validità del mio ragionamento.
“E ora vuoi cambiare squadra in corsa perché ti sei resa conto che saresti troppo ricattabile da parte dei tre… si, il Bello, il Brutto ed il Cattivo. E vuoi che Sartana esca fuori allo scoperto” le dissi citando alcuni noti film western di vent’anni prima dei quali avevo appena visto una retrospettiva assieme a Francesca in un cinema d’essai a Roma.
Daniela annuì silenziosamente.
Volevo però capire il motivo per cui voleva coinvolgere Francesca
“Mi spieghi perché vuoi parlare con Francesca?” le chiesi. “Cosa devi chiederle? Cosa hai in mente?”
“Ho bisogno di aiuto. Se vuoi sopravvivere anche tu, dobbiamo stare dalla stessa parte. E tua moglie potrebbe essere di grande aiuto.”
“In che senso?”
“Ho bisogno del suo charme e della sua bellezza per distrarre le bestie mentre io mi gestisco l’Onorevole.” mi rispose.
“E sai cosa intendo” aggiunse.
“Distrarre in che senso, scusa?” le chiesi.
“Se stesse con me allo stand mentre ci sono le bestie, sarebbe poi facile per me allontanarmi e fare quel che devo fare. Anzi, tocca a noi fare quel che dobbiamo fare. E lei tiene a bada i tre, visto che comunque, non si permetterebbero mai di fare nulla con lei in tua presenza o sapendo che comunque sei dietro l’angolo. Sono bestie, ma vigliacchi” concluse.
“Scusa, ma io che c’entro?” chiesi incuriosito.
“Dovrai aiutarmi con la segretaria dell’Onorevole. Non vorrai che io ce l’abbia in mezzo ai piedi mentre…” e fece un verso eloquente con il viso e con le mani.
“Ok, ma non pensare che mi vado a scopare una mai vista e conosciuta per farti un piacere. Non me ne può fregare di meno dell’Onorevole e della sua assistente, in questo momento” dissi un po’ piccato.
“A parte che ti piacerebbe, perché l’assistente è stata Miss Cinema qualcosa nel 1980 ed è una splendida ragazza, e poi non devi scoparti nessuno. Basta che la inviti a pranzo, che me la distrai. E qui serve Francesca, col fatto che è un chirurgo estetico, andiamo a dama!” spiegò.
Iniziavo a farmi un quadro un po’ più ampio della situazione. I dettagli ancora mi sfuggivano, ma una cosa era certa: Daniela era una donna molto pericolosa, ed il Boss aveva commesso un grave errore a sottovalutarla.
“Mai sottovalutare la donna che hai tradito: al momento opportuno, ti farà passare la sete con l’osso del prosciutto” recitava il mio Nostromo di bordo quando da giovane guardiamarina prestavo servizio a bordo di Nave Lupo. E l’osso del prosciutto di Daniela era grosso, nodoso e molto, molto salato.
Capii che dovevo assecondarla ed aiutarla, se possibile.
Francesca mi avrebbe supportato, di certo. Ma non so come avrebbe preso la cosa. Sapere di essere usati per scopi non del tutto edificanti non fa mai piacere. E soprattutto, essere appena entrati nel secondo mese di gravidanza non facilita le cose, né fisicamente né tantomeno psicologicamente. Decisi pertanto di far spendere tempo e risorse a Daniela. Che ci pensasse lei.
“Daniela, Francesca la coinvolgi tu. Chiamala tu, parlaci, invitala a pranzo, a cena, al the, fai quel che ti pare.”
“Quel che mi pare?” mi chiese alzando un sopracciglio.
“Beh, nei limiti della decenza e del fatto che comunque è mia moglie!” risposi un po’ imbarazzato.
“Allora ci penso io. Ora dove sta?” mi chiese.
