tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap. 8
20.06.2026 |
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"Il lunedì mattina stava sorgendo, portando con sé un nuovo giorno, il suo primo giorno da donna libera..."
Fabiola sentiva il cuore che le martellava nel petto, gonfio di una fiamma ardente che non riusciva ancora a nominare. Forse era libertà, forse era rabbia trasformata in coraggio. Villa Rossi si stagliava contro il cielo grigio, quella stessa prigione che l'aveva inghiottita per quasi dieci anni di umiliazioni. I suoi passi erano rapidi, decisi, ma non fuggevoli: non scappava più, adesso. Non temeva più le urla della vecchia strega, non tremava più al pensiero di essere davanti a quel marito che l'aveva svuotata della dignità e della voglia di vivere. Da quando con Renato aveva sentito di non essere solo una stupida incapace, ma una donna desiderabile, che sapeva donare piacere e meritevole di riceverlo, qualcosa si era rotto dentro di lei, o forse si era aggiustato.Quando varcò la soglia della villa i corridoi la accolsero nella loro penombra familiare, quella stessa che aveva vegliato sulle sue notti di pianto silenzioso. L'aria le colpì le narici con il suo odore di mobili vecchi e il profumo marcio della superbia che chiamavano tradizione. Poi li sentì, quei passi secchi, metallici, il ritmo di un'esecuzione. La Signora Rossi emerse dall'ombra come sempre, gli occhi d'acciaio pronti a tagliare, le labbra sottili già incurvate nel disprezzo che Fabiola conosceva a memoria. Ma quella volta qualcosa era diverso. Quella volta Fabiola non abbassò lo sguardo.
"Finalmente ti degni di tornare."
La voce della suocera tagliò il silenzio come una lama. Fabiola alzò lo sguardo e la vide in fondo al corridoio, immobile nella sua uniforme nera, le mani incrociate sul petto in quella posa da giudice che aveva imparato a detestare in nove anni di prigionia.
"Ho detto che ti degni di tornare, puttana."
Fabiola non rispose. Chiuse la porta dietro di sé con una calma che sorprese persino lei. Sentiva ancora addosso l'odore di Renato, il suo sudore, il suo respiro, quel mix di tabacco stantio e dopobarba da due soldi che le aveva impregnato la pelle. Sentiva ancora il bruciore tra le cosce, il ricordo della bottiglia che la apriva mentre lui la prendeva da dietro, quel dolore e quel piacere che si mescolavano in qualcosa di assolutamente suo, oltre alla sborra che si era seccata tra le cosce, e che lei aveva deliberatamente lasciato lì.
"Dove sei stata?" La signora Rossi avanzò di un passo. "Rispondimi, sgualdrina. Sei stata a vendere quel corpo marcio a qualcuno disperato abbastanza da pagarti?"
Le parole rimbalzarono su Fabiola come pioggia su una finestra chiusa. Per anni, per nove fottuti anni, quelle stesse accuse l'avevano fatta sentire piccola, sporca, indegna. Per anni aveva abbassato lo sguardo, chiesto scusa, promesso di fare meglio. Per anni aveva lasciato che quella donna le entrasse nella testa e le dicesse chi era.
Ma quella sera qualcosa era diverso. Quella sera, dopo aver sentito la voce fredda di suo figlio dall'altra parte del telefono, dopo aver capito che aveva già perso l'unica cosa che contava, dopo aver scoperto che Renato le aveva preparato una via di fuga, che veramente la voleva con sé, quella sera Fabiola si rese conto che non aveva più niente da perdere e soprattutto da temere da quei due esseri che l'avevano usata, convincendola di essere un'assoluta nullità.
E quella consapevolezza la rendeva pericolosa.
"Sgualdrina" sputò la signora Rossi, venendo più vicina. "Vergogna di questa famiglia. Sei sempre stata una puttana, fin dal primo giorno. Mio figlio avrebbe dovuto lasciarti marcire nella fogna da cui sei venuta."
Fabiola sentì un sorriso formarsi sulle labbra. Non un sorriso dolce, ma qualcosa di più tagliente, qualcosa che non aveva mai mostrato a quella donna.
"Ridi?" La voce della suocera si alzò di un'ottava. "Ridi, troia?"
