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Relazione pericolose (p.4)


di Membro VIP di Annunci69.it PaoloSC
04.05.2024    |    3.683    |    5 9.5
"Prese in bocca il mio cazzo, lo leccò per bene e lo bagnò..."
Ecco la IV Parte di Relazioni Pericolose.
Ringrazio anticipatamente tutti coloro che leggeranno queste pagine, pregandoli di dimostrare il loro gradimento cliccando su "Mi piace". Mi farebbe oltremodo piacere conoscere i vostri commenti.
Buona lettura.

Paolo S.C.

HO SCATENATO UN MOSTRO

Non incontrammo molto traffico ed arrivammo a destinazione qualche minuto prima delle otto.
Citofonai ugualmente “Daniela, siamo arrivati un po’ in anticipo. Se vuoi ripassiamo.”
“No, no, nessun problema. Venite alla seconda villetta entrando a sinistra, primo piano”. Ci incamminammo per il vialetto interno ammirando il giardino condominiale curato e le finiture lussuose delle costruzioni, tutto marmo e ottone tirato a lucido.
Suonammo alla porta ed immediatamente ci aprì Daniela ancora in accappatoio e con l’asciugamano in testa.
“Ma scusa, ti avevamo chiesto se non disturbavamo”
“Ma no, era appena uscita dalla doccia, e poi sono io in ritardo. Mica vi offendete se vi accolgo così. Anzi, Paolo, fai una cosa. Datemi modo di infilarmi qualcosa, pettinarmi e sono da voi. Intanto, accomodatevi di là, c’è una bottiglia in fresco ed un vassoio con i bicchieri. Ci pensi tu, Paolo? Grazie!” e sparì dietro la porta del suo boudoir.
Perplesso, presi mia moglie per un braccio e la introdussi in quel grande ambiente che era la cucina / soggiorno verso un grande bancone lungo il quale erano allineati degli sgabelli. Sul piano era appoggiato un vassoio con i bicchieri oltre a tre posti apparecchiati. Estrassi la bottiglia di prosecco dal frigo, un classico frigo all’americana a due sportelli, la aprii facendo schioccare il tappo e versai il liquido paglierino all’interno dei calici.
Dopo qualche minuto si presentò la padrona di casa vestita di un lungo caftano in tessuto fantasia morbido e semi trasparente, apparentemente molto castigato ma in realtà appena fissato in vita e totalmente aperto sui fianchi, che lasciava praticamente scoperto l’intero corpo. A contrastare l’apparente semplicità, sandali gioiello con il tacco alto ed una lunga collana di sfere di pietra lucida e di granati dai riflessi rosa, gialli, azzurri ed addirittura blu, portata a più giri, che richiamava quella con palle più grandi portata in vita.
Rimasi basito da quell’apparizione, non immaginavo che si sarebbe presentata così. Anche Francesca si stupì e rimase ad osservare a bocca aperta quella mise, decisamente poco adatta ad una cena informale a tre.
“Francesca, ti piace il mio vestito?” chiese Daniela.
“Daniela, è bellissimo. E a te sta una meraviglia. Personalmente non mi ci sentirei a mio agio, ma a quanto vedo, sembra cucito addosso a te!” rispose con diplomazia mia moglie.
Nel frattempo, girò dietro di me per recarsi al forno dal quale estrasse dei rustici e delle pizzette che erano rimaste in caldo.
“Per mettere qualcosa in bocca come aperitivo! Dobbiamo mantenere la testa lucida per il prosieguo della serata” ci disse mentre ci porgeva il vassoio pieno di stuzzicanti involtini ai würstel, alle creme di formaggio ed al prosciutto e di pizzette rosse di pasta frolla.
