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Mohamed 3: "I miei 4 uomini"
LauraPullaTrav
23.01.2026 |
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"Tutti e quattro condividono la stessa origine: lo stesso lavoro, la stessa stanchezza addosso, la stessa assenza che pesa..."
C’è qualcosa nei loro corpi che mi colpisce subito, prima ancora delle parole. È una mascolinità che non è costruita, non è addomesticata. Non nasce dall’idea di piacere, ma dal lavoro, dalla fatica, dal tempo passato a usare il corpo come strumento e non come ornamento. È esattamente quel tipo di presenza che ho sempre cercato negli uomini a cui mi sono concessa nel mio alter ego femminile: uomini che non chiedono di essere rassicurati, che non hanno bisogno di essere spiegati.Mohamed lo so già. Il suo corpo è compatto, forte, segnato da una forza trattenuta. Spalle larghe, torace pieno, braccia che sembrano fatte per sollevare, contenere, sostenere. Quando mi porge il bicchiere — un gesto semplice, quasi automatico — le sue dita sfiorano le mie e restano lì un istante in più del necessario. Non è un errore. Non è una distrazione. È come se quel contatto fosse una verifica silenziosa: sei reale. La sua pelle è calda, asciutta, ruvida al punto giusto. Quando ritiro la mano, sento ancora il punto preciso dove mi ha toccata.
Il primo dei coinquilini è ancora più imponente. È grande in modo quasi arcaico. Il ventre non è piatto, ma solido; le cosce forti, piantate a terra. I peli scuri coprono il petto e salgono fino al collo, senza alcuna preoccupazione di ordine. Quando passa dietro di me per raggiungere il tavolo, lo spazio si riduce. Il suo avambraccio mi sfiora la schiena, lento, deliberato. Non chiede scusa. Non accelera. È un contatto breve, ma sufficiente a farmi sentire la sua presenza come una pressione costante.
Il secondo ha una fisicità più fluida, ma non meno maschile. È meno massiccio, ma più elastico, come se ogni muscolo fosse abituato a reagire. Le sue mani sono grandi, segnate, mani che raccontano storie di fatica quotidiana. Quando versa da bere, inclina il bicchiere con cura e lo avvicina alle mie labbra prima ancora di lasciarlo andare, come se per un attimo stesse decidendo se trattenere quel gesto o concederlo. La sua barba è folta, disordinata, e incornicia una bocca che parla poco ma osserva molto. Nei suoi occhi sento una fame diversa: non impaziente, ma profonda.
Il terzo è quello che mi sorprende di più. È il più silenzioso, ma il suo corpo parla per lui. È largo di spalle, con una schiena che sembra fatta per proteggere. I suoi movimenti sono controllati, quasi lenti, come se sapesse esattamente quanta forza possiede e non avesse bisogno di mostrarla. Quando mi passa accanto, la sua mano sfiora appena il mio fianco, come per orientarsi nello spazio. È un tocco minimo, quasi educato, ma così consapevole da risultare più intenso di un gesto dichiarato.
Tutti e quattro condividono la stessa origine: lo stesso lavoro, la stessa stanchezza addosso, la stessa assenza che pesa. Mogli lontane, vite sospese, desideri messi in pausa troppo a lungo. Nei loro corpi questa mancanza non diventa frustrazione, ma tensione. Una tensione che riconosco subito, perché è la stessa che mi muove quando entro nel mio alter ego femminile: il bisogno di qualcosa di vero, fisico, non mediato.
Io sento i loro sguardi su di me come si sente il caldo sulla pelle. Non mi consumano. Mi avvolgono. Ogni gesto quotidiano — un bicchiere passato di mano in mano, una sedia spostata, un corpo che si avvicina per parlare — diventa carico di significato. Non c’è fretta, non c’è aggressività. C’è un’intesa animale, sì, ma anche una forma di rispetto primitivo: io sono donna, loro sono uomini, e questo basta a creare un campo magnetico in cui ogni minimo contatto pesa.
In mezzo a loro non mi sento fragile. Mi sento riconosciuta nel mio desiderio di mascolinità quasi selvaggia, quella che non chiede permesso per esistere ma sa fermarsi quando serve. È questo che ho sempre cercato: uomini che non abbiano paura della propria forza e che, proprio per questo, sappiano contenerla.
In quella stanza capisco che il mio alter ego non è una fuga, ma una verità. E che davanti a quattro uomini così, così profondamente uomini, non ho bisogno di recitare nessuna parte. Posso semplicemente stare. E lasciare che siano i gesti minimi — un tocco che dura un secondo in più, un bicchiere passato lentamente — a dire tutto il resto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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