tradimenti
Resurrezione di donna - Cap. 27
03.07.2026 |
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Fabiola si passò una mano sullo spacco, sentendo il tessuto freddo sotto le dita..."
La luce grigia dell’alba filtrava attraverso le tende di lino della dépendance, illuminando il parquet con strisce di luce pallide. Fabiola aprì gli occhi senza muoversi, come faceva ogni mattina da tre mesi a quella parte, assaporando quel momento di quiete prima che la routine prendesse il sopravvento. Il silenzio era rotto solo dal ticchettio lento dell’orologio a pendolo nel corridoio, un suono che ormai riconosceva come parte della casa. Sbadigliò, allungando le braccia sopra la testa, sentendo le lenzuola di morbido cotone egiziano scivolare sulla pelle. Era febbraio, e nonostante il riscaldamento acceso, l’aria conservava un morso freddo che le ricordava che l’inverno non aveva ancora allentato la presa.Si sedette sul letto, i piedi nudi che cercavano il calore del tappeto persiano ai suoi piedi. La stanza era ordinata, ogni oggetto al suo posto: la spazzola sul comodino, il portagioie aperto con gli orecchini di perle sintetiche che aveva indossato il giorno prima, la tazza di porcellana vuota sul vassoio d’argento. Si passò una mano tra i capelli neri, ancora spettinati dal sonno, e si guardò allo specchio dell’armadio. Gli occhi azzurri le sembrarono più stanchi del solito, ma c’era anche qualcosa di nuovo: una luce determinata, quasi ostinata, che non c’era tre mesi prima.
Si alzò, avvolgendo intorno al corpo la vestaglia di seta color avorio che Riccardo le aveva fatto trovare fin dalla prima sera. Era un gesto che all’inizio l’aveva sorpresa, un regalo senza occasione, come se fosse un qualcosa di ovvio, ma ora lo indossava ogni mattina, come un rituale. Si diresse verso il bagno, dove la doccia rivestita in ardesia e gli asciugamani riscaldati l’aspettavano. Aprì il rubinetto della doccia, regolando l’acqua fino a trovare la temperatura perfetta, quel punto in cui il calore quasi bruciava, ma non abbastanza da fare male. Mentre l’acqua le scorreva addosso, chiuse gli occhi e respirò a fondo. Tre mesi. Tre mesi in cui aveva imparato a gestire l’agenda di Riccardo con precisione assoluta, a riconoscere al volo le priorità tra una chiamata da Parigi e una da Francoforte, a preparare i dossier con una meticolosità che lo aveva colpito. Tre mesi in cui aveva studiato contabilità fino a tardi, con i libri sparsi sul tavolo della cucina della dépendance, le dita stanche a forza di scrivere al computer, e gli occhi che bruciavano dalla stanchezza. Eppure, nonostante tutto, nonostante i complimenti, i sorrisi fugaci, gli sguardi che a volte le sembravano carichi di qualcosa di più del semplice apprezzamento professionale, Riccardo non l’aveva mai toccata.
Non un gesto oltre il necessario. Non una carezza sul braccio, non una mano sulla schiena mentre le indicava qualcosa sullo schermo del computer. Niente. E questo la confondeva più di quanto fosse disposta ad ammettere. Si era preparata a tutto, tranne che a questa attesa. Aveva immaginato che, una volta firmato quell’accordo, lui avrebbe preteso subito ciò che gli spettava. Invece no. Riccardo era un uomo di parola, ma anche di pazienza, e questa pazienza la stava logorando, perché non l'aveva mai vissuta prima.
Uscì dalla doccia, avvolgendosi in un asciugamano morbido, e si sedette davanti allo specchio del bagno. Il vapore aveva appannato leggermente la superficie, e tracciò con un dito il suo profilo riflesso. Si truccò con la solita precisione: fondotinta leggero per uniformare l’incarnato olivastro, un tocco di fard sulle guance per dare un po’ di colore, l’eyeliner nero che allungava lo sguardo, il rossetto rosato che ricopriva le labbra carnose. I capelli li asciugò con cura, tirandoli con il phon e lisciandoli con la piastra, in modo che fossero lisci, diversi dai boccoli che aveva portato per una vita, in quel taglio a caschetto che lentamente si allungava. Mentre si vestiva, scelse con cura ogni capo: la camicetta nera di seta, aderente ma non troppo, la gonna a portafoglio che le modellava i fianchi stretti, il maglioncino bianco in cashmere che aveva comprato la settimana prima durante una pausa pranzo in centro. Le autoreggenti nere, velate, che le donavano un tocco di eleganza sensuale senza essere volgari. Infine, le décolleté nere con il tacco da cinque centimetri, quelle che indossava quasi ogni giorno, perché erano comode e la facevano sentire sicura.
