tradimenti
Resurrezione di Donna - Cap. 9
20.06.2026 |
231 |
3
"Le dita si curvarono, trovando quel punto sensibile sulla parete anteriore, e iniziò a muoverle con un ritmo costante che fece urlare Fabiola..."
Renato spense il motore della vecchia Mercedes e il silenzio del mattino avvolse l'abitacolo. Il cielo sopra Mestre era stranamente limpido, i raggi di sole che si insinuavano tra i palazzi di Via Piave. Fabiola sbatté le palpebre, il cuore che batteva forte nel petto, le mani ancora strette sulla maniglia della portiera.«Siamo arrivati,» disse Renato, la voce impastata dal sonno e dall'alcol della notte precedente. Scese dall'auto con un movimento goffo, la pancia prominente che premeva contro la cintura dei pantaloni stropicciati.
Fabiola lo seguì, i piedi che toccavano l'asfalto ancora fresco di rugiada. Si guardò intorno, osservando il palazzo davanti a lei. Era un edificio grigio di tre piani, con le finestre quadrate e i balconi piccoli, quelli tipici delle costruzioni degli anni Settanta. Niente a che vedere con la villa dei Rossi, con i suoi muri di pietra e il giardino curato. Eppure, mentre alzava lo sguardo verso quelle finestre, sentì un brivido di eccitazione correrle lungo la schiena.
Renato si avvicinò al portone, armeggiando con un mazzo di chiavi che sembrava troppo grande per le sue tasche. «Secondo piano,» borbottò, trovando finalmente la chiave giusta. Il portone si aprì con un cigolio, rivelando un ingresso modesto con le pareti beige e una rampa di scale che portava verso l'alto.
Fabiola lo seguì in silenzio, la sua borsa di plastica stretta al petto. Ogni gradino sembrava portarla più lontano dalla sua vecchia vita, più vicina a qualcosa che non sapeva ancora definire. Quando raggiunsero il pianerottolo del secondo piano, Renato si fermò davanti a una porta marrone, la mano già sulla maniglia.
«Ecco,» disse, e c'era qualcosa di teatrale nel suo gesto, come un prestigiatore che sta per rivelare il suo trucco migliore. «Casa nostra.»
Aprì la porta con un movimento fluido e, prima che Fabiola potesse fare un passo, si voltò verso di lei. Le sue braccia la afferrarono, una dietro la schiena e una sotto le ginocchia, sollevandola da terra con una forza che non avrebbe sospettato in un uomo della sua età.
«Renato!» esclamò Fabiola, la voce un misto di sorpresa e imbarazzo. «Ma che fai?»
«Come nei film,» rispose lui, un sorriso sbilenco sul viso rotondo. «Il principe porta la principessa oltre la soglia del castello.»
Fabiola sentì le guance arrossarsi, un calore che si irradiava dal petto fino al viso. Quanto tempo era passato dall'ultima volta che qualcuno l'aveva presa in braccio? Non riusciva a ricordarlo. Marco non l'aveva mai fatto, nemmeno la prima notte di nozze. E prima di lui... i ricordi si confondevano in una macchia indistinta di volti e mani che l'avevano toccata senza mai veramente tenerla.
Renato varcò la soglia e l'appartamento si aprì davanti a loro. L'ingresso era piccolo, con un appendiabiti a muro e un tappeto logoro che copriva il pavimento. Più avanti, un corridoio portava verso quelle che sembravano essere le altre stanze.
«Non è un granché,» disse Renato, la voce che vibrava contro il corpo di Fabiola mentre la stringeva a sé. «È modesto. Non potevo permettermi di più. Ma è pulito e.… beh, è nostro.»
La posò delicatamente a terra, e i piedi nudi di Fabiola toccarono il pavimento fresco. Rimase immobile per un momento, gli occhi che scorrevano su ogni dettaglio della stanza. C'era un divano in pelle marrone, consumato dagli anni ma ancora intatto, con un cuscino stampato a fiori appoggiato su un bracciolo. Una televisione a schermo piatto era appesa alla parete di fronte, e più in là si intravedeva una cucina separata, i mobili vecchi ma lucidi.
«Ti faccio vedere il resto,» disse Renato, prendendola per mano. Le sue dita erano calde, ruvide, la presa decisa.
