Una notte fuori dagli schemi
«Pronto? Ciao Andrea, come stai?»
«Alla grande, cazzo! E tu? Sei ancora vivo dopo quello che ti ho fatto vedere l’altra sera?»
«A malapena!» risposi ridendo.
«Giulia non dice niente, ma è da tre giorni che la vedo elettrizzata. Non fa che pensare a sabato, conta praticamente i minuti. Senti, allora è tutto confermato? Mi dai indirizzo e orario? E soprattutto, dimmi una cosa: dobbiamo portare qualcosa? Una bottiglia di vino, dei cioccolatini… o magari qualche giocattolo?»
Andrea rise dall’altra parte, quella risata bassa, lenta, un po’ stronza che ormai conoscevo troppo bene.
«No, tranquillo. I nostri amici stanno a posto coi soldi e ci pensano loro a tutto. Tu porta solo tua moglie.
Abbassò la voce, quasi a sorridere nelle parole: «Ehhh… ho parlato di te e di lei ai miei amici. Soprattutto di lei. Una gran fica, te lo posso dire senza giri di parole?»
Sentii il sangue muoversi. Non era la prima volta che me lo diceva, e ogni volta mi faceva lo stesso effetto strano, caldo, sporco.
«Puoi dirlo pure. Anzi… dillo più forte.»
«Lo scorso sabato sera non era programmato, eh. Ma ci siamo divertiti proprio. Tu non l’hai vista, ma tua moglie in bagno mi ha fatto un pompino con ingoio da manuale. In ginocchio sul pavimento freddo, le labbra strette intorno al mio cazzo, le mie mani tra i suoi capelli… e intanto tu eri nel salottino a chiacchierare con Sonia a pochi metri. Sapevi che stava succedendo qualcosa, vero?»
«Lo immaginavo», ammisi.
La voce mi uscì un po’ più bassa.
«Immaginavi. Bravo. E ti piaceva, vero? Ti piaceva sapere che mentre tu parlavi con la mia moglie, la tua era in ginocchio a succhiarmi il cazzo. Le ho tenuto i capelli e le ho detto di guardarmi. E quando le ho detto di aprire la bocca e di restare ferma, ha fatto esattamente quello. Ti piace sentirtelo raccontare?»
Il silenzio dall’altra parte della linea fu breve, ma pieno.
«Sì», risposi. Andrea rise di nuovo, più basso.
«Lo sapevo!» rise Andrea dall’altra parte del telefono. «E poi, cazzo… dopo che le sono venuto in gola, si è alzata con una tranquillità disarmante, si è rimessa il rossetto ed è tornata da te come se non fosse successo assolutamente nulla.....incredibile!»
Mi ha fatto un sorriso mentre passava. Una donna bellissima. Non pensavo di spingerla a fare una cosa del genere nel bagno di un locale pubblico… ma lei sembrava volerlo più di me.
E tu, invece di essere geloso, eri lì a chiacchierare con Sonia. Che poi… Sonia mi ha detto che anche tu ti sei dato da fare. Le hai messo le mani sotto la gonna mentre stavamo ancora al tavolo, vero?»
«Qualcosa del genere», ammisi.
«Qualcosa del genere. Bravo. Guarda che bel circolo vizioso abbiamo creato. Mia moglie ti piace, la tua mi piace… e a te piace sapere che io me la godo. È un ottimo inizio.»
«E per sabato?» chiesi, cercando di riportare la conversazione sul punto. «Chi ci sarà? E soprattutto, come funziona? Non siamo mai stati a una festa del genere.»
«Dovremmo essere cinque coppie, tutte selezionate con cura. Bella gente, dentro e fuori, più o meno della nostra età: dai trentacinque ai cinquanta, orientativamente.»
Fece una breve pausa, poi aggiunse:
«Potrebbe esserci anche una coppia più giovane. Sono amici di un’altra coppia che verrà alla festa. Lei è un po’ titubante, non ha ancora avuto modo di esplorare davvero questo mondo. È alle prime armi, diciamo. Il suo ragazzo vorrebbe aiutarla a lasciarsi andare, a superare un po’ di inibizioni. Da quello che hanno raccontato a Sonia, potrebbero venire anche solo per guardarsi intorno e conoscere l’ambiente, senza partecipare direttamente. Almeno, questa è l’idea che hanno prospettato.»
«Dai, fammi sapere, mi raccomando: orario e indirizzo. Sono curioso, cazzo. E poi, dai, diamo il benvenuto alla giovincella!»
Andrea scoppiò a ridere di nuovo, stavolta più a lungo, con quella risata complice di chi stava già immaginando come sarebbe andata la serata.
«Vediamo… magari alla fine non vengono, oppure lei decide che preferisce soltanto guardare. Mi hanno detto che, per essere una ventenne, è davvero un bel bocconcino.»
Fece una breve pausa, abbassando leggermente la voce, come se volesse rendermi partecipe di un segreto.
«Comunque, il vino farà la sua parte, credimi. E se la tua Giulia si comporta come l’altra sera… beh, quella ragazza avrà parecchio da scoprire. Magari potrebbe essere proprio tua moglie a metterla a suo agio, a farle capire come funziona questo mondo, senza fretta e senza pressioni. Sonia dice che certe cose si imparano meglio quando ci si sente in buona compagnia.»
«Potrei farla mettere in ginocchio accanto a Giulia e le faccio succhiare insieme. Ti piacerebbe vederle? Tua moglie e una ventenne, entrambe in ginocchio, che si alternano sul mio cazzo mentre tu guardi?»
Rimasi in silenzio un secondo di troppo.
«Sì», dissi alla fine.
«Lo sapevo!»
La voce di Andrea era quasi affettuosa, e per questo ancora più sporca.
«Allora sabato. Ti mando indirizzo e orario. .»
Chiudemmo la chiamata.
Quando alzai lo sguardo, Giulia era già in salotto.
Si era avvicinata senza far rumore e mi guardava con quel sorriso storto che conoscevo troppo bene.
«Allora?», chiese, avvicinandosi. «Mi ha chiamata gran fica?»
«Sì.»Si sedette a cavalcioni sulle mie gambe, le mani sulle mie spalle.
«E ti ha raccontato del bagno?»
«Hai sentito bene allora».
Lei inclinò la testa, divertita.«E ti sei eccitato mentre te lo raccontava?»
La guardai negli occhi.«Sì.»
Giulia rise piano, una risata bassa, quasi cattiva.