Presi il vassoio e lo presentai a Francesca e poi a Daniela, poggiandolo quindi sul tavolo. Levai quindi il calice indicando un punto sopra la testa della padrona di casa e dissi “Allora, brindiamo alla serata e a quel che sarà!” intendendo la discussione che mi ripromettevo di affrontare durante e dopo cena; mi resi conto tuttavia che Daniela mi rispose con un ghigno e Francesca con uno sguardo perplesso. Stavo per correggere il tiro quando Daniela si alzò dallo sgabello e mi chiese di aiutarla con i piatti. “Paolo, per favore, passa questo a Francesca mentre prendo il vino” e mi porse un vassoio di carpaccio di manzo ricoperto di scaglie di parmigiano e di tartufo nero con foglie di rughetta. Poi si chinò per prendere dallo scalda vivande un piatto da portata pieno di patate novelle al forno. Lì mi accorsi che Daniela non portava né reggiseno né slip e rimasi stupito di questa sua audacia in presenza di mia moglie.
Aprii dietro sua richiesta la bottiglia di rosso che avevo portato e mangiammo con appetito e con piacere quei piatti così semplici e così gustosi, che completammo con un dessert, una splendida cheese-cake ai frutti di bosco. “L’ho presa alla pasticceria qui all’angolo con Via dell’Arte, sono fatti da loro ed era appena stata messa in frigo dopo la cottura” ci spiegò Daniela mentre serviva Francesca e poi me. In effetti, era particolarmente gustosa e ben realizzata. Anche Fra, di solito restia verso i dolci cremosi, la mangiò con piacere prendendone poi un altro pezzetto.
“Dai, mettiamoci comodi sui divani” ci disse alzandosi ed invitandoci ad accomodarci. Mi guidò verso il divano doppio e fece sedere Francesca nell’altro divano d’angolo, accanto a lei. Avevo modo di vedere entrambe in viso, e loro di vedere me. Ci raggiunse con tre bicchieri da liquore ed indicò le bottiglie contenute nell’incasso del tavolo che era nascosto da uno sportello a botola scorrevole.
“Paolo, forse a te fa piacere un goccio di whiskey o una grappa, serviti!” mi disse indicando una serie di bottiglie tra le quali l’Oban, il mio preferito.
“Francesca, tu cosa bevi?” chiese.
“Io nulla Daniela, sono a posto così. Domani devo operare di nuovo ed è buona cosa che mi astenga dai superalcolici” rispose con seria professionalità Francesca.
“E te Daniela cosa bevi?” le chiesi.
“Oh Paolo, grazie, prenderò anch’io un goccio di Oban, piace molto anche a me!” rispose porgendo il suo bicchiere.
“Allora, smettiamola di girare intorno” Daniela prese l’iniziativa ed affrontò il discorso.
“Il motivo per cui ci troviamo qui ed ho chiesto a Paolo di poterti vedere è molto semplice. Ho bisogno di aiuto per una questione di lavoro che sta molto a cuore a me ed a Paolo, e che potrebbe diventare un problema letale per entrambi.”
“Addirittura letale, Daniè! Non esageriamo!” la interruppi temendo che Francesca potesse a sua volta preoccuparsi.
“Paolo, non so se ti è chiaro, ma se non riusciamo a portare il Presidente dalla nostra parte, per me è finita e per te subito dopo!” ribadì con forza.
“Mi spiegate di cosa si tratta?” chiese mia moglie.
“Francesca, per farti capire devo spiegarti il mio ruolo in Azienda. Non so se Paolo te lo ha detto, ma io sono l’amante del Boss” disse senza mezzi termini.
“Non sono stata assunta per questo, ma diciamo che avevo conosciuto alcuni altissimi dirigenti della società madre della nostra quando ero una libera professionista…del sesso!” disse con grande semplicità e naturalezza.
“Si Francesca, io sono una escort. O meglio, ero una escort fino a quando il Boss non mi ha conosciuta, mi ha scopata e mi ha fatto entrare in azienda con la promessa che avrei fatto sesso solo con lui ogni qual volta ne avesse avuto voglia, in cambio di uno stipendio da dirigente ed una posizione di assistente personale dell’Amministratore delegato. Prima facevo la escort part-time per pagarmi quei vizietti che non riuscivo a soddisfare con lo stipendio da addetta alle poste”.
“Poi, qualcuno dei miei clienti parlò al Boss di me e lui mi ingaggiò per una notte a Milano. Ricordo che presi il suo stesso aereo senza saperlo, perché ci incontrammo in albergo scendendo uno dietro l’altro dai rispettivi taxi. Fu una notte molto …movimentata, in un certo senso, che significò per me un futuro meno triste e meno pericoloso.”