“Sì”, rispose Fabiola, e la sua voce era calma, quasi gentile. "Rido perché è divertente. Tutti questi anni a cercare di farmi sentire nulla, e non hai capito un cazzo."
La signora Rossi alzò la mano, un gesto che aveva fatto mille volte, un gesto che Fabiola aveva imparato a temere e subire. Ma questa volta qualcosa scattò dentro di lei, qualcosa di primordiale e assoluto.
La mano di Fabiola scattò in avanti e afferrò il polso della suocera a mezz'aria. La stretta era forte, più forte di quanto la signora Rossi si aspettasse, più forte di quanto Fabiola volesse ma non si fermò.
I loro occhi si incontrarono. Quelli grigi della suocera, freddi come l'acciaio, spalancati per lo shock. Quelli azzurri di Fabiola, accesi di una furia che covava da anni, che bruciava tutto ciò che toccava.
"Vecchia maledetta" disse Fabiola, e la sua voce era bassa, quasi un sussurro, ma carica di una minaccia che fece tremare l'aria tra loro. "Non osare toccarmi di nuovo. Non osare alzare un dito su di me, non osare rivolgermi la parola come se fossi una cosa tua. Perché te lo giuro, se ci provi ancora, ti farò pentire di essere al mondo."
La signora Rossi rimase immobile. Il suo respiro si era fermato. Per la prima volta in nove anni, guardò Fabiola e non vide la ragazza spaventata che suo figlio aveva portato a casa, piena del suo seme. Vide qualcun altro, qualcuno che non aveva più niente da perdere, qualcuno che poteva fare qualsiasi cosa.
Fabiola lasciò andare il polso con uno spintone, forte abbastanza da far barcollare la vecchia all'indietro. "Torna nella tua tana. Non ho tempo per le tue cazzate."
Per un momento nessuna delle due si mosse. Poi, lentamente, quasi meccanicamente, la signora Rossi indietreggiò. I suoi occhi non lasciavano mai quelli di Fabiola, e in quello sguardo c'era qualcosa che la donna non aveva mai provato verso sua nuora: paura. Fabiola invece riconobbe la stessa espressione di Marco, la stessa debolezza, la stessa arroganza che spariva appena qualcuno lo contrastava.
Senza una parola, la signora Rossi si voltò e camminò verso la sua camera da letto. I suoi passi erano meno sicuri di prima, la sua schiena leggermente curva come se portasse un peso invisibile. La porta si chiuse alle sue spalle quasi senza far rumore.
Fabiola rimase sola nel corridoio. Il cuore le batteva forte nelle orecchie, ma non era paura, era qualcos'altro, qualcosa che assomigliava alla libertà. Aveva affrontato il mostro. E il mostro era scappato.
"Finalmente" sussurrò tra sé. "Finalmente."
Tornò nella sua camera, anzi nel suo sgabuzzino, tolse i vestiti e, meccanicamente, indossò quel camice grigio, logoro e anonimo, senza nulla sotto. Fu un atto inconsapevole, una di quelle azioni che danno la sicurezza dell'abitudine. Tornò verso la cucina, e fu allora che sentì un altro rumore, di passi pesanti che scendevano le scale, il suono inconfondibile di Marco che arrancava dal piano superiore. Fabiola conosceva quei passi meglio dei propri, nove anni a sentirli avvicinarsi, nove anni a chiedersi cosa avrebbe preteso quella volta.
"Fabiola!"
La voce di suo marito echeggiò attraverso l'ingresso. "Dove cazzo sei stata? La cena non è pronta!"
Fabiola non si mosse. Rimase dove era, nel mezzo del corridoio, con quel camice grigio che la signora Rossi le aveva imposto di indossare come uniforme, come simbolo della sua inferiorità. I suoi capelli neri erano spettinati, dal sesso con Renato, dall'umidità della sera, e il trucco leggero che si era messa era ormai svanito. Non aveva mai avuto un aspetto meno presentabile.
E non le importava un cazzo.
Marco apparve in fondo alle scale. I suoi capelli castani erano arruffati come sempre, i suoi vestiti, per quanto pregiati, a lui davano sempre quell'aura di pochezza, che solo in quel momento Fabiola comprese. La sua faccia distorta in un cipiglio che doveva sembrare minaccioso, le sembrò semplicemente patetico.
"Ti ho fatto una domanda" disse, avanzando verso di lei. "Dove sei stata? E dov'è mia madre? Perché cazzo non sento odore di cena?"