«Lo sapevo. Ti è venuto duro solo a sentirlo parlare di me in ginocchio, vero?»
Non risposi subito. Lei lo sapeva già. La sua mano scese lentamente sul mio petto, poi più in basso, fino a posarsi sopra il tessuto dei pantaloni.
«Dimmi la verità», sussurrò. «Cosa ti piace di più… sapere che l’ho preso in bocca, o sapere che ho fatto ingoiato tutto?»
«Entrambi», risposi.
La voce mi uscì più roca di quanto avessi previsto.
«Ma soprattutto… sapere che lo facevi mentre io ero a poca distanza da te. Sapere che avrei potuto entrare in qualsiasi momento e sorprenderti.»
Giulia sorrise. Questa volta, però, il suo sguardo si fece più serio, quasi deliberato. Sembrava aver capito quanto quella fantasia mi coinvolgesse e quanto bastasse poco, ormai, per riaccendere in me le immagini di quella sera.
«A me piace quando, dopo, mi baci e mi fai sentire quanto quell’esperienza ti abbia lasciato addosso. Mi eccita da morire sapere che sei lì, davanti a me, e che vuoi conoscere ogni dettaglio. E mi piace ancora di più quando me lo chiedi mentre mi accarezzi, come se volessi rivivere tutto attraverso le mie parole.»
Si avvicinò lentamente e mi sfiorò il lobo dell’orecchio con le labbra.
«Vuoi che te lo racconti adesso?»
La guardai senza rispondere subito. Il suo sorriso si allargò, consapevole dell’effetto che aveva su di me.
«Mi piacerebbe», sussurrai.
Giulia si sistemò accanto a me, intrecciando le dita alle mie. Poi cominciò a parlare piano, con la voce calda che mi sfiorava la pelle. Non aveva fretta. Sapeva che, in quel momento, erano soprattutto le sue parole, le pause e le cose che sceglieva di raccontarmi a rendere tutto così intenso.
«Era stretto, quel bagno. C’era poco spazio. Mi sono inginocchiata e lui mi ha preso i capelli… non con forza, ma abbastanza da farmi capire che voleva sentirmi. Gli ho leccato prima la punta, piano, guardandolo. Poi l’ho preso in bocca tutto. Era caldo e duro… e io sapevo che tu eri fuori. Ogni tanto alzavo gli occhi verso la porta, come se mi aspettassi di vederti entrare. E mentre gli succhiavo pensavo: “Se entra adesso, mi vede così… e gli piace”.»
La sua mano si muoveva lentamente su di me mentre parlava.
«Quando mi ha detto che stava per venire non mi sono tolta. L’ho tenuto in bocca e ho ingoiato tutto. Poi mi sono alzata, mi sono sistemata il rossetto allo specchio e sono uscita come se niente fosse. E tu… tu mi hai guardata e hai capito subito. Vero?»
«Vero.»
Giulia sorrise, soddisfatta.
«Mi piace questo gioco. Mi piace sapere che l’idea ti eccita, che ti fa perdere un po’ il controllo. E mi piace ancora di più quando, dopo, mi stringi a te… come se volessi rivendicare qualcosa che, in realtà, ti ho già regalato.»
Si sollevò lentamente dalle mie gambe, senza però allontanarsi. Si sistemò i capelli con un gesto distratto, poi riprese a parlare con una naturalezza quasi disarmante, come se stesse raccontando qualcosa di assolutamente ordinario.
«Quindi sabato ci saranno anche due ragazzi giovani, amici di Andrea e Sonia. Se ho capito bene, lei è ancora un po’ titubante, mentre lui vorrebbe aiutarla a superare le sue esitazioni. Immagino che, almeno all’inizio, si limiteranno a guardare.»
Sollevai lo sguardo verso di lei, cercando di capire quanto ci fosse di casuale nelle sue parole.
«E tu?» le chiesi. «Ti eccita l’idea di sapere che qualcuno potrebbe osservarti?»
Giulia inclinò appena la testa. Sulle sue labbra comparve un sorriso ambiguo, pensieroso e malizioso insieme. Per qualche secondo non rispose, lasciandomi sospeso nell’attesa.
Poi si avvicinò al divano e appoggiò una mano sulla mia spalla.
«Dipende da chi mi guarda», disse infine. «E da come mi guardi tu.»
«In che senso?»
Si chinò verso di me, abbastanza da costringermi a sollevare il viso per incontrare i suoi occhi.
«Se sapessi che sei lì, a pochi passi da me, e che non riesci a distogliere lo sguardo… credo che mi sentirei molto più sicura di quanto immagini.»
Fece una pausa, studiando la mia reazione.
«Ma non voglio che sabato diventi una prova da superare. Voglio che ci divertiamo insieme, che ci sentiamo liberi di scegliere. E se una cosa ci incuriosisce, la scopriamo con calma.»
Le presi la mano e la attirai delicatamente verso di me.
«Quindi sei curiosa quanto me?»
Giulia sorrise, questa volta senza malizia, ma con una scintilla negli occhi che conoscevo bene.
«Forse anche di più. Ma sabato lo scopriremo.»
Si chinò di nuovo, mi sfiorò le labbra con un bacio lento e sussurrò:
«E tu… quando mi vedi fare certe cose, ti senti meno marito? O ti senti di più?»
La domanda rimase sospesa tra noi. Non risposi subito. Giulia mi studiò per qualche istante, poi sorrise appena.
«Davvero ti eccita così tanto vedermi con un altro? Voglio sentirtelo dire. E voglio che tu mi guardi negli occhi mentre lo fai.»
Presi fiato e sostenni il suo sguardo.
«Sì. Mi eccita.»
«Quanto?»
«Abbastanza da non riuscire a smettere di pensarci.»
Il suo sorriso si fece più malizioso.
«Anche adesso?»
«Soprattutto adesso.»
Giulia mi sfiorò la guancia con le dita.
«E quando poi torno da te?»
Le circondai la vita con un braccio e la avvicinai a me.
«È quello che aspetto.»
Per un momento non disse nulla. Poi mi baciò, lentamente, come se quella risposta le fosse bastata.
Quando si staccò, mi guardò con un lampo divertito negli occhi.
«Allora sabato potrebbe essere interessante.»
«Tu dici?»
Giulia respirò più forte.
«Ma dimmi una cosa… quando mi immagini lì, a quattro zampe, con due uomini, mentre tu resti a guardare, cosa ti passa davvero per la testa?»
