tradimenti
La moglie dell'orafo
Matertattoo
13.06.2026 |
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"Per il resto dell’oro continueremo a lavorare insieme senza problemi, ma questa catena è mia»..."
C’è stato un periodo in Venezuela, nei primi anni Duemila, in cui chi possedeva valuta estera era praticamente il re del mondo. Quando arrivai nel Paese, il cambio era ancora gestibile, ma con l'ascesa al potere di Hugo Chávez e della sua politica comunista, l'economia andò in caduta libera. Tra il 2002 e il 2007 il Bolívar si svalutò a livelli folli.Il governo bloccò il cambio ufficiale in banca a circa 2.200 Bolívar per un dollaro. Ma sul mercato nero la fame di valuta forte era tale che i commercianti — soprattutto i negozianti libanesi che importavano abbigliamento e merce — erano disposti a pagarti fino a 7.000 Bolívar per un singolo euro. Gli stipendi dei venezuelani erano rimasti gli stessi, calcolati sul cambio ufficiale e non su quello nero.
Io, che arrivavo con i miei euro cambiati al nero, avevo un potere d'acquisto mostruoso. Ero un re. Calcolate che 7.000 Bolívar era il costo di un'intera cassa di birra. Con 5.000 Bolívar facevo il pieno all'auto, e con appena 30.000 andavo a mangiare pesce fresco al ristorante.
Fu in quel contesto che un signore italiano di circa cinquant'anni, Marco, mi propose l'affare della vita:
«Andiamo direttamente nelle miniere a sud. Compriamo l'oro grezzo in contanti dai minatori pagandolo in Bolívar. Poi portiamo l'oro, lo lavoriamo e riportiamo i gioielli già fatti in Italia. Andiamo a comprare le pepite e la polvere direttamente alla fonte».
Il rischio era enorme. Sulle strade c'erano i predoni pronti a rapinarti di tutto e i posti di blocco della polizia corrotta, che inventava qualsiasi scusa per perquisirti e sequestrarti il denaro. Non bisognava assolutamente farsi vedere con i contanti. Nella mia incoscienza di ventiseienne, accettai. Con quasi 20.000 euro in tasca, io e Marco prendemmo un volo per Maracaibo. Un posto orribile, umido, torrido, infestato dalle zanzare, sotto il cui grande lago ribolliva il petrolio.
Lì, grazie a un contatto di Marco che ci prestò un pick-up, ci addentrammo verso le miniere. La scena era impressionante: un vero e proprio formicaio umano. Nessuna organizzazione, nessuna sicurezza; era tutto illegale. Ogni minatore scavava il proprio buco nella terra battuta, calandosi a mani nude in cunicoli verticali per poi andare a vendere il ricavato. Grazie al nostro intermediario, andammo dritti a un centro di raccolta. Alla fine comprai all'incirca 10.000 euro di oro puro tra pepite e polvere grezza, per un totale di quasi un chilo. Non volevo investire oltre, un chilo era più che sufficiente. Lo stavamo pagando il 30% del suo valore reale sul mercato internazionale. Il guadagno potenziale, se fossi riuscito a portarlo in Italia, era immenso.
L'Incontro con Marisol
Tornati sani e salvi a Isla Margarita sorse il vero problema: come portare un chilo d'oro in Italia? Se alla dogana dell'aeroporto di Caracas mi avessero trovato un lingotto, mi avrebbero chiesto spiegazioni e sarei finito dritto in galera. L'unica soluzione era trasformare quel metallo grezzo in gioielli personali: grosse catene, anelli e bracciali da indossare o dichiarare come effetti personali, magari portandone un po' alla volta anche a mia madre nei viaggi successivi.
Marco mi portò da un orafo locale che lavorava nel suo laboratorio privato. Era Carlos, un nero d'origini africane, enorme, alto, un vero gigante. Ma a catturare completamente la mia attenzione fu la ragazza al suo fianco, sua moglie: Marisol.
Non era nera; aveva una pelle mulatta perfetta, liscia, scura, su cui spiccavano due occhi grigi, magnetici e chiarissimi. Portava i capelli corti, aveva una vita strettissima e un fondoschiena a mandolino da togliere il fiato. Non era slanciata o dalle gambe lunghissime, ma aveva delle forme così armoniose che mi fecero perdere la testa al primo sguardo. Quando camminava, anche se portava delle semplici ciabatte basse, muoveva i fianchi con un ondeggio così sexy che sembrava muoversi sui tacchi alti. Dalla parte superiore del corpo non riuscivo letteralmente a staccarle gli occhi di dosso. Lei si accorse immediatamente del mio sguardo fisso. Invece di contrariarsi, mi ricambiò l’occhiata, e da quel momento divenne una fissazione reciproca.