“Immagino stia in clinica. Oggi aveva due interventi come prima assistente del Professore. Mi ha detto che uno era una plastica per quell’attrice inglese, l’altro un’addominoplastica per la moglie del Senatore” le risposi. “Però credo che all’ora di pranzo sia libera. Se vuoi, chiama il centralino della clinica e chiedi di lei. Dì che sei la mia segretaria e che la stai cercando per conto mio, poi ci parli tu” le suggerii.
Daniela seguì il mio suggerimento e contattò Francesca all’ora di pranzo. Usò il mio telefono e chiamò di fronte a me.
“Francesca buongiorno, sono Daniela, la segretaria di Paolo, ti ricordi di me?” le disse.
“Certo Daniela, mi ricordo perfettamente. Quella sera al locale per la festa dello scorso Natale, giusto?” rispose mia moglie.
“Si, esatto. Pensa che ricordo perfettamente il tuo stupendo tubino nero di Versace. Solo tu potevi permettertelo, con quel corpo da favola che ti ritrovi” le disse.
“Cara mia, se c’è qualcuna che non ha bisogno dei miei servigi sei proprio tu!” le rispose Francesca.
“Senti, Franci, avrei bisogno di parlarti, avrei necessità del tuo aiuto. Per questo vorrei invitarti stasera a cena, in modo che ti spiego tutto. Magari facciamo venire anche Paolo” le disse con tono più serio.
“E che genere di aiuto ti serve? Non mi dire di chirurgia estetica perché non riuscirai mai a convincermi di usare il bisturi su di te!” ribatté mia moglie.
“No, no. Niente chirurgia, anche se un pensierino per rifarmi le tette ce lo avrei! Ma le voglio come le tue! Diciamo che mi servono il tuo savoir faire, la tua bellezza e la tua fama. E la tua testa, ovviamente. Ma ti spiego tutto stasera. Dimmi di si!”
“Mah, Daniela, non saprei. Devo sentire Paolo, e sinceramente non mi sento molto bene in questi giorni. Non riesco a mangiare, sono spossata e ho continue nausee!”
“Non sarai incinta? No, vero?”
“Senti Daniela, non so se ce la faccio. Ti prometto che ci proverò. Ora mi sento con Paolo e poi ti dico” concluse.
Vidi Daniela che stava per dire che ero lì, presente, e mi misi un dito davanti alla bocca per tacitarla. Non volevo proprio che Francesca sapesse che avevo assistito alla chiamata, perché mi avrebbe sicuramente accusato di averla messa in difficoltà, soprattutto con la storia della gravidanza.
“Va bene Francesca. Allora aspetto una tua chiamata. Vuoi che ti passo Paolo?” le disse con un tono molto più professionale e distaccato.
“No, grazie, non ti preoccupare. Finisco il frullato e poi lo chiamo. Tanto tra un po’ devo rientrare in sala operatoria per l’altro intervento” aggiunse. “Paolo lo chiamo io, tranquilla. Ti faccio sapere, allora. A più tardi!” e chiuse la chiamata.
“Che ne pensi?” mi chiese Daniela.
“Sinceramente non mi è sembrata interessata. Credo che dovrai spiegarle per bene come stanno le cose” le risposi. “Dove vuoi andare a cena, questa volta? Spero non alla Svizzerotta!” insinuai.
“No, stasera vi invito a casa mia. Senza problemi, ho la donna che può preparare la cena. Tanto sarà una cosa molto informale, se Francesca accetta”.
“Perché non glielo hai detto? Magari era più facile per lei accettare!”
“Non so, non mi è venuto in mente. Diglielo tu quando la senti. Poi mi dici. Ora vado giù a finire di controllare che sia tutto a posto” concluse alzandosi dalla poltroncina di fronte a me.
“Mi raccomando!” mi disse uscendo dalla mia stanza.
Squillò il telefono, presi la cornetta e risposi. Era Francesca.
“Ciao amore. Come ti senti?” chiesi.
“Potrei stare meglio. Oggi le nausee sono state più forti. Ho paura che qualcuno se ne accorga e mi chieda qualcosa. Lo sai che mi si è già ingrossato il seno? Ho il reggiseno che mi tira da morire. Mi sa che vado a togliermelo. Mi dà veramente fastidio! Tu come stai?”