Fabiola lo guardò avvicinarsi, quell'uomo che era suo marito, ma che in realtà l'aveva usata, sfruttata e ignorata per nove anni. Lo guardò e lo vide per quello che era realmente: un bambino viziato in un corpo adulto, un codardo che aveva bisogno di sua madre per sentirsi forte, un uomo che non aveva mai imparato a essere indipendente.
"Ho detto " cominciò Marco, ma Fabiola lo interruppe.
"L'ho sentito la prima volta."
Si guardarono. Marco sembrava confuso, non era abituato a essere interrotto, non era abituato a quel tono nella voce di sua moglie. Per anni Fabiola aveva parlato solo quando interpellata, aveva risposto solo quando necessario, aveva chinato la testa e accettato ogni cosa.
"Fatti la cena" disse lei, con una calma glaciale. "Oppure chiedi per favore. Io non sono più la vostra sguattera."
Le parole caddero come pietre nell'acqua. Marco sbatté le palpebre, una, due volte, come se non riuscisse a processare quello che aveva appena sentito.
"Cosa?" La sua voce era stridula. "Cosa hai detto?"
"Hai sentito anche tu." Fabiola fece un passo verso di lui, e istintivamente Marco ne fece uno indietro. "Non sono la vostra serva. Non sono la tua puttana gratuita. E di certo non sono più tua moglie, non nel modo che pensi."
"Tu ..., tu non puoi" Marco balbettava, la sua faccia che diventava rossa per la rabbia e qualcos'altro, vergogna, forse, o paura. "Sei mia moglie! Fai quello che dico io!"
"Col cazzo."
La parolaccia uscì facile, naturale. Fabiola non l'aveva mai usata davanti a lui, non aveva mai osato, ma ora le sembrava perfettamente appropriata.
"Tu e quella vecchia strega di tua madre avete finito di approfittare della ragazzina spaventata che avete rinchiuso qui dentro per nove anni."
Per un momento, nessuno si mosse. Marco la fissava, la bocca aperta, gli occhi castani spalancati in un'espressione che era quasi comica. Sembrava un bambino a cui avevano appena detto che Babbo Natale non esiste.
Poi qualcosa cambiò nel suo sguardo, la rabbia svanì, sostituita da qualcosa di più piccolo, più disperato. Fabiola vide suo marito per quello che era davvero: un uomo debole che aveva perso l'unica cosa che gli dava potere.
"Per favore" disse Marco, e la sua voce era diversa ora, più morbida, quasi supplichevole. "Fabiola, per favore. Prepara la cena. Mangia con me."
Lei lo guardò, quell'uomo che aveva preso la sua giovinezza, che l'aveva sempre trattata come una sguattera e come una puttana, ma mai come una moglie, era solo un omuncolo, patetico, spaventato, solo.
E non sentì niente.
"Va' a farti fottere" disse, e gli passò accanto diretta verso la cucina.
Cucinò in poco tempo la pregiata carne di manzo che a lei era sempre stata negata, la tagliò in fettine sottili, con la rucola e il grana preparò un piatto, uno solo, e si sedette a tavola, senza rivolgere lo sguardo verso Marco, seduto in attesa, in attesa di essere servito come se ne avesse il diritto. Gli bastarono pochi secondi per capire che nessuno lo avrebbe fatto, come nessuna si sarebbe inginocchiata per lui. Alzò il suo corpo magro e flaccido, e per la prima volta in vita sua dovette prepararsi un piatto. Tornò a sedere, in silenzio, guardando solo di soppiatto Fabiola mentre mangiava con gusto, con un'eleganza che lui non aveva mai saputo riconoscere, una grazia feroce che lo intimidiva.
Poi Fabiola si alzò, attraversò la stanza con uno scopo, i suoi passi decisi. Sentiva gli occhi di Marco seguirla mentre apriva e posava il piatto nella lavastoviglie, che nessuno aveva mai usato perché tanto c'era lei, la sguattera, e la chiuse con fermezza.
"Cosa stai facendo?" chiese Marco ancora seduto a tavola. La sua voce era più piccola ora, quasi un sussurro.
