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Prime Esperienze

La fantesca di nonna


di Membro VIP di Annunci69.it PaoloSC
26.03.2024    |    8.104    |    2 7.0
"Della donna delle pulizie di casa vi ho già raccontato: andò via, non seppi mai se a causa mia o per altri motivi, ma a mia mamma faceva comodo insinuare che..."
Roma, primi anni 70.

Le mie sorelle si infettarono a vicenda con una malattia esantematica, mi pare gli orecchioni, che sfortunatamente non avevo ancora avuto. D’accordo con il medico di famiglia, mamma e papà decisero di mandarmi in quarantena da mia nonna materna.
Avevo preparato con diligenza la mia sacca mettendovi dentro tutto quel che mi sarebbe servito per una settimana e quindi, spazzolino, pettine, dentifricio, shampoo, ciabatte e pantofole, la biancheria e cambi d’abito necessari per la mia permanenza dai nonni. Poi misi i libri ed i vocabolari di greco e di latino per fare i compiti a casa che sicuramente mia mamma mi avrebbe dettato per telefono per non farmi perdere troppe lezioni ed essere allineato al programma svolto in classe: figuriamoci, figlio di insegnante, se sarebbe potuta andare differentemente…
Mi sottoposi a quella carcerazione con malcelato nervosismo: volevo bene alla nonna ed al nonno, loro erano molto gentili e premurosi con me, ma non avevo con me quell’habitat che mi ero assemblato a casa, fatto dei miei attrezzi, della mia scatola di meccano, dei miei aeroplani di plastica da montare e, soprattutto, delle mie due bibbie: un’enciclopedia dedicata ai ragazzi in due volumi, una teorica ed una pratica, con il secondo tomo di gran lunga il mio preferito visto che c’erano migliaia di piccoli esperimenti descritti: dal missile fatto con il tubetto dell’aspirina e le pasticche di permanganato di potassio, al razzetto preparato con la stagnola e tre cerini o svedesi, all’aereo di carta a lunghissima planata (quanti ne lanciai dal terrazzo al 5° piano che dava su un bellissimo parco urbano!) e così via: una ricchezza incommensurabile per un ragazzino “technology addicted”, un nerd ante litteram.

Per chi sorridesse per la mia “nerdaggine”, si sappia che ai miei tempi, cinquant’anni e passa fa, un ragazzetto rimaneva bimbetto fino ai 15 anni. Solo al compimento dei 16 anni poteva dire di essere un ragazzo ed iniziare a chiedere di mettere i pantaloni lunghi… ma questi erano modi ed usanze del tempo che fu.

Ad ogni modo, non ero assolutamente felice della mia vacanza forzata: l’unica cosa che mi poteva far piacere, era la relativa libertà di cui avrei goduto, dal poter fumare le sigarette (a casa era vietatissimo!) al poter stare fino a tardi a vedere il televisore. E poi c’era il pianoforte, sul quale avevo imparato a strimpellare dando sfogo al mio ottimo orecchio musicale non supportato da pari abilità manuale. Anzi, nonna e mamma premevano affinché mi mettessi ad imparare a leggere il pentagramma, l’unico modo, secondo loro, di suonare.
Comunque, quella mattina mamma mi scaricò a casa di nonna e si raccomandò: “Paolo, mi raccomando, sii buono e non far disperare i nonni come tuo solito. E soprattutto, la nonna ha nuova ragazza di servizio (la fantesca, come la chiamava il nonno): cerca di non farla scappare via subito con il tuo disordine ed i tuoi capricci. Ricordati che basta una telefonata della nonna per…” e lasciò la frase in sospeso, evocativa di severissime punizioni a base di privazioni e divieti nel caso mi fossi comportato male.
Della donna delle pulizie di casa vi ho già raccontato: andò via, non seppi mai se a causa mia o per altri motivi, ma a mia mamma faceva comodo insinuare che fosse stata colpa mia per via del mio “colossale disordine”.

Salutai mamma con un bacio, mi infilai nel portone trascinando la valigia e la sacca dei libri e presi l’ascensore per salire a casa dei nonni. Suonai alla loro porta e attesi che arrivasse nonna ad aprirmi.
Immaginate la mia sorpresa quando alla porta apparve una ragazza di poco più grande di me, rotondetta, con lunghi capelli neri, infagottata in un camice lungo sotto il ginocchio di un paio di taglie più grosso del necessario che però le stava appena giusto all’altezza del seno.
E si, aveva un seno enorme, Giuseppina. Proveniva dallo stesso paesello del Frusinate da cui era arrivata, quarant’anni prima, Maria, la tata storica di mia mamma e di sua sorella. Era stata mandata lì proprio da questa, perpetuando una tradizione di ragazze che andavano “a servizio presso le buone famiglie” fino ai venticinque anni per poi sposarsi con il futuro marito che le famiglie avevano individuato.
In quei paeselli, il ’68 era solo un anno di grandi casini in città, mentre ancora si ragionava in funzione del raccolto delle olive e sulla vendemmia. “Ti ricordi il ‘68, quando facemmo 20 rubbie d’uva e 10 some d’olio?”, usando ancora le vecchie unità di misura con le quali erano graduati tini, botti, damigiane, ecc.