“Preoccupato per te!”
“Per me? E per cosa? Lo hai detto tu: è solo una gravidanza, e se fosse stata una situazione così problematica, il genere umano non sarebbe sopravvissuto e non sarebbe cresciuto così tanto in numero!” mi rispose, riprendendo la mia obiezione del giorno prima.
“Io non sono preoccupato per la gravidanza, ma per il tuo equilibrio psicofisico. Ieri mi hai impressionato. Per fortuna che alla fine sei tornata la mia Francesca. Non mi hai mai parlato di Dede. Come mai, piuttosto?” la sfrucugliai.
“Per un po’ vorrei stare lontana da Domitilla. Diciamo che non mi è piaciuta come ha preso la mia gravidanza. Prima «Che bello sarò zia» poi «Eh però ingrasserai, dovrai stare attenta! Io voglio la mia amichetta bona!». Ti dirò, mi ha fatto proprio incazzare” mi spiegò.
Non ho mai capito come facesse Adriano a stare con una moglie schizzata come Dede.
“Dimmi, avrei un po’ da fare”. Volevo che fosse lei a raccontarmi la telefonata di Daniela, anche se ero assurdamente curioso di come fosse andata la loro conversazione e ansioso di sapere cosa le avesse raccontato.
“Mi ha chiamato Daniela” iniziò.
“Daniela? Chi? La nostra segretaria?” le chiesi con tono incredulo.
“Si, lei” mi rispose.
“E cosa voleva da te? Un appuntamento con il Prof?”
“No, no, solo parlarmi di un problema che ha e per cui mi avrebbe chiesto di aiutarla. Ne sai nulla tu?” mi chiese a sua volta.
“Non ho idea di cosa stia parlando” mentii spudoratamente.
“Strano, perché mi ha detto che tu sapevi tutto!”. Eccaallà. Primo check: fail.
“Fra, se mi chiedi di sapere che cosa ti ha detto Daniela, posso solo fare l’indovino. In questo momento ha necessità di concentrarsi sull’organizzazione del convegno a cui sto lavorando da quindici giorni e sulla gestione di tutta una serie di attività… diciamo…collaterali” e chiusi lì, evitando di proseguire ma sapendo che avrei dovuto fornire delle spiegazioni.
“A me ha detto che mi avrebbe spiegato stasera ma che avrebbe bisogno del mio savoir faire e della mia bellezza. A me pare un po’ dissociata”.
“Per quanto concerne stasera, si, lo so. Mi ha chiamato prima per ringraziarmi di averle dato il tuo numero e che stasera ci aspetta a cena a casa sua. Il resto posso solo immaginarlo.”
“E cioè?”
“Che vorrà proporti di aiutarla nell’organizzazione della parte conviviale, il ricevimento, l’intrattenimento di certi politici, insomma, hai capito, no?” la buttai lì, cercando di dire senza dire.
“Paolo, o mi spieghi o non mi ti filo per niente e stasera da Daniela ci vai tu, da solo, ma poi non rientrare in casa, eh?” mi rispose seccamente.
“Fra, ho capito che c’è un po’ di bufera qui in azienda ed io ci sono coinvolto in qualche modo, soprattutto perché c’è una cordata di gente che mira a far fuori Michele e Antonio e, ovviamente, anche me che sono un loro uomo, in un certo senso. E tutto dipenderà dal successo di un certo evento, un convegno che si terrà la prossima settimana a Cesena ad una mostra di macchine agricole. Noi siamo lì con uno stand ma, soprattutto, con una mia idea che dovrebbe essere illustrata in questo convegno alla ricerca di un supporto politico. Però le cose non sono facili come te le sto raccontando. Noi abbiamo molti nemici e pochi amici in ambito politico, nel settore dell’agricoltura tutto è in mano alla concorrenza, per cui qualsiasi nostra iniziativa è vista come una invasione di campo inaccettabile. Inoltre, qualcuno che proviene da altre aziende è stato assunto da poco qui per portare buone influenze su certa parte politica, ma questi stanno giocando molto sporco con noi e dobbiamo capire come difenderci” cercai di spiegarle.
