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Prime Esperienze

La mia prima volta


di PaoloSC
02.04.2024    |    10.740    |    14 9.9
"“Ti fa male?” mi chiese indicandomi il pisello che aveva un po’ di rossore diffuso all’altezza del frenulo..."
La prima volta, in spiaggia​

Breve racconto autobiografico.
Rimembranze della mia prima esperienza sessuale.
Bella e duratura nei cassetti della memoria come tutte le prime volte.
Non abbiatevene se sarò breve. È solo un fugace, blando, sbiadito ricordo di quasi cinquant’anni fa.
Ah, more solito ho cambiato toponimi, nomi, particolari che potessero riportare al personaggio reale del quale voglio assolutamente mantenere l’anonimato.

Era l’estate del 1976, o forse la successiva. Cambia poco.
Patrizia, la mia seconda ragazza, colei a cui regalai la mia verginità, era una ragazzona alta, bionda, dinoccolata. Camminava sgraziata, portando in avanti la spalla assieme alla gamba dello stesso lato, conferendole una postura ed un’andatura strana, quasi surreale.
Aveva un bellissimo corpo da diciottenne. Magra, fianchi larghi, una seconda di seno, gambe lunghissime, viso carino, tratti delicati. Avrebbe potuto fare la modella, se non fosse che non sapeva proprio muoversi. Era semplicemente goffa e sgraziata.

Ci eravamo conosciuti allo stabilimento balneare, lei che veniva dalla città di provincia, io dalla grande città, nella piccola cittadina turistico-balneare ad un centinaio di km a nord di Roma, in terra etrusca.
Dopo un paio di giorni, senza particolari corteggiamenti, ci provai. La baciai sulla bocca, lei schiuse le labbra e le nostre lingue si toccarono, poi si aggrovigliarono mentre le nostre membra si stringevano in un amplesso.
Eravamo al mare, sotto l’ombrellone. Ricordo perfettamente alcuni particolari, altri sono sbiaditi. Il mio Port Cros che mal conteneva la mia erezione, il suo bikini nero JPS che era così sottile da disegnarsi sulla pelle, piccolissimo per lo standard dell’epoca.
La musica dal jukebox sotto la veranda suonava Europa, di Carlos Santana.
Il suo dischiudersi, aprirsi verso di me per poi ritrarsi improvvisamente: “Paolo sei matto? Ci vedono!” quando provai a toccarle un seno.
Il mio ridistendermi a pancia in giù: maledetto il Port Cros e chi lo aveva inventato!
“Perché ti sei steso?” mi chiese imitandomi e condividendo il mio telo da spiaggia.
“Perché… ho un problema” risposi imbarazzato.
“Quale problema?”
“Questo.” Mi girai verso di lei per mostrarle la mia erezione, la punta della cappella che faceva capolino dall’elastico del costume.
“Ih ih!” risatina semi imbarazzata con la mano davanti alla bocca. Però si soffermò a guardare fino a che non mi misi di nuovo a pancia in sotto.
“Ma ti faccio questo effetto?”
“No. È solo un’impressione. Aspetta che ti possa abbracciare sul serio!” le dissi sfrontatamente.
Il fatto è che ero vergine. Avevo una profonda conoscenza teorica sulla materia. Sapevo citare a memoria ogni porzione infinitesimale dei genitali femminili come e meglio di tanti esperti, riportando dimensioni, scopi, funzioni, anche le più frequenti patologie.
Sapevo come funzionava il congiungimento tra i due sessi avendo assistito a centinaia di fedeli descrizioni in foto e video, molte delle quali in Super8.
Sapevo del miracolo della vita che si scatenava da un’eiaculazione prematura all’interno di una vagina di una donna in età fertile, nel suo periodo fertile, se priva di protezione.
Sapevo anche di avere un organo di dimensioni ragguardevoli che però era stato toccato con mano solo un paio di volte, escluse le infinite sessioni di autoerotismo autoinflitte.
Insomma, credevo di sapere tutto e invece non sapevo un cazzo.
Come è normale che sia quando alla teoria non si affianca la pratica.

Mai come quella volta apprezzai il consiglio del Maestro Alberto Manzi: Non è mai troppo tardi.
E difatti, successe che ebbi anch’io la mia prima volta.

