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trans

Al Cinema


di LaSasy
11.03.2026    |    3.099    |    12 9.9
"Lo afferrai per i fianchi più forte, lo sbattei giù su di me con violenza controllata, ringhiando contro il suo collo: «Sì, amore… prendilo tutto… ti metto incinta qui, ora… senti come..."
Avevamo scelto lo stesso cinema di periferia, ultima fila, angolo buio come al solito. Il film era un dramma noioso, di quelli con dialoghi lenti e silenzi lunghi, perfetti per non attirare attenzione.
Io ero elegante come piaceva a lui: gonna plissettata grigio antracite che arrivava appena sopra il ginocchio, camicetta di seta nera semi-trasparente che lasciava intravedere il pizzo del reggiseno, tacchi kitten heel di cinque centimetri – comodi abbastanza per camminare, ma abbastanza sexy da far ticchettare il pavimento e fargli arrossire le orecchie ogni volta che mi avvicinavo. Sotto, solo un perizoma minuscolo di pizzo nero che a stento conteneva il mio cazzo, già gonfio da quando l’avevo visto arrivare con quella felpa oversize e i jeans attillati che gli segnavano il culo.
Lui era casual come sempre: jeans blu scuro, maglietta bianca semplice sotto la felpa grigia aperta, sneakers. Ma io sapevo che sotto portava il perizoma di pizzo rosa che gli avevo infilato quella mattina, dicendogli “tienilo tutto il giorno per me, così ti ricordi chi ti possiede”.
Ci sedemmo vicini, le sue cosce che sfioravano le mie. Le luci si spensero, il buio ci avvolse come una coperta calda. Gli presi subito la mano, la posai sulla mia coscia nuda sotto la gonna. Lui tremò, ma non la ritrasse. Lentamente gli feci scivolare le dita più in alto, fino a sfiorare la mia erezione dura che premeva contro il pizzo sottile.
Quando le sue dita lo toccarono, sentii il suo respiro fermarsi per un secondo.
«Cazzo… è già così duro…» sussurrò, voce bassissima, timida da morire.
«Colpa tua, amore» gli mormorai all’orecchio, sfiorandogli il collo con le labbra. «Senti come pulsa solo perché sei qui con me.»
Lo baciai piano, labbra morbide che si aprivano subito, lingua che entrava lenta, profonda. Lui rispose con quella fame trattenuta, le mani che tremavano mentre gli facevo stringere meglio il mio cazzo. Lo guidai: su e giù, piano, ritmico, facendogli sentire ogni vena, ogni centimetro gonfio. Io gemetti piano contro la sua bocca, un suono basso che si perse nel rumore del film.
Con l’altra mano gli accarezzai l’interno coscia sopra i jeans, salii fino a sfiorare il rigonfiamento piccolo e durissimo che nascondeva. Lo strofinai piano attraverso il tessuto, sentendo il perizoma bagnato di pre-eiaculato sotto. Lui sobbalzò, un gemito strozzato che soffocò nel mio bacio.
«Shhh… piano, piccola… non vogliamo che ci sentano» gli sussurrai, mordendogli il labbro inferiore.
Continuammo così: baci profondi, mani che si esploravano nel buio. Io lo masturbavo lento sopra i jeans, lui stringeva e accarezzava il mio cazzo sotto la gonna, le dita che ormai scivolavano facili sul pizzo umido. Il mio respiro si faceva più pesante, il suo tremava. Sentivo il mio cazzo pulsare forte, la cappella gonfia che bagnava tutto, ma non volevo venire. Non ancora. Volevo tenerlo così, al limite, entrambi.
Lui era un disastro: guance rosse anche al buio, labbra gonfie di baci, occhi lucidi che ogni tanto si aprivano per guardarmi con quella timidezza adorabile mista a desiderio disperato.
Dopo una ventina di minuti di quel tormento lento e delizioso, mi staccai piano dalle sue labbra. Il mio cazzo era durissimo, in tiro completo, la gonna che formava una tenda evidente anche nel buio. Mi sistemai i capelli con un gesto lento, poi mi alzai in piedi, la gonna che ricadeva morbida ma non abbastanza da nascondere del tutto il rigonfiamento.
