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Le scelte di Lavinia


di Dascia
19.03.2026    |    1.770    |    5 8.3
"In quel silenzio, Bruno comprese con chiarezza che l'amico stava scegliendo di proteggere il rapporto con Lavinia dalla verità..."
Berto comprese che, a quel punto, restare in disparte non gli avrebbe offerto molto di più. Il tempo dell’osservazione non era ancora concluso. Non si trattava più di scoprire elementi nuovi. I tasselli essenziali erano emersi e ciò che restava da capire era come quei medesimi elementi avrebbero reagito al contatto con le persone coinvolte: Lavinia, la sua ragazza, e Bruno, il suo migliore amico. Come sarebbero stati accolti, respinti, minimizzati.

Le sue dita erano scivolate lungo i fianchi di Lavinia, insinuandosi con lentezza sotto la felpa. Bruno l'aveva presa fra le braccia stringendola contro di sé. Lei si era dapprima irrigidita, poi il suo corpo si era come abbandonato rispondendo all'abbraccio. Aveva riso, poi la sua bocca si era posata su quella di lui. Era stato un bacio dolce. Bruno si era accucciato e le aveva posato la bocca sul ventre, l’aveva baciato, l’aveva ascoltata sospirare, così l’aveva baciato ancora.
Le aveva slacciato i jeans e continuando a baciarla era sceso verso il bordo delle mutandine. L’aveva scostato scoprendo i peli pubici che gli avevano solleticato le labbra. Piano, con dolcezza, vi aveva immerso il viso sentendo il suo odore e la sua eccitazione.

In un istante, Lavinia era stata nuda, vulnerabile, avvinghiata tra le sue braccia. Non c’era stato spazio per il dubbio: era nuda solo per lui. La bocca si era mossa avida sulla sua pelle. Il respiro caldo del maschio si era mescolato ai gemiti della femmina, e le sue mani avevano percorso e si erano insinuate nel corpo della ragazza con un’urgenza che era risultata tenera e brutale insieme.

Ogni gesto aveva fatto tremare Berto. Lo aveva squassato. Capiva che Bruno avrebbe voluto rimanere così per ore, in quel nido caldo e profumato che lui sentiva consueto e conosciuto, dove sapeva come muovermi e che gli piaceva.
Ma Lavinia gli aveva carezzato le guance chiedendogli di alzarsi. Si erano baciati ansimando, premendo i corpi l’uno contro l’altro. Le dita di Lavinia avevano armeggiato con la cintura, avevano aperto i pantaloni. Poi lo avevano fatto piano, distillando il piacere goccia a goccia, lasciando che si mescolasse all’umidità di cui era impregnata l’aria attorno. Bruno l'aveva presa prima con una dolcezza che l'aveva sciolta, poi con una violenza che le aveva fatto perdere ogni controllo.

In certi casi, le reazioni dicono più delle parole. E spesso rivelano ciò che una confessione diretta non concederebbe mai.
Per questo, Berto scelse con cura il momento opportuno. Ogni passo doveva essere misurato, non tanto per prudenza, quanto per efficacia. Evitò deliberatamente di andare subito da Lavinia, o da Bruno. Era preferibile, per ora, fare un passo indietro. Lasciare che fossero loro a muoversi, a parlare, a giustificarsi magari senza essere interpellati. Osservare con pazienza ciò che avrebbero mostrato senza volerlo: una frase pronunciata nel momento sbagliato, un cambiamento di atteggiamento, una fretta improvvisa.
Berto sapeva che, quando qualcuno comincia a temere di essere scoperto, raramente resta immobile. E che proprio in quel movimento, apparentemente innocuo, si rivelavano spesso le verità più difficili da negare.