Rimasi qualche secondo in silenzio, cercando di mettere ordine nei pensieri.
«Non lo so, Giulia. È una sensazione difficile da spiegare. Da una parte mi dà fastidio solo a immaginarlo, dall’altra mi eccita da morire.»
Lei sorrise appena.
«Ti dà fastidio? Eppure continui a pensarci.»
«Appunto, è questo il problema!» risposi ridendo. «Mi manda fuori di testa l'idea che un altro possa averti, ma allo stesso tempo sapere che sei lì anche perché lo voglio io… è una cosa che non riesco a spiegarti.»
«E quando poi torno da te?»
«È quello che mi frega. Sapere che poi vieni da me, mi guardi negli occhi e mi baci come fai sempre. Credo che sia proprio questo a rendere tutto così eccitante.»
Giulia mi accarezzò la nuca, senza smettere di guardarmi.
«Quindi non hai paura che io possa preferire qualcun altro?»
«Qualche dubbio, ogni tanto, mi viene!» ammisi. «Ma se non mi fidassi di te, non riuscirei nemmeno a immaginare una cosa del genere.»
Lei si avvicinò ancora, con quel sorriso furbo che conoscevo bene.
«Dimmi la tua perversione. Quella che ti fa un po’ vergognare a pronunciare ad alta voce.»
La guardai per un istante, poi abbassai lo sguardo, cercando le parole giuste. Quando parlai, la mia voce si fece più bassa, quasi esitante, come se ammetterlo ad alta voce rendesse quel desiderio più reale.
«Voglio vederti inginocchiata in mezzo a tre o quattro uomini. Il trucco che cola, la bocca aperta, la lingua fuori, mentre ti usano il viso. Uno ti tira i capelli fino a farti lacrimare e tu lo guardi come se fosse il tuo padrone per quella notte. Voglio che ti mettano a pecora sul tavolo del soggiorno e che, uno dopo l’altro, ti prendano senza pietà, mentre tu, gemendo, cerchi i miei occhi. Voglio che mi chieda il permesso con lo sguardo prima che ti vengano addosso. E se io annuisco… voglio vedere la loro sborra sulla tua pelle, sul tuo viso, tra le tue tette, mentre ancora ti stanno usando.
Voglio sentire il sapore di altri uomini sulla tua lingua. Voglio che, alla fine, quando sei piena e distrutta, mi lasci riprenderti. Non con delicatezza. Voglio rientrare in te mentre sei ancora aperta e sentire quanto sei stata usata.»
Giulia serrò lentamente le cosce e il suo respiro si fece più profondo. Per qualche istante rimase in silenzio, colpita dalle mie parole. Sembrava che le avessero smosso qualcosa dentro, qualcosa che faticava a riconoscere e che, allo stesso tempo, non voleva più nascondere.
Ripresi a parlare, abbassando gradualmente la voce, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal suo.
«Sabato sera ti voglio vestita in modo che sia chiaro a tutti a cosa sei venuta a fare. Niente mutandine. Niente reggiseno. Solo qualcosa che si solleva o si sbottona in un attimo. Voglio sentire il tuo desiderio, la tua fame.»
Lei si avvicinò fino a sfiorarmi con le labbra, abbassando la voce in un sussurro caldo, appena percettibile.
«Adesso vieni qui e baciami. Ma fallo sapendo già cosa succederà sabato. E poi dimmelo ancora, piano, sulle mie labbra… dimmi che ti eccita l’idea di vedermi tra le braccia di un altro.»
Rimase a pochi centimetri da me, lo sguardo fisso nel mio, come se aspettasse non soltanto una risposta, ma il coraggio di pronunciarla.
Il sabato sera giunse…
La villa era silenziosa quando arrivammo. Lungo il vialetto, alcune fiaccole illuminavano discretamente il percorso, mentre dalle finestre filtrava una luce calda e avvolgente. Andrea e Sonia ci accolsero sulla soglia con due bicchieri di vino già pronti e un sorriso cordiale, di quelli che mettono subito a proprio agio, ma che sembrano anche custodire una certa complicità.
Il soggiorno era ampio, arredato con divani bassi, cuscini sparsi sul pavimento e lampade dalla luce soffusa. Una musica discreta accompagnava le conversazioni, creando un'atmosfera intima, quasi sospesa. Oltre a noi e ai padroni di casa, c'erano altre quattro coppie, compresa quella decisamente più giovane, che si distingueva subito dal resto del gruppo.
Sonia ci fece cenno di lasciare le giacche su una poltrona vicino all'ingresso. Si muoveva con naturalezza, passando da un ospite all'altro, come se conoscesse già ogni dettaglio della serata e sapesse come far sentire ciascuno al posto giusto.
Marco, il padrone di casa, era un uomo massiccio, con le spalle larghe e un'aria sicura di sé. Accanto a lui, Valeria, mora e formosa, indossava un vestito aderente che valorizzava le sue curve generose. Aveva un sorriso disinvolto, quasi provocatorio, e l'abitudine di sostenere lo sguardo dei suoi interlocutori un istante più del necessario. Non sembrava cercare apertamente l'attenzione, ma era evidente che non le dispiaceva riceverla.
Luca e Chiara occupavano uno dei divani. Lui appariva riservato, quasi impacciato; lei, bionda e sottile, indossava un abito lungo con uno spacco audace che lasciava intravedere le gambe a ogni movimento. I suoi modi erano delicati, lo sguardo apparentemente timido, ma osservava tutto con una curiosità silenziosa che contrastava con la sua aria discreta.
Poco distante, Davide e Federica animavano la conversazione. Lui aveva il fisico asciutto di chi pratica sport con regolarità, mentre lei, dai fianchi morbidi e dal seno abbondante, rideva spesso e parlava con tutti, senza alcuna difficoltà. La sua allegria contribuiva a sciogliere le ultime formalità, rendendo l'ambiente sempre più rilassato.
Roberto ed Elena completavano il gruppo delle coppie più adulte. Lui aveva un'aria tranquilla, quasi imperturbabile; lei, con le gambe lunghe, la postura elegante e una figura tonica, si muoveva con naturalezza, accompagnando ogni gesto con un sorriso misurato.