Lui mi guardò dal basso, confuso, eccitato, con la bocca socchiusa.
Mi chinai verso di lui, gli sfiorai l’orecchio con le labbra e dissi con tono malizioso, voce bassa e vellutata:
«Devo andare un attimo al bagno, amore… non muoverti da qui. Torno subito… e quando torno, vediamo se riesci a resistere ancora un po’ senza implorarmi di scoparti nel parcheggio.»
Gli diedi un ultimo bacio rapido, mordicchiandogli il labbro, poi mi girai e mi avviai verso l’uscita della sala, i tacchi che ticchettavano piano sul pavimento, il culo che ondeggiava sotto la gonna, sapendo benissimo che i suoi occhi erano incollati su di me. Lo lasciai lì, ansimante, duro, bagnato, ad aspettarmi con il cuore che batteva forte e il desiderio che gli mangiava vivo.
E io? Io sorridevo tra me e me mentre camminavo verso il bagno, il cazzo ancora in tiro che sfregava contro il pizzo a ogni passo. La notte era appena cominciata.

Entrai nel bagno delle donne – quello più in fondo, quello con la porta che si chiude a chiave dall’interno – e girai la serratura con un clic secco. La luce al neon era fredda, ma non mi importava: mi bastava lo specchio grande per vedere quanto fossi eccitata.
Il mio cazzo era ancora in tiro completo, gonfio contro il pizzo nero del perizoma, la cappella che spingeva fuori dal bordo, lucida di pre-eiaculato. Mi alzai la gonna con una mano, abbassai il tessuto quel tanto che bastava per liberarlo del tutto. Era rosso, venoso, duro da far male. Presi il telefono, mi inquadrai dal basso, zoom sulla lunghezza tesa, la mano che la stringeva alla base per farla sembrare ancora più grossa.
Scattai. Una foto sola, nitida, oscena.
Aprii la chat con lui e scrissi veloce:
“Non resisto più, amore.
Guarda come mi hai ridotto.
Vieni qui. Subito.
Bagno in fondo a destra. Porta chiusa. Bussa due volte.”
Inviai. Aggiunsi la foto.
Passarono forse venti secondi. Due colpi leggeri, timidi. Sorrisi allo specchio.
Aprii la porta quel tanto che bastava per farlo scivolare dentro, richiusi subito a chiave. Lui era lì, guance in fiamme, respiro corto, gli occhi che saettavano dal mio viso al mio cazzo ancora esposto.
«Bravissimo» gli sussurrai, tono basso e vellutato. «Sapevo che non avresti resistito.»
Lo spinsi contro il lavandino, schiena allo specchio. Gli slacciai i jeans con movimenti rapidi ma precisi, li abbassai fino a metà coscia. Sotto c’era il perizoma rosa di pizzo che gli avevo fatto indossare quella mattina, ormai bagnato fradicio davanti, e le calze velate nere trasparenti che gli fasciavano le gambe depilate fino alle cosce. Sembrava una puttanella sorpresa a metà cambio.
Gli infilai due dita sotto l’elastico del perizoma, lo tirai di lato liberando il suo cazzetto piccolo e durissimo, già gocciolante. Ma non lo toccai lì. Non ancora.
Lo girai di spalle, lo piegai in avanti sul lavandino. Le mani sul bordo freddo, il culo in fuori, le calze che gli segnavano la pelle chiara. Gli abbassai il perizoma fino alle ginocchia, lo lasciai lì impigliato, osceno.
«Guarda quanto sei bagnata per me» gli dissi all’orecchio, sfiorandogli il buchetto con la cappella. Era già umido, rilassato dal ricordo delle notti precedenti, ma ancora stretto.
Sputai sulla mano, lubrificai veloce me stessa e lui, poi spinsi. La punta entrò con un pop morbido. Lui gemette piano, morse il labbro per non fare rumore.
«Piano… amore… piano…» ansimò, ma il culo si aprì da solo, accogliendomi centimetro dopo centimetro.