La guidò attraverso il corridoio, indicando ogni stanza con orgoglio quasi infantile. «Il bagno,» disse, aprendo una porta. Le piastrelle color crema riflettevano la luce che entrava da una finestra piccola ma sufficiente. Una vasca con i piedini occupava un angolo, e Fabiola immaginò già di immergersi nell'acqua calda, di lavare via gli anni di servitù e umiliazione.
«La camera da letto,» continuò Renato, spalancando un'altra porta. Fabiola sentì il respiro fermarsi in gola. Al centro della stanza c'era un letto con la testiera e la pediera in ottone, le sbarre lucide che brillavano sotto la luce del mattino. Ma fu ciò che vide sopra il letto a farla trasalire: uno specchio enorme, fissato al soffitto, che rifletteva il materasso sottostante.
«Ti piace?» chiese Renato, notando il suo sguardo. «L'ho fatto mettere io. Per vederci mentre... beh, hai capito.»
Fabiola non rispose. Si portò una mano alla bocca, gli occhi che si riempivano di lacrime. Non erano le sbarre di ottone o lo specchio a commuoverla, anche se il loro significato era fin troppo chiaro. Era qualcosa di più semplice, più primordiale. Era il fatto che quello era uno spazio suo. Non doveva dividerlo con una suocera che la odiava, non doveva temere le critiche di un marito che la disprezzava. Quello era un posto dove poteva essere semplicemente... sé stessa.
«Ehi,» disse Renato, la voce improvvisamente dolce. Le sue mani le accarezzarono le spalle, scendendo lungo le braccia. «Perché piangi? Non ti piace?»
Fabiola si voltò verso di lui, le lacrime che le bagnavano le guance abbronzate. «Non è che non mi piace,» sussurrò, la voce rotta dall'emozione. «È che... per me sembra una reggia.»
Renato rise, un suono profondo e gutturale. «Una reggia? Tesoro, questo buco?»
«Sì,» insistette lei, asciugandosi gli occhi con il dorso della mano. «Una reggia. Perché è mia. Perché qui non devo chiedere permesso per respirare. Perché qui posso essere me stessa.»
Lo sguardo di Renato si addolcì, seppure per un istante. Le prese il viso tra le mani grandi, i pollici che accarezzavano le sue guance bagnate. «Sei una donna strana, sai?» mormorò. «Ma mi piaci. Mi piaci un sacco.»
La attirò a sé, premendo le labbra contro le sue. Il bacio fu tenero all'inizio, quasi esitante, come se Renato stesse assaggiando qualcosa di prezioso. Ma presto la sua lingua si fece più insistente, spingendosi nella bocca di Fabiola, esplorando, pretendendo. Fabiola rispose con un gemito soffocato, le mani che si aggrappavano alle spalle di lui, sentendo il tessuto ruvido della camicia spiegazzata sotto le dita.
Quando si separarono, entrambi ansimavano leggermente. Renato la guardò con un misto di desiderio e qualcosa che poteva essere orgoglio. «Andiamo di là,» disse. «Devo dirti una cosa.»
La guidò verso il divano del soggiorno, facendola sedere accanto a sé. Il cuoio consumato scricchiolò sotto il loro peso. Fabiola si ritrovò a fissare le proprie mani, che teneva intrecciate in grembo. Le unghie erano corte, senza smalto, le mani di una donna che aveva lavorato tutta la vita.
«Renato,» cominciò, la voce bassa. «Devo dirti una cosa anch'io.»
«Dimmi.»
Prese un respiro profondo, costringendosi a guardarlo negli occhi. Quegli occhi grigi la fissavano con un'intensità che la faceva sentire nuda, nonostante i vestiti che indossava ancora. «Io non ho niente,» disse, ogni parola che le usciva dalle labbra come una confessione. «Ho solo 23 euro. Niente più. Niente conto in banca, niente risparmi, niente.»
Renato non disse nulla, limitandosi a osservarla con quell'espressione imperscrutabile.
«Cercherò lavoro,» continuò lei, le parole che si accavallavano per l'urgenza. «Come donna delle pulizie. So pulire, so cucinare, so gestire una casa. Non ti sarò di peso, te lo giuro. Troverò qualcosa e.…»
«Fermati,» la interruppe Renato, alzando una mano. Il suo tono non era duro, ma fermo. «Non devi lavorare.»
Fabiola sbatté le palpebre, confusa. «Ma... non posso vivere qui senza contribuire. Non posso essere un peso per te.»