Infine, c'erano Giada e il suo ragazzo, decisamente i più giovani della compagnia. Lei non doveva avere più di ventitré anni. I capelli lunghi le ricadevano sulle spalle, incorniciando un viso fresco e luminoso; aveva una figura atletica, la vita stretta e lineamenti delicati. Per gran parte della prima mezz'ora rimase seduta sul divano, con le gambe raccolte, mentre il compagno le stava vicino, una mano appoggiata con leggerezza sulla sua spalla. Parlavano poco, ma ogni tanto lei sollevava gli occhi per osservare gli altri, tradendo una curiosità che sembrava andare oltre la semplice voglia di conoscere i presenti.
Poco dopo arrivarono anche Tommaso e Matteo, due amici di Marco e Valeria, entrambi sulla trentina, atletici e abbronzati, con l'aria di chi trascorre molto tempo all'aperto. Avevano modi disinvolti e sorrisi pronti, una sicurezza tranquilla che non aveva bisogno di essere esibita.
Il vino cominciò a circolare con generosità. Le conversazioni si intrecciavano tra il soggiorno e la sala da pranzo, passando dal lavoro alle vacanze, dagli amici comuni agli episodi divertenti di serate precedenti.
Le risate diventavano più spontanee e i gruppi si mescolavano, mentre Marco e Valeria facevano gli onori di casa con una familiarità che lasciava intuire quanto fossero abituati a riunire persone diverse attorno allo stesso tavolo.
Eppure, sotto quella superficie conviviale, c'era qualcosa che rendeva la serata diversa da una normale cena tra amici.
Me ne accorsi soprattutto dagli sguardi. Qualcuno si soffermava un po' più a lungo del necessario; altri sembravano divertirsi a cogliere le reazioni altrui, lasciando che una battuta ambigua o un sorriso appena accennato suggerissero più di quanto dicessero apertamente. Ogni tanto, passando dietro un divano o avvicinandosi per riempire un bicchiere, qualcuno sfiorava una spalla o un braccio con una naturalezza che poteva essere casuale, ma che non sempre sembrava del tutto involontaria.
Valeria, in particolare, sembrava muoversi con una sicurezza naturale, quasi impercettibile. Ascoltava con attenzione chi le stava davanti e, quando rideva, inclinava appena il capo, mantenendo lo sguardo dell’interlocutore un istante più del necessario. C’era in lei una vena di malizia discreta, il piacere di giocare con le parole e di scoprire fin dove potesse spingersi una provocazione senza mai renderla esplicita.
La coppia più giovane continuava a parlare poco. Giada, però, non rimaneva più sempre raccolta accanto al suo ragazzo. Di tanto in tanto si raddrizzava, si sistemava i capelli dietro un orecchio e seguiva con attenzione le conversazioni, lasciandosi sfuggire un sorriso quando qualcuno faceva una battuta particolarmente audace. Il suo compagno le parlava sottovoce e lei gli rispondeva avvicinandosi appena, ma la sua attenzione tornava spesso al resto del gruppo.
Non c'era nulla di esplicito, almeno per il momento. Soltanto una serie di piccoli segnali, difficili da interpretare singolarmente, ma che nell'insieme contribuivano a creare una tensione particolare.
A un certo punto, Sonia abbassò il volume della musica e ci indicò alcuni posti liberi vicino al camino spento.
«Prendete pure posto», disse con un sorriso. «Qui non si corre.»
La frase fu accolta da qualche risata, ma nessuno sembrò considerarla soltanto una battuta.
Ci sistemammo sui divani, con i bicchieri in mano. Le conversazioni ripresero, più tranquille, mentre una delle lampade veniva spenta e il soggiorno assumeva una luce ancora più morbida. Le distanze tra le persone si erano ridotte quasi senza che nessuno se ne accorgesse: qualcuno sedeva fianco a fianco, altri si erano sistemati sui cuscini a terra, formando piccoli gruppi in cui le voci si abbassavano naturalmente.
Fu allora che cominciai a percepire davvero il cambiamento.
Non era soltanto il vino, né la musica o la penombra. Era il modo in cui gli sguardi si incrociavano e poi si ritraevano, le pause che seguivano certe battute, i sorrisi che sembravano rivolti a qualcuno in particolare. L'atmosfera conservava tutta la leggerezza di una serata tra amici, ma sotto quella leggerezza si insinuava una curiosità più intima, ancora senza nome.
Sonia si sedette accanto a noi, incrociando elegantemente le gambe, e appoggiò il bicchiere sul tavolino. Valeria, dall'altro lato della stanza, stava raccontando qualcosa a Tommaso e Matteo; a un certo punto scoppiò a ridere, e il suo sguardo attraversò per un istante il soggiorno, incontrando il mio.
Fu soltanto un attimo.
Eppure, quando tornai a guardare il mio bicchiere, mi resi conto che stavo ascoltando le conversazioni molto meno di prima.
La serata era appena cominciata e nessuno aveva ancora fatto davvero il primo passo.
La villa era ormai immersa in un’atmosfera densa e calda. Le candele proiettavano ombre morbide sui corpi, il vino scorreva ancora e le voci si erano fatte basse, ravvicinate. Qualcuno aveva spento le ultime luci troppo forti; restava solo il bagliore delle fiamme e il profumo misto di pelle, alcol e desiderio.
Valeria fu la prima a rompere davvero la distanza.
Si alzò con calma, quasi esitando un istante, e fece un passo verso Tommaso. Non corse. Si fermò vicino a lui, abbastanza vicina da sentire il calore del suo corpo, e solo allora posò una mano alta sulla coscia.
Le dita rimasero lì, ferme, leggere, come se stesse chiedendo permesso senza parole.
Tommaso non si tirò indietro. Restò immobile, lo sguardo fisso sul suo.
Il silenzio tra loro si allungò, carico.
Solo dopo qualche secondo le sue dita si mossero, scivolando lentamente sotto il bordo del vestito.
Non salì di colpo.
Sfiorò la pelle della coscia, risalì con gesti piccoli, misurati, fermandosi ogni tanto come per assaporare la reazione di lei.
Valeria chiuse gli occhi un attimo.
Respirò più a fondo.
Poi, con lo stesso ritmo lento, si tolse l’abito.
Non lo strappò via: lo fece scivolare dalle spalle, lo lasciò cadere piano lungo i fianchi, fino a che restò in reggiseno e perizoma nero.
Si sentiva esposta, eppure non aveva fretta di coprirsi.
Tommaso la guardò a lungo.
Estrasse il preservativo dalla tasca senza fretta, lo aprì con gesti precisi, e se lo infilò mentre i suoi occhi non lasciavano mai il corpo di lei.
