trans
Sono la Regina della Darkroom
06.03.2026 |
1.282 |
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"Parrucca castano scuro con qualche filo grigio che non nasconde, trucco impeccabile ma segnato dalle ore: rossetto sbavato agli angoli, eyeliner colato in righe sottili come lacrime nere..."
Entro e il mondo si piega. L’aria è un pugno in faccia: sudore rancido, lubrificante dolce e appiccicoso, sperma ancora caldo sparso sul pavimento, profumo da troia da quattro soldi che si mescola al mio. Inspiro forte, il petto si gonfia, il cazzo si drizza all’istante sotto la gonna di pelle nera così stretta da far male. I tacchi da dodici battono come frustate – CLAC. CLAC. CLAC. – ogni passo un ordine: inginocchiatevi.Non cerco. Non chiedo. Prendo.
Le mani mi arrivano subito, disperate, tremanti. Dita con unghie finte che graffiano le calze a rete, risalgono, trovano il rigonfiamento e lo stringono come se fosse l’ultima cosa che possiedono. Una crossdresser con parrucca bionda platino mi si butta ai piedi prima ancora che io parli. Bocca aperta, lingua fuori, implorante. Le afferro la mascella con una mano, le stringo le guance fino a farle spalancare di più, le infilo tre dita in gola senza preavviso. Sento i conati, le lacrime che le rigano il trucco sbavato. Non le tolgo. Le spingo più a fondo, fino a farle lacrimare gli occhi.
«Succhia» ringhio. Voce bassa, tagliente come una lama. «Fino in fondo, puttana.»
Obbedisce singhiozzando. La sua gola si contrae intorno alle mie dita mentre con l’altra mano le tiro i capelli finti, le tengo la testa ferma e le scopo la bocca con le dita come se fosse già il mio cazzo. Intorno a me il coro inizia: gemiti strozzati, schiocchi bagnati, schiaffi di carne. Qualcuno sta già venendo solo a sentirmi comandare.
Mi giro. Una trans alta, tacchi assassini, culo unto e pronto, è piegata contro il muro, perizoma strappato di lato. Mi fissa con occhi lucidi, bocca socchiusa, già tremante. Non aspetta che arrivi. Si apre da sola con le mani, mostra il buco rosa e bagnato. Le afferro i polsi, glieli blocco dietro la schiena con una mano sola. Con l’altra le afferro i capelli, le tiro la testa indietro fino a farle inarcare la schiena.
«Chiedilo» sibilo contro il suo orecchio.
«…prendimi… per favore… sfondami…»
Le mollo uno schiaffo secco sul culo che risuona nella stanza. «Più forte.»
«SFONDAMI! TI PREGO!» urla, voce rotta.
Sorrido nel buio. Mi slaccio la zip con un gesto lento, quasi crudele. Tiro fuori il cazzo – duro come marmo, vene gonfie, cappella lucida di precum. Glielo strofino tra le chiappe, lo bagno con la sua stessa saliva che le cola dalla bocca. Poi spingo. Un colpo solo, brutale, fino alle palle. Urla come se l’avessi squarciata, ma spinge indietro per averne di più. La tengo ferma per i polsi, le gambe larghe, il culo in alto. La martello senza ritegno: affondi lunghi, profondi, violenti. Ogni spinta fa sbattere i miei fianchi contro le sue natiche, il rumore bagnato copre i gemiti di tutti gli altri.
Una CD striscia tra le mie gambe, lecca le mie palle mentre entro e esco. La lascio fare per un po’, poi le afferro la parrucca, la tiro via dal mio cazzo e la spingo a terra faccia in giù.
«Tu aspetti il tuo turno» le ringhio. «E ringrazia se te lo do.»
