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Segreti di donna


di poeta57
12.06.2026    |    140    |    0 7.0
"Doveva essere grosso come il tuo, anzi di più, amore mio, di più, di più, di più" e tra una leccatina e l'altra ronfavo come una gatta..."
In palestra l’avevamo notato tutte.
Scusate, comincio dall’inizio.
Io mi chiamo Sandra, ho più o meno quarant’anni (da quando si chiede ad una signora la sua età?), sono felicemente sposata e da tre mesi per smaltire qualche etto di troppo mi sono iscritta con altre tre amiche in una palestra del centro città.
Ecco, dicevo, l’avevamo notato tutte. C’era un tizio non giovanissimo, ma neanche vecchio, come noi, insomma, molto regolare in palestra, sempre perfettamente coordinato tra maglietta e pantaloncino attillati, sempre perfettamente in ordine con i capelli e la barba, fisico in ordine, gambe muscolose, ma non troppo, nonostante, dicevo, non avesse più vent’anni, sguardo malandrino, come disse Giovanna, la letterata del gruppo, ventre piatto come una tavola e un culetto sodo sodo, e noi, nello spogliatoio, rimaste sole, ce lo eravamo detto, che aveva un non so che da indurti in qualche pensiero che donne sposate come noi non avremmo mai dovuto fare. E al dircelo, giù risate.
“Ma poi l’avete visto bene?”
Non so chi di noi lo disse, ma tutte rispondemmo in coro che sì, l’avevamo visto bene. Sapevamo tutte e quattro cosa intendesse quella che l’aveva detto. Sì, l’avevamo visto bene.
Ogni volta, ogni giorno, ogni settimana, quando usciva dallo spogliatoio per iniziare gli attrezzi quel tizio aveva lì davanti un rigonfiamento innaturale.
“Si metterà del cotone per attrarre l’attenzione”
“Un chilo di cotone!”
La settimana seguente qualcuna di noi aveva fatto domande in giro ed era venuta fuori la voce che le inservienti della palestra, le personal trainer, quelle, sì, insomma, se le era fatte tutte.
“Non ci credo” disse una di noi.
“Mi sembra una palla” concordò un’altra.
“Sì, va beh, ma lì davanti cosa ha?”
“Fosse vero, così grosso sarebbe uno spettacolo, anche se io non lo vorrei”
E partì un coro di pernacchie assortite: “dice bene la santerellina!”
Si decise di fare una colletta per pagare ad una di noi per un mese una personal trainer con cui indagare. Era evidente che non potevamo assumere un personal trainer, anche se la risposta sarebbe stata più diretta e sicura: bastava vederlo fare la doccia e il mistero sarebbe sparito, ma come approcciare uno e chiedergli una cosa del genere? Meglio entrare in confidenza con una ragazza e vedere cosa ne sapeva lei.
Ogni settimana di quel mese, oltre alle occhiate nascoste dirette al fondoschiena del tizio, ma soprattutto a quella montagna che sembrava avere lì davanti, fu un continuo ritardare l’uscita dallo spogliatoio per avere notizie da quella di noi che aveva lezioni private dalla personal trainer.
Io confessai a quella con cui ero più in confidenza che quella attesa e quella sorpresa, anche se erano evidentemente delle stupidaggini, aveva riacceso in me una certa fiammella e l'aveva accesa ben bene. Mio marito ne era molto contento.
Poi all’ultima settimana arrivò la risposta. Non c’era nessun cotone e per quel che se ne sapeva era tutta farina del suo sacco. “Ah però!” commentò una di noi.
“Io da ragazza ho avuto un fidanzato molto dotato.”
“Eh?”
“Niente. Non ero pronta. Solo qualche bacio”
“Lì?”
Arrossendo violentemente non rispose.
“Mio marito non è un superdotato, però dai se la cava”
“Mai fare queste confessioni neanche alle migliori amiche” si mise a ridere una e con quello l’argomento fu abbandonato.
La settimana dopo: “Ma ve lo immaginate?”
“Dai piantala”
“Deve avere una cappella da non riuscire a farci niente”
“Perché cosa vorresti farci, porcella?”
“E tu?”
“Io niente: hai cominciato tu”
Insomma eravamo sempre tutte eccitate e come sempre capita con noi donne pian pianino lasciammo cadere l’argomento anche se era evidente, osservandoci l’un l’altra in palestra, che tutte non perdevamo occasione per rimirare fondo schiena e quella enorme protuberanza.
Evidentemente lui se ne accorse.
E una alla volta, con grande signorilità, ci condusse sulla cattiva strada.
Ce lo confessammo due anni dopo. Una di noi ad un matrimonio del figlio di non ricordo più chi, dopo aver bevuto un bel po’, per rompere la noia, ci chiamò tutte in una balconata sul lago, distante da orecchie inopportune e ci disse che doveva dircelo: l’aveva fatto!
