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Il regalo del commesso


di Distratta
21.10.2026    |    4.792    |    17 9.7
"Avevo i leggins bianchi macchiati e umidi di sperma che mi aderivano alla pelle, un promemoria costante e scandaloso di ciò che era appena accaduto..."
Pochi giorni fa di pomeriggio, decisi di fare un salto in un grande centro commerciale ai margini della città. Il motivo era prosaico: avevo bisogno di un nuovo paio di leggins per la palestra. Quelli vecchi avevano ceduto dopo una sessione particolarmente intensa di ponte.
Chiesi a Marco se voleva accompagnarmi, sapendo già la risposta. Era immerso fino al collo in riunioni online e documenti da firmare, la sua scrivania un campo di battaglia di schermi luminosi e fogli sparsi.
«Mi dispiace, amore, è un macello», disse, alzando lo sguardo dal laptop con un'espressione di stanchezza genuina. «Ma vai pure, divertiti.»
Gli sorrisi, passandogli una mano tra i capelli. «Vado a comprarmi un paio di pantaloni per la palestra. Non farò tardi.»
Lui annuì, già di nuovo assorto in una tabella Excel.
Il centro commerciale era immerso nella luce opaca del tardo pomeriggio. Era un giorno feriale, e l'atmosfera era tranquilla, quasi sonnolenta. Entrai nel grande negozio di articoli sportivi, una cattedrale di tessuti tecnici e colori vivaci. L'aria condizionata era alta, e l'odore di gomma nuova e cotone mi avvolse.
C'erano pochi clienti: una coppia di anziani che osservava le scarpe da ginnastica, una madre con un bambino in braccio. Le commesse, in uniforme blu navy, stavano sistemando gli ultimi articoli sugli scaffali, preparandosi per la chiusura imminente. Un cartello luminoso annunciava uno sconto del 30% sull'abbigliamento fitness.
Vagai tra gli scaffali per un po', toccando i tessuti, osservando i modelli. Poi decisi di chiedere aiuto. Non volevo perdere tempo.
Mi avvicinai al banco della cassa. Dietro, c'era un ragazzo. Giovane, probabilmente sui vent'anni. Capelli scuri tagliati corti sui lati, un viso aperto e simpatico, un po' spigoloso. Indossava la stessa polo blu delle commesse, con il logo del negozio ricamato sul petto.
«Scusi», dissi, sorridendo. «Potrebbe aiutarmi? Cerco dei leggins, per pilates. Qualcosa di comodo, ma che non sia troppo spesso.»
Lui mi guardò, e per un attimo i suoi occhi marroni scorsero rapidamente la mia figura, prima di fissarsi educatamente sul mio viso. «Certo, signora. Abbiamo diverse linee. Segua pure.»
Si chiamava Luca, come scoprii dopo. Era un commesso giovane e zelante, e prese il mio compito molto seriamente. Mi portò una dopo l'altra diverse paia: neri, grigi, verdi scuri, alcuni con cuciture riflettenti, altri più semplici.
«Forse questi potrebbero fare al caso suo», disse, porgendomi un paio di leggins neri opachi di una marca premium. «Tessuto a compressione leggera, molto traspirante.»
«Grazie, li provo», dissi, prendendoli.
Il camerino era uno spazio piccolo ma pulito, con una parete a specchio e un gancio per la borsa. Chiusi la tenda a strisce grigie e mi spogliai. Avevo indosso solo un semplice perizoma nero di pizzo e un reggiseno sportivo. Mi infilai i primi leggins, tirandoli su lentamente lungo le gambe, sopra i fianchi. Si adattavano come un guanto, modellando ogni curva. Mi girai davanti allo specchio.
E lì, vidi il primo dettaglio che accese una piccola scintilla. Il tessuto, sebbene opaco, era così aderente che il taglio della mia vagina, la divisione netta delle labbra, era chiaramente visibile attraverso il tessuto elastico. Una linea verticale netta, un'ombra invitante nel nero del tessuto.