«Non sei un peso,» disse Renato, e la sua mano si posò sulla coscia di lei, calda e pesante attraverso il tessuto della gonna. «A me basta che tu badi alla casa. Che tenga tutto pulito e in ordine. E che...» Si interruppe, un sorriso lento che si diffondeva sul suo viso. «...che abbia sempre voglia di fare l'amore con me.»
Fabiola lo fissò, il cervello che faticava a elaborare quelle parole. Era così semplice? Era tutto così tremendamente, meravigliosamente semplice?
«Tutto qui?» chiese, la voce appena un sussurro.
«Tutto qui,» confermò Renato. Le sue dita si strinsero sulla coscia di lei, accarezzando il tessuto della gonna. «Io ti do una casa, tu mi dai... te stessa. Mi sembra uno scambio equo, non credi?»
Fabiola sentì qualcosa sciogliersi nel petto. Non era amore, non ancora, ma era qualcosa di altrettanto potente. Era gratitudine, un'emozione così intensa da farle male. Nessuno le aveva mai offerto qualcosa senza pretendere un prezzo impossibile da pagare. I suoi genitori l'avevano data in moglie a Marco per liberarsi di una figlia "rovinata", e Marco l'aveva tenuta come una serva per quasi un decennio.
Ma Renato... Renato le stava offrendo un rifugio. E tutto ciò che voleva in cambio era... lei.
«Sì,» disse, la voce più ferma di quanto si aspettasse. «È uno scambio equo.»
Renato sorrise, un sorriso che gli illuminò tutto il viso. «Brava la mia ragazza.»
Fabiola si alzò lentamente dal divano. Le sue mani andarono ai bottoni della camicetta bianca, le dita che tremavano leggermente mentre slacciavano il primo. Poi il secondo. Il terzo.
«Che fai?» chiese Renato, anche se il suo tono suggeriva che lo sapeva perfettamente.
«Ti ringrazio,» rispose Fabiola, continuando a slacciare i bottoni. «Nel modo migliore che conosco.»
La camicetta si aprì, rivelando il reggiseno semplice di cotone bianco che copriva i suoi seni. Fabiola se la fece scivolare dalle spalle, lasciandola cadere a terra. Poi le sue mani andarono alla gonna, sbottonandola con movimenti che diventarono più sicuri, più deliberati. La fece scivolare lungo i fianchi, lungo le cosce, fino a quando non formò una pozza blu ai suoi piedi.
Renato la osservava dal divano, gli occhi grigi che seguivano ogni movimento con un'intensità quasi predatrice. La sua lingua si sporse a inumidire le labbra, un gesto inconscio che fece accelerare il cuore di Fabiola.
Lei continuò, slacciandosi il reggiseno con una mano sola, e i suoi seni si liberarono, piccoli e sodi, i capezzoli già turgidi per l'eccitazione. Li coprì con le mani per un istante, un gesto di finta modestia che non ingannò nessuno dei due, poi li scoprì lentamente, offrendoli allo sguardo di lui.
«Sei bellissima,» mormorò Renato, la voce roca. «Non mi stancherò mai di guardarti.»
Fabiola sentì un fremito tra le cosce, un calore liquido che si diffondeva dal suo centro. Fece scivolare le mutandine lungo i fianchi, esponendo il triangolo scuro dei peli pubici che non si curava più di nascondere. Quando fu completamente nuda, rimase immobile davanti a lui, le braccia lungo i fianchi, offrendosi senza riserve.
«Tocca a te,» disse, con un sorriso malizioso. «Voglio vedere cosa mi sono presa.»
Renato rise, un suono gutturale che gli vibrò nel petto. Si alzò dal divano con un movimento goffo, le mani che già armeggiavano con la cintura. «Aiutami,» disse, e Fabiola si avvicinò, le dita che lavoravano sulla fibbia mentre lui le accarezzava i capelli.
Quando finalmente fu nudo davanti a lei, Fabiola si concesse un momento per osservarlo. Renato non era bello, non nel senso convenzionale del termine. La sua pancia prominente sporgeva sopra l'ombelico, i peli grigi che ricoprivano il petto. I tatuaggi sui bicipiti erano sbiaditi, macchie di inchiostro che un tempo erano stati simboli di qualcosa di importante. La cicatrice sul collo brillava alla luce del mattino, un promemoria di una vita che lei non conosceva.
Ma quando il suo sguardo scese più in basso, sentì un'altra fitta di desiderio. Il cazzo di Renato era già semi-eretto e pendeva pesante tra le sue cosce. Era grosso, e il solo vederlo la fece bagnare ancora di più.