Solo quando fu pronto le tese una mano.Valeria si avvicinò, si mise a cavalcioni, ma non scese subito.
Restò sopra di lui, il bacino sospeso, sentendo il calore di lui contro di sé.
Lo guardò negli occhi mentre scendeva, centimetro dopo centimetro, prendendosi tutto il tempo.
Un gemito basso le uscì dalle labbra solo quando lo ebbe preso tutto, e anche allora rimase ferma qualche secondo, assaporando la sensazione prima di iniziare a muoversi.
Marco osservava con calma, già con i pantaloni aperti.
Quando Valeria si chinò per succhiarlo, lui le tenne i capelli e lasciò che lei lavorasse con la bocca mentre Tommaso la scopava dal basso con spinte regolari.
Sonia, seduta ancora vicino a noi, si voltò verso Giulia. Le posò una mano sulla coscia e salì lentamente fino a trovare le mutandine già umide.
Giulia aprì appena le gambe. Sonia scivolò sotto il tessuto e cominciò a massaggiarla con due dita, lente e precise. Io mi misi dietro mia moglie, le scostai i capelli e le baciai il collo mentre Sonia continuava a toccarla.
Le mie mani le sbottonarono il vestito; i suoi seni emersero e Sonia li prese subito in bocca, succhiando i capezzoli mentre le dita non smettevano di muoversi tra le sue gambe.
Intorno a noi tutto stava accelerando.
Federica aveva già la camicetta aperta; Davide le succhiava i seni generosi mentre lei gli apriva i pantaloni. Pochi secondi dopo era a cavalcioni su di lui, i fianchi che si muovevano con ritmo deciso.
Chiara, con lo spacco dell’abito completamente aperto, aveva le gambe divaricate; Luca le leccava la figa mentre Roberto le massaggiava i seni e le parlava all’orecchio.
Giada era ancora seduta accanto al suo ragazzo. Lo guardava, poi guardava gli altri. Le labbra erano dischiuse, il respiro corto. Quando Valeria venne con un gemito acuto, Giada emise un piccolo suono involontario.
Mi avvicinai. Mi sedetti al suo fianco e le posai una mano sulla coscia nuda.
«Ti piace guardare?» le chiesi a bassa voce.
Lei annuì, appena. Il suo ragazzo restò immobile, gli occhi fissi su di lei. Gli feci un cenno rassicurante.
«Non deve fare niente che non voglia. Guarda soltanto.»
Le mie dita salirono sotto la gonna di Giada. Le mutandine erano già bagnate. Le spostai di lato e le feci scorrere un dito tra le labbra lisce e rosa. Era calda, aperta.
Cominciai a massaggiarle il clitoride con movimenti circolari mentre con l’altra mano le sbottonavo la camicia. I suoi seni piccoli e sodi emersero; i capezzoli erano duri. Li presi in bocca uno alla volta, succhiando piano mentre le dita continuavano a lavorare.
Giada cominciò a muovere i fianchi.
Piccoli movimenti.
Il suo ragazzo respirava pesante, una mano ormai dentro i propri pantaloni.
Quando le infilai due dita, lei chiuse gli occhi e morsicò il labbro.
Era stretta, si contraeva intorno a me.
Continuai a spingere e a strofinarle il clitoride finché non venne, il corpo che le si contorceva, un gemito soffocato tra i denti.
Non le diedi tempo di riprendersi. Mi tolsi i pantaloni, aprii un preservativo e me lo infilai.
La feci mettere a quattro zampe sul divano, le sollevai la gonna e le abbassai le mutandine.
La sua figa era gonfia e lucida.
Mi posizionai dietro di lei con calma.
Le mani scesero lungo i suoi fianchi, le sfiorarono la schiena, fermandosi un attimo sulla curva del sedere prima di avvicinarmi del tutto.
Sentivo il calore della sua pelle contro il mio corpo. Non entrai subito. Lasciai che il mio cazzo scivolasse piano tra le sue cosce, sfiorandola, sentendo quanto fosse già bagnata.
Solo quando lei spinse leggermente indietro i fianchi iniziai a penetrarla. Lentamente. Un centimetro alla volta. Era strettissima, e ogni piccolo avanzamento le strappava un suono soffocato, quasi un gemito trattenuto.
Mi fermai più volte, restando fermo dentro di lei, assaporando la pressione calda e stretta, aspettando che il suo corpo si abituasse.Quando fui tutto dentro non mi mossi subito. Restai così, premuto contro di lei, le mani ferme sui suoi fianchi, sentendo i suoi respiri irregolari. Solo dopo qualche secondo cominciai a muovermi. Spinte profonde, lente, regolari. Non accelerai. Ogni volta che mi ritraevo quasi del tutto, poi rientravo fino in fondo, lei emetteva un piccolo suono più lungo, e io stringevo un po’ di più i fianchi tra le mani, tenendola ferma mentre continuavo a spingere dentro di lei con lo stesso ritmo paziente.
Il suo ragazzo si era messo di fronte a lei. Giada gli aprì i pantaloni con le mani tremanti e gli prese il cazzo in bocca, succhiando mentre io la scopavo da dietro.
Ogni mia spinta le faceva prendere il ragazzo più a fondo in gola. I suoni erano umidi, disordinati.
A un certo punto mi fermai e uscii.
Lei si voltò, il viso arrossato, la saliva che le colava dal mento.
Tommaso si avvicinò, già pronto. Si mise dietro di lei e la penetrò con una spinta sola, facendola gemere forte. Mentre la scopava con ritmo deciso, Matteo le si mise davanti e le infilò il cazzo in bocca.
Giada li prese entrambi, una mano sulla coscia di Tommaso, l’altra che teneva la base del cazzo di Matteo.
Marco, dopo aver finito con Valeria, si avvicinò anch’esso.
Quando Tommaso uscì, Marco si mise al suo posto. La penetrò da dietro, più lento ma più profondo, tenendole le natiche aperte.
Giada gemeva ad ogni spinta, la bocca ancora occupata da Matteo.
Il suo ragazzo se la stava segando a pochi centimetri dal suo viso, gli occhi fissi su di lei mentre veniva presa a turno.
La ribaltarono sulla schiena. Davide si infilò tra le sue gambe e la penetrò mentre lei teneva le cosce aperte con le mani.
Roberto le si mise accanto e le mise il cazzo in bocca. La scoparono così, uno dopo l’altro, cambiando posizione: a quattro zampe, sulla schiena, a cavalcioni.