“Ma dopo qualche mese di dedizione totale e quasi schiavitù sessuale, successe un fatto che mi provocò un grande fastidio. Mi chiese di andare a letto con un tizio di un Ministero, un pezzo grosso del gabinetto del Ministro, e di parlargli di un certo progetto che gli stava a cuore. In un primo momento esitai, volevo tirarmi fuori, ma poi mi dissi che alla fine non era diverso da ciò che avevo fatto fino a pochi mesi prima e che, per come erano andate le cose, il Boss era solo un pezzo di merda privo di morale e che era stupido pensare a lui come un amante. Accettai ma chiesi un bonus del 5 per mille su ogni affare procacciato grazie alla mia opera. Un miliardo di contratto? Cinque milioni a me. In bianco, con contributi, al netto delle tasse.”
“Lì per lì nicchiò, poi si fece i suoi conti ed accettò, e da quel giorno divenni la risolutrice degli affari più complessi, laddove la sua capacità di irretire il burocrate di turno era insufficiente.” continuò a narrare mentre si torturava le dita evidentemente in difficoltà al ricordo dei fatti.
Io stesso non avevo mai saputo di queste storie fino a quando Daniela stessa non me lo aveva accennato pochi giorni prima. Non avevo grande stima del Boss, solo un po’ di terrore per il suo ghigno satanico che mostrava quando doveva forzare qualcuno ad accettare il suo punto di vista.
“Dovetti fare sesso pure con una deputata della DC, tutta casa e chiesa, zitella per vocazione. Fu, credo, l’esperienza peggiore della mia vita: sappiate che non si era mai depilata in nessuna parte del corpo e, a quarantacinque anni, potete immaginare cosa fossero gambe, braccia e …li sotto!” ci raccontò con una smorfia di schifo. “Per fortuna me la cavai sverginandola con un dildo che mi ero portata da casa e che le lasciai in regalo; credo lo abbia ancora anche se, forse per mio merito, ora si cura e non fa più schifo come tre anni fa. E’ come se fosse sbocciata ed infatti si accompagna ad un ragazzo che è il suo nuovo portaborse…” ci raccontò.
“Ma la cosa peggiore fu quando mi presentò a due suoi clienti siciliani, avete presente i classici mafiosi anni 60, azzimati, capelli impomatati di brillantina Linetti, scarpe lucide e pantaloni a cicca? Ecco, quel tipo lì”.
Capii subito a chi si stesse riferendo, avevo partecipato ad una riunione tecnico-commerciale per un progetto molto grosso della Regione Sicilia con la sponsorizzazione di un politico di altissimo calibro del Partito Socialista. A momenti mi alzavo e me ne andavo per lo schifo a cui dovetti assistere, trattenuto solo dal mio capo ed amico Donato che mi strattonò la mano e mi costrinse a star buono.
“Non c’era bisogno della mia presenza, lì si trattava solo di trovare il sistema di far uscire i soldi per pagare i loro servigi, eppure il Boss mi squadrò con uno sguardo cattivo quando entrai nella stanza ed i due mafiosi fecero apprezzamenti ad alta voce su di me. Ricordo che lasciai le carte che mi aveva chiesto ed uscii di corsa per andare a casa, quelle persone mi avevano messo in angoscia” raccontò con passione.
“Ma dopo solo cinque minuti mi chiamò all’interfono “Daniela, vieni subito da me” ed attaccò immediatamente. Ebbi un brivido freddo perché pensavo che mi avrebbe chiesto di fare qualcosa che il mio corpo rifiutava di fare. Entrai pertanto dentro la sua stanza ed osservai dritti negli occhi i due: avevano l’aspetto di due lupi pronti a sbranarmi.” continuò.
Immaginare Daniela nei panni di un agnello era per me molto difficile, ma la passione con cui narrava ed il disagio evidente che stava provando al ricordo mi convinsero a crederle. Francesca era quasi rapita ed intuivo che la situazione stava generando un forte senso di empatia nei confronti della mia collaboratrice.