L'orefice iniziò a preparare la lega e a forgiare i primi gioielli. Ogni tre o quattro giorni dovevo andare al laboratorio a ritirare un pezzo pronto: prima una catenina, poi un anello, poi un bracciale. Diventò una scusa fissa. Ogni volta che andavo lì, la tensione erotica tra me e Marisol cresceva. Ci guardavamo, ci studiavavamo, mentre la scintilla tra noi diventava sempre più evidente.
La svolta arrivò il giorno in cui andai a ritirare un anello. Carlos era sul retro e Marisol mi consegnò il gioiello direttamente nella mano, senza la scatolina. Nel momento in cui le nostre dita si sfiorarono, insieme all'oro, mi lasciò nel palmo un bigliettino piegato con il suo numero di telefono.
Da quella sera, iniziammo a scriverci. Diventammo amanti virtuali via chat. Era un flusso continuo di messaggi provocatori ed erotici che andava avanti giorno e notte. Appena uscivo dal laboratorio le scrivevo quanto mi facesse impazzire, e lei rispondeva con messaggi espliciti: «Mi fai eccitare solo a guardarti. Ora sono chiusa in bagno, leggo i tuoi messaggi e sono tutta bagnata». Ci stuzzicavamo continuamente. Io insistevo per vederci, ma lei frenava, terrorizzata dalla gelosia del marito: «Non posso, non esco mai senza di lui. Carlos è gelosissimo... se ci scopre, ci ammazza tutti e due. Posso scriverti solo la sera quando lui dorme o di giorno fingendo di chattare con mia sorella, perché non mi controlla il telefono, ma mi controlla visivamente».
Trenta Secondi di Terrore
Il gioco pericoloso andò avanti per un paio di settimane, finché un giorno andai al laboratorio e Carlos mi accennò ai suoi piani:
«Domani devo andare fino a Caracas a prendere degli utensili speciali. Mi sono finite le forme e mi servono per fare quella catena grande che mi hai ordinato. Prendo l'aereo la mattina presto da Margarita e per le quattro o le cinque del pomeriggio, massimo, sono di ritorno».
Appena uscii, scrissi subito a Marisol: «Tuo marito domani va a Caracas. È l'occasione perfetta. Dimmi dove abiti, vengo io da te appena lui parte». Mi mandò l'indirizzo.
La mattina dopo, sapendo che l'orafo aveva il volo delle 9:00, presi un taxi per andare a casa sua. Scelsi di non usare la mia auto per pura fortuna, o forse per un sesto senso: la mia macchina in quel periodo aveva qualche problema meccanico, quindi preferii il taxi. Se avessi lasciato la mia vettura parcheggiata lì davanti, sarebbe stata un'esca e una condanna a morte.
Arrivai verso le 9:30. Non appena Marisol mi aprì la porta, tutta quella tensione sessuale accumulata in settimane di messaggi esplose in un secondo. Non ci dicemmo una parola: ci baciammo con una foga animalesca e ci strappammo i vestiti di dosso, finendo direttamente sul pavimento dell'ingresso.
Era uno spettacolo: quel fondoschiena a mandolino, morbido ed enorme, era ancora più eccitante dal vivo. Iniziai a tirarle dei forti schiaffi sulle chiappe che diventarono subito rosse, mentre lei gemeva, stringendomi forte. La possedetti lì per terra con una passione violenta, sfogando tutta la fame che avevamo accumulato.
Dopo aver concluso il primo rapporto, eravamo distesi a riprendere fiato, pronti a ricominciare per il secondo round. All'improvviso, un rumore familiare ci gelò il sangue nelle vene: il rombo di una macchina nel vialetto di casa.
Marisol diventò bianca come un cadavere. Io balzai in piedi, gelato, e corsi alla finestra della camera da letto. Era Carlos. Il volo per Caracas era stato annullato all'ultimo momento e stava rientrando a casa.
In quei trenta secondi successivi si scatenò il panico più totale. Con un riflesso felino, afferrai tutti i miei vestiti dal pavimento e li lanciai fuori dalla finestra della camera, che dava su un piccolo giardinetto interno. Poi, completamente in mutande, mi arrampicai sul davanzale e mi lanciai di sotto, atterrando tra le piante.