«Ti piace?» chiese lui, notando il suo sguardo.
«Mhmm,» fu tutto ciò che Fabiola riuscì a dire, già in ginocchio davanti a lui. Le sue mani si chiusero attorno all'asta, sentendo il calore della carne che si induriva sotto il suo tocco. Portò la bocca alla punta, leccando una goccia di liquido pre-seminale che si era formata sulla fessura.
Renato gemette, le mani che si chiudevano tra i capelli di lei. «Cazzo, sì,» ansimò. «Prendilo tutto.»
Fabiola aprì la bocca facendo scivolare il cazzo di Renato oltre le labbra, lungo la lingua, fino in gola. Lo sentì indurirsi completamente mentre lo succhiava, i muscoli della mascella che lavoravano attorno alla sua carne. Usò la lingua per leccare la parte inferiore del glande, trovando quel punto sensibile che sapeva avrebbe fatto impazzire qualsiasi uomo.
«Porca puttana,» ringhiò Renato, i fianchi che iniziavano a muoversi, spingendo il cazzo più a fondo nella bocca di lei. «Sei proprio una troia, vero? Una troia famelica che ama il cazzo.»
Fabiola non poteva rispondere, non con la bocca piena, ma emise un suono gutturale che vibrò attorno all'asta di Renato, facendolo gemere ancora più forte. Le sue mani si mossero tra le proprie gambe, le dita che trovavano il clitoride già gonfio e lo accarezzavano con movimenti circolari.
Renato la guardava dall'alto, gli occhi socchiusi per il piacere. «Smetti di toccarti,» ordinò. «Voglio che tu venga solo sul mio cazzo.»
Fabiola si fermò con riluttanza, portando le mani sui fianchi di lui, usando quel punto di appoggio per guidare i suoi movimenti. Succhiò più forte, la testa che andava avanti e indietro con un ritmo crescente, sentendo il cazzo di Renato che pulsava nella sua bocca.
«Basta,» disse lui improvvisamente, ritraendosi. Il suo cazzo scivolò fuori dalle labbra di Fabiola rimaste aperte con un suono umido, una scia di saliva che li collegava ancora per un istante. «Andiamo in camera. Voglio scoparti davanti allo specchio.»
La aiutò ad alzarsi, le mani che indugiavano sui suoi fianchi, e la guidò verso la camera da letto. Fabiola camminava davanti a lui, sentendo il suo sguardo sul culo, sulle gambe, su ogni centimetro di pelle che aveva esposto. Quando raggiunsero il letto, Renato la spinse delicatamente sulla schiena, facendola rimbalzare sul materasso.
«Guarda su,» disse, indicando lo specchio sul soffitto.
Fabiola alzò lo sguardo e vide sé stessa riflessa: una donna minuta con i capelli neri sparsi sul cuscino, la pelle olivastra che contrastava con le lenzuola bianche, le gambe aperte che rivelavano il sesso già bagnato. Vide anche Renato, in piedi a lato del letto, il cazzo che puntava verso di lei come una promessa.
«Sei bellissima,» ripeté lui, salendo sul letto e posizionandosi tra le sue cosce. «E adesso ti farò vedere quanto.»
Si chinò su di lei, catturando la sua bocca in un bacio che sapeva di tabacco e desiderio. Fabiola aprì le labbra, lasciando che la lingua di Renato si intrecciasse con la sua, sentendo il peso del suo corpo che la schiacciava contro il materasso. Le mani di lui si chiusero sui suoi seni, stringendo, pizzicando i capezzoli tra pollice e indice.
«Ti prego,» ansimò Fabiola quando le labbra di Renato si spostarono sul suo collo, mordendo e succhiando la pelle sensibile. «Ti prego, scopami.»
«Con calma,» mormorò lui contro la sua gola. «Ho aspettato troppo per questo. Voglio assaporare ogni momento.»
La sua bocca scese più in basso, tracciando una scia di baci e morsi lungo la clavicola di Fabiola, poi tra i seni. Prese un capezzolo tra le labbra, succhiandolo con forza mentre la mano si chiudeva sull'altro seno, torcendo il capezzolo con dita esperte. Fabiola inarcò la schiena, spingendo il petto verso di lui, gemiti incontrollati che le sfuggivano dalle labbra.