Giuseppina aprì la porta e mi fece entrare.
“Tu devi essere Paolo, il nipote della Signora” mi disse sorridente.
“Si, sono io, piacere!” e le tesi la mano.
“Io sono Giuseppina, molto piacere!” mi rispose allungando timidamente la sua mano. Era piccola, quasi minuscola rispetto al resto del corpo. Non potei non osservare la peluria nera che aveva sulle braccia e sotto il naso. Oggi le costerebbe un patrimonio eliminare definitivamente quei peli, allora semplicemente si tenevano, e ciccia!
Annui e presi la valigia ma lei mi precedette. “No dai, lascia stare, ci penso io!” mi disse e si caricò la valigia, peraltro leggera rispetto alla sacca dei libri: Rocci e Castiglioni-Mariotti, da soli, facevano quasi sette chili, aggiungi i vari libri di storia, grammatica latina, greca, italiano, matematica e geometria, ed ecco che il peso era di oltre dodici chili: il peso della scienza!

Seguii Giuseppina che mi guidò nello studio di nonna, visto che nello stanzino ci dormiva la donna. Lì aveva fatto preparare il divano letto e fatto mettere una scrivania per permettermi di studiare. C‘era il mio amato pianoforte che salutai con una svisata sulla tastiera, ed un comodino su cui aveva appoggiato un lumino da notte: la nonna sapeva bene quanto amassi leggere.
La sua biblioteca non era come quella di casa mia (che fu la fonte della mia conoscenza) ed era rappresentata soprattutto da aridi testi di giurisprudenza in italiano ed in tedesco, da annuari del Touring Club Italiano rilegati in tela rossa, ma anche da una bella raccolta di National Geographic Magazine in inglese, una collezione dai primi anni ’60 in poi; un centinaio di riviste tutte messe in ordine, obiettivo primario della mia incursione. Eh si, perché un ragazzo di quindici anni, confinato in casa, senza internet-tv-cellulare-ragazze-amici, cosa poteva fare?
In quei giorni scoprii anche una collezione di libri per ragazzi di certo appartenuta alla mia mamma o a sua sorella le quali, signorine di buona famiglia, avevano l’obbligo di leggere in francese le opere di letteratura per ragazze per bene. Al massimo, qualche libro italiano dedicato alle Piccole Italiane ed ai Balilla che però mi colpirono tanto per la dinamicità delle immagini al punto che rimasi a sfogliarle per ore.
“La nonna dov’è?” le chiesi.

“E’ andata a fare la spesa con la figlia: tua zia, credo!”
“Ah, zia Giovanna? Allora torna tardi. Mia zia è imbranata, non sa guidare e va a dieci all’ora!” dissi ridacchiando.
“Mi ha detto di aiutarti e di preparare la tavola e mi ha raccomandato di farti mettere le tue cose a posto” aggiunse.
Giuseppina quindi mi indicò l’armadio e mi disse: “Se vuoi, ti aiuto a mettere a posto le tue cose!” mi disse con estrema gentilezza con la sua cadenza ciociara, si appropinquò alla valigia, la poggiò sul letto, la aprì ed iniziò a togliere le mie cose.
Si soffermò brevemente sulle mie mutande: contraddicendo la mia natura di nerd, avevo ardentemente pregato mamma – ed ottenuto – di non usare più gli slip in cotone a costine giro pancia con l’apertura per il pisello, ma dei più moderni Hom a vita bassa visto che mi vergognavo, quando andavo a fare sport e mi dovevo cambiare, a mostrare quelle mutande orrende che nessuno metteva più. Ne avevo di più alti e di più bassi, alcuni talmente piccoli che a mala pena coprivano il pisello essendo bassissimi sotto al pube: colpa di mia madre che, evidentemente, non riusciva più a leggere le etichette delle taglie scambiando una XS per una S.
Analogamente, non usavo la canottiera (sempre di cotone a costine!) ma delle più moderne t-shirt Fruits of the Loom portate a pacchi da dieci da mio padre al ritorno di uno dei tanti viaggi per lavoro in USA. Qui in Italia erano introvabili se non a prezzi carissimi, in America quasi te le tiravano addosso, così come le felpe con il cappuccio ed il marsupio.

Erano tutte cose abbastanza normali tra i ragazzi romani della mia età (e più grandi) mentre erano rarità ed oggetto di curiosità in chi, come Giuseppina, veniva dal paesello.