“Scusa, ma non posso raccontarti tutto, almeno non per telefono e non da qui” le dissi cercando di chiudere il discorso. Non so perché, ma in quel momento guardai l’apparecchio e mi ricordai delle targhette che erano attaccate ai telefoni al Ministero della Marina: “Il telefono è uno strumento di comunicazione non sicuro”, un modo burocratico per dire “Taci che il nemico t’ascolta”.
“Allora, Fra, ti passo a prendere a casa alle sette. Ce la fai? Non serve che ti vesti in maniera particolare: è una cena informale e saremo solo noi tre” le dissi sperando di prevenire il classico «Che mi metto?».
“Dove abita Daniela?” chiese.
“Di preciso non lo so, mi pare dalle parti dell’EUR, a te non ha detto nulla?”
“No, nulla. Allora, visto che l’Eur è dalla parte opposta, passo a prenderti io alle sette in ufficio, tanto da Monte Mario a Prati è un attimo e io posso farmi la doccia e cambiarmi qui in clinica, ho tutto, lo sai!” mi spiegò.
“In effetti è una buona idea. Io sono in motorino, magari ci fermiamo al ritorno per riprenderlo” le ricordai.
“Ok. Giurami che se sai qualcosa di più mi chiami. Soprattutto se vieni a sapere che non saremo da soli. Non mi va di farmi vedere vestita normale da altri”
Che palle! Possibile che le donne avessero solo questo pensiero?
“Ok amore, ti faccio sapere. A dopo” e chiusi la chiamata.
Mi dedicai a chiudere le attività ed a controllare che il materiale da spedire fosse tutto pronto, poi chiamai Daniela.
“Daniela, ricordati che quando viene il trasportatore voglio essere presente anch’io. Voglio controllare che la roba sia perfettamente stivata ed assicurarmi che non si possa rompere né prendere scossoni. I dischi fissi sono delicatissimi e anche se parcheggio le testine, il rischio che un urto me li possa rompere è alto” le dissi.
“Poi, per stasera come rimaniamo? A che ora dobbiamo venire Francesca ed io?”
“Direi per le otto e mezza, o anche alle otto, se vuoi. Prima non credo di farcela” mi rispose.
“No, no, prima delle otto è impossibile. Francesca ha detto che mi passa a prendere per le sette, ma conoscendo i suoi tempi e come gestiscono gli appuntamenti i medici., dubito che potremo essere lì prima delle otto, otto e un quarto”.
“Per me va benissimo!”
“Piuttosto, non mi ha dato l’indirizzo. Non so dove abiti, non conosco casa tua” le aggiunsi.
“Sono a viale della Musica, al numero 20. Viale della Musica è quella strada che parte da via Laurentina all’altezza del distributore Agip e arriva a Via dell’Arte di fronte al palazzo dei Congressi” mi spiegò per telefono. “Il numero 20 è sulla destra venendo dal Palazzo dei Congressi” completò l’informazione.
“Ok. A più tardi lì” ringraziai ed attaccai.
Richiamai in clinica mia moglie, attesi che me la passassero e mi rispose dopo pochissimo.
“Stavo per andare a prepararmi per l’intervento. Vado un po’ di fretta. Dimmi” mi rispose concitata.
“Volevo dirti un paio di cose. La prima è che l’appuntamento a cena è per le otto, otto e un quarto all’Eur, in pratica al laghetto. Mi fermo da Costantini a prendere una bottiglia di vino o una di prosecco?” le chiesi.
“Ma non so, prendi il prosecco, ma solo se è freddo. Se no prendi del rosso, si beve a temperatura ambiente. Scegli tu. Ovviamente non hai chiesto cosa c’è da mangiare, immagino!”
“Ovvio che no. Ok. Prendo del rosso non troppo corposo.”
“E la seconda?”
“La seconda? Che ti amo!”