Marisol, per evitare di farsi trovare nuda in corridoio, corse in bagno e si infilò sotto la doccia, aprendo l'acqua al massimo per fingere di essersi appena svegliata. Dal mio nascondiglio tra i cespugli, sentii la porta d'ingresso aprirsi e la voce profonda dell’orafo rimbombare nelle stanze: «Amore, sono tornato! L'aereo non è partito!».
Sotto il sole cocente, sdraiato per terra nel giardinetto, iniziai a strisciare come un soldato in trincea, stringendo i vestiti tra le mani. Con il cuore in gola, riuscii a infilarmi alla bell'e meglio i pantaloni, la maglietta e le scarpe senza allacciarle, muovendomi raso terra per non farmi vedere dalle finestre. Strisciai oltre il confine della proprietà, mi catapultai sulla strada principale e iniziai a correre, sbracciandomi finché non riuscii a fermare un taxi al volo. Mi sbattei sul sedile posteriore, ansimando e sudato, conscio di aver scampato la morte per un soffio. La mia macchina non era lì, Carlos non poteva aver sospettato di nulla. O almeno, così credevo.
Il Prezzo del Riscatto
Passai una notte d’inferno, con l’adrenalina a mille e il terrore che quel gigante potesse presentarsi a casa mia. Eppure, una parte del mio oro era ancora là, e dovevo recuperare il pezzo forte: la grande catena d'oro massiccio che avevamo progettato.
Il giorno dopo, con le gambe che mi tremavano, tornai al laboratorio.
Carlos era come al solito dietro il bancone, massiccio e impenetrabile. Marisol era poco più in là, seduta, intenta a fare delle pulizie nel locale. Entrai salutando come se nulla fosse accaduto, cercando di mantenere il tono più naturale possibile:
«Ciao Carlos. La catena è pronta? Quell'oggetto che dovevi finire...».
Carlos alzò lo sguardo lentamente. Il suo volto non tradiva alcuna rabbia; era di una calma glaciale, quasi inquietante. Si passò una mano sul mento, mi fissò dritto negli occhi e rispose:
«Sì, la catena è pronta. È venuta un lavoro perfetto».
Tirai un mezzo sospiro di sollievo, allungando la mano: «Bene, allora me la dai?».
La sua risposta mi congelò il sangue:
«No. Questa non te la do».
Rimasi immobile, con la mano sospesa a mezz'aria. Il cuore ricominciò a battere all'impazzata: «Come... in che senso non me la dai?».
Carlos si appoggiò al bancone, avvicinandosi, mantenendo un tono di voce freddo e controllato che faceva più paura di un urlo:
«No, amico mio. Questo pezzo non lo vedi. Consideralo un risarcimento. Questa me la tengo io, per il fatto che ti sei scopato mia moglie dentro casa mia».
In quel momento sbiancai. Diventai di un colore cadaverico, incapace persino di spiccicare parola, pensando che stesse per tirar fuori un'arma per ammazzarmi lì dentro.
Ma Carlos rimase calmo e freddo:
«Guarda che io ho delle telecamere di sicurezza installate a casa, sono perfette e nascoste. So perfettamente chi entra e chi esce da casa mia, ho visto tutto sui monitor. Siccome mi hai mancato di rispetto, questo oggetto me lo tengo io come risarcimento. Per il resto dell’oro continueremo a lavorare insieme senza problemi, ma questa catena è mia».
Girai lo sguardo di scatto verso Marisol. Lei non incrociò mai i miei occhi: continuava a pulire, lo sguardo basso, facendo finta di niente, con un'indifferenza totalmente innaturale.
Fu in quel preciso istante, guardando il silenzio di Marisol e la freddezza calcolata di Carlos, che capii tutto. Un pensiero lucido e tremendo si fece strada nella mia mente: erano d'accordo. Era tutto un gioco organizzato da loro dall'inizio.
I messaggi provocatori di Marisol, la trappola del bagno, l'improvviso viaggio a Caracas "annullato per il volo", il ritorno tempestivo del marito a casa... non era stata sfortuna. Era stata una messinscena perfetta per farmi cadere in fallo, farmi scappare in mutande e avere la scusa d'oro per tenersi quel pezzo dal valore immenso senza che io potessi fiatare o protestare.
Non potevo fare nulla. Avevo perso la catena, ma avevo salvato la pelle. Accettai il ricatto in silenzio, consapevole che in Venezuela, in quegli anni, il sesso e l'oro avevano un prezzo molto più alto e imprevedibile di quanto potessi immaginare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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