Torno alla trans. La tiro fuori, la giro di forza, la metto a pecora. Le alzo una gamba con il tacco, la tengo spalancata come una bambola rotta. Rientro di colpo, più forte di prima. La scopo come se volessi romperla: ritmo selvaggio, mani che le stringono i fianchi fino a lasciare segni rossi. Sento il suo cazzo dondolare inutile sotto di lei, gocciolare, schizzare senza che nessuno lo tocchi. Sta venendo solo perché la sto dominando, perché le sto riempiendo il culo fino in fondo, perché non ha scelta.
«Non osare fermarti» le ordino mentre rallento apposta, tenendola sul bordo. «Dimmi chi comanda qui.»
«Tu… tu comandi… sei tu la padrona…»
Le do tre affondi assassini, fino alle palle, e lei esplode di nuovo, schizzando sul pavimento sporco, rantolando il mio nome come una preghiera.
Non vengo. Non ancora.
Mi tiro fuori, lucida, pulsante, ancora più dura. Mi giro. Un’altra crossdresser è già lì, a quattro zampe, culo unto, tremante, occhi imploranti.
«Supplica» le dico, voce gelida.
«Per favore… educami… usami… rompi il mio culo… sono la tua troia…»
Le afferro i capelli, le tiro la testa indietro. Entro senza preavviso, fino in fondo in un colpo solo. Urla, ma spinge contro di me. La scopo con rabbia controllata: ogni affondo è una punizione, ogni spinta un marchio. Le schiaffeggio il culo mentre la prendo, forte, ritmico, lasciando impronte rosse. Sento il suo corpo cedere, arrendersi completamente.
Intorno a noi il caos è totale: succhiate profonde, gemiti che si spezzano in orgasmi, schiaffi, respiri affannati, odore di sesso animale che ti entra nei polmoni. Il pavimento è un pantano di fluidi.
Io non mi fermo.
Io non vengo finché non ho spezzato ogni resistenza, finché ogni culo non porta il mio segno, finché non hanno capito tutti chi è la legge qui dentro.
Qui la darkroom non è un posto.
È il mio regno.
E loro sono solo buchi da riempire, troie da educare, corpi da dominare.
Il tempo qui dentro non esiste più. Ore? Minuti? Non lo so. Il buio ha inghiottito gli orologi, ha inghiottito tutto tranne il battito del mio cazzo che non si è mai fermato, tranne il bruciore dolce nei muscoli delle cosce e il sapore di sudore e sesso che mi resta in bocca. Ho scopato così tanto, così forte, che non ricordo più quante volte sono venuta senza quasi accorgermene: schizzi caldi che esplodevano dentro culi stretti, dentro gole profonde, senza un vero orgasmo urlato, solo un piacere continuo, animalesco, che mi teneva dura come ferro anche quando il corpo avrebbe dovuto cedere.
Un’altra crossdresser si para davanti a me, inginocchiata, parrucca nera spettinata, rossetto sbavato fino al mento, occhi vitrei di chi ha già preso troppo e ne vuole ancora. Mi guarda come se fossi una divinità crudele. Non parla. Si limita ad aprire la bocca e a sporgere la lingua, implorante.
Le afferro la nuca con una mano, le infilo il cazzo fino in fondo alla gola in un colpo solo. Sento i conati violenti, le lacrime che le rigano il viso, ma non rallento. La scopo in bocca con ritmo brutale, tenendola ferma per i capelli, usando la sua testa come un buco qualsiasi. Intorno a noi le altre non si fermano: una trans sta venendo dentro un culo che geme il suo nome, una CD lecca avidamente il pavimento sporco di seme misto a lubrificante, qualcun’altra si masturba furiosamente solo guardandomi.
Poi arrivano in due, simultaneamente. Una CD minuta con calze a rete strappate si struscia contro la mia coscia sinistra, l’altra – una trans più bassa, tacchi rossi, culo già segnato dai miei schiaffi precedenti – si inginocchia alla mia destra. Mi prendono il cazzo a turno mentre continuo a sfondare la gola della prima. Succhiate disperate, lingue che si intrecciano sulla cappella, mani che mi stringono le palle, dita che mi graffiano l’interno coscia. Sento il piacere montare di nuovo, ma stavolta è diverso: è accumulato, pesante, inevitabile.