“«Daniela, chiama la Svizzerotta e fissa un Tavolo12 per noi quattro» mi disse. Fui terrorizzata. Avevo già avuto esperienze con più uomini assieme, ma il loro sguardo famelico tradiva una voglia di violenza e di orrore che non volevo provare” narrò sottovoce.
“Provai a nicchiare, a rifiutarmi. Presi la scusa di andare a chiamare dalla mia scrivania sperando di ricevere un rifiuto ma, quasi avesse letto nei miei pensieri, mi disse «Mia cara, chiama da qui, non serve che vai in stanza tua.» Fui pertanto costretta a chiamare e a prenotare davanti a loro. Ebbi un attimo di speranza quando mi disse che era impossibile all’ora richiesta, ma fui gelata quando mi aggiunse che se avessimo tardato un’oretta sarebbe stato tutto pronto. Purtroppo nel silenzio generale la voce del maitre risuonava anche attraverso il microtelefono per cui mi fu impossibile barare.”
Si interruppe un momento ed ebbe un sussulto, quasi un brivido.
“Ebbi paura, l’idea che potessero farmi del male gratuitamente mi atterrì.”
“Arrivò l’ora di andare e chiamai un taxi per percorrere i pochi metri che ci separavano dal ristorante. A piedi ci avremmo messo solo qualche minuto, in macchina ci impiegammo quasi dieci minuti complice il maledetto traffico serale di Prati. Mi fecero sedere in mezzo a loro, sul sedile di dietro, con le loro mani che iniziarono ad accarezzare le cosce. Il Boss era seduto accanto al tassista e si era girato verso di loro per raccontare una stupida barzelletta nell’intento di distrarre l’autista. Ogni tanto gli diceva «Gira di qui! Vai là» per obbligarlo a guardare avanti e non fargli vedere che mi stavano alzando la gonna ed infilando le mani sotto!” e singhiozzò. Francesca si sporse verso di lei e le prese una mano tra le sue.
“Daniela, perché ci vuoi raccontare questo? Vedo che ti fa star male, lascia perdere!” le disse mia moglie con un tono quasi materno e protettivo.
“No, sento che devo farlo. Tranquilli, mi passa subito!” le rispose, versò un’abbondante dose di whiskey nel bicchiere e lo trangugiò. Dopo quale istante riprese il racconto.
“Quando arrivammo alla Svizzerotta, il maitre ci venne incontro e dopo aver salutato con un sorriso me ed il Boss, subito divenne scuro in volto quando vide i due picciotti entrare nel suo locale. Ma fu questione di attimi, perché subito ci fece strada verso il salottino centrale, che aveva una sorta di divano a quattro piazze ed un grande tavolo rettangolare per otto persone, apparecchiato però solo per quattro.”
“Voglio farvela breve: quella volta ebbi veramente paura. Il Boss mi consegnò a loro dicendogli «Fate di lei ciò che volete, è il vostro giocattolo stasera!». Vi dico solo che mi picchiarono, mi spaccarono il labbro, mi strinsero con cattiveria i capezzoli, mi spensero una cicca di sigaretta sulle natiche, mi violentarono in due contemporaneamente, mi spaccarono il culo entrando assieme e poi mi fecero scopare la bottiglia di magnum che il Boss aveva fatto arrivare. Uno dei due prese un coltello a serramanico e lo appoggiò al capezzolo per obbligarmi a farmi bere il piscio dell’altro. Tutte cose che non avrei disdegnato in altri frangenti e con altre persone, ma che in quella situazione con quella gente mi provocarono vomito e terrore.
Non contenti, mi obbligarono a leccare la suola delle loro scarpe con le quali avevano calpestato il mio vomito ed il loro piscio.”
“Poi se ne andarono e mi lasciarono lì, semi svenuta dopo aver ancora abusato del mio culo infilandoci una bottiglia fino in fondo. Sentii il Boss che parlava con il maître «La signora Daniela è affaticata. La lasci riposare fino all’una, poi la metta in un tassì e la faccia portare a casa. Mi spiace, i signori sono stati un po’ esuberanti ed hanno sporcato un po’. Metta una mancia extra di centomila lire ai ragazzi sul mio conto. Paghi anche il tassì e dica all’autista di accertarsi che la signora rientri in casa sua.»” e si interruppe nel racconto mentre alcune lacrime le solcavano le gote.