Si recò invece da un uomo che conosceva a fondo Lavinia e le sue abitudini. Era spesso così: un padre è colui che avverte per primo i cambiamenti di una figlia.
Arturo lo accolse. Parlare col fidanzato della figlia non era pericoloso; parlare di lei, invece, lo era sempre un po’. Soprattutto quando si trattava di cose che rappresentavano un problema.
"La conoscete meglio di me. Cosa nasconde?"
Quelle parole parvero sciogliere qualcosa. Arturo annuì appena. "Gli sguardi parlano", disse. "Se si ha il tempo di ascoltarli".
Una frase criptica, considerò il ragazzo, che ne colse il valore. Non la commentò. "Non vi chiedo giudizi su vostra figlia", disse allora, con tono pacato. "Solo fatti. Quelli che avete visto con i vostri occhi..."
L'uomo esitò un momento, valutando il peso di ciò che stava per dire. Poi annuì. "Allora posso parlare".
Raccontò che, nei giorni precedenti, qualcosa era cambiato. Una fretta insolita della figlia, difficile da spiegare con parole precise. Uscite improvvise, abiti succinti, arrivate senza spiegazioni. Giustificazioni insistenti. "Una strana impazienza", disse infine.
Non aggiunse altro. Non ce n’era bisogno. Berto comprese. Ringraziò il padre di Lavinia e si allontanò senza fretta, portando con sé una conferma che non aggiungeva prove nuove, ma rafforzava una linea già tracciata.

Nel pomeriggio tornò all'enoteca. Lì trovò Gaia. Lei alzò lo sguardo appena lui si avvicinò e lo osservò per un momento più del necessario. "Hai l’aria di chi sta camminando su un confine pericoloso", gli disse. Berto accennò un sorriso appena percettibile. "È così! So, ma Lavinia non sa che io so".
Gaia si appoggiò al tavolo, intrecciando le dita. "Sai che questa storia non resterà soltanto una questione di coscienza", osservò. "Lo so", rispose Berto. "Ed è proprio questo che sto cercando di capire: Lavinia quale limite ha passato?".
"No", disse Gaia, "Non sarò io a darti conferme".
Il silenzio che seguì era denso di consapevolezza. Entrambi sapevano che, da quel momento in poi, la questione non riguardava più soltanto la ricerca della verità, ma il modo in cui essa avrebbe colpito Lavinia e Bruno che, fino ad allora, si erano sentiti protetti dalla distanza tra ciò che si nasconde e ciò che si fa.

Berto rifletté a lungo su ciò che aveva appreso. Era ormai certo. Il confine tra errore e colpa tra i due gli appariva sottile, ma non per questo inesistente. Sapeva che presto avrebbe dovuto compiere una scelta. Avrebbe potuto mantenere la questione su un piano umano, di perdono, fatto di assunzioni di responsabilità discrete, di ammissioni parziali, di riparazioni silenziose. Oppure avrebbe potuto lasciare che diventasse una faccenda di giustizia, con tutto ciò che questo avrebbe comportato: accuse esplicite, conseguenze che non avrebbero più potuto essere controllate. Sapeva anche un’altra cosa, ormai con chiarezza crescente. Chi aveva più da perdere non sarebbe stato chi aveva deciso che non era il caso di fermarsi davanti alle cosce aperte di Lavinia. Decise di affrontarlo.

Bruno serrò la mascella. "Di cosa mi stai accusando?" disse. "Stai facendo supposizioni, fratello. Solo supposizioni".
Berto scosse lentamente il capo. "No. Non sto accusando e non sto facendo supposizioni. Sto ricostruendo una catena di fatti". Fece una breve pausa, lasciando che le parole trovassero peso. "Quel segno sul suo collo..." sospese le parole nell'aria. Poi, ricominciò.