Le tiro fuori tutte e tre con un gesto secco. Le metto in fila a pecora, culo in alto, bocche aperte verso di me. Mi inginocchio dietro la prima CD, entro nel suo culo ancora caldo e bagnato di chi c’è stato prima. La martello per una decina di affondi violenti, poi passo alla seconda, poi alla terza. Entro ed esco da ognuna di loro come se fossero intercambiabili, come se fossero solo buchi da marchiare. Loro gemono all’unisono, si toccano a vicenda, si leccano i capezzoli finti, si infilano dita ovunque mentre io le domino.
Sento il mio cazzo pulsare forte, le vene gonfie al limite. È troppo. Troppo tempo, troppa eccitazione repressa, troppi orgasmi silenziosi che mi hanno tenuta al confine per ore. Mi tiro fuori dall’ultima, mi alzo in piedi, barcollando appena sui tacchi. Le tre si voltano all’istante, bocche spalancate, lingue fuori, pronte.
«Venite qui» ringhio, voce roca, spezzata dal piacere.
Si avvicinano strisciando, si inginocchiano ai miei piedi. Due mi succhiano le palle, la terza prende la cappella in bocca. Le loro lingue sono ovunque: calde, bagnate, affamate. Sento il primo schizzo partire senza controllo – caldo, denso, abbondante – e lo sparo dritto in gola alla sconosciuta al centro, quella con i capelli rossi finti e il trucco colato. Geme mentre ingoia, ma non basta. Continuo a venire, fiotti potenti che le colpiscono il viso, le labbra, il mento, le tette finte. Le altre due leccano avidamente quello che cola, si baciano con la mia sborra in bocca, si spalmano il seme sulle guance come trucco.
Vengo ancora, e ancora, e ancora. Non riesco a fermarmi. È come se tutto il piacere accumulato in queste ore infinite mi stesse esplodendo fuori in un’unica, lunghissima liberazione. Le ginocchia tremano, i tacchi scivolano sul pavimento appiccicoso, ma tengo loro la testa ferma con entrambe le mani, pompando gli ultimi fiotti direttamente sulle loro lingue intrecciate.
Quando finalmente smetto, il cazzo mi pulsa ancora, sensibile da morire, ma svuotato. Mi appoggio al muro, respiro affannato, il petto che si alza e si abbassa. Loro rimangono lì in ginocchio, coperte di me, leccandosi a vicenda, gemendo piano come cuccioli sazi.
Il buio è ancora denso, l’odore ancora più pesante ora che c’è anche il mio seme ovunque. Non so quante ore sono passate. Non so quante volte sono venuta prima senza accorgermene, persa nell’onda continua di dominazione e desiderio.
So solo che ho finito.
Per stasera.
Ma il regno non chiude mai davvero.
Basta un passo indietro nei tacchi, un clic-clac nel buio, e ricomincerà tutto da capo.
Perché qui dentro… io non finisco mai.
Il buio della darkroom si è ormai svuotato di gemiti freschi. L’aria è pesante di tutto quello che è successo: fluidi secchi, sudore rappreso, profumo stantio di sesso che si attacca alla pelle. Io sono ancora lì in piedi, tacchi piantati nel pavimento appiccicoso, cazzo mezzo molle ma ancora sensibile, lucido di saliva e seme altrui. Ho perso il conto delle volte che sono venuta – schizzi silenziosi dentro buchi aperti, fiotti improvvisi in gole che non chiedevano permesso – ma il corpo vibra ancora, elettrico, insaziabile.
Poi la vedo.