Francesca la abbracciò stretta e le dette un bacio sulla guancia mentre le stringeva il capo alla sua spalla. Poi, presa come da un raptus, le prese la testa tra le mani e guardandola negli occhi le disse “Erano dei veri bastardi. Tranquilla, non potrà più succedere”. Poi avvicinò le sue labbra a quelle di Daniela e la baciò sulla bocca.
Lì per lì credetti che fosse solo un gesto di profonda partecipazione a quel momento di dolore, invece in pochi istanti si trasformò in un bacio saffico, lingua contro lingua.
Rimasi basito perché non mi aspettavo proprio un comportamento così da mia moglie.
Si, c’erano state numerose occasioni nelle quali avevamo fatto sesso tra coppie e le due donne si erano scambiate effusioni varie, anche più spinte, ma negli ultimi tempi non era mai capitato, nemmeno con Dede.
Almeno così credevo.
“Ahem, scusate ragazze…” dissi visibilmente imbarazzato anche se vedere quelle due donne così belle e dannatamente sensuali, che avevano entrambe ampiamente goduto della mia virilità, mi stavano eccitando generando un inizio di erezione a mala pena contenuta dal pantalone che tirava da seduto.
“Francesca!!!” chiamai a voce più forte cercando di attrarre la sua attenzione e di scuoterla da quella sorta di trance erotica nella quale l’avevo già più volte vista entrare. Nulla.
Mi avvicinai e la toccai sulla schiena dietro la spalla proprio mentre la sua mano si infilava sotto il vestito aperto di Daniela alla ricerca del suo seno. Si girò verso di me e mi disse: “Non vedi che sono impegnata?” e si ributtò tra le braccia della mia segretaria a farsi mangiare la bocca.
Rimasi lì come un ebete a fissare quella scena assurda. Mille pensieri si affastellavano nella mia mente, pensavo a come uscire da quella situazione senza fare la parte del coglione da un lato e senza rischiare che Francesca venisse a sapere di quanto era successo con Daniela la settimana prima.
Poi le cose precipitarono.
Francesca si alzò in piedi, si sfilò il vestito e lo slip rimanendo nuda davanti a Daniela la quale, dal suo canto, la imitò slacciando la cintura e facendo cadere il caftano ai suoi piedi, anch’essa totalmente nuda.
Le due si studiarono con interesse lascivo, si abbracciarono di nuovo poi Daniela fece distendere mia moglie sul divano, le allargò le gambe, infilò la testa in mezzo alle cosce e si dedicò a suggerle il frutto carnoso e già lucido di umori. Francesca prese la testa e la accompagnò al suo pube tenendola stretta a lei mentre Daniela la leccava dentro e fuori.
Avrei voluto partecipare a quel gioco, ma non riuscii a trovare le forze per entrarvi.
Mi misi seduto su una poltrona in disparte, in attesa che la loro bramosia lasciasse il posto ad un minimo di raziocinio.
Mentre quello spettacolo di sesso andava avanti, per la prima volta mi trovai a pensare a quel che era successo negli ultimi tempi, dopo sposati. E ricordai una per una le storie che mi erano arrivate all’orecchio su Francesca e Dede, che erano state viste in coppia di frequente nei locali più prestigiosi della città. Non volevo credere che mia moglie fosse lesbica, cazzo, aveva appena saputo di essere incinta e di aspettare un figlio!
Nessuno mi aveva mai sussurrato di avventure con altri uomini anche se correva voce che una volta la sua amica fosse state riaccompagnate a casa da un famoso attore noto per i suoi attributi virili più che per le doti di recitazione, e sapevo che mia moglie era stata assieme a lei alla stessa festa.
Sapevo che le storie di sesso che avevamo avuto in Grecia erano state la chiave di volta del percorso di “erudizione sessuale” di Francesca che era tornata da quella vacanza molto cambiata.
Ma mai avrei immaginato che mia moglie avrebbe accettato un rapporto saffico con una mia conoscente davanti a me senza dirmi nulla.