Prima di uscire, si spruzzò una nuvola di profumo sui polsi e dietro le orecchie. Era lo stesso che usava da quando era lì, un mix di fiori d’arancio e rose, leggermente dolce, delicato, non invadente. Era completamente diverso da quello che era abituata ad usare con Renato e, ogni volta che lo indossava, era un promemoria di quanto fosse cambiata.
Uscì dalla dépendance, chiudendo piano la porta dietro di sé. Il giardino era immerso in una luce fredda, quasi irreale. Gli alberi spogli si stagliavano contro il cielo grigio, e le aiuole, ancora addormentate per l’inverno, erano coperte da uno strato di brina. Camminava lentamente, i tacchi che risuonavano sul selciato in porfido. Respirò a fondo, sentendo l’aria gelida riempirle i polmoni. Era strano come, in quei tre mesi, quel luogo fosse diventato familiare. Non solo la dépendance, ma tutta la villa, con i suoi silenzi, i suoi odori di legno e cera, il modo in cui la luce del pomeriggio filtrava attraverso le imposte socchiuse. Eppure, nonostante tutto, c’era ancora una parte di lei che si sentiva in bilico, come se stesse camminando su una corda senza rete.
Arrivata alla porta principale, esitò un istante prima di entrare. Sapeva che Riccardo sarebbe stato già in ufficio, come sempre. Lo immaginò seduto alla sua scrivania, con la tazza di caffè nero e il giornale aperto, gli occhiali da lettura appoggiati sulla fronte mentre sfogliava i documenti. Tre mesi, e ancora non riusciva a decifrarlo del tutto. Era un uomo che parlava poco, ma ogni sua parola aveva un peso. Un uomo che la trattava con rispetto, quasi con riverenza, e questo la spiazzava più di qualsiasi avance o proposta indecente.
Entrò in casa, chiudendo piano la porta alle sue spalle. L’ingresso era avvolto in una penombra dorata, grazie alle luci soffuse dei lampadari in cristallo. Sentì il profumo del caffè appena fatto e il lieve fruscio delle pagine girate. Si diresse verso l’ufficio, i passi attutiti dall’enorme e pregiato tappeto persiano che copriva il corridoio.
Bussò due volte alla porta già socchiusa.
«Avanti», rispose la voce profonda di Riccardo, calda e sicura come sempre.
Fabiola entrò, tenendo in mano la tazza di caffè che aveva preso in cucina. Riccardo era seduto alla scrivania, come aveva immaginato, ma questa volta non aveva il giornale. Davanti a lui c’era un fascicolo aperto, e accanto un biglietto da visita con una calligrafia elegante che non riconobbe.
«Buongiorno», disse lei, posando la tazza sul vassoio d’argento accanto alla finestra.
Lui alzò lo sguardo, e per un istante i loro occhi si incrociarono. Fabiola sentì quel solito brivido lungo la schiena, quel misto di soggezione e attrazione che Riccardo riusciva a suscitare in lei senza nemmeno provarci.
«Buongiorno, Fabiola», rispose lui, chiudendo il fascicolo. «Hai dormito bene?»
Lei annuì, sistemandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «Sì, grazie. E lei?»
Riccardo sorrise appena, un gesto che gli illuminò gli occhi scuri. «Bene. Siediti, per favore.»
Fabiola si accomodò sulla poltrona di cuoio di fronte alla scrivania, incrociando le gambe con eleganza. Notò che Riccardo aveva un’espressione diversa dal solito, come se stesse per annunciare qualcosa di importante.
«Stasera», iniziò lui, appoggiando i gomiti sul tavolo e intrecciando le dita, «avremo degli ospiti. Collaboratori francesi con le loro famiglie. Una cena informale, ma importante.»