“Io pure, e lo sai. Se fossi qui, te lo dimostrerei, tu sai come” mi sussurrò
“Anch’io avrei una mezza idea su come dimostrartelo!” le rispondo, intendendo chiaramente quale sia la mezza idea. “Ti aspetto più tardi qui” le dissi.
Dopo un po’ mi recai in enoteca a Piazza Cavour e, consigliato da Costantini in persona, presi due bottiglie di Negroamaro di una cantina a me sconosciuta ma di garantita bontà e qualità. “Vino da donne, dotto’. Si lasci servire!” mi disse mentre incartava le bottiglie e mi dava il resto di una banconota da 50.000 lire.
Presi la busta e mi recai di nuovo in ufficio. Avevo da controllare ancora un paio di cosette sulla presentazione perché, si sa, sicuramente c’è sempre qualcosa che non hai verificato che, al momento meno opportuno, provocherà un problema. Si, perché le leggi di Murphy, soprattutto la terza «se c'è una possibilità che varie cose vadano male, quella che può arrecare il danno maggiore sarà la prima a farlo» sono sempre lì a ricordare come, per quanto ci si sforzi di pensare a come evitare i problemi, esiste sempre qualcosa di non preventivato che “ti manda in vacca la festa”.
Verso le cinque del pomeriggio feci una chiamata in clinica da Francesca. Mi rispose la caposala del reparto che mi disse: “la dottoressa sta per terminare l’intervento; entro una mezz’ora sarà fuori dalla sala operatoria e la faccio richiamare. Lei è il marito no?”.
“Si sono il marito. Usi la cortesia di farmi richiamare. Sono in ufficio al mio diretto” le risposi. Immaginai il viso arcigno di una vecchia infermiera che faceva smorfie al telefono al mio indirizzo, reo di aver osato disturbare la dottoressa, per quanto mia moglie. Immaginai che non sapeva della prossima maternità, perché altrimenti un cenno di complimento lo avrebbe fatto.
Le chiesi io, invece: “Ma mia moglie sta bene? Intendo, lei sa se ha avuto problemi?”
“Che tipo di problemi, scusi?”
“Mah, problemi di stomaco, di digestione” dissi senza voler far intendere nulla.
“No, non mi pare, almeno non da quando sono di turno io. Anzi, se mi permette, ho visto sua moglie in ottima forma, quasi radiosa. Forse ha preso mezzo chilo di peso che le sta benissimo!” aggiunse.
Ringraziai e la pregai di farmi richiamare.
Decisi all’improvviso di raggiungere Francesca in clinica.
Richiamai immediatamente e chiesi questa volta direttamente della caposala. Questa volta il suo tono fu un po’ più conciliante.
“Potrebbe invece dire a mia moglie che… anzi, mi aiuti. Vorrei farle una sorpresa. Esco ora dall’ufficio e vengo lì in clinica. Lei la trattenga con una scusa e la faccia aspettare. Tanto io sono in Prati e entro venti minuti sono lì, giusto il tempo di arrivare a Piazza Cavour a prendere il tassì” e così feci.
Presi di corsa tutta la mia roba e corsi fino al parcheggio dei tassì. Per fortuna ce ne erano tre in attesa. Salii sul primo e gli detti l’indirizzo.
“Per favore, in fretta. Ce la facciamo ad arrivare in un quarto d’ora?” gli chiesi.
“Dottò, stia tranquillo, non lo famo nasce prima che lei sia lì. Volo!” mi rispose. Aveva immaginato che stessi andando al parto di mia moglie. In effetti, la clinica era molto famosa per l’ostetricia, meno per la chirurgia estetica.
“Dottò, pe’ nna’ de corsa dovemo fa’ la direttissima. Si nun me vomita in machina, famo in un lampo.”
Per i non romani, la direttissima era il nomignolo affibbiato alla strada che scalava Monte Mario da Piazzale Clodio, tutta curve a raggio variabile che stringevano all’improvviso, spesso portandoti a sbattere contro i muretti o i guardrail, e con un asfalto liscio che bastava un po’ di pioggia per diventare scivoloso quanto il ghiaccio.