“Pat, andiamo a fare il bagno al largo? Prendo il pattino” le proposi.
“No, oggi non posso. Però domani, se vuoi, andiamo alla spiaggia di San Marco” rispose.
La spiaggia di San Marco era una spiaggia desolata, raggiungibile solo a piedi via mare dopo aver parcheggiato l’auto in una pineta subito dietro al tombolo.
La spiaggia era non presidiata, naturalmente sporca dei rifiuti e dei residui portati dal mare e abbandonati dalla furia degli elementi.
Era caratterizzata da una miriade di tronchi disposti a formare ripari improvvisati, giacigli per coprirsi dal sole o per nascondersi dagli sguardi di eventuali passeggiatori.
La sabbia era in alcuni punti nera, ricca di ematite e di polvere ferrosa. Diventava infuocata, ma concedeva un’abbronzatura intensa in poco tempo. L’acqua era meravigliosa, vista la lontananza da qualsiasi tipo di scarico da insediamento umano o agricolo in zona. Insomma, una sorta di Paradiso terrestre, isolato e difficile da raggiungere, che garantiva la necessaria intimità.

Il giorno dopo passai a prenderla a casa sua, una villetta su due piani in mezzo a numerosi pini mediterranei, a bordo della mia Austin Sprite MK2 del 1962, dono di mio padre per la mia maturità.
Come tutte le spider inglesi, l’operazione di togliere e mettere la capote era particolarmente laboriosa perché era necessario smontare il telo, attaccato con una serie di bottoni automatici e di blocchi a levetta, sfilarlo dai supporti posteriori, sfilarlo dalla guida sotto il parabrezza, piegarlo ed infine, smontare il traliccio e segmentarlo in due parti. Una sequenza che necessitava di almeno dieci minuti da solo, poco più della metà in due.
Suonai il clacson e Patrizia corse fuori.
“Corri corri!” mi disse salendo in macchina con una certa disinvoltura, (troppa per essere la prima volta in una spider inglese: serviva aprire lo sportello, infilare la gamba interna, aggrapparsi al parabrezza, sedere sul sedile anteriore, tirar dentro la seconda gamba ed infilarla nel vano sotto il cruscotto. Il tutto, sedendo a 25 cm da terra o giù di lì).
Ingranai la marcia e partii. Al primo stop, le si sporse e mi baciò le labbra.
“Scusa ma non volevo che venisse mia sorella. Mamma voleva che la portassimo con noi al mare!” mi disse.
Per fortuna! La sorella era una ragazzetta all’opposto, circa quindici anni, procace, bassetta e paffuta, non grassa, con due tette da far paura ed un culo molto più rotondo di quello di Patrizia. Non che mi dispiacesse, ma io avevo intenzione di stare da solo con lei.
Avevamo avvisato che saremmo stati fuori fino a sera e di non aspettarci per cena. Avevo preparato un thermos dell’acqua, un paio di panini con il prosciutto ed un po’ di albicocche. Patrizia aveva portato anch’essa una bottiglia di acqua minerale ed un paio di lattine di coca.

Arrivammo al parcheggio, svitai il bullone stacca-batteria sotto il cruscotto (una sorta di antifurto elementare ma efficace) e mi feci aiutare a chiudere il tettino.
Raggiungere la zona desiderata non era faticoso, ma distava poco più di un km dal parcheggio: circa un quarto d’ora sotto il sole.
Decisi quindi di spogliarmi e rimasi in costume (un altro dei miei Port Cros: ne avevo veramente tanti, da quelli in tessuto di cotone pesante monocolore a quelli in tessuto fantasia, a quadrettini, a pois, che divenivano praticamente trasparenti da bagnati), lasciando in macchina tutto ciò di cui non avevamo bisogno, tipo i vestiti, i cambi di costume, le scarpe.
Riempimmo una tracolla con i teli, il cibo, l’acqua, le sigarette e gli accendini oltre ai nostri portafogli e le chiavi della macchina. Iniziammo a camminare chiacchierando. Il sole non era ancora a picco ma il solleone di luglio iniziava a farsi sentire. Anche Patrizia si tolse la maglietta ed la corta gonnellina copri costume rimanendo in un succinto bikini rosa pastello con i laccetti infilati in piccole perline multicolore, catenelle colorate a sospendere piccoli triangoli che coprivano - poco - le sue parti da nascondere.
La aiutai prendendo io la sua sacchetta e la feci camminare avanti a me lungo la riva, laddove la sabbia più dura avrebbe aiutato l’andatura. Mi trovai a soffermarmi sullo strano andamento cammellante, con i glutei che ondeggiavano come quelli di un marciatore. Mi concentrai sulle gambe, diritte come fusi, e notai come non fossero presenti le culottes de cheval che affliggevano invece molte ragazze coetanee del nostro giro.
Se proprio avessi dovuto fare una critica, forse era la larghezza dei fianchi.
La raggiunsi correndo e per scherzare le sciolsi il laccetto laterale del pezzo di sotto, provocando la sua reazione un po’ stizzita: “MA CHE FAI? CI POSSONO VEDERE!” salvo poi rendersi conto che non c’era nessuno attorno a noi per almeno duecento metri.
Avevamo difatti sorpassato da almeno un paio di minuti una coppietta che si era distesa all’interno di un recinto di frasche, canne e tronchi portati dal mare, con i teli da mare issati a protezione dal sole non ancora a picco, e non vedevo altro a portata d’occhio.