Fabiola si voltò a guardarlo. Poi, deliberatamente, lentamente, si girò e uscì dalla cucina, senza rispondere, senza degnarlo di uno sguardo, e tornò nella sua camera. Si fece una lunga doccia, dopo aver messo al massimo lo scaldabagno, perché voleva sentire l'acqua calda, bollente, come se potesse scrostare nove anni di umiliazioni.
Mentre era seduta sulla sua branda, quella che "è molto più di ciò che merita un'inutile sguattera come te", quasi istintivamente si alzò per andare dal marito, come aveva fatto ogni sera umiliandosi, abbassandosi ad accettare ogni sua offesa, inginocchiandosi a guardarlo scopare con altre donne in quello che doveva essere il loro letto. Ma non si vestì con gli abiti da puttana che lui voleva, invece indossò quel maledetto camice grigio, senza nulla sotto.
Quando arrivò davanti alla camera di Marco, Fabiola entrò senza bussare, senza chiedere permesso.
"Cosa ... Fabiola, cosa fai?"
Lei non rispose. Portò le mani al colletto del camice, lentamente, sensuale, e iniziò a sbottonare il primo, il secondo, il terzo bottone, rivelando la pelle nuda sotto.
"Fermati." La voce di Marco tremava. "Cosa stai facendo?"
Il camice cadde a terra, ammucchiandosi ai suoi piedi come un mucchio di stracci grigi. Fabiola rimase nuda davanti a suo marito, il suo corpo dorato, i seni piccoli ma ancora sodi, con i capezzoli rosa ancora leggermente gonfi per la bocca di Renato, il sesso nudo e visibile tra le sue cosce.
"Guardami" disse, la sua voce forte e chiara. "Guardami con attenzione, Marco."
Lui la stava guardando, non poteva farne a meno. I suoi occhi viaggiavano sul suo corpo come se lo vedesse per la prima volta, e forse era vero, forse dopo nove anni la stava finalmente vedendo davvero.
"Non mi sfiorerai mai più" continuò Fabiola, facendo un passo verso di lui. "Mai più, a meno che non sia io a volerlo. E ti garantisco che non lo vorrò."
"Fabiola" La voce di Marco era roca, incerta.
"Questo corpo ..." Lei si passò le mani sui fianchi, sul ventre, sul seno. "Questo corpo che hai maltrattato come una tua proprietà per nove anni, non è mai stato tuo. Era mio. E ora lo do a chi voglio, quando voglio, come voglio."
Fabiola vide qualcosa negli occhi di Marco, desiderio, sì, ma anche qualcosa di più oscuro. Umiliazione. Vergogna. La consapevolezza di aver perso qualcosa che credeva fosse suo di diritto.
"Chiamati una puttana" disse lei, con un sorriso crudele. "Una delle tue puttane da due soldi che ti fanno sentire un uomo, ma che ti schifano. Oppure fatti una sega pensando a questo corpo, questo corpo che non avrai mai più."
Si voltò, lasciando Marco seduto sul suo letto, incredulo ed incapace di reagire, la bocca aperta, le mani che tremavano lungo i fianchi. Raccolse il camice, tenendolo come monito, come prova della sua ritrovata libertà e uscì dalla camera completamente nuda.
Il corridoio era fresco sulla sua pelle nuda. Sentiva l'aria sui seni, tra le cosce, in posti che non aveva mai esposto in quella casa, non liberamente, non per sua scelta. Ogni passo era una dichiarazione, ogni respiro una vittoria.
Stava quasi arrivando alle scale quando una porta si aprì.
La signora Rossi era in piedi sulla soglia della sua camera. I suoi occhi grigi incontrarono quelli di Fabiola, poi scesero sul suo corpo nudo, sui suoi seni, sul ventre, sul sesso esposto. Per un momento, nessuna delle due si mosse.
Poi la bocca della vecchia si aprì, come per dire qualcosa, un insulto, una condanna, una delle mille cose che aveva usato per anni contro di lei. Ma nessun suono uscì. I suoi occhi rimasero fissi su Fabiola, spalancati per l'orrore, per la paura, per qualcosa che non riusciva a nominare.
Fabiola non si coprì. Non abbassò lo sguardo. Rimase ferma, nuda, sfidando sua suocera a fare qualcosa, qualsiasi cosa.
Non successe nulla. La signora Rossi rimase immobile, pietrificata, come se avesse visto un fantasma. E in un certo senso, era così, stava vedendo la Fabiola che aveva cercato di distruggere per nove anni, la donna che esisteva prima di diventare una serva, una vittima, un'ombra.
