tradimenti
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Matertattoo
13.06.2026 |
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"Un pomeriggio in cui ero andato al locale prima dell'orario di punta, una delle cameriere — un’amica stretta di Alejandra che mi aveva sempre puntato — mi fece un cenno da dietro il bancone..."
Tutti a Porlamar mi conoscevano, anche se io non lo sapevo. Il primo indizio di quella mia strana "celebrità" locale arrivò nella tasca che frequentavo in centro — lo stesso locale dove, poco tempo dopo, i proprietari mi avrebbero pagato intere casse di birra per aver perso la scommessa sulla vittoria dell'Italia ai Mondiali del 2006. Le tascas a Margarita erano posti particolari: le ragazze che ci lavoravano non erano prostitute, ma cameriere che facevano compagnia ai clienti. Si sedevano al tavolo con te, bevevano, ballavano e l'azienda pagava loro una percentuale sulle consumazioni. Che tu fossi solo o accompagnato, il prezzo della birra non cambiava, quindi era il modo perfetto per passare una serata a chiacchierare.Quella sera si avvicinò Alejandra. Non aveva un viso comune: i lineamenti erano spigolosi, la mascella squadrata e decisa, ma bilanciata da una bocca grande, carnosa, e da due occhi verdi magnetici. Adoro le mulatte con gli occhi verdi, hanno un contrasto incredibile. Portava i capelli ricci tagliati molto corti ai lati e un po' più lunghi sopra. Fisicamente era bassa, ma aveva un "culo a mandolino" pazzesco, abbondante rispetto alla sua altezza, che creava un effetto micidiale e incredibilmente sensuale quando si muoveva. Si sedette accanto a me, mi guardò dritto negli occhi e disse: «Piacere, Lorenzo». Rimasi un attimo spiazzato. «Sì, lo so come ti chiami», aggiunse con un sorriso furbo. Fu lì che capii. Le ragazze tra di loro parlavano di me. Sapevano della scommessa dei Mondiali, sapevano che ero un italiano che girava la notte, sempre circondato da donne. Insomma, a Margarita ero diventato un piccolo personaggio.
Passammo tutta la sera a ballare. Alejandra mi stava troppo simpatica e l'attrazione era alle stelle, così a fine turno andai dritto al punto: «Stasera vieni a dormire a casa mia?». Mi guardò seria: «Sì». «Sei sicura?». «Vengo». Arrivammo nel mio appartamento. Non perdemmo tempo in chiacchiere: ci sdraiammo sul divano, la tirai a me e la baciai. Con quel bacio iniziò una delle stagioni più intense della mia vita. Ci spogliammo in preda alla foga. Alejandra era di una passionalità travolgente. Quando iniziai a possederla in modo hardcore, stringendole quel suo sedere sodo e perfetto, lei perse completamente il controllo. All'improvviso, nel picco del piacere, sentii una scarica di schizzi caldi che mi investì in pieno il basso ventre e le gambe. Alejandra stava squirtando. Per me era la prima volta in assoluto che capitava una cosa del genere, un'esperienza mai provata prima. Lei, ansimando, mi guardò con gli occhi lucidi e mi chiamò con voce soffocata: «Mi señorito...». Quegli schizzi caldi e fluidi bagnarono tutto il divano, trasformando il nostro primo rapporto in un trionfo di pura lussuria. Da quella notte diventò una droga. Iniziammo a vederci tutti i giorni: la sera andavo a prenderla alla tasca alla fine del turno e la portavo a casa mia per fare sesso fino all'alba. Andò avanti così per un mese e mezzo.