Una alla volta tutte e tre le altre confessarono anche loro. Io fui l’ultima. Non dissi molto. Solo che era successo, ma non so per le altre, ma per me il ricordo di quel palo di carne che tirai fuori dai pantaloncini rimanendo senza fiato per la sorpresa, per poi iniziare a menarlo a due mani (una non bastava), per poi leccargli la cappella e le palle (due biglie da biliardo) (mangiarlo era fuori discussione) e una volta indurito a dovere (ci aveva messo un po’ a diventare come doveva) mi ero girata, l’avevo pregato di fare piano (cosa che da scopatore esperto aveva fatto) e poi mi aveva presa e ripresa, ecco quel ricordo, e il ricordo del rientro a casa con le gambe larghe e molli e mio marito che mi chiese cosa avevo e io risposi che avevo esagerato con i pesi per rafforzare cosce e glutei (acido lattico, dissi), quel ricordo e quello delle settimane successive durante le quali avevo imparato anche a mangiarlo un pochino per poi prenderlo anche senza chiedergli più di andare piano, anzi, cazzo, scusate, ma quando ci vuole ci vuole, cazzo, quando entrava di corsa, cazzo, che scopate. Da togliere completamene il fiato. Mi bastava l'dea dell'appuntamento che ero già pronta. Una femmina, così mi sentivo, una femmina, una vera femmina che aveva incontrato finalmente il suo toro. E cazzo, scusate, ancora, che toro!
Era finita che lui mi aveva detto che non poteva più. Ero sicura che aveva iniziato a scoparsi un’altra, ma potevo essere gelosa? Dai, non scherziamo. La fiamma si spense di botto e mio marito mi chiese, ma io gli chiesi di pazientare. E lui pazientò e dopo qualche settimana riprendemmo, io e mio marito, ad avere rapporti normali. Oddio, normali: mi mancava. Il cazzo di mio marito che mi era sempre bastato, adesso mi pareva ballare dentro di me, ma con i giorni e le settimane anche io, lì sotto, tornai normale. Rimase solo il ricordo che pian piano svanì anche quello. Mesi dopo mi sembrava quasi impossibile e, incredibile, non ricordavo più neanche bene le dimensioni. Sola la certezza che fosse grosso, molto grosso, una certezza direi fisica, perché quando cercavo di ricordare, ecco, lì sotto, partivano quasi della contrazioni. Non eccitazione. Solo contrazioni, come se mi aprissi e chiudessi in attesa.
Durante quella confessione, al matrimonio, sarebbe stato interessante sistemare le date e i momenti. È una passione di noi donne sapere bene quando e dove, ma lasciammo stare.
Solo quando ormai stavamo per tornare alla festa di matrimonio, Giovanna confessò che lo incontrava ancora ogni tanto in metropolitana, un accenno di saluto, ma, insomma, volendo sapeva come beccarlo. Secondo lei sarebbe stato divertente farlo tutte insieme, che secondo lei lui ce l’avrebbe fatta a farci felici tutte e quattro. Zoccola, le disse una di noi ridendo, ma poi tutte rimanemmo un attimo in silenzio e una disse anche “Ma come? Quando?”, tutte poi alzammo le spalle ridemmo ancora una volta e tornammo alla festa.
Non avevo mai partecipato ad una orgia, ma forse quella non sarebbe neanche stata una vera orgia. Sarebbe stata solo quattro amiche che si facevano trombare a turno da un bell’uomo molto dotato. Niente più che un pensiero, ma quella sera, nel letto abbracciando mio marito stretto, stretto gli sussurrai: “ti piacerebbe farlo in tre?”
Lui mi guardò stranito. “Una tua amica?”
“Ma no, che hai capito!”
“Un altro uomo?!?!?”
Gli leccai un orecchio e subito dopo mi scopò come era tempo che non faceva.
Dopo gli dissi: “In palestra c’era uno che dicevano avesse un coso smisurato”
“Con quello?”
“Sì, amore sì, una volta sola” piagnucolai.
Gli si rizzò di nuovo l’uccello. Glielo presi in bocca. Poi leccandogli la cappella sussurrai: “Grosso come il tuo, anzi, di più, di più, di più. Gli gonfiava tutti i pantaloncini. Glielo guardavamo tutte. Doveva essere grosso come il tuo, anzi di più, amore mio, di più, di più, di più" e tra una leccatina e l'altra ronfavo come una gatta.
Ad ogni mio “di più” la mia lingua sentiva il suo cazzo diventare più grosso.
“Fammelo fare, ti prego, amore”
Si rialzò, mi girò sulla pancia e mi inculò. Quanto tempo che non lo faceva più. Diceva che gli sembrava sporco. A me no.
“Che troia che sei, amore mio”
“Sì, amore, ma era così grosso... non potevo non guardarglielo"
“Ma grosso quanto?”
“Non ne hai idea, amore mio. Mi avrebbe riempita tutta!"
E mi venne dentro. Ed io con lui.
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