Oggi, a distanza di anni, mi sembra ancora assurdo come fosse nato quel rapporto e mi stupisco per come i fatti si evolvettero in quelle settimane.
Assistetti a quelle scene con un misto di eccitazione e di sconvolgimento interiore. Lo stimolo sessuale era forte ma privo di quella carica di erotismo che da sempre aveva accompagnato il mio far sesso con Francesca, e che comunque mi aveva guidato nel tradirla con la stessa Daniela di cui stavo ammirando le evoluzioni sul corpo di mia moglie.
Poi, dopo un po’, Francesca ebbe il suo orgasmo bagnatissimo, quasi urlando, mentre Daniela la stimolava con due dita in vagina. Fu a quel punto che si ricordò di me e mi fece un cenno con il dito di raggiungerla. Mi alzai dalla poltrona mentre Daniela si ritirava un momento in bagno andandole incontro. Mia moglie si alzò, mi abbracciò e mi sussurrò all’orecchio: “Ti voglio dentro di me! Ora, qui, subito!”.
Mi schernii e mi staccai da lei con un gesto di stizza e le dissi: “Ma ti rendi conto di quel che hai fatto?”
“Ho fatto sesso con Daniela: e allora? Mi piaceva l’idea e pure a lei, mica ti ho messo le corna!” mi rispose con uno sguardo a metà tra il duro e lo strafottente. Conoscevo quello sguardo, non presagiva nulla di buono. Ogni volta era stato prodromico a grandi discussioni e litigi terminati però tutti a letto con del gran bel sesso.
“Tecnicamente si, mi hai messo le corna” ribattei
“Un ditalino da una donna non vale come corna, Paolo!” si intromise Daniela, nel frattempo rientrata in sala.
Mi si avvicinò e mi accarezzò la patta con la mano mentre prendeva sottobraccio Francesca.
“Tuo marito si è eccitato ma non ha detto nulla ed è rimasto in disparte: non credi che meriti un premio per la sua discrezione e la sua liberalità?” disse rivolgendosi con un occhiolino a mia moglie.
Scostai con decisione, quasi con violenza la mano di Daniela e mi allontanai dal divano.
Andai a passo svelto verso la porta di casa di Daniela, cercando di infilarmi al volo la giacca che avevo tolto pocanzi.
Fui bloccato dalla stessa Daniela che con voce minacciosa mi disse: “Tu non esci da quella porta. Almeno, non finché non ci avrai soddisfatto entrambe!”. Aveva usato quel tono anche quando mi aveva aggredito la domenica mattina dopo che il venerdì avevamo avuto quell’incontro alla Svizzerotta. Anche in questo caso, per un momento fui tentato di sfidarla apertamente ed andare allo scontro poi, grazie ad un momento di ritrovata lucidità, ragionai rapidamente sulla situazione che si era venuta a creare.
Mi ritornò in mente ciò che qualche tempo prima mi aveva detto Adriano in merito a Daniela: «... si fa pure le mogli, soprattutto se sono bone. Strano che non ti abbia chiesto di uscire assieme a Francesca!».
Adriano la conosceva bene, soprattutto per essere stato il suo ragazzo qualche anno prima di sposarsi.
«Quella se ti prende ti succhia come un cannolicchio e poi ti lascia svuotato!» le sue parole ancora mi risuonavano in testa.
«Ora torna dalla tua mogliettina e fai quello che ti chiede, anzi, scopala per bene pensando che ci sia io al posto suo, sono certo che riuscirai a farla godere come hai fatto godere me. E chissà che la prossima volta non andiamo a cena assieme tutti e tre, magari con un bel Tavolo12!». Mi tornarono immediatamente in mente le parole minacciose di Daniela prima che riuscissi, grazie al precipitare degli eventi, a rintuzzare il suo attacco.
Ma la minaccia era sempre valida, anche se Francesca sembrava al momento più interessata a Daniela ed alla sua ostrica che al mio cannolicchio.
Decisi di ingoiare tutto il mio orgoglio e di dichiarare forfait.