“Io direi di fermarci qui!” le proposi indicando un'altra fraschetta realizzata con canne e pezzi di legno, ad una decina di metri dal bagnasciuga ed altrettanto dal tombolo retrostante, in una zona della spiaggia stranamente più pulita delle altre e con sabbia nera finissima.
Patrizia dette un’occhiata in giro ed accettò.
Mi misi quindi a preparare il giaciglio sul quale ci saremmo distesi a prendere il sole dietro le incannucciate. Piantai un altro paio di rami come pali di sostegno del suo foulard che utilizzai come parasole, stesi il mio telo sulla sabbia spianandolo per bene, presi la busta di plastica con bottiglie e lattine e la misi in acqua fissata con un altro ramo alla fine del bagnasciuga per tenerla in fresco.

Andammo quindi a fare il bagno, ci abbracciammo in acqua e ci baciammo come avevamo fatto fino alla sera prima. Le nostre bocche erano unite, le lingue esploravano reciprocamente le nostre cavità orali mentre le mie mani correvano lungo il suo corpo.

Arrivai al seno che tentai di liberare dal reggiseno.
“Ma dai, cosa fai? Ci potrebbero vedere!” mi rispose.
“Patrizia, non c’è nessuno né in spiaggia né in mare per almeno trecento metri”
“Sì ma potrebbe arrivare e noi non ce ne accorgiamo!”
“Mettiti di spalle alla spiaggia, ed io controllo” le risposi,
Si fece convincere e mi lasciò fare. I suoi capezzoli erano piccoli ma molto reattivi, e si indurirono immediatamente sotto i miei pizzichi. Poi mi chinai a cucciarne uno e questo provocò un suo gemito di piacere.
Scesi con la mano verso il suo pube. Fui immediatamente stoppato dalla sua mano che mi prese il polso. Poi, senza alcun motivo, mi lasciò fare e mi permise di toccarla sotto lo slip che avevo scansato. Un cespuglio di peli ricci e setosi si materializzò sotto le dita, generandomi una sensazione mai provata prima.
Non sapevo cosa fare, improvvisavo facendomi condurre dai ricordi dei film più che dall’istinto.
Provai ad infilarle un dito dentro ma sbagliai qualcosa e le provocai un verso di fastidio ed un irrigidimento.
“Scusami, ti ho fatto male?” le dissi con un filo di voce.
“Fai…piano…così” mi sussurrò all’orecchio mentre guidava il mio dito verso il suo clitoride a stimolarlo.
Fui lesto ad imparare: le sessioni di approfondimento video e cartaceo erano servite a qualcosa.
Nel frattempo qualcosa in mezzo alle mie gambe si era decisamente svegliato e prorompeva in gran parte fuori del costume.
Tempo trenta secondi e mi sussurrò di nuovo: “Basta! Usciamo, ho freddo” mentre si rimetteva a posto il reggiseno e lo slip.