Ogni volta un ritmo diverso, ma sempre rapporti protetti. Giada non diceva di no. Gemeva, sudava, veniva, e ogni volta che uno di loro usciva un altro era già pronto.
A un certo punto la misero in ginocchio.
Non lo fecero di colpo.
Tommaso le mise una mano sulla spalla e la guidò piano verso il pavimento, mentre Matteo le restava dietro, le mani ancora sui suoi fianchi.
Giada si inginocchiò lentamente, sentendo il pavimento freddo contro le ginocchia.
Tommaso le si mise di fronte. Le accarezzò i capelli, le sollevò il viso con due dita sotto il mento e le fece aprire la bocca. Solo allora le offrì il suo cazzo, facendolo scivolare tra le sue labbra con gesti misurati. Lei lo prese senza fretta, le labbra strette intorno a lui, mentre lui teneva la sua testa con entrambe le mani, senza spingere troppo.
Dietro di lei, Matteo si avvicinò. Le sfiorò di nuovo i fianchi, poi la figa ancora bagnata. Entrò lentamente, un centimetro alla volta, fino a sentirsi completamente dentro. Restò fermo qualche secondo, assaporando quanto fosse stretta, prima di iniziare a muoversi con spinte profonde e regolari.
Giada emise un gemito soffocato intorno al cazzo di Tommaso. Si aggrappò al braccio del suo ragazzo, le unghie che premevano sulla pelle.
Matteo rallentò ancora. Ritrasse quasi del tutto, poi, con lo stesso ritmo paziente, spinse il suo cazzo anche nel culo di lei. Lentamente. Molto lentamente. Ogni piccolo avanzamento le strappava un suono più lungo, più acuto. Quando fu tutto dentro restò immobile, le mani ferme sui suoi fianchi, lasciandole il tempo di abituarsi. Solo dopo cominciò a muoversi di nuovo, spinte profonde e controllate, mentre Tommaso continuava a scoparle la bocca con lo stesso ritmo lento e costante.
Lui la guardava, il cazzo duro in mano, mentre lei veniva presa in entrambi i buchi. Quando finalmente la lasciarono, Giada era distesa sul divano, il respiro corto, il corpo segnato e lucido di sudore. Il suo ragazzo le accarezzava i capelli, ancora eccitato, mentre lei teneva gli occhi socchiusi.
Fu allora che gli uomini si voltarono verso mia moglie Giulia.
Era ancora in ginocchio tra le cosce di Sonia, il viso lucido, le labbra gonfie e umide. Sonia le raccolse i capelli con una mano e le sollevò delicatamente il mento, quasi volesse mostrarla agli altri.
Giulia era in splendida forma: un fisico tonico, armonioso, una femminilità matura che non aveva perso nulla del suo fascino. C’era qualcosa di magnetico nel modo in cui si muoveva, nella sicurezza con cui sosteneva gli sguardi e nella naturalezza con cui occupava la scena.
E mentre gli uomini la osservavano, ebbi la sensazione che, dopo aver condiviso con Sonia un momento tanto intenso, fosse proprio mia moglie a essere diventata il centro dell’attenzione, la presenza più desiderata e preziosa di tutta la serata.
Tommaso si avvicinò.
Giulia aprì la bocca senza esitare. Lui le infilò il cazzo tra le labbra e cominciò a muovere i fianchi con calma, lasciandole il tempo di abituarsi.
Giulia succhiava con attenzione, gli occhi socchiusi, concentrata sul ritmo.
Dietro di lei Sonia si chinò e le massaggiò la figa già gonfia e bagnata.
Io restai a guardare. Il sangue mi pulsava forte.
Matteo si mise accanto a Tommaso. Quando quest’ultimo uscì dalla bocca di Giulia, Matteo la fece alzare e la piegò in avanti sul bracciolo del divano. Si infilò un nuovo preservativo, le sollevò il vestito, le abbassò le mutandine e la penetrò da dietro con una spinta decisa.
Giulia emise un gemito lungo, le mani che si aggrappavano al tessuto.
Solo in quel momento alzò lo sguardo e mi trovò. Mi guardò per qualche secondo, gli occhi umidi, mentre Matteo la scopava con colpi regolari.
Poi abbassò di nuovo la testa quando Tommaso le si mise davanti e le rimise il cazzo in bocca.
La prendevano uno da dietro e uno in gola, con ritmo sincronizzato.
Marco si unì. Quando Matteo uscì, Marco la ribaltò sulla schiena, le divaricò le gambe e la penetrò a fondo, tenendole le cosce aperte.
Giulia gemette a ogni spinta, il viso arrossato, i seni che rimbalzavano. Roberto le si avvicinò e le posò il cazzo sulle labbra; lei lo prese senza esitare, succhiando mentre Marco continuava a scoparla.
Non mi guardò in quella fase. Era tutta presa dal piacere e dalla sottomissione.
La girarono di nuovo. La misero a quattro zampe. Davide la prese da dietro, spinte profonde e regolari, mentre Matteo le teneva la testa e le usava la bocca. Ogni tanto si scambiavano.
Giulia li prendeva tutti, uno dopo l’altro, la figa e la bocca sempre occupate.
A un certo punto Matteo le spinse anche nel culo, lentamente. Giulia gemette forte contro il cazzo di Davide, le cosce che le tremavano.
Fu allora che alzò di nuovo lo sguardo e mi cercò. Mi guardò mentre un altro uomo le entrava nel culo, gli occhi socchiusi e lucidi, le labbra strette intorno al cazzo di Davide. Non si tirò indietro. Si lasciò riempire, e in quel momento i suoi occhi restarono sui miei per qualche secondo, prima di richiudersi di nuovo nel piacere.
Io mi ero avvicinato. Le accarezzai i capelli mentre veniva presa, e lei alzò lo sguardo su di me per un attimo, gli occhi lucidi, la bocca piena.
Non c’era vergogna. Solo desiderio.
Per un attimo la mia fantasia più perversa mi attraversò la mente come una scarica.
Immaginai quei rapporti senza nulla in mezzo, a pelle, i cazzi di quegli uomini che entravano liberi nella figa di mia moglie, che la prendevano davvero, fino in fondo, e ci lasciavano dentro il loro sperma caldo, riempiendola, segnandola. Li vedevo spingere fino all’ultimo, scaricarsi in lei mentre lei gemeva e li accettava tutti. Quel pensiero mi indurì il cazzo in un secondo, tanto da farmelo pulsare dolorosamente. Sapevo che per la sua sicurezza non era possibile, che non sarebbe mai successo… ma lo desiderai lo stesso, con una forza sorda e sporca che non riuscivo a scacciare.