Esce dall’ombra vicino alla tenda pesante della porta. Una crossdresser di una certa età – quarantacinque, forse cinquanta, ma tenuta con cura feroce. Elegante anche nel degrado: tailleur nero attillato che le segna i fianchi larghi, camicetta di seta sbottonata quel tanto da mostrare il décolleté finto ma perfetto, tacchi a spillo Louboutin consumati ma lucidati a specchio. Parrucca castano scuro con qualche filo grigio che non nasconde, trucco impeccabile ma segnato dalle ore: rossetto sbavato agli angoli, eyeliner colato in righe sottili come lacrime nere. Ha l’aria di chi ha visto troppe notti così, eppure cammina ancora con la dignità di una regina decaduta.
Mi guarda. Non implora con gli occhi. Mi fissa. Sa chi sono. Sa cosa ho fatto là dentro. E vuole l’ultima cosa.
Non dico niente. Mi limito a voltarmi e uscire, tacchi che riecheggiano nel corridoio umido. Sento i suoi passi dietro di me – più leggeri, più incerti, ma decisi. Fuori, il parcheggio è un rettangolo di asfalto freddo illuminato da un paio di lampioni gialli. L’aria notturna sa di benzina e pioggia vecchia. La mia macchina è lì, una berlina nera anonima, cofano ancora tiepido dal motore spento da poco.
Mi appoggio con la schiena alla portiera, apro le gambe quel tanto. Lei si avvicina lenta, tacchi che ticchettano sull’asfalto. Si ferma a un metro, mi guarda dal basso in alto – io sono più alta coi tacchi – e sussurra con voce roca, consumata dal fumo e dai gemiti:
«Un’ultima volta. Solo noi due. Qui fuori.»
Non rispondo con parole. Le afferro il polso, la tiro contro di me, la giro di forza e la spingo col petto sul cofano. Il metallo freddo le strappa un gemito. Le alzo la gonna del tailleur con un gesto secco – sotto ha solo un perizoma di pizzo nero, già bagnato. Le strappo via il tessuto con le unghie, lo butto per terra. Le spalanco le natiche con entrambe le mani, ci sputo sopra senza ritegno. Il mio cazzo, miracolosamente duro di nuovo dopo tutto quel casino, preme contro il suo buco.
Entro in un colpo solo. Fino in fondo. Lei urla piano, mani aperte sul cofano, unghie che graffiano la vernice. La scopo lì, in piedi, tenendola per i fianchi con una presa ferrea. Affondi lenti ma brutali, ogni spinta fa sobbalzare il suo corpo contro il metallo freddo. Sento il suo culo stringersi spasmodicamente, abituato a prendere ma ancora affamato. Le schiaffeggio una natica, poi l’altra, lasciando impronte rosse sulla pelle chiara.
«Prendilo tutto, troia elegante» le ringhio all’orecchio, mordendole il lobo. «Questa è l’ultima lezione della notte.»
Lei ansima, spinge indietro, mi cavalca con il culo mentre io la martello. Il rumore bagnato si mescola al sibilo del vento notturno. Dopo una decina di affondi violenti sento il mio orgasmo montare di nuovo – stavolta chiaro, inevitabile. Mi tiro fuori all’ultimo secondo, la giro di forza, la faccio inginocchiare sull’asfalto ruvido.
«Apri.»
Obbedisce subito. Bocca spalancata, lingua fuori, occhi lucidi che mi fissano. Schizzo forte, fiotti densi e caldi che le colpiscono le labbra, la lingua, il mento. Ne prendo un po’ con due dita, glielo spalmo sulle guance come rossetto supplementare. Lei geme, raccoglie quello che può con la lingua, ingoia avida.
Ma non ho finito.
La tiro su per i capelli, la bacio con violenza – lingua contro lingua, il mio seme che passa da una bocca all’altra. Lei mi restituisce il sapore di sé stessa misto al mio, succhia la mia lingua come se volesse berlo tutto. Ci baciamo così, sporchi, disperati, ingoiandoci a vicenda il residuo dell’orgasmo finché non resta più niente da dividere.
Quando ci stacchiamo, lei respira affannata, rossetto distrutto, trucco colato, ma sorride – un sorriso stanco, sazio, complice.
«Grazie» sussurra, voce rotta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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