La presi per mano e lentamente tornammo verso riva, solo dopo aver forzato il mio membro ad una posizione tutta distesa a sinistra, mal trattenuta dal costume che, bagnato, non nascondeva assolutamente nulla risultando praticamente trasparente.
Patrizia se ne accorse e mi disse: “Ma sei quasi indecente! Tanto vale che te lo togli!”.
Non fece tempo a finire la frase che sganciai il gancetto sulla destra e feci cadere lo slip a terra. Lo raccolsi dalla sabbia, andai un’altra volta verso l’acqua, mi chinai a sciacquarlo e tornai verso il nostro giaciglio improvvisato senza niente, il pisello che si ergeva libero davanti a me. Appesi la mutanda ad uno dei rami e mi gettai sul telo spalle a terra.
Patrizia si distese accanto a me pancia in giù, slacciò il reggiseno e se lo sfilò, rimanendo sospesa sui gomiti.
Poi si sporse verso di me ed iniziò a giocare con i pochi peli del petto, mi baciò i pettorali, i capezzoli, sempre più in su fino alla bocca. La sua mano andò al mio pene ed iniziò una lenta carezza con le dita che scorrevano lungo l’asta, tornavano indietro verso i testicoli e poi risalivano.
Non era la prima volta che una mano estranea mi toccava il pisello, ma non avevo avuto esperienze notabili. Con la mia prima ragazza non eravamo mai andati oltre il petting vestito, al massimo ero riuscito a toccarle i capezzoli sotto il reggiseno ed a sfiorarla in mezzo alle gambe ma sopra le mutande.
Una delle signore delle pulizie mi fece una sega da ragazzino, e ricevetti un servizietto dalla figlia del portiere l’anno prima: ero ancora vergine e volevo cambiare il mio stato quanto prima.

Patrizia ed io iniziammo a baciarci sempre più con foga mentre le nostre mani esploravano i nostri corpi.
Il respiro corto, ansimante era caratterizzato da ritmici movimenti del petto. Si distese sulla schiena permettendole di mettermi su di lei. Iniziai a strusciare il mio pene sulla sua pancia mentre la baciavo sul collo e sul seno.
“Vieni qui.” mi disse con un filo di voce mentre prendeva il mio pene, piegava le gambe ed apriva le cosce sotto di me.
Mi guidò con la mano verso la sua fessura.
“Fai piano, ecco, entra qui. Dai, SPINGI!” mi disse all’orecchio.

Non sapevo cosa e soprattutto come fare. Ricordo che ero con la cappella appoggiata alle sue piccole labbra, poi istintivamente detti una spinta con le pelvi ed entrai dentro di lei.
Provai una sensazione per me del tutto nuova, differente dal poco che avevo provato fino ad allora.
Qualcosa di caldo, umido e stretto aveva accolto il mio glande e lo stava avvolgendo come un guanto.
“Ecco, ora muoviti lentamente dentro e fuori. Spingi ancora un po’” e dette lei un colpo di reni per accogliermi più in profondità.
Provai una fitta di dolore che mi fece gemere.
“Che c’è?” mi chiese spaventata.
“Mi sono fatto male!” le sussurrai con un fil di voce.
“Sono, anzi, ero vergine” aggiunsi con un senso di vergogna.
“Tesoro mio!” e mi baciò con rinnovata passione.
“Allora facciamo piano. Fai tu. Ecco muoviti poco, un po’ di più… ora indietro, ecco, piano…” mi suggeriva.
La sua vagina era diventata bagnata ed estremamente scivolosa. Non sentivo più dolore né fastidio ed iniziai a muovermi con una certa intensità.
“Mi raccomando, quando stai per venire, vieni fuori sulla mia pancia, voglio vederti!” mi disse tra un gemito ed un sospiro.
“Per …essere…la …prima… volta… SCOPI DA DIO!!!” mi urlò in un orecchio dopo che ebbi accelerato il ritmo con il quale la penetravo.