Comunque mise tutto a posto, la biancheria nel primo cassetto assieme ai calzettoni, golf e felpe nel secondo cassetto e pantaloni e camicie stese in bell’ordine nell’armadio.
Ringraziai Giuseppina e mi misi a chiacchierare con lei.
Mi raccontò di avere appena diciott’anni, di essere la nona figlia di una coppia di contadini di un piccolo paese del frusinate famoso per il suo vino, che campava con la produzione di olio, vino e dai proventi della vendita di uova e di pollame. I suoi fratelli si erano sposati ed erano andati a lavorare in città (Anagni e Frosinone!), delle sue tre sorelle una era in convento, una si sposata, era partita ed era andata in Germania con il marito e la terza, più piccola di lei, curava il fratellino piccolo, il decimo figlio.
Per me tutto ciò era assurdo: dieci figli!
Lei aveva finito la quinta elementare ed era andata a lavorare nei campi fino a quando Maria, la sorella della nonna, aveva proposto alla nipote di mandare Giuseppina a servizio, “così magari trova un bravo ragazzo che la sposa”.
Non era bella, ma aveva tutto al posto giusto, eccetto il seno. Era enorme, per il suo busto. Giuseppina era alta al massimo 1.50 ma portava almeno una sesta di seno. Per il resto, impossibile vedere nulla di più visto che il camice che indossava, larghissimo sui fianchi e sulle spalle, le arrivava a metà polpaccio.

Però, ad un certo punto si chinò davanti a me mostrandomi il culo.

Era assolutamente normale, ed in trasparenza si intuivano un paio di mutandine basse in vita e sui fianchi. Anche le cosce, seppure non magrissime, erano sicuramente adeguate al resto, seno escluso.
Quando si risollevò si girò verso di me e mi chiese, sorridendo: “Vuoi qualcosa da bere? Un po’ d’acqua fresca, un succo di frutta? Tua nonna mi ha detto di darti quel che vuoi”.
“No grazie, Giuseppina. Invece, vado fuori in balcone a fumare una sigaretta” le dissi atteggiandomi da grande uomo vissuto.
“Anche tu fumi? Pure io, solo che le ho finite e non posso andare a comprarle senza il permesso della Signora” mi rispose con aria un po’ corrucciata.
“Se vuoi, te ne offro una io, vieni, andiamo in balcone” le dissi mostrandole il pacchetto di Marlboro rosse e l’accendino Bic.
Giuseppina mi seguì e mi indicò il balcone lato strada “perché da quello in cucina ci possono vedere e poi magari lo dicono alla Signora” disse convinta che i vicini a Roma fossero come i suoi vicini del paesello di 400 anime della provincia di Frosinone .
“Ma dai che non ci guarda nessuno. Fumano tutti, tanto!” le risposi passandole la sigaretta appena accessa.
“Grazie Paolo, sei molto gentile!” e abbassò lo sguardo verso terra. Dette un tiro ed iniziò a tossire.
“Ma che sigarette fumi? Sono fortissime!” mi disse quasi strozzata.
“Sono Marlboro, si, sono forti. Ma perché, tu che sigarette fumi?” le chiesi incuriosito.
“Io fumo quel che trovo, di solito le MS, oppure le Mercedes o le Kent. Le Marlboro no, sono troppo forti per me.” rispose.
“Beh, aspirane di meno, solo metà!” le suggerii.
“Beh, grazie comunque, dopodomani quando esco te le ricompro!” mi disse sorridendo.
“Ma figurati, per due sigarette. Eppoi, mamma non lo sa, ma ho altri due pacchetti di sigarette nella borsa dei libri. Uno gliel’ho preso di nascosto, è un pacchetto di Muratti, un alto è invece un pacchetto di MS. Se vuoi, vado a prendertene una!”
“Ma no, figurati, semmai per stasera. Quando c’è tua nonna mica posso fumare!” disse con tono spaventato.
“Beh, ora ci sono io, a me non dice niente!” le risposi atteggiandomi a suo protettore contro le angherie delle nonne antifumo.
“Ma perché, a te non dice nulla?”
“No, lo sa, però ha promesso di non dirlo a mia mamma. Io in cambio ho promesso di fumarne poche. Tu quante te ne fumi?” le chiesi.
“Quattro o cinque, ma solo quando posso. Da quando sono qui, ne fumo al massimo una o due al giorno” mi rispose. “E tu?”
“Io? Certe volte sei, sette, altre volte dieci. Una volta ne abbiamo fumate un pacchetto in un pomeriggio con un mio compagno di classe”.
“Ma non ti fa male? A me viene troppo da tossire!”
“A me no, non mi viene da tossire. Però, la prima sigaretta mi fa un po’ girare la testa, ma non sempre” le spiegai.
Rientrammo in casa. Io andai in studio e misi a posto i libri, poi misi la sacca sotto la poltrona assieme alle sigarette.
“Giuseppina, puoi venire un momento che ti faccio vedere una cosa?” le dissi.
La ragazza si affrettò a comparire e si fermò sul ciglio della porta dello studio.
“Guarda, se dovessi uscire con nonna e tu volessi fumare, metto le sigarette MS e Kent dentro la sacca dei libri qui, sotto la poltrona. Le Marlboro le nascondo in questa scatola dietro la porta, qui” indicando una scatola di legno pregiato ricoperta in lacca cinese con disegni in oro, una cineseria di altri tempi.
“Va bene, grazie!” mi rispose e si ritirò in cucina.
Poi si riaffacciò e mi chiese: “La signora mi ha detto che ti piacciono le patatine fritte. Come le vuoi, a striscioline o a fettine?”
“Per me è uguale, come ti viene meglio, quello che ci metti di meno a farle” le risposi sorridendole.
“Allora oggi le faccio a striscioline, domani magari a fettine. Va bene?” mi chiese ammiccando.
“Ma certo, benissimo, grazie Giuse. Posso chiamarti Giuse, vero?” le dissi.
“Si, meglio di Pina come mi chiamano a casa. Grazie!” rispose a 32 denti. Aveva un bel sorriso e gli occhi erano ora accessi dello stesso sorriso franco e sincero sulle labbra.