Poi, dovetti tornare in Italia per un periodo. Ma la testa era rimasta a Margarita, volevo a tutti i costi i soldi per il biglietto di ritorno per stare con lei. In quel periodo, però, avevo litigato pesantemente con mia madre e non avevo un euro. Non mi diedi per vinto. Avevo 23 o 24 anni, ero giovane e forte: andai a fare il cameriere alla stazione Termini a Roma. Facevo i doppi turni, pranzo e cena, una fatica immane. Guadagnavo circa 50 euro a turno più le mance, riuscendo a mettere da parte quasi 110-120 euro al giorno. In poco tempo racimolai la somma necessaria. Mia madre, ancora furiosa, si rifiutò di darmi le chiavi della nostra casa a Margarita. Allora andai da mio padre e inventai una scusa per non farlo insospettire: «Papà, ho messo da parte i soldi con i turni a Termini. Vado a fare un viaggio a Cuba». In realtà a Cuba non ci sono mai stato in vita mia: il mio unico obiettivo era Alejandra. Presi il volo, atterrai a Caracas e presi subito la coincidenza per Isla Margarita. Arrivai dritto a casa di Alejandra. In quel momento non c'era nessuno, persino il negrito (suo figlio) era stato mandato dalla nonna per le vacanze. Eravamo solo io e lei. Appena varcata la soglia la spogliai e facemmo subito sesso selvaggio sul letto, godendo come pazzi finché lei non squirtò di nuovo, allagando le lenzuola per il bentornato.
Non sapevo che, da quel momento, sarebbe iniziato l'inferno. Subito dopo il mio arrivo, mi venne un’infezione alla gola di una violenza inaudita. Le placche mi ostruivano le vie respiratorie, non riuscivo a spiccicare parola e la febbre schizzò a 40 gradi, inchiodandomi al letto. Rimasi chiuso dentro la casa di Alejandra per dieci giorni consecutivi, in uno stato di semicoscienza e delirio totale. Lei usciva ogni pomeriggio per andare a lavorare alla tasca e tornava a notte fonda. Nonostante fossi uno straccio, il mio corpo rispondeva ancora a stimoli primordiali. La notte, quando Alejandra rincasava portando con sé l'odore della notte tropicale, l'alcol e il fumo del locale, la stanza si infiammava. Io ero quasi indifeso, madido di sudore per la febbre, ma lei non sapeva resistermi. In quelle notti di delirio, Alejandra si spogliava e saliva sopra di me. Mi cavalcava prendendo l'iniziativa, muovendo quel suo enorme culo a mandolino sul mio bacino con un ritmo lento e ipnotico. La combinazione tra il calore della mia pelle che scottava per l'influenza e la sua carne bagnata creava una carica erotica pazzesca. Sentirla godere e squirtere sopra di me mentre ero nel pieno della febbre toglieva il fiato: i suoi schizzi caldi si mischiavano al mio sudore, dandomi i brividi in tutto il corpo in una specie di trans erotica e curativa.
Mentre io ero bloccato in quel letto, in Italia stava succedendo il finimondo. Non avevo chiamato casa, non avevo dato notizie a nessuno e mio padre, disperato al pensiero che fossi sparito nel nulla a Cuba, aveva smosso l'impossibile arrivando a contattare il Ministero degli Esteri italiano. Il Ministero, tramite i canali diplomatici, aveva chiesto aiuto alle autorità venezuelane. Incrociando i dati dei passaporti all'aeroporto di Caracas, la DISIP (i servizi segreti venezuelani) scoprì che non ero mai andato a Cuba, ma che ero atterrato in Venezuela e viaggiavo verso Margarita. Il decimo giorno di malattia, a metà pomeriggio, sentii bussare alla porta con insistenza. Alejandra non c'era. Mi trascinai a fatica, in mutande, tremando per la febbre, e aprii. Davanti a me c'erano gli agenti dei servizi segreti venezuelani. La cosa incredibile, che ancora oggi ha dell'assurdo, è come cazzo avessero fatto a scovarmi proprio in quella casa: nessuno, a parte Alejandra, sapeva che mi trovavo lì. Mi guardarono e andarono dritti al punto: «Il Ministero degli Esteri italiano, tramite i canali diplomatici, ci ha mandati qui. Lorenzo, chiama subito tuo padre in Italia. È preoccupato a morte, ti stanno cercando tutti».