Quando fui tutta dentro, fino alle palle, mi fermai un attimo. Lo sentivo pulsare intorno a me, caldo, stretto, perfetto.
«Senti come ti riempio?» gli sussurrai, iniziando a muovermi lento, profondo. «Senti il mio cazzo che ti apre… che ti prepara di nuovo a essere ingravidata?»
Lui annuì frenetico, le mani che stringevano il lavandino, le calze che frusciavano ogni volta che spingevo.
«Dimmi che lo vuoi» ordinai, mordendogli il collo.
«Lo voglio… ti prego… ingravidami… riempimi… voglio sentirmi femmina… piena di te…»
Accelerai, colpi decisi ma controllati, il rumore della carne che sbatteva attutito dai nostri respiri. Una mano gli teneva il fianco, l’altra gli accarezzava il cazzo senza stringere troppo – solo sfregandolo leggero, tenendolo al limite.
«Brava puttanella mia… spingi indietro… prenditi tutto…»
Lui obbedì, il culo che incontrava ogni spinta, gemiti strozzati che cercava di soffocare contro il braccio.
Lo sentivo vicino, tremava tutto, il suo cazzetto che gocciolava sul pavimento piastrellato.
Ma non lo lasciai venire.
Mi chinai sul suo orecchio, voce dura e dolce insieme:
«No. Non vieni ancora. Non ti permetto di venire finché non ti avrò riempita fino in fondo. Capito?»
Lui singhiozzò piano, annuì, gli occhi lucidi nello specchio.
«S-sì… ti prego… vieni dentro… ingravidami… fammi tua…»
Continuai a scoparlo, profondo, ritmico, sentendo il mio orgasmo montare. Quando arrivai al punto di non ritorno, spinsi fino in fondo e rimasi lì, immobile, mentre schizzavo dentro di lui: fiotti caldi, spessi, uno dopo l’altro, riempiendolo come piaceva a noi.
Lui tremò forte, il culo che mi strizzava in spasmi, ma non venne – lo tenni lì, al limite, obbediente.
Quando finii, uscii piano, il mio sperma che già gli colava lento lungo le cosce, macchiando le calze velate.
Gli sistemai il perizoma sopra, lo tirai su con cura, poi i jeans. Lo girai, lo baciai profondo, assaporando il suo sapore di desiderio trattenuto.
«Brava» gli sussurrai sulle labbra. «Adesso torniamo in sala. E tu tieni tutto dentro finché non arriviamo a casa. Se fai la brava… stasera ti lascio venire quante volte vuoi.»
Lui arrossì violentemente, annuì timido, le gambe che tremavano ancora.
Uscimmo dal bagno uno dopo l’altro, io con la gonna sistemata e un sorriso soddisfatto, lui con il passo incerto e il culo pieno di me.
Tornammo in sala proprio mentre il film riprendeva la sua parte finale, lenta e noiosa come il resto. Le luci erano ancora spente, il buio complice ci avvolse di nuovo. Lui si era già seduto al suo posto, le gambe strette, le mani in grembo come per nascondere il rigonfiamento evidente nei jeans. Io mi sedetti accanto a lui, ma stavolta non persi tempo: lo afferrai per la vita, lo tirai verso di me con decisione, facendolo appoggiare contro il mio fianco. Il suo corpo era caldo, tremante, profumava di sudore fresco e di quel desiderio trattenuto che mi faceva impazzire.
Lo abbracciai forte, un braccio intorno alle sue spalle, l’altro che gli teneva la mano intrecciata alla mia sul mio grembo. Sotto la gonna il mio cazzo era ancora mezzo duro dopo il bagno, sensibile, pronto a ripartire. Gli sfiorai l’orecchio con le labbra.
«Resta qui con me, amore… fino alla fine» gli sussurrai. «Senti quanto ti voglio ancora.»
Lui annuì piano, la testa appoggiata sulla mia spalla, il respiro corto. Ogni tanto si muoveva leggermente, strofinandosi contro di me senza rendersene conto, come un gattino in calore. Io gli accarezzavo piano il braccio, la coscia, tenendolo stretto, possessiva. Guardavamo lo schermo, ma in realtà guardavamo solo noi: il modo in cui le sue guance restavano rosse nel buio, il modo in cui deglutiva ogni volta che la mia mano saliva un po’ troppo in alto.