Mi misi seduto sullo sgabello del pianoforte ed iniziai a strimpellare. Poi, ricordandomi gli insegnamenti di mia mamma e di mia nonna, presi il libro degli esercizi di mamma, il Bona, ed iniziai a fare le scale e gli altri esercizi di diteggiatura cercando di leggere dal pentagramma.
Mi forzavo, la cosa non era naturale, ma con un po’ di sforzo ed applicazione mi ritrovai ad applicare il mio intuito e l’essere portato per la matematica mi aiutò non poco a tirare fuori qualcosa di accettabile.

Certo, nessuno mi obbligava a farlo, ma avevo a portata di mano decine di spartiti di musica classica che mi sarebbe piaciuto suonare.
Non mi accorsi dell’arrivo di nonna fino a che non apparve sulla porta dello studio con i pacchetti in mano.
“Nonna!” e mi alzai di scatto ad abbracciarla e a salutarla. Le ero molto affezionato, ero il suo primo nipote ed il suo punto di riferimento: mi chiedeva sempre di spiegarle alcune cose che leggeva sul National Geographic (in inglese!) soprattutto relative alla tecnica quasi, per il solo fatto di essere figlio di uno scienziato, avessi ereditato da papà la scienza infusa.

“Allora la mamma mi ha detto che starai qui una decina di giorni” mi disse.
“Si nonna, una decina di giorni. A me sembrano tanti, però il medico ha detto così e quindi mi tocca. Però sono contento di stare da te e con il nonno.”
Già, il nonno. Pur essendo in pensione, era ancora molto attivo e presenziava a svariati consigli di amministrazione di società parastatali.
Ricordo i suoi controlli prima di uscire la mattina con il cappello – una lobbia di Borsalino – e l’ombrello o il bastone da passeggio. Scendeva a prendere l’autobus, nonostante avesse diritto all’auto di servizio, e impiegava venti o trenta minuti per arrivare in uno dei suoi uffici, tutti attorno al Ministero del Tesoro.
Poi, all’ora di pranzo tornava a casa, con metodica precisione si sfilava cappello, guanti (se era inverno), paltò e poi, in camera, la giacca rimanendo in panciotto (anche d’estate, con 40 gradi, lo portava sempre). Quindi andava in bagno a lavarsi le mani usando sempre lo spazzolino netta unghie (che teneva curatissime), si asciugava con precisione le lunghe dita e poi, con passo marziale, si recava in camera da pranzo ove di solito, attendevamo tutti in piedi il suo arrivo. Dopo un rapido segno della croce, si spostava dalla parte di nonna facendola accomodare sulla sedia e, solo dopo che si era seduto, gli altri potevano imitarlo.
Subito veniva servito un dito di vino bianco dalla bottiglia di cristallo e due dita di acqua dalla caraffa di argento; lui beveva il vino, beveva l’acqua dopodiché prendeva il campanello e suonava. A quel punto, le donne di casa accorrevano a servirlo.

Al tempo però era rimasta solo Giuseppina, di certo incapace di mantenere l’elevato standard che le precedenti donne avevano garantito. D’altra parte, il nonno, ormai invecchiato, iniziava a dare cenni di arteriosclerosi, fissandosi certe volte con pervicace decisione su idee balzane del tipo “lavare di nuovo l’insalata a tavola” o “prendere i capelli d’angelo in brodo con la forchetta”.
Però ero molto affezionato anche a lui e lui ricambiava facendosi accompagnare a passeggio il pomeriggio e rifilandomi sostanziose mancette che andavano per lo più buttate in sigarette, oppure mi portava al cinema facendomi scegliere il film. Ed era frequente che qualcuno, incontrandolo per strada, si levasse il cappello salutandolo “Buon pomeriggio Eccellenza” da cui il soprannome che gli avevo affibbiato: “nonno Eccellenza”.

Arrivò quindi anche lui a casa e seguì meticolosamente il cerimoniale che conoscevo a menadito. Attesi assieme alla nonna in sala da pranzo in piedi alla sua sinistra, mentre la nonna sedeva all’altro capo del tavolo. Segno della croce, nonna seduta, nonno seduto, campanello. E Giuseppina, rossa dalla preoccupazione, di corsa a versargli il vino e l’acqua, e poi di corsa da nonna a versare anche a lei vino ed acqua.
Poi la ragazza fece un passo indietro aspettando l’ordine per servire quando il nonno mi rivolse finalmente la parola “Giovane mio nipote, immagino che nessuno ti abbia presentato la nostra nuova fantesca, Pina. Ella aiuta la nonna nelle faccende di casa e cucina per noi. Ti prego di essere ordinato e diligente per alleviare al massimo questa povera ragazza dall’onere della gestione degli affari domestici. Sono molto contento che tu sia qui ed ora mi racconterai dei tuoi successi scolastici.”.
Già. Mio nonno era quasi monotematico. Senso del dovere, obblighi, studio, disciplina. Persona del XIX secolo proiettata nel XX senza capirlo, subendolo solo in parte.
Di certo la mia permanenza non sarebbe stata facile, con mio nonno attento ai miei compiti giornalieri dietro mandato di mia mamma: ho sempre sospettato che lo avesse fatto apposta per punirmi per le mie alzate di testa, i miei capricci, le mie stranezze.