Renato si dedicò all'altro seno con la stessa attenzione, leccando e mordendo finché Fabiola non fu ridotta a un groviglio di desiderio. Poi la sua bocca scese ancora più in basso, tracciando una linea con la lingua lungo l'addome piatto di lei, fermandosi appena sopra il pube.
«Apri le gambe,» ordinò, e Fabiola obbedì immediatamente, esponendo il suo sesso bagnato al suo sguardo. «Cazzo, guardati. Sei fradicia.»
Fabiola guardò in alto verso lo specchio e vide ciò che vedeva lui: le grandi labbra gonfie e arrossate, il clitoride che sporgeva dal suo cappuccio di pelle, le cosce bagnate dei suoi stessi umori. Non si era mai guardata così, non aveva mai visto sé stessa in quel modo, e la vista la fece arrossire di vergogna ed eccitazione.
Renato si chinò tra le sue cosce, il respiro caldo contro la carne sensibile. «Ti farò venire con la bocca,» annunciò, «e voglio che tu guardi. Guardati mentre ti mangio la fica.»
La sua lingua si protese, leccando una lunga striscia dal perineo fino al clitoride. Fabiola gemette, le mani che si chiudevano tra i capelli di lui, spingendolo più vicino. Renato rispose con un ringhio di approvazione, la lingua che lavorava con precisione attorno al clitoride, alternando movimenti circolari a lunghi colpi che la facevano sobbalzare sul materasso.
«Cazzo, sì,» ansimò Fabiola, lo sguardo fisso sul soffitto. Vedeva la testa di Renato tra le sue cosce, vide i suoi movimenti mentre la leccava, vide le proprie gambe che si aprivano ancora di più per accoglierlo. «Non smettere, ti prego, non smettere.»
Renato infilò due dita dentro di lei mentre continuava a leccare, sentendo i muscoli interni che si stringevano attorno alla sua intrusione. Le dita si curvarono, trovando quel punto sensibile sulla parete anteriore, e iniziò a muoverle con un ritmo costante che fece urlare Fabiola.
«Sto per venire!» gridò lei, i fianchi che si sollevavano dal materasso. «Renato, sto per... cazzo!»
L'orgasmo la travolse facendola tremare e contorcere sotto di lui. Renato non smise di leccarle la figa e il culo, prolungando il piacere finché Fabiola non lo implorò di fermarsi.
«Brava,» disse lui, risalendo lungo il suo corpo. Il suo viso era bagnato dei suoi umori, un sorriso soddisfatto sulle labbra. «Adesso ti scopo.»
Posizionò il cazzo all'ingresso della sua fica bagnata, la punta che premeva contro l'apertura. Fabiola alzò lo sguardo verso lo specchio, vedendo il momento esatto in cui Renato si spingeva dentro di lei, vedendo il proprio corpo che si apriva per accoglierlo.
«Oddio,» gemette mentre lui la riempiva completamente. Renato era grosso, più grosso di quanto si fosse preparata a sentire, e ogni centimetro era una miscela di dolore e piacere che la faceva impazzire.
Renato iniziò a muoversi con spinte lente e profonde, ogni affondo che lo portava fino in fondo prima di ritrarsi quasi completamente. Fabiola guardò affascinata lo specchio sopra di lei, vedendo il cazzo di Renato che entrava e usciva dal suo corpo, vedendo le proprie gambe avvolte attorno ai fianchi di lui.
«Ti piace guardare?» chiese Renato, accelerando il ritmo. «Ti piace vedere come ti scopo?»
«Sì,» ansimò Fabiola. «Sì, cazzo, sì.»
Renato si sollevò sulle braccia, cambiando l'angolazione delle spinte. In quella posizione ogni affondo sfregava contro quel punto preciso che mandava scosse di piacere che si irradiavano in tutto il corpo. Fabiola si aggrappò alle lenzuola, le nocche bianche per la stretta, i fianchi che si sollevavano per incontrare ogni spinta.
«Sei così stretta,» ringhiò Renato. «La tua fica è così fottutamente stretta.»
Fabiola non riuscì a rispondere. Le parole erano oltre la sua portata, sostituite da suoni inarticolati di piacere. Il secondo orgasmo si stava già accumulando dentro di lei, una molla che si stringeva sempre più, pronta a scattare.
«Vieni per me,» ordinò Renato, sentendo i suoi muscoli che si contraevano. «Vieni sul mio cazzo.»