"Allora?" disse Fabiola, con una calma serafica che non sapeva di possedere. "Hai qualcosa da dire?"
La signora Rossi non rispose. I suoi occhi erano ancora spalancati, fissi su quel corpo che non aveva mai visto completamente nudo, che non aveva mai voluto vedere. La sua faccia era bianca come un lenzuolo, le sue labbra sottili premute insieme in una linea di puro shock.
Fabiola le passò accanto senza dire un'altra parola. Sentì gli occhi della suocera seguirla mentre scendeva le scale, i suoi piedi nudi sui gradini di legno, il suo corpo che si allontanava da quella casa una volta per tutte.
La sua camera era esattamente come l'aveva lasciata, con il letto rifatto in modo militare, i pochi oggetti personali allineati con precisione, le tende tirate. Per anni quella stanza era stata la sua prigione, il suo nascondiglio, l'unico posto dove poteva rifugiarsi a piangere.
Il sabato e la domenica passarono silenziosi, pieni di tensione e paura per Marco e la vecchia madre. Entrambi erano consapevoli di aver perso il potere su Fabiola ed entrambi, pavidi e patetici, non ebbero il coraggio di affrontarla. Lei si muoveva per casa con naturalezza, senza più il camice ma con jeans e maglietta, a piedi nudi, senza rivolgere loro la parola, ma fissandoli con lo stesso disprezzo che loro avevano sempre riservato a lei.
Quella notte sarebbe stata l'ultima.
Fabiola chiuse la porta dietro di sé e si sedette sul bordo del letto. Il suo corpo era caldo, teso e pronto, mentre sentiva che nove anni di oppressione, di indicibili umiliazioni che avevano cercato di annullarla, stavano finalmente finendo.
Si guardò intorno con uno sguardo lento, quasi temesse che ogni oggetto potesse afferrarla per i polsi e trattenerla lì. I vestiti ammucchiati sugli scaffali le sembrarono cadaveri di una vita che non aveva mai scelto. Afferrò solo ciò che le apparteneva davvero: qualche indumento logoro, la biancheria economica comprata al mercato con le monetine risparmiate, niente di più. Nulla che portasse il marchio di quella casa.
Poi i suoi occhi caddero sul sacco di plastica nell'angolo, quello con i vestiti da puttana, quelli che indossava ogni sera quando andava nella stanza del marito a farsi usare. Lo prese tra le mani, sentì il tessuto sintetico che scricchiolò come una promessa rotta. La rabbia le montò nelle tempie, calda e acida, ma non verso Marco né verso quella strega di suocera: verso sé stessa, per aver piegato la schiena, per aver mormorato sì quando voleva urlare no.
Ma il fuoco si spense presto, soffocato da una verità più antica: aveva sopportato tutto per Alessandro, per le sue manine che si stringevano alla sua gonna, per i suoi occhi grandi che la guardavano come se fosse l'intero mondo. Eppure, ora anche lui le aveva voltato le spalle, anche lui la vedeva come una nullità, e quella oscurità familiare le risalì lungo la schiena, quella voce che sussurrava sei stupida, sei inutile, è meglio che ti dimentichi di lui. Forse aveva ragione, pensò. Forse era un atto di pietà, lasciare che il figlio la cancellasse dalla memoria.
Iniziò a mettere le sue poche cose nel sacco. Nove anni di vita ridotti a un sacco della spazzatura pieno di stracci.
Poi i suoi occhi caddero sulla sua mano, sulla fede nuziale che brillava al suo dito.
Fabiola la sfilò, e la prese in mano, sentendo il metallo freddo contro il palmo. Quanto pesava quell'anello, non in grammi, ma in anni. In sacrifici. In dolore. In tutto quello che aveva perso e tutto quello che non sarebbe mai stata.
Se lo rigirò tra le dita, guardando la luce riflettersi sulla superficie d'oro. Era un anello semplice, niente di speciale, niente che valesse più di qualche centinaio di euro. Ma per lei valeva tutto. Valeva la sua giovinezza. Valeva suo figlio. Valeva nove anni di vita sprecati.
"Vaffanculo" sussurrò, e lo lanciò nel cestino accanto al letto.