I titoli di coda cominciarono a scorrere. La musica soft riempì la sala, le poche persone sparse iniziarono a muoversi piano verso l’uscita. Il buio era ancora denso, solo lo schermo illuminava debolmente i nostri volti.
Fu allora che mi mossi.
Mi staccai appena da lui, mi alzai in piedi nel buio dei titoli che scorrevano lenti. Alzai la gonna con un gesto lento, deliberato, fino ai fianchi. Il mio cazzo era di nuovo in piena erezione, duro, venoso, la cappella lucida che puntava dritta verso di lui. Lo presi alla base e lo avvicinai al suo viso, sfiorandogli le labbra con la punta calda.
Lui sobbalzò, gli occhi spalancati nel bagliore fioco dello schermo. Arrossì violentemente, abbassò lo sguardo per un secondo, imbarazzato da morire, ma non si ritrasse.
«Annusa…» gli ordinai piano, voce bassa e vellutata.
Esitò solo un istante. Poi si chinò in avanti, naso contro la mia pelle calda, inspirò profondo. Un respiro tremante, quasi un gemito soffocato. L’odore di me – di sesso, di lubrificante, di sperma che ancora gli colava dal culo – lo colpì forte. Lo vidi tremare.
«Bravissimo… ora lecca» sussurrai.
La sua lingua uscì timida, sfiorò la cappella con una leccata leggera, quasi spaventata. Poi un’altra, più decisa, lungo l’asta. Sentii il suo sapore misto al mio, il modo in cui tremava mentre lo faceva, le mani che stringevano i braccioli della poltroncina per non cedere del tutto.
Proprio in quel momento le luci della sala cominciarono ad accendersi piano, un bagliore progressivo che saliva dal fondo.
Mi abbassai la gonna di scatto, sistemai tutto con un gesto rapido. Lui si tirò indietro di colpo, le labbra gonfie e lucide, gli occhi bassi, imbarazzato fino alle lacrime.
Lo presi per mano senza dire una parola. Le dita intrecciate alle sue, ancora calde e umide della sua saliva. Lo tirai in piedi, lo guidai verso l’uscita con un passo deciso ma non troppo veloce – abbastanza da non attirare sguardi, ma con una fretta che si sentiva nelle vene.
Mentre camminavamo lungo il corridoio verso il foyer, mi chinai verso il suo orecchio, sussurrando roco:
«Non resisto più, amore… ho ancora troppa voglia di te.
Il tuo culo è ancora pieno di me e io voglio dartene ancora.
Finiremo nel parcheggio. Subito.
Tu e io, sul sedile posteriore della mia macchina.
Ti scoperò fino a farti implorare di essere ingravidata di nuovo.»
Lui non rispose, solo un piccolo cenno col capo, le guance in fiamme, il passo incerto per via delle gambe molli e del desiderio che gli mangiava vivo. La mano stretta nella mia tremava.
Uscimmo dal cinema, l’aria fresca della sera ci colpì, ma il calore tra noi era già insopportabile. Il parcheggio era lì, buio, semideserto.
Trovammo un posto in fondo, lontano dalle telecamere, tra due SUV alti che ci nascondevano alla vista. Spensi il motore, abbassai il sedile posteriore con un clic secco e lo tirai dentro con me.
Lui entrò goffo, le gambe che tremavano ancora per il cinema, il perizoma bagnato che gli segnava la pelle sotto i jeans. Io chiusi la portiera, tirai su la gonna senza perdere tempo: il mio cazzo era già duro di nuovo, gonfio, pronto, ancora lucido del suo sapore di poco prima.
«Sali sopra» gli ordinai piano, ma con quel tono che non ammetteva repliche.