Parlò con la stessa precisione pacata che aveva mantenuto fin dall’inizio. Si limitò a fare ciò che sapeva fare meglio: mettere i fatti in ordine. Li espose uno dopo l’altro, seguendo la sequenza con cui li aveva ricostruiti. Cominciò dal segno individuato sul collo di Lavinia, descrivendone la posizione, la forma e il contesto in cui era riemerso. Proseguì illustrando il modo in cui Bruno lo aveva ingannato. Non attraverso un episodio, ma per consuetudine. Una scorciatoia silenziosa che gli permetteva di giustificare le telefonate a Lavinia, gli incontri accidentali e, soprattutto, di accelerare l’esecuzione del suo piano senza aprire dubbi, senza domande. Solo a quel punto, Berto arrivò alla serata. Non la presentò come una tragedia improvvisa priva di contesto. La inserì, invece, all’interno di quella stessa catena: come l’esito ultimo di decisioni prese una dopo l’altra dal suo ex amico, tutte apparentemente ragionevoli, tutte adottate senza fermarsi a valutarne fino in fondo il peso. Berto non alzò mai la voce. Non ce n’era bisogno. Lasciò che fossero i collegamenti stessi, una volta messi in fila, a rivelare la loro gravità.
"Bruno, non hai agito perchè la ami", concluse infine. "Hai agito per scopartela."

La frase rimase sospesa nell’aria, priva di enfasi, ma carica di conseguenze. Bruno rimase in silenzio a lungo. Non era un silenzio vuoto, né imbarazzato. Era quello di chi sta già guardando oltre le parole appena udite, verso le conseguenze che inevitabilmente ne deriveranno. "Questo mi condanna? Immagino di sì, ma anche no", chiese infine. "È per questo che ne stai parlando con me e non a lei?"
"Sì", rispose Berto senza esitazione. "Perché Lavinia è la mia ragazza!"

Quando rialzò gli occhi, il suo volto appariva composto, ricondotto a quella neutralità studiata che appartiene a chi ha già scelto una linea e intende mantenerla. In quell’espressione non c’era traccia di rabbia, né di indignazione, e nemmeno di comprensione. C’era solo una calma deliberata, la calma di chi ha il comando e sa come difendersi.
In quel silenzio, Bruno comprese con chiarezza che l'amico stava scegliendo di proteggere il rapporto con Lavinia dalla verità. Non perché la verità gli fosse ignota, ma perché riconoscerla apertamente avrebbe significato ammettere che era finita: lui aveva la fantasia di cui Berto era privo, mentre Berto offriva a Lavinia maturità ed esperienza.
Comprese che l’ambiguità sarebbe stata tollerata da Berto, se non incoraggiata. Lasciare che il peso dell’accaduto ricadesse su semplici scopate clandestine era, da quel punto di vista, la soluzione più semplice e più efficace: una scelta rapida, senza scosse, senza interrogativi che potessero incrinare l'amore tra Berto e Lavinia.

Bruno non parlò più. Ma ciò che aveva deciso Berto era ormai evidente a entrambi, proprio perché non aveva sentito il bisogno di dirlo ad alta voce. Le decisioni furono prese senza clamore, come spesso accade quando un compagno sceglie di mostrarsi risoluto, senza esporsi più del necessario: i tempi, i luoghi, la presenza discreta di Berto, nascosta agli occhi di lei.
- - - -

Intanto.

Luca non perdeva di vista Lavinia. Lei lo aveva colto diverse volte a guardarla di sottecchi. Era consapevole che l'alcol stava facendo effetto e sapeva che questo era pericoloso. Le bastava ricordare la sua ultima esperienza. Si promise di non bere più nulla. D'altra parte, l'alcol mescolato alle doti seduttive di Luca aveva risvegliato in lei qualcosa di dormiente e nascosto, una combinazione di passione e desiderio. Non aveva avuto il tempo di riflettere su quanto fosse passato dall'ultima volta che aveva provato un impulso simile con Berto, perché Luca era tornato al tavolo con una bottiglia di spumante e due bicchieri.
"Non è necessario…"
"Devo trattarti bene affinché tu mi tenga in considerazione..."
"Sei un furbetto. Quello che vuoi è che ti dia...". Lavinia si rese conto che la sua lingua correva più veloce del pensiero. Entrambi brindarono e per alcuni secondi rimasero in silenzio.