Fabiola annuì, prendendo mentalmente nota. «Capisco. Vuole che prepari qualcosa in particolare?»
«In realtà», continuò lui, «vorrei che tu fossi presente. Non solo come mia assistente, ma come … padrona di casa.»
Le parole le risuonarono dentro come una campana. “Come padrona di casa?”, la domanda le risuonava nella mente. Non solo la segretaria, non solo la donna dell’accordo, ma qualcuno da presentare, a cui demandare la buona riuscita della serata. Sentì il cuore batterle più forte, ma mantenne la compostezza nella convinzione di aver capito in maniera errata, che il suo cervello fosse vittima di una suggestione.
«Naturalmente», rispose, con un filo di voce più alto del solito. «C’è qualcosa che devo sapere sugli ospiti?»
Riccardo scosse la testa. «Li conosci già. Sono gli stessi che hai gestito durante la loro ultima visita. Ma stasera non sarà una riunione di lavoro. Sarà… più personale.»
Fabiola annuì di nuovo, sentendo un nodo formarsi nello stomaco. Personale. Una parola che, con Riccardo, aveva sempre un peso specifico.
«C’è un’altra cosa», aggiunse lui, spostando lo sguardo verso la finestra. «Vorrei che indossassi qualcosa di adatto all’occasione. Non i tuoi soliti tailleur, ma un abito… più elegante.»
Fabiola sentì le guance accendersi. Un abito più elegante. Significava che doveva essere bella. Non solo professionale, ma bella. E la cosa la eccitava e la spaventava allo stesso tempo.
«Se vuole, posso occuparmene io», disse, cercando di mantenere un tono neutro.
Riccardo scosse la testa. «No. Ci penserò io. Ti porterò in un posto dove potrai scegliere qualcosa che… ti rappresenti.»
Fabiola sentì le dita stringersi sulle ginocchia. Che mi rappresenti. Non un abito qualsiasi, ma qualcosa che parlasse di lei. Di chi era ora, di chi voleva essere. O di chi era prima? Quel "personale" forse era riferito al dovere soddisfare i suoi ospiti? Scacciò quel pensiero che non si addiceva a Riccardo, o almeno lo sperava.
«Grazie», rispose semplicemente, perché non sapeva cosa altro dire.
Lui controllò l’orologio. «Abbiamo tempo prima di pranzo. Possiamo andare ora, se ti va.»
Fabiola annuì, alzandosi in piedi. «Certo. Devo solo prendere la borsa.»
Riccardo si alzò a sua volta, sistemando la giacca del completo grigio antracite che indossava. «Bene. Andiamo.»
Uscirono dall’ufficio, attraversando il corridoio, in silenzio. Fabiola sentiva il peso dello sguardo di Riccardo sulla schiena, ma non si voltò. Non voleva che vedesse quanto fosse agitata. Salirono in macchina, la solita BMW nera, pulita e profumata di pelle e radica, e Riccardo guidò verso il centro di Verona, le mani salde sul volante, gli occhi concentrati sulla strada.
Il traffico era leggero, e in meno di venti minuti arrivarono in via Mazzini, una delle strade più eleganti della città. Riccardo parcheggiò vicino a una boutique con la vetrina minimalista, il nome scritto in oro su uno sfondo nero: Atelier Veneto.
«Conosci questo posto?» chiese lui, spegnendo il motore.
Fabiola scosse la testa. «No.»
«È uno dei migliori a Verona. La titolare, Elena, ha un occhio eccezionale.»
Scesero dall’auto, e Riccardo le porse il braccio con naturalezza. Fabiola esitò solo un istante prima di appoggiarvi la mano. Il contatto era leggero, quasi impercettibile, ma bastò a farle accelerare il battito.
Entrarono nel negozio, dove l’aria era profumata di sandalo e seta. Una donna alta, con i capelli biondi raccolti in uno chignon che sembrava scolpito, li accolse con un sorriso.
«Riccardo», disse avvicinandosi con eleganza. «Che piacere rivederti.»
«Elena», rispose lui, stringendole la mano. «Ti presento Fabiola.»
La donna rivolse a Fabiola uno sguardo attento, quasi clinico, come se stesse già valutando taglie e forme.