Lui obbedì subito, si tolse le scarpe con movimenti frettolosi, si abbassò i jeans e il perizoma fino alle caviglie, poi si mise a cavalcioni su di me. Le calze velate gli scivolavano sulle cosce mentre si posizionava. Gli tenni i fianchi, lo guidai giù piano: la cappella contro il suo buchetto ancora aperto e colmo del mio sperma precedente. Entrai con un colpo solo, profondo, fino in fondo. Lui gemette forte, la testa buttata all’indietro, le mani sulle mie spalle.
«Cazzo… sì… riempimi ancora…» ansimò, voce rotta.
Cominciai a muovermi dal basso, spingendo su con forza mentre lui si abbassava a ogni colpo. La macchina dondolava piano, i vetri già appannati. Lui si aggrappava a me, il culo che sbatteva contro le mie cosce, il suo cazzetto piccolo che sfregava contro la mia pancia a ogni affondo.
«Ti prego… ingravidami di nuovo… voglio essere incinta di te… voglio sentirmi femmina… piena… gonfia del tuo seme…» implorò, le parole che gli uscivano a singhiozzi, timide ma disperate.
Quelle parole mi fecero esplodere dentro. Lo afferrai per i fianchi più forte, lo sbattei giù su di me con violenza controllata, ringhiando contro il suo collo: «Sì, amore… prendilo tutto… ti metto incinta qui, ora… senti come ti gonfio… sei mia moglie… mia puttanella incinta…»
Venni con un grugnito basso, pompando fiotti caldi dentro di lui, profondo, fino a fargli sentire ogni schizzo. Lui tremò violentemente, il culo che mi strizzava in spasmi, ma non venne – lo tenni al limite come prima, obbediente al mio volere.
Quando finii, lo tenni ancora dentro di me per un minuto buono, respirando insieme, sudati, appiccicati. Poi lo feci scendere piano, lo feci sedere sul sedile accanto a me, le gambe aperte, il mio sperma che gli colava lento lungo le cosce e macchiava le calze.
Mi sfilai la scarpa, liberai il mio piedino con la calza velata nera, le dita curate, smaltate di rosso scuro come piaceva a lui. Lo portai tra le sue gambe, premetti la pianta contro il suo cazzetto piccolo e durissimo, ancora gocciolante.
«Senti il mio piede?» gli sussurrai, sfregandolo piano su e giù, la calza morbida che gli dava una sensazione vellutata e umida. «È questo che meriti… venire sul mio piede… come una brava troietta.»
Lui gemette, le anche che si muovevano da sole, cercando più contatto. Io aumentai il ritmo, premetti più forte, lo masturbai con il piede mentre lo guardavo negli occhi.
«Chiedimelo» ordinai.
«Ti prego… lasciami venire… sul tuo piede… voglio sporcartelo…»
«Brava. Ora vieni. Solo quando te lo dico io.»
Accelerai, sfregai la pianta contro la cappella, le dita che gli stringevano piano le palle. Lui si irrigidì, singhiozzò, e al mio «Ora, amore… vieni» esplose: schizzi caldi, lunghi, che gli colarono sul mio piede, inzupparono la calza, gocciolarono tra le dita.
Restò ansimante, tremante. Io gli presi il mento, lo feci chinare.
«Pulisci» dissi piano.
Lui non esitò. Si chinò, lingua timida che lambì il mio piede, leccò ogni goccia del suo stesso sperma dalla calza, dalla pianta, tra le dita. Lo fece con devozione, arrossendo forte, ma senza fermarsi finché non fu tutto pulito.
Quando alzò la testa, labbra lucide, lo tirai a me e lo baciai profondo, assaporando il suo sapore misto al mio sulla sua lingua.
«Sei stata perfetta» gli sussurrai contro la bocca. «La mia donna. La mia incinta. La mia tutto.»
Lui sorrise timido, occhi lucidi di emozione vera.
«Anche con queste regole… con te che mi comandi… mi fai sentire così femmina… così tua… ti amo. Voglio vederti ancora. E ancora. Sempre.»
Gli accarezzai la guancia, lo baciai di nuovo, dolce stavolta.
«Anche io ti amo, piccola. Siamo una coppia. Le mie regole, il tuo abbandono… è questo che ci rende noi. E non smetteremo mai»
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