Un filo di eccitazione, sottile e inaspettato, cominciò a serpeggiare nel mio basso ventre. Era il rischio? La possibilità che qualcuno potesse vedere? O era il semplice piacere di osservare il mio corpo così esposto, così evidente?
Decisi di spingermi un po' oltre.
Aprì la tenda del camerino e uscii, dirigendomi verso il grande specchio a tutta altezza posizionato all'ingresso dell'area prova. La luce qui era molto più forte, diretta, quasi clinica. Sotto quei faretti, l'effetto era amplificato dieci volte. Il "taglio" della mia vagina era ora non solo visibile, ma chiaramente delineato. Sembrava quasi che il tessuto fosse stato disegnato appositamente per evidenziarlo.
Mi guardai allo specchio, fingendo di sistemare la vita dei leggins. Poi alzai lo sguardo e vidi Luca, il commesso, che a una distanza di sicurezza osservava discretamente, pronto a portare altri modelli se necessario. I nostri sguardi si incontrarono nello specchio.
Sorrisi, un sorriso innocente. «Sa, sono indecisa. Mio marito di solito mi aiuta a scegliere. Potrebbe farmi una foto? Gliela mando per un consiglio.»
L'espressione di Luca fu un capolavoro di contrasti. Imbarazzo immediato, poi una rapida valutazione del regolamento del negozio (probabilmente non c'era), e infine, un lampo di eccitazione malcelata che gli illuminò gli occhi scuri. Arrossì leggermente.
«Ehm… certo, se vuole.»
Gli porsi il mio telefono. Lui lo prese con mano leggermente tremante. Si fece indietro di qualche passo, alzò il telefono.
«Così va bene?», chiese, la voce un po' più acuta del normale.
«Perfetto», dissi, posando con una mano sul fianco, l'altra che teneva su i capelli, accentuando la curva del mio corpo e, inevitabilmente, il dettaglio centrale dei leggins.
Il flash scattò. Click.
Ripresi il telefono. Aprii la chat con Marco e inviai la foto. Il messaggio era semplice: «Amore, vanno bene questi leggins?»
Aspettai, fingendo di osservarmi ancora allo specchio, ma in realtà osservando Luca dalla coda dell'occhio. Si stava sistemando la polo, sembrava a disagio ma anche incredibilmente attratto, incapace di distogliere lo sguardo dalla mia figura riflessa.
Il telefono vibrò. La risposta di Marco arrivò rapida, come sapevo che sarebbe stata.
«Sì, però cercane di più trasparenti.»
Un sorriso lento, carnale, mi sfiorò le labbra. Bravo, Marco. Hai capito al volo.
Mi voltai verso Luca, che si stava avvicinando timidamente. «Mio marito mi ha detto che vanno bene», annunciai, la voce dolce. «Per caso… ne avete di più trasparenti?»
L'espressione di Luca cambiò. L'imbarazzo iniziale si dissolse, sostituito da una complicità improvvisa, da un'accettazione del "gioco". Annuì, più deciso. «Un attimo, controllo.»
Tornò pochi minuti dopo con un altro paio. Questi erano bianchi, di un cotone leggero misto a elastan. Li presi in mano. Erano così sottili da essere quasi diafani.
«Perfetti», sussurrai, e rientrai nel camerino.
Questa volta, quando mi infilai quei leggins bianchi, non serviva alcuna immaginazione. Il tessuto era così leggero, così aderente, che era come essere nuda con una velatura di seta. Ogni dettaglio del mio corpo sotto era visibile: l'ombra dell'ombelico, la linea del reggiseno sportivo, e soprattutto, il perizoma nero di pizzo. Era chiaramente distinguibile, il suo disegno a fiori e i bordi traforati stampati contro la mia pelle attraverso il bianco traslucido del tessuto.