«Piacere», disse Fabiola, sentendosi improvvisamente a disagio sotto quello sguardo scrutatore.
«Riccardo mi ha detto che cerchi un abito per una cena importante», disse Elena, conducendola verso un’area riservata del negozio, dove tende di velluto nascondevano gli abiti più preziosi.
«Sì», rispose Fabiola, lanciando un’occhiata a Riccardo. Lui era rimasto vicino all’ingresso, le mani in tasca, osservandola con un’espressione indecifrabile.
Elena iniziò a sfogliare gli abiti appesi, fermandosi ogni tanto per valutare un tessuto o un taglio.
«Qual è il tuo colore preferito?» chiese, senza guardarla.
Fabiola esitò. «Non lo so. Forse il blu.»
Elena annuì, come se si aspettasse quella risposta. «Il blu sta bene con i tuoi occhi.»
Tirò fuori un abito lungo, appeso a una gruccia nera. Era di seta blu elettrico, un colore così intenso che sembrava quasi luminoso. Lo tenne sollevato, e Fabiola sentì il fiato mozzarsi.
«Provalo», disse Elena, porgendoglielo.
Fabiola prese l’abito, sentendo il tessuto scivolare tra le dita come acqua. Si diresse verso il camerino, chiudendosi dietro la tenda di velluto. Si spogliò in fretta, sentendo il cuore batterle all’impazzata. L’abito era senza spalline, con una scollatura posteriore profonda e uno spacco laterale che arrivava fino a metà coscia. Lo indossò, sistemando il tessuto sul corpo. La seta le aderiva come un abbraccio delicato, mettendo in risalto ogni curva esaltandola, non esponendola con volgarità. Si voltò verso lo specchio, riconoscendo sé stessa nonostante quell’eleganza così diversa e discreta che non aveva mai indossato prima.
Era lei, ma una versione di sé che non aveva mai osato immaginare. Elegante, sensuale, sicura, ma soprattutto pulita ed era questa la sensazione che la stava facendo vibrare.
Uscì dal camerino, e il silenzio che seguì fu quasi imbarazzante. Riccardo era immobile, gli occhi fissi su di lei con un’intensità che la fece arrossire. Elena sorrise, soddisfatta.
«Perfetto», disse semplicemente.
Riccardo si schiarì la voce. «Sì. È… perfetto.»
Fabiola si passò una mano sullo spacco, sentendo il tessuto freddo sotto le dita.
«Le scarpe», disse Elena, come se avesse letto nei suoi pensieri. «Devi completare il look.»
Si diresse verso una teca di cristallo dove erano esposte scarpe di ogni tipo. Fabiola la seguì, sentendo lo sguardo di Riccardo su di sé.
«Quali preferisci?» chiese Elena, indicando una serie di décolleté.
Fabiola esitò. Poi, con un coraggio che non sapeva di avere, indicò un paio di scarpe dello stesso blu elettrico del vestito, con il tacco a spillo di dodici centimetri in acciaio lucido.
«Quelle», disse.
Elena inarcò un sopracciglio. «Sei sicura? Sono… impegnative.»
Fabiola annuì. «Sì.»
Voleva osare. Voleva che Riccardo la guardasse e non potesse fare a meno di desiderarla. Voleva che, per una volta, fosse lui a perdere il controllo.
Riccardo non disse nulla, ma Fabiola vide il modo in cui le sue dita si strinsero leggermente intorno al bracciolo della poltrona. Elena non si preoccupò di chiedere pagamenti, probabilmente perché non era la prima volta che lui accompagnava qualcuno in quell’atelier, e mentre Elena avvolgeva l’abito e le scarpe in carta di seta, Fabiola sentì una stranissima sensazione di vittoria perché vedeva negli occhi di Riccardo, nell’espressione del suo volto, qualcosa che sembrava desiderio.
Tornarono in macchina in silenzio. Fabiola teneva la busta con l’abito sulle ginocchia, come se fosse un tesoro. Riccardo guidava con la solita calma, ma c’era qualcosa di diverso nell’aria tra loro. Una tensione nuova, quasi elettrica.
«Grazie», disse lei, rompendo il silenzio.
Lui le lanciò un’occhiata. «Non c’è di che. Stasera sarai la donna più bella della serata.»
Fabiola sentì le guance bruciare. «Non esagerare.»