Comunque, il pranzo terminò quasi in silenzio, io che non volevo rispondere all’interrogatorio di nonno, protetto da nonna, e Giuse che cercava di attaccarsi a me per ricevere un po’ di empatia.
Il nonno e la nonna andarono a dormire come ogni pomeriggio, io mi misi a studiare un po’ in stanza mentre Giuse sbrigava la cucina.
Dopo un po’ bussò alla porta. “Paolo, potresti offrirmi una sigaretta, ma non le Marlboro, sono troppo forti!” mi chiese con voce melliflua.

“Certo Giuse, entra!” le risposi mentre andavo al nascondiglio per prenderle una sigaretta.
“Quale vuoi: la MS o la Kent?” le chiesi?
“Quella più leggera qual è?” mi rispose.

“Credo la Kent” e le aprii il pacchetto per dargliene una.
“Ho voglia di fumare anch’io” le dissi e mi presi una Marlboro da dietro alla porta.
“Si ma io me ne vado in stanza mia. Se vuoi, vieni con me.” mi disse.
Senza pensare a secondi fini (non ne ero capace) la seguii e ci chiudemmo nel suo stanzino, facendo silenzio in quanto era vicino alla stanza da letto dei nonni.
“Loro dormono di solito per un paio d’ore. Tua nonna si alza un po’ prima e va a preparare il caffè per tuo nonno, poi glielo porta in camera e dopo escono entrambi” mi spiegò. Sapevo delle abitudini dei nonni, ma non le avevo mai analizzate così attentamente.
Comunque, entrammo entrambi nella stanzina che conoscevo bene essendo stato a lungo il mio rifugio quando dormivo da nonna con il divano letto riservato a mia sorella. C’era solo il letto, un armadio, una sorta di scrivania con un paio di cassetti ed una sedia. Una finestrella che dava sulla chiostrina interna riforniva di aria e luce la stanza.

Giuse si sdraiò sul letto e si accese la sigaretta, poi si spostò un po’ di lato e mi fece cenno di sedermi accanto a lei.
Mi avvicinai e mi sedetti ai suoi piedi, il portacenere in mezzo alle sue gambe.
Per poterlo usare meglio slacciò un paio di bottoni e aprì un po’ il camice mostrando le gambe che, come avevo intuito, non erano malaccio. Peccato che peli lunghi un dito fossero un po’ ovunque, sui polpacci, sugli stinchi, fino al ginocchio.

Giuse mi sorprese a fissarli e mi disse “Lo so, ho i peli molto lunghi ma ho dimenticato di portare un rasoio e non so come fare. Spero dopodomani di uscire e poterli comprare”.
“Ma se vuoi io ne ho un paio. Te ne dò uno se ti serve. Tanto non credo di usarli tutti e due!” le risposi.
“Beh sei molto gentile. Ma quali sono?” mi chiese.
“Aspetta, vado a prendertelo” e mi alzai di scatto uscendo in silenzio dalla porta prima che potesse fiatare.
Andai in stanza, presi il mio necessaire da bagno, lo aprii ed estrassi uno dei tre rasoi che avevo con me: uno dei primi Gillette Trac II bilama portatimi da mio padre dall’America.
Tornai in camera di Giuse mostrandoglielo.
“Ecco, con questo non avrai problemi. È quasi impossibile tagliarsi” le dissi facendole notare le due lame.
“Incredibile, io fino ad oggi usavo quello a lametta di mio padre con le sue lamette usate” mi disse.
“Beh, questo dovrebbe tagliare molto di più” le risposi.
“Aspetta!” mi disse, si alzò, andò nel bagno di servizio e tornò con una piccola ciotola con un po’ d’acqua e del sapone. Poi prese il suo asciugamano da bidè e lo mise sul letto.
Quindi si slacciò altri tre bottoni del camice fino a metà coscia ed infine prese un po’ d’acqua e la passò sulle gambe assieme ad un po’ di sapone.
Si dedicò quindi a passare con la massima attenzione e delicatezza il rasoio sulle gambe. Un’evidente striscia di pelle pulita prendeva il posto dei peli. Ripassò accanto con maggior decisione, salendo dal basso verso l’alto fino al ginocchio passando poi la mano per sentire il risultato.
Soddisfatta, proruppe in un “Incredibile!” e riprese a radersi.
“Devo approfittare ora. Esci che mi devo spogliare” mi disse indicandomi la porta.
“Non posso rimanere a guardarti?” le chiesi con voce belante, un po’ di eccitazione che mi saliva in gola.
“Ma sei matto? E se venisse tua nonna?” rispose.
Accettai obtorto collo ed uscii chiudendomi la porta dietro le spalle. Mi recai allora in studio dove mi rimisi a studiare; in fin dei conti, il nonno mi avrebbe interrogato e se non avessi saputo rispondere, sarebbero stati problemi.