Fabiola obbedì, l'orgasmo che la squassava con una forza che la lasciò senza fiato. Gridò il nome di Renato, il corpo che si inarcava sul materasso, le gambe che tremavano incontrollabilmente attorno ai suoi fianchi. Renato continuò a scoparla prolungando ogni ondata di piacere finché non Fabiola non restò inerme sul materasso, esausta di piacere.
Ma Renato non aveva finito. Si ritrasse da lei, il cazzo ancora duro e bagnato dei suoi umori. «Girati,» disse. «A quattro zampe.»
Fabiola si mosse con movimenti goffi e incerti, le braccia che tremavano mentre si posizionava come voleva lui. Guardò verso lo specchio dell'armadio, e vide sé stessa: la schiena inarcata, il culo alzato, il sesso esposto e pronto. Vide Renato dietro di lei, il cazzo in mano mentre si posizionava per penetrarla ancora.
Questa volta, quando si spinse dentro, dentro il suo culo, lo fece con una forza che la fece sussultare. Le sue mani si chiusero sui fianchi di lei, le dita che affondavano nella carne mentre iniziava a incularla con un ritmo brutale.
«Cazzo, sì!» gridò Fabiola, le unghie che graffiavano le lenzuola. «Scopami più forte!»
Renato obbedì, i suoi fianchi che sbattevano contro il culo di lei con un suono ritmico di pelle contro pelle. «Sei la mia puttana,» ringhiò, una mano che si spostava dai fianchi per afferrare i capelli di Fabiola, tirandole la testa all'indietro. «Sei la mia troia, vero?»
«Sì!» urlò Fabiola, il dolore al cuoio capelluto che si mescolava al piacere in un cocktail inebriante. «Sono la tua puttana! Sono la tua troia!»
Renato lasciò i capelli e la sua mano si abbatté sul culo di Fabiola con un colpo secco. Il suono echeggiò nella stanza, seguito immediatamente da un grido di Fabiola. «Ti piace?» chiese lui, colpendola ancora.
«Sì!» ammise lei, il culo che bruciava sotto i suoi colpi. «Mi piace! Mi piace essere la tua puttana!»
Renato continuò a sculacciarla mentre la scopava, ogni colpo lasciava una stampa rossa sulla pelle olivastra di lei. Fabiola sentì un altro orgasmo che si accumulava, impossibile e irresistibile.
«Sto per venire!» annunciò Renato, le spinte che diventavano irregolari. «Dove vuoi la mia sborra?»
«Dentro!» gridò Fabiola. «Vieni dentro di me! Riempimi!»
Renato ruggì, spingendosi dentro di lei un'ultima volta con forza. Fabiola sentì il suo cazzo che pulsava, sentì i getti caldi del suo seme che la riempivano, e l'orgasmo la travolse per la terza volta. Crollarono insieme sul materasso, i corpi sudati e appiccicosi, i respiri affannosi che riempivano la stanza.
Per lunghi minuti, nessuno dei due si mosse. Renato rimase dentro di lei, il cazzo che si ammorbidiva gradualmente, le braccia che la circondavano da dietro. Fabiola sentiva il battito del cuore di lui contro la schiena, il respiro che le scaldava il collo.
«Grazie,» sussurrò, anche se non sapeva bene per cosa lo stesse ringraziando.
Renato le baciò la spalla, un gesto quasi tenero. «Non devi ringraziarmi,» mormorò. «È stato bellissimo.»
Si ritrasse da lei mentre il suo seme iniziava già a fuoriuscire dal culo di Fabiola. Lei rimase dov'era, troppo esausta per muoversi, osservando il soffitto riflesso nello specchio. Si guardò vedendosi spettinata, sudata, il trucco sbavato, il corpo segnato dalle mani di Renato. Eppure, per la prima volta in anni, non si sentì brutta. Si sentì... desiderata. Renato si alzò dal letto, dirigendosi verso il bagno. «Devo uscire per un po',» disse mentre camminava. «Ho degli affari da sbrigare al bar. Tu riposati.»
Fabiola lo sentì aprire l'acqua della doccia, il suono che riempiva l'appartamento. Chiuse gli occhi, lasciandosi scivolare in un dormiveglia soddisfatto, il corpo che ancora vibrava per gli orgasmi ricevuti.
Quando si svegliò, il sole era alto nel cielo. L'appartamento era silenzioso, vuoto. Renato se n'era andato mentre dormiva, lasciandola sola con i suoi pensieri.