Riccardo sorrise, ma non rispose, lasciando che quella strana complicità, più vicina alla familiarità che a un rapporto di lavoro, sedimentasse inesorabile.
Il resto della giornata passò in un lampo. Fabiola lavorò con la solita efficienza, ma la mente era altrove. Ogni volta che incrociava lo sguardo di Riccardo, sentiva lo stomaco contrarsi. Alle cinque, lui uscì dall’ufficio senza dire nulla, lasciandola sola con i suoi pensieri.
Si preparò con cura maniacale. Fece la doccia, si asciugò i capelli fino a farli brillare, si truccò con più attenzione del solito, sfumando l’ombra blu sulle palpebre per far risaltare il colore degli occhi. Indossò l’abito con mani tremanti, sistemando la scollatura posteriore e assicurandosi che lo spacco fosse perfetto. Poi, con un respiro profondo, infilò le décolleté. I tacchi alti la facevano sentire potente, anche se sapeva che rimanere in piedi per molto tempo sarebbe stata una sfida.
Si guardò allo specchio un’ultima volta. La donna che la fissava era irriconoscibile rispetto a quella di tre mesi prima. Non solo per l’abito, ma per lo sguardo. Non c’era più paura, non c’era più la disperazione di chi non ha scelta. C’era determinazione nel voler mostrare a Riccardo che sapeva essere una presente e allo stesso tempo discreta “padrona di casa”. C’era curiosità per capire cosa la serata avrebbe portato. E c’ero desiderio, semplice, privo di perversione, solo puro e semplice desiderio.
Uscì dalla dépendance e attraversò il giardino, il freddo che le pizzicava la pelle nuda delle braccia sotto il cappotto nero. La villa era già illuminata, le luci calde che filtravano dalle finestre aperte. Sentì le voci degli addetti al catering che si intrecciavano alla musica soft di un quartetto d’archi.
Entrò dalla porta principale mentre la villa ancora dormiva, deserta di ospiti e di lui. Fabiola si mosse con quel passo felino che le era proprio, l'occhio attento a ogni piega del tovagliato, a ogni riflesso dei cristalli. Con la punta delle dita raddrizzò un calice storto, sussurrò istruzioni alle cameriere in modo che suonassero come cortesie. Quando si voltò, Riccardo occupava lo spazio come un'ombra che avesse deciso di materializzarsi dal nulla: appoggiato allo stipite, quelle mani da uomo abituato al comando incrociate sul petto. I suoi occhi, solitamente freddi come terra ghiacciata, ardevano di qualcosa di antico, di quasi animalesco. Lei sentì il calore salire lungo la gola. "Perdonami se ho osato...", balbettò. Lui la interruppe con un gesto lento: "L'ordine ti rilassa. Lo so." Una pausa carica, il suo sguardo che le scendeva lungo il corpo come una carezza visiva. "Sei esattamente ciò che immaginavo. Meravigliosa."
Fabiola sentì il calore salire alle guance, non per il complimento in sé, ma per quella certezza assoluta che lo rendeva autentico, senza filtri né convenienza. Quella comprensione di lei, quel suo bisogno di ordine che era diventato il suo rifugio in quel caos che era la sua vita, le diedero una sensazione di serenità che sfuggiva a qualsiasi controllo.
«Grazie», mormorò, abbassando lo sguardo e sfiorandosi l'orecchio come per nascondervi qualcosa.
«Gli ospiti stanno arrivando, ma prima...» Riccardo trasse dal cassettone un astuccio in pelle rossa, lo aprì con un gesto misurato. Una collana prese forma alla luce; era uno zaffiro grande come una moneta antica, circondato da diamanti che sembravano stelle raccolte per lei. Gli orecchini, coordinati, brillavano con la stessa promessa. Fabiola restò senza fiato, le dita che cercavano qualcosa a cui aggrapparsi. Riccardo non aspettò: le agganciò la collana, le sue dita sfiorarono quel collo esposto, e Fabiola rabbrividì mentre un'ondata di sensazioni le percorreva la schiena, calda, inaspettata. «Vedi?» La guidò davanti allo specchio. «Perfetta. Gli orecchini, però... quelli spettano a te.» Le gambe di Fabiola tremavano impercettibilmente. Perché tutto questo? Perché quella gentilezza così misurata, quella fiducia concessa senza condizioni? «Riccardo, io... non sono all'altezza di...» Non terminò la frase. Lui non glielo permise: «Non sono le persone a dover essere all'altezza dei gioielli, Fabiola. Sono i gioielli che devono essere all'altezza delle persone. E questi...» Le sue dita sfiorarono lo zaffiro contro la sua pelle. «Questi sono esattamente al tuo livello.»