Uscì di nuovo, andando dritta allo specchio principale. Mi osservai. Era scandaloso. Era provocante. Era esattamente quello che volevo.
«Questi li prendo», dissi a Luca, che era rimasto a una distanza di sicurezza, ma i suoi occhi erano fissi su di me come magneti. «Posso pagare? E poi… potrei andare a mettermeli subito? Devo andare in palestra tra poco.»
Lui annuì, ancora una volta senza parole. Seguì il protocollo: scannerizzò il codice, io pagai con la carta e mise i leggins nuovi in un sacchetto.
«Il camerino è libero», disse, indicando.
«Grazie.»
Rientrai nel camerino. Questa volta, non mi limitai a cambiare i pantaloni. Mi spogliai completamente. Mi tolsi il reggiseno sportivo. Poi, con un gesto lento, mi sfilai il perizoma nero di pizzo, sentendo l'aria fresca dell'aria condizionata sulla pelle nuda, su quel punto ora completamente esposto e vulnerabile.
Ero nuda sotto la luce fredda del camerino. Il mio corpo era una mappa di desideri repressi. La mia vagina, glabra e umida per l'eccitazione che aveva ormai raggiunto un livello costante e basso, come un ronzio sotto la pelle, era completamente esposta.
Presi i nuovi leggins bianchi. Li infilai lentamente, sentendo il tessuto fresco scivolare sulle mie gambe. Quando li tirai su, sopra le mie natiche, sentii immediatamente la differenza. Senza il perizoma, l'aderenza era totale. Il tessuto si fuse con la mia pelle, e l'umidità che già avevo prodotto iniziò immediatamente a creare una piccola, umida macchia sulla stoffa bianca, proprio all'altezza del mio sesso. Una macchia trasparente, che rendeva la pelle sottostante ancora più visibile.
Prima di uscire, mi osservai nell'angolino dello specchio del camerino. L'effetto era ancora più audace di quanto immaginassi. Sembravo uscita da un sogno erotico, o da un film vietato ai minori.
Aprii la tenda. Luca era lì, a pochi passi, che sistemava degli scaffali. Si voltò quando mi vide.
«Ti… stanno bene?», chiese, la voce roca.
Mi avvicinai a lui, camminando con una lentezza studiata. Vidi i suoi occhi scendere, fissarsi sulla macchia di umidità sui miei nuovi leggins bianchi. La sua bocca si aprì leggermente. Rimase imbambolato, come ipnotizzato da quel dettaglio così intimo, così esplicito.
Quando fui a pochi centimetri da lui, alzai lo sguardo. I nostri occhi si incontrarono. L'aria tra noi era carica di elettricità statica, di desiderio non detto, di una promessa oscena.
«Ti aspetto fuori», dissi, pronunciando le tre parole con una chiarezza glaciale e seducente.
Lui non rispose a parole. Fece solo un cenno quasi impercettibile con la testa, un'annuizione che era più un riflesso che una decisione conscia.
Uscii dal negozio, il sacchetto con i miei vestiti vecchi in mano, il mio corpo avvolto solo in quel velo bianco umido e trasparente. Il parcheggio del centro commerciale era quasi deserto, illuminato dai lampioni al sodio che proiettavano pozze di luce giallastra nell'oscurità crescente. La mia macchina era parcheggiata in un angolo più buio, lontano dalle luci principali.
Sali, accesi il motore. Presi il telefono e scrissi a Marco.
«Sto aspettando il commesso. Ha un regalo per te.»
La risposta arrivò immediatamente.
«Non sprecare neanche una goccia.»
Sorrisi. Guardai verso l'ingresso del negozio. Pochi minuti dopo, la figura di Luca uscì, avvolta in un giubbino. Si guardò intorno, incerto.
Accesi gli abbaglianti per un secondo, poi li spensi. Lui vide il segnale e iniziò a camminare verso di me, attraverso il parcheggio deserto.