Annuii pertanto a Daniela, chinai la testa, mi sfilai la giacca e mi recai all’angolo bar del tavolino in salotto ove presi un bicchiere e vi versai una robusta dose di Jack Daniel’s assieme ad un paio di cubetti di ghiaccio. Per quanto quello non fosse un vero bourbon, non riuscivo a berlo liscio e lo annacquai “on the rocks”. Mi misi seduto sulla poltrona di fronte al divano su cui giaceva nuda mia moglie e fui avvicinato alle spalle da Daniela che infilò le mani nella mia camicia accarezzandomi il torace e passando le unghie sui capezzoli che, bastardi!, reagirono rizzandosi animati da un’autonoma volontà.
Sempre da dietro, mentre appoggiava il suo seno alle mie spalle, con una mano mi slacciò la camicia e con l’altra aprì prima la fibbia della cintura, poi slacciò il cintino e quindi abbassò la zip della patta. Liberatomi dalla camicia, infilò l’altra mano dentro i pantaloni abbassandomeli fino a mezza coscia mettendo in bella mostra il mio membro di fatto in aperta insurrezione al mio volere, visto che era afflitto da una quasi dolorosa erezione.
“Francesca, posso?” chiese Daniela a mia moglie mentre scorreva con una mano lungo l’asta e con l’altra mi stava strizzando le palle.
Francesca annuì, allargò le gambe ed iniziò ad accarezzarsi il sesso.
Daniela girò attorno alla poltrona, si mise in ginocchio davanti a me, si chinò e mi prese in bocca fino alla radice in un sol colpo. Iniziò quindi a scoparmi lentamente con la bocca, arrivando a prendermi tutto fino alla radice del pene quasi soffocando e reprimendo qualche conato.
Francesca mi stava guardando con aria quasi disinteressata, quindi si alzò e si mise accanto a Daniela, anch’essa in ginocchio ai miei piedi. Le prese la testa e la spinse su e giù per qualche istante.
La mia segretaria risollevò il capo, si sfilò il cazzo dalla gola e lo tirò fuori luccicante di una densa secrezione mucosa che colava lungo l’asta formando una pozzetta nella fossetta pubica.
Francesca si avvicinò a sua volta al mio pisello e, prendendolo con una mano iniziò a masturbarlo mentre leccava la cappella e percorreva l’asta con la lingua. Poi si volse verso Daniela cercando la sua bocca e la baciò. Daniela restituì il bacio mentre la sua mano sinistra si insinuava tra i miei glutei alla ricerca del mio sfintere.
“Direi che è pronto, non credi?” disse Daniela a Francesca la quale annuì.
“Tuo marito ha proprio un gran bel cazzo. Fammi riempire il culo da lui, me lo permetti?” le chiese.
“Si, purché tu non lo faccia venire. Lo voglio anch’io!”.
La mia segretaria si mise a cavalcioni dandomi le spalle, si umettò lo sfintere con un po’ di saliva e si posizionò con l’ano proprio sopra il mio glande. Francesca l’aiutò tenendomi l’uccello dritto dalla radice mentre la sua “partner per una sera” cercava con un po’ di fatica ad impalarsi.
Preso da un senso di rivalsa e stimolato da due diversi tocchi, prima applicai una pressione costante che dilatò il buchetto, poi detti un colpo di reni ed entrai con tutta la cappella e parte dell’asta dentro di lei, provocandole un verso di dolore. Insensibile alle sue sensazioni, iniziai a pompare con decisione dentro di lei, generando presto una forte eccitazione. Francesca si era chinata sul suo sesso e ne suggeva il bocciolo mentre le infilava ritmicamente un paio di dita dentro la vagina alla ricerca del suo punto G. In poco tempo Daniela passò da uno stato di lieve sofferenza a quello di profonda eccitazione ed intenso piacere.
Ebbe un paio di orgasmi a brevissima distanza, uno dei quali mi sputò fuori dal suo culo che nel frattempo era diventato molto accogliente.
“Ecco, ora tocca a me!” disse Francesca approfittando del fatto che ero uscito.