Trascorse quasi un’ora senza che succedesse nulla. Poi, sentii bussare alla porta. Mi alzai ed andai ad aprire.
Era Giuse che mi stava restituendo il rasoio.
“L’ho tutto lavato e disinfettato con l’alcool” mi disse porgendomelo.
“Ma non se ne parla. È tuo. Tienilo, ti servirà di certo altre volte. Sai, le lame durano moltissimo” le spiegai.
Poi le chiesi: “Ma dove lo hai usato?”

“Beh, un po’ dappertutto. Sulle gambe, sulle cosce, sotto la pancia, le ascelle e anche qui” indicando i baffetti che non c’erano più. Sembrava assolutamente felice di quel che aveva fatto.

“Sotto la pancia? In che senso?” le chiesi.

“Qui!” ed indicò il pube da sopra il camice che era tornato chiuso fino all’ultimo bottone.
Non avevo capito per cui richiesi.
“Qui dove, scusa? Non ho capito!” al che Giuse sbottonò i due bottoni del camice a quell’altezza e mostrò la zona sotto l’ombelico, coperta da un paio di mutande bianche che arrivavano poco sotto il bocciolo.
“Ah, capito!” le dissi facendo finta di aver capito. In realtà avevo visto solo un paio di volte un pube in fotografia e probabilmente non sarei stato capace di riconoscerlo nemmeno se me lo avessero sbattuto sotto al naso. Però la visione delle mutande bianche scatenò qualcosa al basso ventre. Un’improvvisa erezione mi attanagliò il pisello ed immediatamente portai una mano all’inguine per spostare l’elastico delle mie mutande che premeva proprio sull’uccello messo di traverso.

“Che fai?” mi chiese Giuse.
“Nulla, sistemo le mutande, l’elastico mi da fastidio.
“Ma come, hai l’elastico li giù?” indicando la mia base del pene.
“Si, sono un po’ piccole ed in certi momenti l’elastico mi tira” le spiegai con la massima inconsapevolezza ed innocenza.
“Ma fammi vedere” mi disse, ma proprio in quel momento sentimmo la porta della camera dei nonni che si apriva.

“Pina, visto che sei in piedi, prepari il caffè per favore?” le chiese.
Giuse rispose “Si subito signora” e scattò in cucina. Stavo per salutare nonna che invece attraversò il corridoio ed entrò in bagno. Mi recai allora in cucina e aprii lo sportello del frigo alla ricerca di un succo di frutta.
“Ti da ancora fastidio?” mi chiese Giuse.
“Cosa?” le risposi.
“L’elastico delle mutande”
“Ah, no, non più. Ora va bene” le spiegai senza fare cenno al fatto che l’erezione si era sgonfiata.

Presi un bicchiere e versai un po’ di succo.
“Ne vuoi anche tu?” le chiesi.
“No, grazie, non mi piace” rispose.
Feci un cenno con la testa e me ne tornai a studiare. Tempo un paio d’ore e sarebbe iniziata l’interrogazione da parte di nonno, soprattutto latino e greco: meglio sbrigarsi con le due versioni, e farle per bene.

Come previsto, dopo qualche tempo il nonno mi raggiunse in stanza, entrò senza bussare e mi disse: “Figliuolo, tua madre mi ha chiesto di controllare che tu faccia i compiti che i tuoi professori ti assegnano. Immagino che tu abbia già chiamato un tuo compagno per farti dare la lista dei nuovi compiti, ma se non l’avessi fatto, mi farò io carico di chiamare i loro genitori e chiedere direttamente a loro.”.
Della serie: non barare che ti tano.
“Si nonno, le versioni le ho finite. Sto rileggendo la lezione di storia e poi se vuoi mi interroghi” dissi, certo che se mi fossi mostrato collaborativo, magari avrebbe avuto un po’ di pietà. E comunque avevo ancora la carta nonna da giocare, oltre che l’aiuto a casa di mia madre.