Quando finalmente i maschi si allontanarono, Giulia era ansimante, il corpo sudato, le gambe ancora divaricate. Sonia le si chino sopra e la baciò, assaggiando il sapore degli altri sulla sua bocca.
Andrea, che fino a quel momento aveva osservato tutto con un sorriso calmo, si alzò e ci fece cenno.
«Andiamo di là», disse a bassa voce. «C’è una stanza più riservata. Solo noi quattro.»
Sonia annuì.
Giulia si alzò lentamente, le gambe ancora tremante, e mi prese la mano.
Io raccolsi i vestiti a metà. Lasciammo dietro di noi la stanza principale ancora piena di corpi intrecciati e gemiti.
Giada era di nuovo a quattro zampe, presa da dietro da uno degli uomini, mentre il suo ragazzo le teneva la faccia tra le mani.
La porta della stanza separata si chiuse alle nostre spalle.
Giulia non disse nulla. Era ancora tremante per come l’avevano strapazzata nel salone. Si avvicinò direttamente ad Andrea, che la accolse attirandola a sé e baciandola con passione.
Lui la accompagnò verso il letto, mentre lei, prima di lasciarsi andare, si voltò un’ultima volta verso di me.
I suoi occhi erano lucidi, le labbra gonfie e rosse, i capelli in disordine. C’era ancora qualcosa di selvaggio in quello sguardo, un misto di sfida e di resa. Mi fissò per un secondo, come se volesse imprimersi l’immagine di chi l’aveva appena usata, poi si lasciò spingere indietro sul materasso.Andrea non perse tempo.
Le tolse quel poco che le rimaneva addosso con gesti rapidi, quasi frettolosi, e si chinò su di lei. La baciò di nuovo, più a fondo, mentre una mano le scendeva tra le cosce ancora umide e calde. Giulia emise un suono basso, un gemito soffocato, e aprì le gambe senza resistenza.
Io restai fermo vicino alla porta, osservando. Il salone era ancora pieno dell’odore di sesso e del ricordo di ciò che era successo poco prima.
Adesso toccava a lui. Andrea si sistemò tra le sue cosce. Prima di penetrarla, indossò il preservativo. Poi la prese per i fianchi e entrò in lei con una spinta secca. Giulia gettò la testa all’indietro, un sospiro lungo le sfuggì dalle labbra, e le unghie le si conficcarono nelle spalle di lui.
Il letto iniziò a scricchiolare con un ritmo regolare. Andrea la scopava con forza, senza delicatezza, come se volesse cancellare ogni traccia di quello che era successo prima. Giulia non si sottraeva: alzava il bacino incontro a ogni spinta, i seni che oscillavano, la bocca socchiusa in un’espressione a metà tra il piacere e lo sfinimento.Ogni tanto i suoi occhi si riaprivano e cercavano i miei. Non diceva niente. Non aveva bisogno di dirlo.
A un certo punto vidi cambiare la sua espressione.
Non c’era soltanto eccitazione nel suo sguardo. C’era qualcosa di più vulnerabile, una domanda silenziosa che sembrava rivolta esclusivamente a me. Mi fissava intensamente, quasi implorandomi di capire quello che desiderava senza costringerla a dirlo ad alta voce.
Poi, senza interrompere quel contatto visivo, allungò una mano verso Andrea e gli sfilò il preservativo.
Andrea si fermò, sorpreso dal gesto.
Giulia non smise di guardarmi.
«Continua», gli disse piano.
Lui esitò, cercando di capire se avesse davvero compreso le sue intenzioni. Giulia gli si avvicinò e ripeté la richiesta, questa volta con maggiore decisione.
«Scopami.»
Giulia chiuse gli occhi per qualche secondo, poi li riaprì e tornò a fissarmi. Il suo viso era arrossato, il respiro accelerato. Non pronunciò altre parole, ma quello sguardo sembrava contenere una richiesta di complicità e, insieme, una sfida.
Andrea le afferrò i fianchi con entrambe le mani, le dita che affondavano nella carne morbida. Non entrò piano. La spinse avanti con un colpo secco, fino in fondo, e restò lì un secondo, facendole sentire ogni centimetro.
Giulia emise un suono basso, gutturale, e alzò gli occhi verso di me mentre veniva spinta in avanti di nuovo.
«Dì a tuo marito cosa stai sentendo.»
La voce di Andrea era roca, quasi un ringhio.Giulia non distolse lo sguardo da me. Le labbra le tremavano leggermente.
« E' così caldo e grosso, mi riempie tutta. Lo sento pulsare forte fino in fondo mentre mi scopa.»
Il mio cazzo era già duro da fare male. Mi stavo segando con movimenti lenti, lenti, solo per non esplodere. Sonia si inginocchiò davanti a me senza dire una parola. Mi prese in bocca con una lentezza quasi rituale, le labbra che si chiudevano intorno alla testa, la lingua che girava, ma gli occhi restavano fissi su Andrea che scopava mia moglie.
Ogni tanto si ritraeva abbastanza da farmi vedere il filo di saliva che collegava la sua bocca alla mia pelle, poi scendeva di nuovo, più a fondo.
Andrea accelerò. Non c’era più nulla di controllato. Le spinte erano violente, secche, il suono umido della carne che sbatteva contro la carne riempiva la stanza.
Giulia veniva spinta in avanti a ogni colpo, le tette che oscillavano, i capelli che le cadevano sul viso. Gemette più forte, la voce spezzata.
«Sto per venire. La riempio?»
Andrea glielo chiese senza rallentare, gli occhi che mi cercavano per un istante.Giulia non esitò. Mi guardò dritto negli occhi, le pupille dilatate, la bocca semiaperta.
«Sì. Vienimi dentro. Voglio la tua sborra. Tutta. Riempimi.» Andrea affondò fino in fondo e si fermò solo per un secondo, i fianchi che si contraevano a scatti. Si vedeva chiaramente: ogni spinta interna, ogni getto. Giulia tenne gli occhi aperti su di me per tutto il tempo, le labbra che formavano parole spezzate.