Si mise anch’essa in ginocchio sulla poltrona, a cavalcioni delle mie cosce, ma di fronte a me. MI abbracciò con entrambe le braccia e cercò la mia bocca, mentre tra un bacio e l’altro mi sussurrava “Prendimi, ti voglio!”. Fu Daniela che decise per me e per lei. Prese in bocca il mio cazzo, lo leccò per bene e lo bagnò. Poi allargò i glutei di mia moglie, le scoprì il suo sfintere e lo leccò infilandole la lingua dentro e bagnandolo abbondantemente. Poi, mentre Francesca si strusciava il sesso sulla mia pancia, la segretaria prese il mio uccello e lo guidò nel culo di mia moglie.
Francesca si sforzò di accogliermi cercando di dilatarsi al massimo ma io non volevo approfittare, pensando di poterle fare del male senza un’adeguata preparazione, anche se ormai il sesso anale era per noi una pratica sdoganata e di frequente godimento.
Poi, tutto ad un tratto, l’anello di muscoli cedette rilassandosi ed io mi trovai dentro fino a quasi la radice, provocandole un verso di piacere intenso.
Iniziammo a muoverci in sincrono, io spingevo e lei si calava su di me, io mi tiravo indietro e lei si sollevava un po’, mentre il suo seno, un po’ più teso degli altri giorni, strusciava contro il mio petto.
Daniela decise di partecipare attivamente. Dapprima infilò la mano tra me e Francesca cercando di stimolarle il clitoride poi, visto che mia moglie preferiva il contatto con il mio pube, girò attorno alla poltrona e si intromise con il volto tra noi due ed iniziò un roteare di lingue, io che cercavo quella di Fra, Daniela che si alternava tra me e lei, Francesca che le rispondeva colpo su colpo.
Quindi prese la mia mano e se la portò all’inguine facendomi sentire quanto era bagnata. Le infilai prima uno, poi due dita in vagina ritirandole fuori fradice del suo piacere.
Venni quasi urlando, riempiendo l’intestino di mia moglie con intensi getti di cui lei sentiva le contrazioni.
Lo tirai fuori ma non feci in tempo che subito Daniela ci si buttò a capofitto nettandolo e succhiandolo fino all’ultima stilla.
Francesca rimase avvinghiata a me, continuando a strusciare il suo pube contro il mio fino a che non venne anche lei accompagnata da tremiti che la scossero violentemente.
Ci abbandonammo alla piacevole sensazione di completezza e di soddisfazione fisica. Purtroppo, come la prima testa riprese il sopravvento sulla seconda, ricomparvero i dubbi, le incertezze, le domande senza risposta.
Era stato un caso? Perché Francesca, per la prima volta da quando ci eravamo conosciuti, aveva in un certo senso preso l’iniziativa in un rapporto saffico?
Perché stava scivolando verso clivi in territori a me ostili e comunque inesplorati? E poi, soprattutto in quel momento, con la gravidanza appena iniziata?
Ma soprattutto: come potevo affidare il mio futuro lavorativo e della mia famiglia, in un certo senso, ad una donna – in pratica, una escort – che avrebbe dovuto pensare a come salvare una posizione quando invece pensava solo a collezionare nuove figurine da attaccare nell’album della sua collezione di scopate più o meno memorabili?
Senza proferire parola mi alzai dalla poltrona, mi tenni su con una mano i pantaloni, raccolsi la camicia e mi diressi verso il bagno.
Mi tolsi pantaloni, scarpe e calze con gesti rabbiosi e mi buttai dentro la doccia di Daniela, fregandomene del fatto che ero ospite. Cercai tra i suoi saponi profumati un qualcosa di neutro e trovai in un cassetto un panetto di sapone di Marsiglia: perfetto!
Aprii l’acqua e mi insaponai dalla testa ai piedi strofinando forte, a togliermi di dosso lo sporco, l’odore di sesso ed una sensazione di ripulsa nei confronti di mia moglie e di Daniela, quasi a purificarmi dopo un gesto di profanazione.
Rimasi sotto l’acqua per qualche minuto cercando di raccogliere le idee e di pianificare le azioni da intraprendere. Ero stato troppo succube di entrambe le donne che avevo lasciato in salone, dovevo riappropriarmi della mia vita, del mio spazio, della mia razionalità.
E soprattutto, dovevo prendere le misure al mostro che avevo scatenato anni prima in Grecia.

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