Comunque, l’interrogazione andò bene e nonno si complimentò per la qualità della traduzione dal latino (trovata in gran parte nel vocabolario), meno per il greco. Per la storia, si interrogò da solo, nel senso che dette la sua personale versione del fatto storico (mi pare fosse Garibaldi ed i moti carbonari del 1848)…
Arrivò la sera, cenammo e poi, dopo cena, il nonno si ritirò.
Stavo per spogliarmi quando mi resi conto che non avevo pigiama.
Dormire senza a casa dei nonni era vietato, e quindi mi rivolsi alla nonna chiedendole aiuto.
“Nonna, sono senza pigiama, l’ho scordato a casa” le dissi.
“Te ne darei uno del nonno, ma ci cadi dentro” mi rispose.
In effetti pesavo si e no 50 kg al tempo, nonno era almeno di tre taglie più grosso di me e sarei stato ridicolo peggio di Cucciolo.
“Aspetta, guarda qui se questa ti va bene” e tirò fuori una specie di tuta di tessuto di tulle sintetico trasparente azzurrino slavato, quasi lilla, abbottonata sul davanti con una serie di automatici.
“Era di tua zia, dovrebbe starti bene” mi disse.
Già, nonna non badava minimamente all’estetica, ma alla mera funzionalità.
Però mi venne in mente un’idea.
La tuta era trasparente, inevitabilmente si sarebbe visto tutto. Io dormivo sempre senza mutande, e avrei indossato quella tuta nello stesso modo.
La cosa mi serviva per farmi vedere da Giuse, sperando in un suo interessamento.
Accettai pertanto senza fiatare.
Nonna all’ultimo momento me la riprese dalle mani dicendomi “Però è da donna, è quasi rosa! Non è da uomo!”.

Io la ripresi immediatamente, dicendole: “Nonna, ma chi vuoi che mi veda? E soprattutto, cosa vuoi che me ne importi?”.

Convinta, mi salutò e si diresse in stanza.

Io invece andai in bagno, feci quel che dovevo fare e mi spogliai nudo.
Quindi, mi infilai quella tuta chiudendo gli automatici che tiravano proprio all’altezza del pisello, che era già in erezione.
Mi masturbai un po’ per vedere l’effetto che faceva il mio cazzo in trasparenza. In effetti, si vedeva fin troppo bene. Decisi di rischiare uscendo così dal bagno. Percorsi silenziosamente il corridoio fino allo studio e poi chiusi facendo un po’ di rumore la porta, per avvertire della mia presenza.
Attesi infatti pochi minuti e sentii bussare alla porta.

Mi alzai ed andai ad aprire. Era Giuse che mi chiedeva una sigaretta.
“Si, però vengo a fumarla anch’io con te, ti va?” le dissi.
“Si va bene. Però io sono in pigiama, ti dispiace?”
“Anch’io sono in pigiama, se così si può dire…”
“In che senso?”
“Vengo in camera tua e vedrai!” le risposi.
Recuperai sigarette ed accendino, mi detti una scappellata al pisello per tenerlo dritto e bussai alla porta di Giuse.
“Entra, entra” mi disse a bassa voce aprendomi la porta senza scendere dal letto.
La stanza era in penombra, illuminata solo dal lumetto che aveva sul comodino; però riuscii a vedere che indossava un pigiama in tessuto sintetico abbastanza trasparente, e che non portava reggiseno. Difatti, i capezzoli spingevano il tessuto che mostrava in penombra le areole grosse e scure.
Quando si girò, notai che indossava sotto uno slip a tanga col fianchetto a stringa, diverso da quello che mi sembrava di aver visto prima.
Mi misi a sedere vicino a lei e le passai la sigaretta.
“Allora, perché dicevi del tuo pigiama?” mi chiese.
“Ma non lo vedi?” e mi alzai per mettermi alla luce con il torso.
“Ma è una tuta da donna?” mi chiese.
“Si, ho dimenticato il pigiama a casa e qui non posso dormire in maglietta e mutande” le spiegai.
“Io questo non lo capisco. Comunque, fatti vedere meglio” mi disse.
“Guarda che sono senza mutande” l’avvisai.
“Sai che sono cresciuta con quattro fratelli nella stessa stanza, secondo te, quanti piselli ho visto?” mi spiegò.
Mi spostai quindi verso la luce. Ma, non bastando, Giuse accese la luce centrale.
“Oh… ma si vede tutto!” mi disse.
In quel momento, il mio pisello decise di ritornare eretto.
Ora, pur non essendo ancora del tutto adulto, avevo un membro niente male sia da moscio che da dritto. Ogni volta che andavo nello spogliatoio dopo gli allenamenti di atletica, era immancabile che qualcuno dicesse «non inchinatevi di fronte a Paolo, stategli lontano almeno mezzo metro se tenete al vostro culo» alludendo alla mia notevole dimensione.
Anche Giuse fu abbastanza sorpresa.
“E’ grosso. Più grosso di quello dei miei fratelli. E anche del mio fidanzato!” aggiunse per poi subito mettere una mano davanti al viso arrossendo.
“Beh, devo dire che anche tu hai un seno come non ne ho mai visti” le confessai.
“Ti piace?” mi chiese mettendosi di profilo. In effetti, pur essendo molto grosso, era sodo e non cadeva. Le areole ed i capezzoli erano alla giusta altezza e muovendosi, le tette dondolavano poco rispetto alla massa.
Ovviamente, il tutto era rigorosamente coperto.

