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un piccolo tradimento inaspettato


di beltrentino
23.07.2017    |    2.081    |    8 7.7
"La sua mano si posò leggera sui miei fianchi, il suo respiro caldo sull’orecchio..."
Erano ormai due settimane che io e le mie amiche ci scrivevamo su WhatsApp per organizzare un’uscita tra donne. Tra rinvii e contrattempi, quel venerdì arrivò finalmente. Tornai a casa dal lavoro con un po’ di ritardo e avevo davvero poco tempo per prepararmi. Mi tuffai sotto la doccia, lasciando che l’acqua fredda scivolasse sulla mia pelle accaldata da quella giornata infuocata di luglio. Le mani insaponate scorrevano lente, e quando passarono sui miei seni li sentii tesi, vibranti. L’acqua gelida li aveva resi durissimi… ma non era solo quello: da quella mattina sentivo un brivido sotterraneo attraversarmi il corpo, come una promessa.

Mi asciugai in fretta, lasciando i capelli umidi, e corsi in camera a cercare qualcosa da mettere. Provai un po’ di tutto, ma alla fine scelsi un top nero a spalline sottili, con una scollatura profonda davanti e sulla schiena. Il mio solito push-up lo rendeva ancora più audace. Per un attimo mi venne voglia di indossare una gonnellina che non portavo da anni… e che sapevo avrebbe fatto colpo. Quando mi guardai allo specchio, mi vidi bellissima. Anzi, provocante. Forse troppo, per un’uscita senza il mio compagno.

Così, con un po’ di esitazione, tolsi la gonna e optai per un jeans attillato che accarezzava perfettamente il mio lato B. “Stasera faccio la brava”, pensai. Ma sotto, avevo già messo un perizoma in pizzo e le autoreggenti… scelta istintiva, ma ero terribilmente in ritardo.

Proprio in quel momento entrò lui. Mi lanciò uno sguardo malizioso, mi sfiorò con poche parole sussurrate che mi fecero rabbrividire e… mi lasciò lì, da sola, dicendo: «Dai, muoviti che sei in ritardo. Ti aspetto quando torni». E se ne andò in salotto.

Mi truccai in silenzio, mordicchiandomi il labbro per la rabbia e per l’eccitazione che le sue parole avevano risvegliato. Fortunatamente non mi aveva vista con la gonna, altrimenti la sua gelosia avrebbe preso il sopravvento. Ma forse… forse mi avrebbe presa lì, in piedi, senza darmi nemmeno il tempo di ribattere.

Presi la borsa, passai in salotto per salutarlo con un bacio veloce, e mentre uscivo, passando davanti alla camera, qualcosa in me si accese: tornai indietro e infilai la gonna nella borsa. Ai piedi, scarpe da ginnastica per guidare. In mano, i tacchi alti da battaglia.

Arrivai al locale, cambiandomi le scarpe in macchina. E poi… un altro istinto. Tolsi il jeans e indossai la gonna. Sorrisi fra me e me: “Così impara a lasciarmi uscire tutta accesa.” Il perizoma era già inzuppato dei miei pensieri.

Entrai. Luci soffuse, musica, profumi. I miei passi risuonavano decisi sul pavimento, i tacchi accompagnavano il ritmo del mio battito. Mi raggiunsero le mie amiche, e subito una di loro esclamò:
«Federica… stasera ti vedo pericolosa.»

Sorrisi. Era proprio così. Ballammo, bevemmo, ridemmo. Qualche sguardo maschile si faceva insistente, curioso, quasi ipnotizzato dal mio décolleté. Io fingevo di nulla, ma sentivo ogni occhiata come una carezza sulla pelle.

Verso la fine della serata andai in bagno, e proprio lì, incontrai lui. Uno dei ragazzi della compagnia. Alto, asciutto, con lo sguardo magnetico. Mi guardò con un mezzo sorriso e disse, a bassa voce:
«Complimenti. Quel top è un peccato mortale su di te.»

Avrei dovuto indignarmi. Avrei dovuto voltarmi e andarmene. E invece… restai. La sua mano si posò leggera sui miei fianchi, il suo respiro caldo sull’orecchio. «So cosa desideri», sussurrò. Ed io, in silenzio, chiusi gli occhi.

Fu questione di attimi. Le sue mani si fecero audaci, spinte dal mio silenzio complice. Il top, il push-up, le mie curve: tutto fu accarezzato come fosse seta. Il perizoma sparì tra le sue dita, e sentii la sua eccitazione premere contro il mio corpo. Non mi mossi. E quando mi prese, con forza e desiderio, il mio corpo rispose.

Il piacere fu immediato, profondo, travolgente. Le sue parole ruvide si mescolavano ai miei gemiti, alle mie risposte piene di fame. E quando tutto finì, mi lasciò un bacio lieve sul collo e una carezza silenziosa. Poi uscì.

Mi ci volle qualche minuto per ricompormi. Le gambe ancora tremavano. Mi sistemai, uscii dal bagno e salutai le mie amiche con un sorriso misterioso. Lo vidi ancora, in mezzo al gruppo dei suoi amici, che ridevano e scherzavano. Lui mi guardò. E io capii.

Scesi in macchina e mi avviai verso casa, con un solo pensiero fisso in mente: lui mi aveva lasciata accesa, e io avevo trovato il modo di spegnere il fuoco. Ma il mio uomo... non sapeva ancora nulla.

Entrai in casa in punta di piedi, facendo attenzione a non far scricchiolare nemmeno il parquet sotto i tacchi. Avevo il battito ancora incerto, come se il corpo non avesse ancora deciso se rilassarsi… o cedere di nuovo al desiderio.

La casa era silenziosa. Spenta.
Solo il debole riflesso della luna filtrava dalla finestra del soggiorno.

Mi tolsi la gonna e il top lentamente, quasi con rispetto, come se quei vestiti avessero vissuto qualcosa che non volevo dimenticare troppo in fretta. Rimasi solo con il perizoma sottile, ancora umido, e le autoreggenti che avevano resistito alla frenesia di poco prima.

Aprii la porta della camera da letto. Lui era lì, addormentato sul fianco, le labbra socchiuse, la fronte serena. Dormiva… come se nulla fosse. Come se non sapesse che io, quella sera, avevo bruciato in un fuoco che non era il suo.


Lo guardai per un lungo momento. Era l’uomo che amavo. Quello con cui avevo condiviso notti, sogni, gelosie. Quello che mi faceva sentire viva. Ma quella sera… quella sera avevo avuto bisogno di perdermi, per ritrovarmi.
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