“Ok, ma facciamo presto, per favore!” gli risposi, per nulla preoccupato.
Corse come un pazzo raggiungendo Piazzale Clodio da Via della Giuliana, bruciando almeno tre semafori rossi. Non contento, fece una svolta proibita a sinistra per imboccare la famigerata Via dei Cavalieri di Vittorio Veneto, per l’appunto, la direttissima, che percorse come un forsennato sbandando a destra e a sinistra. Quando arrivammo in cima alla salita, passò con il rosso il semaforo all’incrocio con la Trionfale nella quale si immise andando a tavoletta. Fortunatamente, la clinica era lì a pochi metri. Si fermò con gran stridore di gomme davanti all’ingresso “So’ venticinquemila, dotto’”. Tirai fuori dalla tasca la molla ferma soldi e gli passai tre banconote da dieci. “Il resto mancia, no? Grazie dotto’”. ‘Tacci sua, un’altra curva e vomitavo sul serio. Credevo di avere in viso un colorito giallo più intenso di quello del tassì.
Entrai in clinica con la busta delle bottiglie in mano, mi avvicinai alla reception e chiesi di mia moglie. Una cortese signorina con la cuffia da telefonista mi chiese chi la cercasse e le risposi “Il marito”. Lei molto gentilmente chiamò il reparto, si mise in contatto con la capo sala e mi disse poi di raggiungere il reparto stesso.
“La caposala l’aspetta” mi disse.
Mi recai all’ascensore, premetti il piano e attesi che si fermasse al giusto pianerottolo. Uscii e proprio di fronte all’ingresso c’era la stanza della caposala. Bussai alla porta e dissi: “Sono il marito della dott.ssa Francesca” ma non feci in tempo a terminare che la caposala, contrariamente alla mia immaginazione persona molto gradevole e gentile, mi fece accomodare e mi disse: “Lei è molto fortunato, sa? Sua moglie è molto forte, ma non mi frega. E le nausee in gravidanza possono essere veramente fastidiose!” mi sussurrò.
Sbiancai. Ero certo che Francesca non volesse far sapere del suo stato: nelle sue condizioni, la gravidanza avrebbe potuto significare notevoli problemi lavorativi, soprattutto tra medici, ove il maschilismo era imperante.
“Mah, per favore, eviti di dirlo in giro!” le risposi a bassa voce.
“Ma non c’è bisogno di dirlo. La dottoressa al termine dell’intervento, mentre si stava cambiando, è svenuta. Per fortuna c’era la ferrista accanto a lei, che mi ha chiamato immediatamente. Tranquillo, sta benissimo. Solo uno svenimento da fame. Ha confessato di non mangiare da quasi una settimana a causa delle nausee, ed era molto debole. Le abbiamo dato acqua e zucchero e misurato la pressione. Ora sta benissimo, ma mi raccomando, non la faccia strapazzare! Noi ci teniamo, è la nostra mascotte. E poi, secondo noi è più brava del Prof. Ha veramente le mani d’oro. Lo sa che già qualcuno inizia a chiedere di essere operata direttamente da lei? Dicono che le sue cicatrici sono quasi invisibili!” aggiunse.
Ero molto orgoglioso di mia moglie, ma non vedevo l’ora di abbracciarla.
“Posso vederla?” chiesi timidamente.
“Certo, ma ora credo si stia facendo la doccia. Sua moglie non sa che lei sta qui, ma sono contenta che lei sia venuto, così potrà portarla lei via da qui, magari a mangiare qualcosa. Mi raccomando, la faccia mangiare. E dica a sua moglie di chiamarmi per qualsiasi cosa: io, prima di tutto, sono un’ostetrica. E so già che vostra figlia sarà femmina. E io c’azzecco sempre!” concluse.
“Lo sa che me lo sentivo? Io glie l’ho detto già sabato, che mi sentivo che sarà femmina!” risposi, entusiasta della notizia e contento per aver trovato una brava persona che si sarebbe comunque presa cura di Francesca durante la gravidanza.