Buttai lì un’osservazione.
“Hai poi proseguito con il rasoio? Hai sentito come taglia bene?” le chiesi.
“Si, perfetto. Guarda!” e si alzò la gamba del pantalone sullo stinco per mostrare la liscezza.
“Tocca, tocca, senti che è liscia?” mi disse.
Allungai la mano a sfiorare lo stinco ed in effetti, la sua pelle era quasi serica al tatto.
“Ma non lo hai fatto solo sulle cosce e sulle gambe. Hai detto che lo hai fatto sulla pancia!” la provocai.
“Ma non sulla pancia. Ho detto qui!” e indicò di nuovo il pube e l’inguine.
“Fammi vedere come è venuto!” le dissi così, senza pensarci.
Ci fu un momento di imbarazzo fino a quando non si alzò un po’ dal letto e si calò i pantaloni, mostrando uno slip semi trasparente, molto più piccolo di quello di prima, attraverso il quale si intuiva una larga striscia di pelo nero. Però, al di fuori dello slip, tutto sembrava liscio.
“Posso?” le chiesi allungando la mano.
Rimase qualche secondo in silenzio, evidentemente imbarazzata e senza sapere cosa fare.
Poi si riscosse, prese la mia mano e se la portò sopra il pube, appena sotto l’ombelico. Poi la spostò sulla coscia destra e lì la lasciò, indecisa sul da farsi. Io, invece, presi coraggio e l’accarezzai salendo verso l’inguine, ma fui immediatamente stoppato.
“Forse stiamo sbagliando” disse.
Il mio pigiama, nel frattempo, si era aperto proprio all’altezza del pisello che stava ora tutto fuori, libero da qualsiasi costrizione.
Giuse se ne accorse e me lo indicò.
“Hai… hai tutto di fuori!” sospirò con un gemito.
Preso dalla eccitazione, decisi di provare a farmi una sega davanti a lei.
“Ti dispiace, ne ho proprio bisogno!” le dissi.
“Se proprio non puoi farne a meno!” e girò la testa dalla parte opposta per non guardarmi.
“Perché non mi guardi?” le chiesi.

“Perché non voglio. Senti, io ho sonno, ti dispiace se andiamo a letto? Magari domani” mi disse un po’ seccata.

Capii che non era il caso, ed uscii dopo averle augurato la buona notte.
Tornai in bagno e mi segai, e poi mi misi a letto.
Fui svegliato al mattino successivo dalla nonna che aprì la porta seguita da Giuse che mi portava la colazione a letto.
“Ah, buongiorno nonna!”
“Buongiorno Paolo! Hai dormito bene?” mi chiese.
“Si nonna, benissimo. Forse questa tuta è un po’ stretta, però, si apre sempre!” le dissi.

“Ho parlato con la mamma, mi ha detto che oggi ti porta il pigiama.

“Ah, perfetto!” dissi.
“Vado a prepararti la doccia, Paolo” mi disse uscendo dallo studio.

Giuse era ancora lì con il vassoio in mano.
“Buon giorno Giuse, passata una buona notte?” e mi scoprii mostrandomi ancora in tutta la mia erezione che aveva quasi strappato tutti gli automatici.
“Si, decisamente la tuta ti va stretta!” mi disse, poggiò il vassoio sul tavolinetto ed uscì dalla stanza.
Poi si riaffacciò e mi disse: “Mettimi le cose sporche in bagno sopra la lavatrice, ci penso io. Poi controllo le lenzuola, non vorrei che le avessi sporcate” mi disse indicando qualcosa sulla tuta. Una vistosa macchia di sperma essiccato si stagliava nitida sul tessuto della tutina un dito sotto l’ombelico.
Avevo avuto una polluzione notturna, probabilmente stimolata dall’accumulo di tensioni che avevo subito nel pomeriggio e alla sera.
Bevvi il caffellatte e rimandai a dopo la fetta di pane burro e marmellata.
Mi recai invece in bagno, coprendomi con il cambio, ove mi spogliai e mi misi sotto la doccia.

Mentre mi sciacquavo, si aprì la porta ed entrò Giuse portando in mano il lenzuolo superiore.

Mi aprì la porta della doccia e mi mostrò il guaio che avevo combinato.
“Stasera, prima di andare a letto, passa in bagno e svuotati. Se no, non posso cambiarti le lenzuola perché quelle per il tuo letto sono finite. E ora esci dalla doccia e sbrigati, che devo rifare il bagno.”

Capii che avevo rotto qualcosa e che nella mia smania, avevo combinato un pasticcio. Chiamai mamma al telefono a casa e le dissi che volevo tornare a casa.
“Piccolo mio, di certo non oggi. Sembra che la forma delle tue sorelle non siano gli orecchioni, ma lo sapremo domani. Se il medico dice che puoi rientrare, ti vengo a riprendere. Ma perché, non sei felice di stare dai nonni?” mi chiese.
“E’ che mi manca la mia mamma che mi dà sempre il bacio della buona notte!” mentii spudoratamente.

Dopo un paio di giorni i miei genitori mi vennero a riprendere.
Salutai Giuse e la ringraziai di tutto. Lei mi ringraziò per le sigarette.

Non la rividi più. Dopo qualche settimana, dovette andar via perché era rimasta incinta e doveva tornare al paese per sposarsi con il fidanzato. La sostituì un donnone di origine polacca, con gli avanbracci grossi quanto le mie cosce, Katrina.
Fu una fortuna perché da lì a poco il nonno si ammalò e fu necessario assisterlo a letto. Non ebbi notizie di Giuseppina. Chissà che fine ha fatto.
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