Credevo che sarei venuto in breve invece il dolore al prepuzio mi aveva un po’ anestetizzato e reso più resistente al piacere. E questo faceva godere Patrizia che partecipava agitandosi sotto di me, strusciando il clitoride contro la base del mio pisello, venendomi incontro con le pelvi quando rientravo dentro.
Dieci, cento, mille volte, fino a che qualcosa si accese dentro di me.
Il piacere montò all’improvviso, inaspettato.
“Sto per venire”
“Esci fuori subito, ti prego!” mi scongiurò.
Feci il salto della quaglia e con uno sforzo mi tirai fuori proprio mentre il primo getto di denso sperma schizzò fuori con una violenza incredibile, colpendola in viso. A quello seguirono altre gittate, le prime molto intense, le successive un po’ meno ma altrettanto copiose, che la inzaccherarono tutta dal viso alla pancia.
Mi buttai a terra esausto accanto a lei.
“Grazie!” le dissi.
“Ti fa male?” mi chiese indicandomi il pisello che aveva un po’ di rossore diffuso all’altezza del frenulo.
“Un po’!” risposi.
“Aspetta, non ti muovere” mi ordinò. Si alzò in piedi, scavalcò la barriera schermo di rami e frasche e si recò, nuda ed impiastrata di sperma che le colava per le gambe verso la riva. Si gettò in acqua, si sciacquò il corpo spalle al mare, si lavò con l’acqua di mare la vulva, prese quindi la bottiglia dell’acqua e venne verso di me con quel movimento cammellante così inusuale ma così erotico, in quella situazione, al punto tale che ero di nuovo eretto quando rientrò nel recinto.
Si chinò in ginocchio sul telo, prese dalla sacca un altro telo, ne bagnò un pizzo e con l’acqua e mi pulì con delicatezza il prepuzio ed il frenulo, chinandosi ad osservarlo da vicino con attenzione.
“Problemi?” le chiesi.
“No. A vedersi sembra tutto a posto. Ti fa male?”
“Non molto, diciamo che è indolenzito.”
“Però non ti fa male abbastanza per esser di nuovo pronto…” mi disse con un sogghigno.
“Colpa tua!” ribattei sorridendo.
“Vedrai come ti chiedo scusa” e, preso il pisello con la mano, lo sollevò e si chinò a prenderlo in bocca. Lo succhiò con delicatezza, alternando leccate e suzioni mentre con la mano accarezzava asta, scroto e testicoli.
Iniziò a scoparmi con la bocca, accogliendo tutta la cappella in bocca.
“Direi che sei abbastanza pronto per un secondo round: te la senti?” mi chiese mentre si accomodava su di me guidandomi ancora dentro di sé con la mano.
“Proviamo… OH SI CAZZO!!!” le dissi quasi urlando.
“Eh, che ti ho fatto? OH SI CAZZO QUANTO SEI GROSSO!” mentre dopo il primo movimento davo un colpo di reni per entrare al massimo dentro di lei.
Riprendemmo a scopare con frenesia. Questa volta, nonostante avessi già avuto un orgasmo da poco, durai meno. Meno di dieci minuti ed ero già al punto di non ritorno.
“TOGLITI PATRIZIA, STO VENENDO!” e le detti una spinta per farla uscire proprio mentre stavo per schizzare.
Lei prese il pisello con la mano e con rapidi tocchi mi portò a venire sul suo seno. Poi prese una goccia di sperma con il dito, lo portò alla bocca e lo leccò. Quindi si chinò verso di me e mi baciò.
“Sono io che ti ringrazio di avermi donato la tua verginità!”.

Quel giorno durò ancora parecchie ore e parecchio sesso. Sembrava che io fossi preso dall’urgenza di imparare e recuperare il tempo perduto e lei desiderosa di farmi da maestra. Alla fine soccombette: “Basta, non ce la faccio più. Me l’hai distrutta!” mi disse ridendo mentre ci rivestivamo per andare verso la macchina.

Fu la classica avventura di un’estate al mare.

Un'estate al mare
Stile balneare
Con il salvagente
Per paura di affogare

Ma il mio salvagente non funzionò.
Mi innamorai di lei che invece voleva solo divertirsi, ed affogai.
Andai a settembre a trovarla nella sua città. La chiamai al telefono dicendole che ero per strada e che mi sarebbe piaciuto vederla. Mi rispose che era impegnata e che doveva accompagnare una sua amica a fare una visita medica per cui non poteva. Io ero sotto casa sua e mi appostai.
Dopo qualche minuto scese ed entrò in una Alfa grigia guidata da un ragazzo più grande di me, che baciò con passione sulla bocca.
Fu la fine del sogno.
E l’inizio di uno dei periodi più brutti della mia vita, per motivi che evito di raccontare e che ancora oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, mi provocano molto disagio.

Ho rivisto Patrizia un paio di anni fa. Ci siamo imbattuti per caso l’un contro l’altro girando un cantone in centro a Roma.
Lei era al braccio della figlia, circa coetanea di mia figlia Sofia, che portava un gran pancione.
Il tempo non era stato clemente con lei, pallida ombra della bellezza che fu.
Abbracci, complimenti, ci sentiamo, si. Auguri. Auguri.

Ciao.
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