Il suono metallico dell'anello che colpiva il fondo del cestino fu il suono più bello che avesse mai sentito.
Guardò l'orologio. Le cinque e quarantacinque. Il lunedì mattina stava sorgendo, portando con sé un nuovo giorno, il suo primo giorno da donna libera.
Si vestì in fretta, una gonna azzurra, semplice, e una camicetta di cotone bianco, qualcosa che mostrasse il suo corpo per Renato, ma senza sembrare solo una puttana. Prese il sacco di plastica, con i vestiti da puttana, i suoi pochi stracci, le scarpe con il tacco che a Renato piacevano, e si guardò un'ultima volta intorno.
Non c'era niente lì per lei. Non più.
Sgattaiolò fuori dalla stanza, attraversò il corridoio buio dove due giorni prima aveva affrontato sua suocera. Tutto era immobile, silenzioso, come se la casa stesse trattenendo il respiro. Solo davanti al comò nell'entrata si bloccò per un attimo, contemplando le foto. C'era quella del matrimonio, in cui lei era bellissima, ma riconosceva i suoi occhi già tristi. C'era la Signora Rossi con il marito e Marco, e poi c'era Alessandro, quando aveva cinque anni, con il suo sorriso meraviglioso e gli occhi pieni dell'innocenza infantile. Prese la foto e la infilò nel sacco con tutto il resto.
La porta d'ingresso era proprio davanti a lei. Fabiola l'aprì senza esitazione, sentendo l'aria fresca del mattino sul viso. Erano le sei in punto.
Fuori iniziava ad albeggiare, il cielo già sfumato di azzurro all'orizzonte. L'aria era fresca ma dolce, come è quasi sempre ai primi di maggio, e le venne la pelle d'oca sulle braccia. Ma non le importava. Per la prima volta, in nove anni, stava uscendo da quella casa per sua scelta.
E non sarebbe più tornata.
Guardò la strada vuota. Per un momento il cuore le balzò in gola pieno di domande. E se lui non fosse venuto? E se avesse cambiato idea? E se tutto quello che le aveva detto fosse stato una bugia? Sentiva il terrore come un qualcosa di fisico, la paura di dover tornare indietro segnarle la pelle.
Poi vide i fari.
Un'auto stava girando l'angolo, venendo verso di lei. Fabiola riconobbe la sagoma della macchina di Renato, quella vecchia Mercedes che puzzava di tabacco e sesso. Rallentò, fermandosi proprio davanti al cancello di villa Rossi.
Il finestrino si abbassò. Renato era lì, con la sua faccia tonda e il naso prominente, i capelli grigi spettinati e gli occhi assonnati. Sembrava quasi ridicolo, un uomo di oltre cinquant'anni mal portati in una macchina vecchia, che veniva a prendere una donna che aveva la metà dei suoi anni.
Ma per Fabiola era bellissimo. Era la libertà.
"Sali" disse lui, con quella voce suadente che l'aveva conquistata fin dall'inizio. "Andiamo via."
Fabiola aprì la portiera e scivolò nel sedile del passeggero, gettando il sacco di plastica sul sedile posteriore. L'auto odorava di lui, tabacco, dopobarba da due soldi, e qualcos'altro che era solo Renato.
“Ciao”, disse lei, con un sorriso che non riusciva a contenere.
"Ciao, principessa." Renato le mise una mano sulla coscia, strizzandola attraverso il tessuto della gonna. "Sei pronta?"
Fabiola guardò fuori dal finestrino. La villa Rossi era ancora lì, grande, imponente, piena di ricordi che non voleva più avere. Le finestre erano buie. Non c'era nessun movimento all'interno.
Nessuno sapeva che se ne stava andando. E nessuno se ne sarebbe accorto finché non fosse stato troppo tardi.
“Sì”, disse, mettendo la sua mano su quella di lui. "Sono pronta."
Renato sorrise, quel sorriso viscido che doveva sembrare seducente ma che a Fabiola sembrava solo familiare. Inserì la marcia e l'auto iniziò a muoversi, allontanandosi dal marciapiede.
Fabiola non si voltò indietro.
Guardò avanti, attraverso il parabrezza, dove la strada si stendeva davanti a lei come una promessa. Non sapeva cosa l'aspettava. Mestre. Renato. Una nuova vita. Non sapeva se Renato l'amava davvero o se la stava solo usando. Non sapeva se avrebbe mai rivisto suo figlio.
