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Vittorio, il muratore – Il centro della scena
LauraPullaTrav
16.04.2026 |
2.406 |
2
"Vittorio ogni tanto tornava a cercare i miei occhi, come a ricordarmi che tutto partiva da lui..."
Dopo quella mattina nel garage, il pensiero di Vittorio non mi lasciava più. Non era solo attrazione: era qualcosa di più profondo, un misto di attesa e controllo che mi teneva sospesa, come se stessi entrando in un gioco le cui regole non erano mai state dette, ma che ormai conoscevo.Passarono due giorni senza sentirlo.
Poi, all’improvviso, il telefono squillò.
“Laura.”
La sua voce bastò.
“Domani sera ho una partita con i colleghi… spogliatoi dietro il campo.”
Una pausa.
“Se vieni… vieni per tutti.”
Il cuore accelerò.
“Lo so.”
“Bene. Non farmi aspettare.”
E riattaccò.
La sera dopo arrivai prima. Le luci del campo illuminavano a intermittenza il parcheggio, mentre le voci degli uomini rimbalzavano nell’aria.
Mi fermai vicino agli spogliatoi, nell’ombra.
Aspettai.
Quando la partita finì, li sentii arrivare prima ancora di vederli. Risate, passi pesanti, quell’energia tipica di chi ha appena scaricato tensione.
Entrarono uno dopo l’altro.
Poi lui.
Vittorio si fermò sulla soglia. Mi guardò. Un cenno appena accennato.
Entrai.
L’aria cambiò subito.
Non c’era bisogno di spiegazioni.
Gli sguardi si posarono su di me uno alla volta, senza fretta.
E io li vidi davvero.
Marco, giovane, teso, curioso, ancora con il respiro corto.
Salvo, compatto, istintivo, con una presenza immediata.
Gennaro, grande, lento, come se nulla potesse sorprenderlo.
Luca, silenzioso, occhi attenti, sempre in controllo.
Antonio, irrequieto, vivo, incapace di stare fermo.
Franco, più maturo, solido, con uno sguardo fermo e consapevole.
E Vittorio.
Sempre al centro.
Sempre il riferimento.
Mi si avvicinò per primo. Mi sfiorò il viso con la mano, lenta, decisa. Quel gesto bastò a rompere ogni distanza.
Gli altri si mossero.
Non insieme, non in modo caotico. Ognuno con il proprio ritmo, come se seguissero una regola silenziosa.
Io ero lì.
Al centro.
Non solo dello spazio, ma dell’attenzione, dell’energia, di quel momento sospeso tra controllo e istinto.
Sentivo gli sguardi, la vicinanza, il peso di quella presenza collettiva che non era aggressiva, ma intensa, piena.
Vittorio ogni tanto tornava a cercare i miei occhi, come a ricordarmi che tutto partiva da lui.
E io non mi tiravo indietro.
Il tempo sembrava rallentare. I movimenti diventavano più lenti, più consapevoli. Ogni gesto aveva un significato, ogni distanza accorciata era una scelta.
Non c’era bisogno di parole.
Solo presenza.
Solo tensione.
Solo quel senso di essere completamente dentro qualcosa che non avevo mai vissuto prima.
Quando tutto iniziò a sciogliersi, lo spogliatoio tornò lentamente alla realtà. Le luci, le panche, il rumore lontano dell’acqua.
I respiri si calmarono.
Uno alla volta si allontanarono, senza fretta.
Marco abbassò lo sguardo con un sorriso quasi incredulo.
Salvo si passò una mano tra i capelli, soddisfatto.
Gennaro annuì piano, come se tutto fosse stato esattamente come previsto.
Luca rimase in silenzio, ma i suoi occhi parlavano chiaro.
Antonio accennò una risata leggera, più morbida di prima.
Franco fece un cenno lento, carico di approvazione.
Vittorio fu l’ultimo.
Si avvicinò ancora, guardandomi dritto negli occhi.
“Non succede spesso,” disse piano.
Gli altri, ormai verso l’uscita, si fermarono un attimo.
“Una così… no davvero,” aggiunse Antonio, scuotendo la testa.
“Ci voleva,” disse Salvo.
Gennaro fece un mezzo sorriso. “Da tempo.”
Franco annuì. “Sei stata all’altezza.”
Marco mi guardò ancora, quasi stupito.
Luca non disse nulla, ma restò un secondo in più degli altri.
Poi uscirono.
Uno dopo l’altro.
La porta si richiuse lentamente.
E nel silenzio che rimase, capii che quella notte non era stata solo un momento.
Era stata una soglia.
E io l’avevo attraversata
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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