Fabiola lo guardò, senza capire, senza fiato, senza parole. «Un'altra cosa, Fabiola. Ricorda: i tacchi alti, indossati con eleganza, sono un'arma di potere. Non dimenticarlo mai.»
Fabiola si sentiva trasformata in una statua di sale, incapace di muoversi, di respirare, di articolare un solo suono.
«Fabiola ... stasera sarai tu la padrona di casa. Sii autentica, non temere nulla: sarai la persona giusta nel posto giusto.»
Quelle parole, quasi una investitura, strapparono Fabiola dal suo stupore, come se Riccardo conoscesse il codice esatto per riportarla alla vita. «Prometto che farò del mio meglio» e la sua voce suonò stranamente ferma, come se dentro di lei qualcosa avesse finalmente trovato la sua collocazione.
Riccardo la scrutò negli occhi, con una tranquillità e una fiducia che lei non sapeva di meritare. «È esattamente ciò di cui ho bisogno.»
La serata scivolò via senza intoppi. Fabiola si mosse tra gli ospiti con grazia, riempiendo bicchieri, assicurandosi che tutti avessero ciò di cui avevano bisogno, indicando con gesti misurati e gentili ai camerieri eventuali imperfezioni nelle divise. Riccardo la osservava da lontano, ogni tanto intercettando il suo sguardo, come per assicurarsi che fosse tutto a posto.
Verso l'una di notte, gli ospiti iniziarono a congedarsi. Fabiola era in piedi vicino alla porta, salutando con un sorriso stanchissimo ma sincero. L’ultima coppia ad andare via furono i Dupont, lui un uomo calvo con gli occhiali, lei una donna minuta con un abito rosso che le stava troppo largo.
«Grazie per la splendida serata», disse Madame Dupont, stringendo la mano a Fabiola. «Sei stata una padrona di casa eccezionale.»
«Grazie a voi per essere venuti», rispose Fabiola, con un inchino leggero.
Riccardo chiuse la porta dietro di loro, e improvvisamente il salone sembrò enorme, vuoto. Le luci erano soffuse, la musica si era spenta, e l’unico suono era il crepitio del fuoco nel caminetto.
Fabiola si voltò, e lo trovò lì, a pochi passi da lei. Riccardo la guardava con un’espressione che non aveva mai visto prima. Non era desiderio. Non era controllo. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che la spaventava e la attraeva allo stesso tempo.
«È andata bene?», chiese lei, cercando di uscire da quel silenzio.
Lui annuì. «Sì. Sei stata perfetta.»
Fabiola abbassò lo sguardo, sentendo il cuore batterle all’impazzata. «Grazie.»
Riccardo fece un passo verso di lei. Poi un altro. Fabiola rimase immobile, trattenendo il respiro.
«Fabiola», disse lui, e la sua voce era bassa, quasi un sussurro.
Lei alzò gli occhi, incontrando i suoi. C’era una domanda in quello sguardo. Una domanda a cui non sapeva come rispondere.
Ma prima che potesse dire qualsiasi cosa, Riccardo si fermò. Si passò una mano tra i capelli, come se stesse lottando con sé stesso.
«No», disse infine, scuotendo la testa. «Non stasera.»
Fabiola sentì il cuore sprofondare. Non stasera. Ancora attesa. Ancora pazienza.
Ma poi lui sorrise, un sorriso stanco ma sincero.
«Stasera», continuò, «sei solo la donna più bella, elegante e gentile che abbia mai visto in questa casa. E per oggi, è abbastanza.»
Fabiola sentì le lacrime pungerle gli occhi, ma le trattenne. Annuì, ricambiando il sorriso.
«È abbastanza», ripeté, anche se in realtà non lo era.
Ma per quella notte, avrebbe fatto finta che lo fosse.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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