Diverse persone cominciarono a ballare vicino al bancone. Il ritmo elettronico si prestava a quell'atmosfera e Lavinia ebbe un'idea. "Ho voglia di ballare". Si alzò di scatto e sistemò il vestito. Lui la osservò senza dissimulare, mentre lei si lasciava ammirare.
Al bancone brindarono di nuovo, seguendo il ritmo della musica. Luca la prese per la vita. Lei lo attese con impazienza, desiderosa di sentire le sue mani sui fianchi. Il ragazzo avvicinò lentamente il viso per parlarle all'orecchio. Lavinia sentì l'aroma maschile che le invadeva le narici. Luca aveva le labbra incollate al suo orecchio. Non sapeva quanto tempo ci voleva prima di soccombere ai suoi bassi impulsi. L'alcol l'aveva definitivamente liberata dai principi che la tenevano ancorata a una vita di servizio a Berto. Le labbra di Luca iniziarono a parlare molto vicine al lobo dell'orecchio di Lavinia: "Posso dirti una cosa?".
"Non dire nulla" rispose lei, prima di baciarlo.
Distaccò le labbra da quelle di Luca. "Sei pazza?" chiese lui, ridendo. "Vieni, andiamo a cercare un posto più comodo".

Lavinia fece fatica a salire sulla Volkswagen Golf di Luca. Aprì il finestrino e l'aria fresca risvegliò il suo viso. Dall'altra parte del vetro, piovigginava, con milioni di goccioline minuscole che scendevano lentamente. Lavinia era convinta che la mancanza di chiarezza di Berto influiva sul suo umore. Portare il fisico e la mente al limite era la sua grande via di fuga ed erano già undici giorni che lo faceva. Contava i ragazzi. Amava calpestarli, perdersi tra le loro braccia e scoprire nuovi angoli sconosciuti. Provò la sensazione di stare perdendo l'entusiasmo, di aver bisogno di un colpo di effetto, di un cambiamento… iniziare una nuova fase. Con il viso umido per la leggera pioggerellina, decise che, quando sarebbe tornata da quel periodo di libertà, avrebbe chiesto a Berto di fidanzarsi.

Intanto lo sguardo di Luca scivolava sulle sue orecchie e lungo il collo. Desiderava baciarla, perdersi in quell'arco fantastico che formava verso la spalla. La saliva gli riempì la bocca, sintomo che si stava eccitando. La ragione lottò contro il suo istinto, quando gli ricordò che Lavinia non era territorio suo, che doveva accettare che non poteva far scivolare le sue labbra sulla sua pelle morbida e delicata.
Ma non fu che un attimo. La abbracciò da dietro, ma lei, sfuggente, si girò. "Baciami ancora, per favore". Lui esaudì la richiesta e si fusero di nuovo, ma dopo pochi secondi lei lo allontanò e lo afferrò per la cintura.
"Ti eccito?", gli chiede. "Esatto" affermò Luca, con sollievo. "Non avevo mai pensato a te, e… cazzo!, mi dai un sacco di eccitazione, davvero".
"Sono contenta. Guarda che bistecca". Lavinia indicò ciò che aveva appena scoperto. "Berto mi ha vietato di uscire con Corrado." Parlò come se avesse tra le mani un oggetto qualunque.
"Da quando ti piace Corrado?", chiese Luca. "No, macché, solo che ci devo uscire".
Luca rimase in silenzio, di chi frequentasse Lavinia non era un problema suo: la osservò, beato, mentre beveva dalla sua fontana e decise di godersi quelle cure, mantenendo comunque alta l'attenzione nel caso in cui la KIA Sportage bianca di Berto avesse incrociato quel piazzale.
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