Fabiola si alzò dal letto, le gambe ancora instabili. Si guardò allo specchio dell'armadio, osservando il proprio riflesso. I segni dei morsi di Renato segnavano il suo collo e i suoi seni, i lividi delle sue dita sui fianchi, le impronte rosse sul culo. Avrebbe dovuto sentirsi usata, violata. Invece … si sentì viva.
Si diresse verso la cucina, muovendosi con una consapevolezza nuova del proprio corpo. Aprì il frigorifero, trovandolo quasi vuoto: un po' di latte, del formaggio, qualche uovo. Avrebbe dovuto fare la spesa, pensò, ma poi ricordò che non aveva soldi. Solo 23 euro.
Scosse la testa, scacciando quel pensiero preoccupante. Renato aveva detto che non doveva lavorare, che doveva solo occuparsi della casa. E lei l'avrebbe fatto. L'avrebbe fatto meglio di quanto avesse mai fatto in vita sua.
Passò il pomeriggio pulendo l'appartamento da cima a fondo. Lavò i pavimenti, spolverò i mobili, riorganizzò la cucina. Quando ebbe finito, il piccolo spazio brillava, ogni superficie che rifletteva la luce del tardo pomeriggio. Fabiola si guardò attorno con orgoglio, sentendo per la prima volta che quel posto era veramente suo.
Alle sette di sera, sentì il rumore della chiave nella serratura. Si precipitò verso l'ingresso, il cuore che batteva forte per l'eccitazione. Renato entrò, leggermente malfermo sulle gambe, l'odore di alcol che emanava dal suo corpo.
«Sono tornato,» annunciò con un sorriso sbilenco. «Ti sono mancato?»
Fabiola sorrise, un sorriso che le illuminò tutto il viso. «Sì,» ammise. «Mi sei mancato.»
Renato la osservò con attenzione, i suoi occhi che la percorrevano da cima a fondo. «Sei vestita così per me?» chiese, notando per la prima volta il vestito che indossava.
Era un abito di vinile nero che Fabiola aveva comprato dai cinesi per soddisfare le perversioni del marito. Il tessuto aderiva a ogni curva del suo corpo, riflettendo la luce con un luccichio erotico. La scollatura era profonda, mostrando l'ombra tra i seni, e l'orlo arrivava a malapena a metà coscia.
«L'ho comprato per un uomo che non l'ha mai apprezzato,» disse Fabiola, facendo un passo verso di lui. «Ma stasera... stasera l'ho messo per te.»
Renato emise un fischio di approvazione, le mani che già si protendevano verso di lei. «Cazzo, sei sexy,» mormorò, attirandola a sé. «Mi fai venire voglia di...»
«Lo so cosa ti fa venire voglia,» lo interruppe Fabiola, premendo il corpo contro il suo. Sentì la sua erezione che cresceva contro il suo ventre, e un fremito di desiderio le attraversò il corpo. «E sono pronta.»
Renato la baciò con foga, la lingua che invadeva la sua bocca con un'urgenza dettata dall'alcol e dal desiderio. Le sue mani scesero sul culo di lei, stringendo le natiche attraverso il vinile lucido.
«Quanto mi sei mancato,» ansimò Fabiola quando le loro labbra si separarono. «Quanto ho desiderato di sentirti dentro di me.»
Renato la spinse verso il divano, facendola sedere. Si inginocchiò davanti a lei, le mani che risalivano lungo le cosce, spingendo l'orlo del vestito verso l'alto. «Non porti mutandine,» notò con un sorriso, scoprendo il suo sesso già bagnato.
«Non ne avevo bisogno,» rispose Fabiola, aprendo le gambe per lui. «Sapevo che mi avresti voluta subito.»
Renato non perse tempo. Affondò il viso tra le sue cosce, la lingua che trovava il clitoride con una precisione che fece gridare Fabiola. La leccò con foga, l'alcol che rendeva i suoi movimenti più caotici ma non meno efficaci. Fabiola si aggrappò ai capelli di lui, i fianchi che si muovevano contro la sua bocca.
«Sì,» ansimò. «Così, Renato. Così.»
Ma Renato si ritrasse prima che potesse venire. Si alzò, slacciandosi la cintura con movimenti impazienti. «Girati,» ordinò. «A quattro zampe.»