Quella stessa sera, dopo aver rassicurato mio padre, riuscii a parlare con mia madre. Quando seppe in che condizioni ero, mi disse: «Vattene subito all'ospedale, dieci giorni di febbre a 40 con i normali antibiotici non sono normali, c'è qualcosa che non va». Mi trascinai al pronto soccorso di Porlamar. Il medico mi visitò, vide lo stato della mia gola e mi disse chiaramente che i farmaci che stavo prendendo non mi avrebbero mai guarito da quel batterio. Mi fece una prescrizione e disse: «Gira l'angolo, vai in farmacia a comprarti il Rocefin e torna qui che te lo iniettiamo. Noi non abbiamo questo tipo di medicinali d'emergenza». A Margarita funzionava così. Comprai le fiale, tornai indietro e mi fecero la prima iniezione di Rocefin, l'antibiotico pesante che si usa anche per la polmonite. Dovetti fare un ciclo di cinque fiale per rimettermi in piedi. Ricordo che l'ultima notte di cura, quando la febbre era ormai calata e l'energia mi stava tornando in corpo, Alejandra volle festeggiare a modo suo: si mise a quattro zampe sul letto, mostrandomi quel suo mandolino esotico lucido di sudore. La afferrai da dietro e la possedei con una foga rabbiosa, accumulata in quei dieci giorni di sottomissione alla malattia, facendola urlare e squirtere un'ultima volta in un getto caldissimo che bagnò l'intera testata del letto.
Fu proprio allora, quando tornai finalmente a frequentare le strade di Porlamar con la mente lucida, che la verità mi crollò addosso. Alejandra aveva una vera e propria ossessione, una dipendenza totale dal chisme, il pettegolezzo compulsivo: anche quando non era di turno, doveva correre alla tasca solo per sedersi ai tavoli con le altre cameriere, fumare e scambiarsi i segreti intimi di mezza città. Ma la rete del pettegolezzo è un'arma a doppio taglio, ed essendo io un personaggio ormai sulla bocca di tutti in quell'ambiente, la voce fece il giro inverso. Un pomeriggio in cui ero andato al locale prima dell'orario di punta, una delle cameriere — un’amica stretta di Alejandra che mi aveva sempre puntato — mi fece un cenno da dietro il bancone. Si guardò intorno per assicurarsi di non essere vista, si sporse verso di me con uno sguardo complice e mi sputò in faccia la verità con totale freddezza: «Lorenzo, guarda che mentre tu stavi morendo a letto con quaranta di febbre, Alejandra non era certo qui a piangere. Si vedeva fisso con un altro uomo della zona». Le parole mi arrivarono precise, cariche di dettagli inoppugnabili. Ma quell'amica non lo faceva per un improvviso attacco di onestà: era mossa da una curiosità morbosa verso di me. Quella mia fama da italiano della notte, unita a tutto ciò che Alejandra raccontava tra le lenzuola, l'aveva ossessionata. Voleva testare di persona quella "celebrità" di cui tutto il locale parlava, voleva prendersi l'italiano e spodestare la rivale. Visto che Alejandra mi aveva tradito nel momento del bisogno, non ci pensai due volte. Quella sera stessa presi le mie cose dall'appartamento, tagliai i ponti con lei e me ne andai con l'amica cameriera direttamente a casa mia.Dato che mia madre mi aveva fatto dare le chiavi dall'amministratore. Mi scopai lei tutta la notte, trasformando la rabbia del tradimento in una scopata selvaggia, vendicativa e spinta da quella sua fottuta curiosità di conoscermi a fondo. Il castello di pettegolezzi di Alejandra si era ritorto contro di lei nel modo più cinico possibile, e un'altra folle avventura di Isla Margarita si concludeva lasciandomi addosso il ricordo dello squirt, il brivido dei servizi segreti e una nuova, caldissima preda tra le lenzuola.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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