Ma sapeva una cosa: si sentiva libera.
Per la prima volta in nove anni, si sentiva libera.
L'auto accelerò, lasciandosi alle spalle villa Rossi con le sue ombre e i suoi segreti. Fabiola sentì il cuore batterle forte nel petto, non di paura, ma di speranza. Una speranza fragile, incerta, ma viva.
"Renato?" disse, rompendo il silenzio.
"Sì, principessa"
"Grazie."
Lui le lanciò un'occhiata, con quegli occhi grigi che l'avevano vista nel suo momento più vulnerabile e sembravano non averla giudicata. "Di cosa?"
"Di tutto. Di essere qui. Di, non so, di essere esistito proprio quando ne avevo bisogno."
Renato sorrise di nuovo, e questa volta sembrava quasi genuino. "Non dire cazzate, Faby. Io devo dire grazie alla fortuna, per essere stato nel posto giusto al momento giusto"
Fabiola non rispose. Guardò fuori dal finestrino, osservando le case che scorrevano via, i palazzi illuminati, le strade deserte e l'alba che sorgeva lentamente su Padova.
Mancava solo Alessandro, che le aveva chiuso la porta in faccia, che l'aveva tagliata fuori dalla sua vita. Il pensiero le fece male, un dolore sordo che non se ne andava. Ma non poteva tornare indietro. Non poteva cambiare quello che era successo.
Poteva solo andare avanti.
"Mi porterai davvero a Mestre?" chiese, con una voce più piccola di quanto volesse.
Renato le strinse la coscia. "Te l'ho promesso, no? Ho preparato tutto. Non dovrai preoccuparti di niente."
Fabiola voleva credergli. Voleva credere che tutto sarebbe andato bene, che la sua vita stava finalmente girando nella direzione giusta. Voleva credere che Renato fosse quello che diceva di essere, un uomo che la vedeva, che la voleva, che la amava.
Ma una parte di lei, quella parte che era stata ferita troppe volte, che aveva imparato a non fidarsi, sapeva che le cose non erano mai così semplici. Renato era un uomo, con i suoi difetti e le sue motivazioni. Poteva essere viscido, manipolatore. Poteva avere i suoi motivi per volerla con sé.
Ma in quel momento, mentre l'auto si allontanava da tutto quello che conosceva, Fabiola decise di scegliere la speranza. Di credere, anche solo per un istante, che le cose potessero essere diverse.
Guardò Renato di profilo, la sua faccia tonda, la sua pancia che sembrava ancora più grande, i suoi capelli radi. Non era bello. Non era giovane. Non era quello che avrebbe sognato per sé a sedici anni, quando il mondo sembrava pieno di possibilità.
Ma era lì. Ed era tutto quello che aveva.
L'auto continuò a muoversi attraverso la città che si svegliava. I lampioni si spegnevano uno dopo l'altro mentre il cielo si illuminava. Fabiola sentì il calore del sole sul viso, il primo sole della sua nuova vita.
Sorrise, un sorriso vero che le illuminò il viso.
Nove anni. Nove fottuti anni di servitù, di umiliazione, di dolore. Nove anni a chiedersi se ne valesse la pena, se ci fosse qualcosa oltre quella prigione dorata.
In quel momento capì che c'era qualcosa. C'era qualcosa oltre. C'era una strada, un futuro, una possibilità. Non sapeva dove l'avrebbe portata, se con Renato, se da sola, se in qualcosa di completamente diverso. Ma era la sua strada. La sua vita. La sua scelta.
E questo era tutto.
La macchina lasciò i confini di Padova, immettendosi sulla strada per Mestre e Fabiola non si voltò più indietro.
"Dormi un po', Principessa" disse Renato, accarezzandole la coscia. "La giornata è lunga, e quando arriviamo ... beh, avremo parecchio da fare."
Fabiola chiuse gli occhi, appoggiando la testa al finestrino. Il movimento dell'auto era ipnotico, cullandola in un sonno leggero. Sentiva la mano di Renato sulla sua gamba, calda e solida.
Per la prima volta in nove anni si addormentò senza la paura del domani.
E quando si sarebbe svegliata, sarebbe stata in un posto nuovo. Una vita nuova. Una possibilità nuova.
Tutto il resto poteva aspettare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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