Fabiola obbedì, posizionandosi sul divano come voleva lui. Sentì il vestito che veniva spinto verso l'alto, esponendo completamente il suo culo. Guardò verso l'ingresso, dove uno specchio a figura intera le permetteva di vedere Renato dietro di lei.
«Voglio che mi scopi il culo,» disse, la voce resa roca dal desiderio. «Voglio sentirti dentro di me.»
Renato si fermò per un istante, sorpreso dalla sua richiesta. Poi sorrise, un sorriso predatore che gli trasformò il viso. «Sei proprio una troia,» disse con ammirazione. «La mia troia.»
Si allontanò per un momento, tornando con un tubetto di lubrificante che aveva preso dal cassetto del comodino. Ne spalmò una generosa quantità sulle dita e sul suo cazzo già duro, poi posizionò la punta contro l'apertura del culo di Fabiola.
«Sei pronta?» chiese, anche se dalla sua voce era chiaro che non gli importava della risposta.
«Sì,» gemette Fabiola. «Spaccami il culo. Sono la tua puttana.»
Renato si spinse dentro con un solo movimento fluido, riempiendola completamente. Fabiola gridò, un suono che era dolore e piacere, sentendo il suo cazzo che la apriva in modo indescrivibile. Guardò nello specchio e vide il momento esatto: il viso di Renato contorto dal piacere, le sue mani che stringevano i fianchi di lei, il suo cazzo che scompariva dentro il suo corpo.
«Cazzo, quanto sei stretta,» ringhiò Renato, iniziando a muoversi. Le sue spinte erano brutali, dettate dall'alcol e dal desiderio accumulato. «Il tuo culo è così fottutamente stretto.»
Fabiola non riusciva a parlare. Poteva solo gemere e ansimare, aggrappandosi allo schienale del divano mentre Renato la scopava con una forza che la faceva sobbalzare. Sentiva ogni colpo come una scossa elettrica, un piacere così intenso da essere quasi insopportabile.
«Più forte!» riuscì a gridare. «Scopami più forte! Sono la tua puttana! Usami!»
Renato era ormai una furia, i suoi fianchi che sbattevano contro il culo di lei con un ritmo forsennato. Una mano si spostò dal suo fianco per afferrarle i capelli, tirandole la testa all'indietro con forza. «Ti piace, troia?» ringhiò. «Ti piace essere usata come una puttana?»
«Sì!» urlò Fabiola. «Mi piace! Sono la tua puttana! Sono la tua troia! Usami come vuoi!»
Renato lasciò i capelli e la sua mano si chiuse attorno alla gola di lei, stringendo abbastanza da farle sentire la pressione ma non abbastanza da farle male. «Vieni per me,» ordinò. «Vieni mentre ti scopo il culo.»
Fabiola sentì l'orgasmo che si accumulava dentro di lei, diverso da qualsiasi altro avesse mai provato. Era più profondo, più intenso, un piacere che sembrava originare dal centro stesso del suo essere. Quando esplose, gridò il nome di Renato, il corpo che tremava e si contorceva sotto di lui.
Renato la seguì oltre il limite pochi secondi dopo, ruggendo mentre veniva dentro di lei. Fabiola sentì i getti caldi del suo seme che la riempivano, e un altro orgasmo, più piccolo ma non meno intenso, la scosse.
Crollarono insieme sul divano, i corpi intrecciati, i respiri affannosi. Renato la tenne stretta a sé, le labbra che le accarezzavano la spalla, la nuca, qualsiasi parte di lei che riuscisse a raggiungere.
«Sei incredibile,» mormorò contro la sua pelle. «La migliore che abbia mai avuto.»
Fabiola sorrise, un sorriso soddisfatto che non vedeva sul suo viso da anni. Si sentiva usata, certo. Si sentiva scopata in modi che non avrebbe mai immaginato. Ma si sentiva anche... libera. Apprezzata. Desiderata.
Per la prima volta in nove anni, si addormentò tra le braccia di un uomo senza pensare a ciò che si era lasciata alle spalle. Il dolore per Alessandro era ancora lì, una ferita aperta nel suo cuore, ma quella notte scelse di ignorarlo. Quella notte, si concesse il lusso di essere semplicemente una donna. Una donna desiderata. Una donna che valeva qualcosa.
E se c'era un prezzo da pagare per quella libertà... beh, era disposta a pagarlo. Qualsiasi cosa Renato volesse da lei, lei gliela avrebbe data con gioia. Perché le aveva dato qualcosa che non aveva prezzo: la sensazione di essere viva.
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