“Ora, dottore, si metta lì in sala d’attesa. La chiamo io quando sua moglie esce dalla doccia e potrà andare a farle una sorpresa” mi disse indicandomi la stanza accanto a quella di fronte, ove entrai e mi misi a sedere.
Tempo qualche minuto, la caposala mi chiamò e mi fece strada verso lo spogliatoio dei medici ove trovai mia moglie in procinto di vestirsi, ancora con il telo attorno al corpo e l’asciugamano a mo’ di turbante in testa.
“Ciao amore!” e corsi a baciarla.
Lei fu sorpresa di vedermi, glielo lessi negli occhi ma, soprattutto, non si scompose quando per abbracciarmi le cadde il telo a terra lasciandola totalmente nuda. Mi chinai a raccoglierglielo e glielo rimisi attorno al corpo per salvare un minimo le apparenze.
La ribaciai di nuovo e le dissi “Non riuscivo ad aspettarti in ufficio, così ho preso un tassì e sono venuto da te. Contenta?”
La sua risposta fu un altro bacio sulla mia bocca. Le sue labbra erano morbidissime e avrei voluto mangiargliele, ma già l’erezione premeva contro i pantaloni e contro il suo pube e non era assolutamente né il luogo né il momento. Anche Francesca se ne accorse e mi disse in un orecchio “Se non sapessi che tra un po’ arrivano dei colleghi, ti spoglierei e ti scoperei per un paio d’ore, qui e subito anzi, come piace a te, hic et nunc” mentre con la mano mi accarezzava il basso ventre.
Mi staccai da lei a fatica mentre ammiravo il suo spogliarello al contrario. Infilò con calma un perizoma, poi le calze autoreggenti, le scarpe con il tacco alto ed infine, un vestito di tessuto leggero a fiori a chemisier strizzato in vita da una cinta. Si sciolse il turbante, prese la spazzola e si spazzolò i capelli lunghi fino alle spalle; infine prese la trousse del trucco, si mise davanti allo specchio per abbellire l’occhio e marcare un po’ lo zigomo.
Dopo qualche minuto apparve la caposala che si rivolse a mia moglie “Francesca, mi fai la cortesia di mangiare stasera qualcosa? Prendi della pasta, della carne, possibilmente al sangue, un po’ di verdura ed anche un po’ di frutta. Se vuoi bere, limitati ad un bicchiere di vino e per favore, non fumare!” le disse.
“Me lo prometti?” aggiunse mentre le sistemava una ciocca di capelli.
Mia moglie le rispose abbracciandola e dicendole “Te lo prometto. Grazie di tutto!”
“Sappi tesoro che non dirò nulla. Per adesso, è il nostro segreto. Ma ricordati che, a prescindere dal tuo ginecologo, voglio che tu mi ascolti. Ti prego, fatti aiutare. Sei troppo bella e brava per finire nelle grinfie di un presuntuoso medico che dice ad una collega quel che deve fare. Questo è un compito da donne. Ed io, prima di essere una ostetrica, sono stata madre. Mi credi?”
“Certo che ti credo, Alessandra. E tranquilla, di te mi fido ciecamente” e le dette un bacio sulle guance per ringraziarla e salutarla.
Salutai anch’io la caposala e la ringraziai per l’aiuto. “Si ricordi” mi disse “che la salute di sua moglie e sua figlia dipendono anche da lei e da quanto le farà contente. E si ricordi anche che una donna incinta ha bisogno di coccole ed attenzioni sia a casa che a letto!” e mi fece l’occhiolino.
“Su quello non c’è rischio!” rispose mia moglie ridacchiando.
“Meglio così” ribatté Alessandra, salutandoci ed accomiatandosi.
Presi Francesca sottobraccio ed andai alla sua macchina. Le aprii la porta – cosa che raramente facevo – e la feci salire in auto; poi mi misi alla guida e ci incamminammo verso l’EUR.

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