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Mohamed 3: "I miei 4 uomini revised"


di Membro VIP di Annunci69.it LauraPullaTrav
24.01.2026    |    551    |    1 7.6
"Riconosciuta nel mio desiderio di una mascolinità quasi selvaggia, non estetica, non addomesticata..."
C’è qualcosa nei loro corpi che mi colpisce subito, prima ancora delle parole. È una mascolinità che non è costruita, non è addomesticata. Non nasce dall’idea di piacere, ma dal lavoro, dalla fatica, dal tempo passato a usare il corpo come strumento e non come ornamento. È esattamente quel tipo di presenza che ho sempre cercato negli uomini a cui mi sono concessa nel mio alter ego femminile: uomini che non chiedono di essere rassicurati, che non hanno bisogno di essere spiegati.
Sono tutti alti. Nessuno sotto il metro e ottanta. Mohamed sfiora l’1,85, gli altri lo superano appena o gli stanno accanto. Corpi pesanti, tra i novanta e i centodieci chili, non gonfi ma densi, come se ogni chilo avesse una funzione. Spalle larghe, schiene spesse, colli robusti. Sono uomini che occupano spazio senza sforzo, e lo spazio lo accetta.
La prima cosa che arriva non è l’immagine, ma l’odore. Un odore stratificato. Sudore asciugato sulla pelle dopo ore di lavoro sotto il sole, tessuti portati a lungo, intimo cambiato magari la mattina ma ormai impregnato di giornata. Non è sporco: è vissuto. Sale, ferro, polvere, pelle calda. Un sentore acre, maschile, che resta basso, persistente, e che mi prende alla gola prima ancora che io decida se respirare più a fondo. È quell’odore che mi fa perdere lucidità, perché non chiede consenso: esiste.
Mohamed lo so già. Il suo corpo è compatto, compatto davvero. Torace pieno, pancia appena accennata, dura sotto la maglietta. Le braccia sono grosse, venate, pelose fino ai polsi. I peli sono ovunque: petto, spalle, schiena, cosce. Scuri, fitti, senza ordine. La barba è nera, spessa, tagliata male, come se fosse solo contenuta, non curata. I capelli corti, ispidi, già spruzzati di grigio. Quando mi porge il bicchiere, le sue dita callose sfiorano le mie e restano lì un istante in più del necessario. La pelle è calda, ruvida, viva. Quando ritiro la mano, mi resta addosso il suo odore: sudore maschile mescolato a tabacco e stoffa usata, qualcosa di quasi amaro che mi resta sulle dita.
Il primo dei coinquilini è ancora più massiccio. Supera i cento chili con naturalezza. Ha una pancia solida, non molle, e cosce enormi che tendono i jeans. Il petto è completamente coperto di peli, che sbucano dal colletto della maglietta come se volessero uscire. I piedi sono grandi, pesanti, infilati in sandali consumati. Quando passa vicino sento l’odore che sale dal basso, un misto di cuoio, sudore trattenuto, calore. Non è piacevole in senso comune. È eccitante perché è reale. Il suo avambraccio mi sfiora la schiena, lento, senza fretta. Non si scusa. Non si ritrae. È come se il suo corpo desse per scontato il contatto.
Il secondo è più asciutto, ma non meno virile. Intorno ai novantacinque chili, tutto distribuito in muscoli elastici. Le mani sono enormi, dita spesse, unghie corte. Mani da lavoro, non da carezza, ed è proprio questo a renderle magnetiche. Quando versa da bere, il bicchiere mi arriva alle labbra prima che lui lo lasci andare. Sento il freddo del vetro, ma anche il suo odore che mi arriva al naso: sudore pulito, pelle, una nota più acida che mi resta sul palato più a lungo della bevanda. La barba è folta, irregolare, e quando mi parla da vicino sento il respiro caldo, denso, intriso di giornata.
Il terzo è il più silenzioso, ma non il meno imponente. È largo di spalle, schiena piena, collo spesso. I capelli più lunghi, ondulati, tenuti indietro senza cura. I peli gli coprono le braccia come una seconda pelle. Si muove lentamente, con una sicurezza che nasce dalla consapevolezza della propria forza. Quando mi passa accanto, la mano mi sfiora il fianco per orientarsi. Un tocco minimo, ma preciso. Di lui sento un odore più profondo, che arriva dopo: caldo, scuro, persistente, come l’intimo che trattiene il corpo anche dopo che il corpo si è fermato.
Tutti e quattro portano addosso la stessa assenza. Mogli lontane, letti condivisi solo nei ricordi, corpi maschili costretti a stare tra uomini. Nei loro odori, nella loro presenza fisica, questa mancanza diventa tensione silenziosa. Non c’è aggressività. C’è accumulo. E io lo sento, lo riconosco, perché è la stessa tensione che mi attraversa quando entro nel mio alter ego femminile: il bisogno di qualcosa di concreto, di non mediato, di profondamente corporeo.
I loro sguardi non mi spogliano. Mi misurano. Come si misura qualcosa che conta. Ogni gesto quotidiano — un bicchiere passato lentamente, una sedia spostata troppo vicino, un corpo che occupa più spazio del necessario — diventa carico di significato. Gli odori si mescolano nell’aria, sudore, pelle, stoffa, piedi stanchi, creando una presenza quasi tangibile che mi avvolge e mi calma allo stesso tempo.
In mezzo a loro non mi sento fragile. Mi sento riconosciuta. Riconosciuta nel mio desiderio di una mascolinità quasi selvaggia, non estetica, non addomesticata. Uomini che non hanno paura del proprio corpo e che, proprio per questo, non lo ostentano.
In quella stanza capisco che il mio alter ego non è una fuga, ma una verità. E che davanti a uomini così, così profondamente uomini, non ho bisogno di spiegarmi. Posso semplicemente stare. Respirare quell’aria densa. Lasciare che siano i dettagli — un odore che resta sulle mani, un contatto che dura un secondo in più — a dire tutto il resto.
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