«Lo sento… è caldo… mi sta riempiendo… cazzo… sta ancora venendo… lo sento arrivare a ondate…» Quando Andrea si ritrasse, lento, un filo denso di sborra gli colò dal cazzo e cadde sulla coscia interna di Giulia.Riscrivi con un tono più realisticoAndrea accelerò. Le spinte diventarono più forti, irregolari, il suono umido dei corpi che si urtavano riempiva la stanza.
Lei restò a pecora, la schiena inarcata, la figa aperta e che gocciolava, il bianco che le scendeva lungo le labbra gonfie e poi più giù, verso il ginocchio.
«Vieni a prenderlo,» disse, la voce bassa, roca.
«Entra dentro mentre è ancora pieno di lui.»
Mi alzai. Sonia mi lasciò andare con un ultimo, lento movimento della lingua. Entrai in Giulia con una spinta sola. Era caldissima, scivolosa, piena.
La sborra di Andrea mi avvolse il cazzo subito, caldo e denso. Iniziai a muovermi, sentendo la differenza, sentendo come lei fosse già allargata e bagnata da un altro. Ogni spinta faceva uscire un po’ di quel bianco, che mi colava lungo le palle.
«Sì… così… senti quant’è piena? È tutta sua… e adesso è anche tua.»
La voce di Giulia era quasi un sospiro, ma non chiudeva gli occhi. Continuava a guardarmi mentre la scopavo.
Sonia si era sdraiata accanto, le gambe aperte. Andrea le si mise tra le cosce senza esitare e iniziò a leccarla, lento e profondo, mentre teneva lo sguardo su di me che scopavo mia moglie. La lingua che entrava, i suoni umidi, le dita di Sonia che gli affondavano nei capelli.
Dopo qualche minuto mi tolsi da Giulia. Lei restò così, a pecora, ancora che gocciolava.
Sonia mi guardò, gli occhi scuri, la bocca semiaperta.
«Adesso tocca a me. Voglio lo stesso trattamento. Voglio la tua sborra dentro. Davanti a lui.»
Si mise a pecora con un movimento fluido. Andrea le afferrò i capelli con una mano, tenendola ferma, e mi guardò mentre entravo dentro sua moglie a pelle. Era stretta, bagnatissima, quasi a chiudersi intorno a me. Iniziai a scoparla forte, senza premura. Ogni spinta faceva muovere tutto il suo corpo in avanti, e Andrea le parlava all’orecchio a voce bassa, ma abbastanza forte perché io sentissi.
«Prendilo. Prendi il cazzo di un altro davanti a me.»
Sonia gemette, la voce rotta.«Lo sto prendendo… è grosso… mi scopa forte… e tu stai guardando… cazzo, sta andando a fondo…»
La scopai con una rabbia calda, quasi possessiva. Ogni tanto giravo la testa verso Giulia: si era seduta sulla poltrona, le gambe aperte, due dita che si muovevano lentamente tra le labbra ancora lucide di sborra. Il bianco di Andrea le colava ancora lungo la coscia, lento, e lei non faceva nulla per fermarlo. Mi guardava mentre scopavo Sonia, e si toccava più forte.
«Vienimi dentro,» disse Sonia, la voce quasi un pianto.
«Fallo. Voglio sentirlo.» Andrea le strinse i capelli un po’ di più e mi guardò dritto.
«Riempila. Voglio vedere.»Venni dentro Sonia con un gemito lungo, i fianchi che si contraevano a scatti. Lei strinse il lenzuolo fino a farle male alle dita e tenne gli occhi aperti su Andrea per tutto l’orgasmo, le labbra che formavano parole senza suono. Quando mi ritrai, lento, anche lei gocciolava. Il bianco le scendeva dalle labbra gonfie, lungo la coscia interna, fino al lenzuolo già macchiato.Restammo così per un momento, respiri pesanti, corpi sudati.
Dopo quel momento così intenso tra di noi, Giulia mi baciò con una passione vorace, la lingua che mi invadeva la bocca come se volesse succhiarmi l’anima.
Sonia non fu da meno: si avventò su Andrea e lo baciò con la stessa furia, labbra che si schiacciavano, denti che graffiavano, lingue che si avvolgevano in un nodo umido e disperato.
Ancora con il respiro corto e i corpi ancora vibranti, decidemmo di tornare dagli altri in soggiorno.
Lì la festa si era trasformata in un’unica massa sudata e ansimante.
Giada era ancora al centro di tutto, il corpo ormai ridotto a una bambola usata: il viso lucido di sborra, i capelli appiccicati, le tette e la pancia striate di liquido bianco che le colava lentamente tra le cosce.
Tommaso, dietro il divano, le teneva le gambe spalancate a centottanta gradi come due ali spezzate, mentre il padrone di casa le martellava la figa con colpi secchi e profondi, alternandosi senza pietà al buco del culo. Ogni spinta le strappava un gemito misto di piacere e dolore.
Il suo ragazzo la guardava da vicino, soddisfatto di averla disinibita, di averla portata oltre ogni limite quella sera.
Nel frattempo si trovava sulla poltrona a fianco, con Valeria a pecora sotto di lui. Le tette enormi le ballavano pesanti a ogni spinta, i capezzoli rossi e duri che battevano contro il bracciolo.La bionda Chiara era seduta sullo schienale alto del divano, le gambe lunghe e affusolate divaricate, la figa gonfia offerta. Lui, senza mai uscire del tutto da Valeria, si piegava di lato e affondava la lingua dentro Chiara, leccandola e succhiandola a fondo, riempiendosi la bocca del suo sapore mentre continuava a scopare la mora sotto di sé.
Nel soggiorno la festa non si era ancora spenta. Qualcuno beveva ancora, alzando bicchieri semi-vuoti in silenzio, mentre da altri divani e poltrone sguardi curiosi e mani lente si muovevano tra cosce e petti, accarezzando, sfiorando, osservando le scene di sesso al centro della sala come si osserva un fuoco che non si spegne.
Giulia, ora, pareva sazia. Il respiro era più calmo, il corpo abbandonato contro il mio, eppure i suoi occhi restavano assorbiti da ciò che succedeva, come se ogni gemito, ogni spinta, ogni goccia di liquido che colava alimentasse una fantasia che ormai non aveva più fine.
Erano già ore buie.
Tra poco avremmo fatto ritorno.
Ma il viaggio verso questo mondo sembrava non avere più confini. La strada del non ritorno era stata presa, e nessuno di noi, quella notte, sembrava volerla abbandonare.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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