Scesi dalla macchina, chiusi la portiera con un tonfo sordo che echeggiò nel silenzio. L'aria della sera era fresca, e sentii i capezzoli indurirsi sotto il tessuto leggero della t-shirt.
Lui si avvicinò, fermandosi a un metro di distanza. La sua respirazione era leggermente affannosa.
«Ciao», sussurrò.
Non risposi. Con le dita, mi afferrai l'elastico in vita dei leggins e lo abbassai di qualche centimetro, giusto quel tanto che bastava. Poi mi avvicinai a lui, fino a che il mio ventre nudo non toccò il suo.
Lui trattenne il respiro. Sentii la pressione del suo cazzo, già duro e grosso attraverso i suoi jeans, contro il mio pube.
«Tiralo fuori», ordinai, la voce bassa e ferma.
Lui obbedì, con movimenti frenetici. Sbottonò i jeans, abbassò la cerniera, e il suo cazzo sprangò fuori nell'aria fresca della sera. Era di buona misura, pulito, con un glande scappellato e lucido di pre-sperma.
Lo presi in mano, sentendone il calore e la pulsazione. Poi lo appoggiai tra le mie labbra, ancora coperte dal sottile strato di tessuto bagnato. Il contrasto tra la sua pelle calda e il cotone umido era elettrizzante.
Cominciò a muoversi. Non una penetrazione, ma una frottage lento, ritmico, ipnotico. Il suo membro scivolava avanti e indietro lungo la mia fessura, il tessuto bagnato che fungeva da barriera sottile, sensuale, amplificando ogni sfregamento. Sentivo la sua lunghezza, la sua circonferenza, l'umidità che aumentava sia dalla mia che dalla sua eccitazione. Era un movimento primitivo, animalesco, eppure trattenuto, carico di un'aspettativa esplosiva.
Il mio respiro divenne affannoso. Le mie mani si aggrapparono alle sue spalle. L'eccitazione mi montava dentro come una marea, concentrandosi tutta in quel punto di frizione.
«Sborrami sulla figa», gli ordinai, guardandolo dritto negli occhi. «Adesso.»
Fu come dare il via libera a una forza repressa. Il suo ritmo cambiò, diventando più veloce, più selvaggio, più disperato. Abbassò i miei pantaloni. I suoi fianchi si scagliavano contro il mio pube, il suo cazzo che sfrecciava lungo le mie labbra bagnate con una furia rinnovata. I suoi gemiti erano soffocati, gutturali.
Poi, senza preavviso, si bloccò. Un tremore lo percorse dalla testa ai piedi. Un gemito strozzato gli uscì dalla gola.
E sentii il calore. Un getto caldo, viscoso, che bagnava il tessuto già umido dei miei leggins, che colava lungo le mie labbra, sul mio monte di Venere, che impregnava la stoffa bianca trasformandola in una mappa traslucida del suo piacere. Uno schizzo, poi un altro, poi un flusso più lento e costante. Lo sperma era caldo, abbondante, e sentivo il suo peso sul mio corpo.
Quando il suo orgasmo ebbe fine, lui rimase immobile per un secondo, appoggiato a me, ansimante.
Poi si ritrasse. Il suo cazzo, ancora semiduro e grondante del suo stesso seme, pendè tra le sue gambe.
Mi inginocchiai sul freddo asfalto del parcheggio, senza curarmi del gelo o dello sporco. Presi il suo cazzo in mano e lo portai alla mia bocca. Con la lingua, ripulii ogni traccia di sperma, ogni goccia, dal glande allo scroto. Il sapore era salato, intenso, maschile. Inghiottii tutto, senza lasciare nulla.
Quando lo lasciai, pulito e sensibile, lui sembrò svegliarsi da un trance. «Grazie», mormorò, la voce roca.
«Prego», dissi io, alzandomi. «Buona serata.»
Lo lasciai lì, ancora un po' traballante, mentre risalivo in macchina. Avevo i leggins bianchi macchiati e umidi di sperma che mi aderivano alla pelle, un promemoria costante e scandaloso di ciò che era appena accaduto.
Il viaggio di ritorno a casa fu un sogno ad occhi aperti. Il calore dello sperma si era raffreddato, ma la sensazione sulla mia pelle rimaneva, un sigillo umido e salato.
Appena varcai la porta di casa, l'odore del sugo di pomodoro e dell'aglio mi avvolse. Marco era in cucina, ai fornelli, un grembiule legato in vita, che mescolava una pentola con concentrazione.
«Ciao, amore», disse, senza voltarsi.
Mi avvicinai silenziosamente. Mi piantai dietro di lui, circondandolo con le braccia. Poi lo baciai sulla nuca.
Lui si girò, sorridendo. I nostri sguardi si incontrarono. Poi le nostre labbra si incontrarono in un bacio lento, profondo. La mia lingua cercò la sua, e gliela offrii, ancora impregnata del sapore dello sperma di un altro uomo.
Dopo la prima, lunga "limonata", lui si staccò. I suoi occhi scuri erano penetranti, conoscitori.
«Ti sei scopata il commesso?», chiese, la voce bassa e carica di un'ammirazione perversa. «Sai da sperma! È questo il regalo? Però…» Fece una pausa drammatica, il suo pollice che mi sfiorò il labbro inferiore. «Se gli hai fatto solo un pompino, è un mezzo regalo. Tutto il resto dello sperma… dov'è?»
Quelle parole, pronunciate con quel tono di possessività gelosa e di complicità assoluta, furono come benzina sul fuoco che ancora ardeva dentro di me.
Non risposi a parole. Gli presi la testa tra le mani, con una dolce fermezza, e lo guidai verso il pavimento della cucina. Lui capì al volo e si inginocchiò davanti a me, lo sguardo rivolto verso l'alto, pieno di attesa.
Con movimenti lenti, teatrali, mi afferrai l'elastico dei leggins bianchi, ormai macchiati e traslucidi per il misto di sperma e dei miei umori. Li abbassai lentamente, rivelando il mio pube, il mio ventre, le mie cosce. La pelle era lucida, segnata da striature secche di sperma che brillavano alla luce della lampada a sospensione della cucina.
«Ripuliscimi», ordinai, la voce un comando soffice ma inappellabile.
Marco non fiatò. Chinò la testa e iniziò a leccare. Con la lingua larga e appassionata, percorse ogni centimetro della mia pelle imbrattata, raccogliendo ogni residuo di sperma estraneo, ogni traccia dell'orgasmo del commesso. Leccò il mio monte di Venere, scivolò tra le mie labbra, esplorò ogni piega, ogni recesso, assicurandosi che non rimanesse nulla. Era un atto di sottomissione, di adorazione, di riappropriazione.
Quando finì, sollevò lo sguardo. La sua bocca era lucida. Si alzò, mi baciò di nuovo, profondamente, e io potei sentire il sapore misto del suo amore e del seme di un altro uomo sulla sua lingua.
«Grazie», disse lui, rompendo il bacio. Poi aggiunse, con un sorriso malizioso e autoironico: «Io, sapendo che stavi… "trattando" il commesso, non ho resistito. Mi sono fatto una sega, qui in cucina, pensando a te. E poi… mi sono leccato tutto il mio sperma. Per non sprecare nulla.»
Quelle parole furono miele puro per le mie orecchie. L'immagine di Marco, solo in cucina, eccitato dalla mia scappatella, che si masturbava pensando a me e poi consumava il suo stesso seme, completava il cerchio perfetto della nostra perversione condivisa.
Lo abbracciai forte, sentendo il suo cazzo già di nuovo duro contro il mio ventre.
«Allora», sussurrai all'orecchio, «il regalo è stato consegnato per intero.»
«Sì», rispose lui, le mani che già scivolavano sotto la mia maglietta. «Ma la notte è ancora giovane. E io ho ancora fame.»
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