QUANDO QUALCUNO MI CHIESE COSA SENTIVO IO
Molte volte si pensa che una crossdresser cerchi soltanto sesso.
È un pensiero facile, quasi automatico. Una gonna, un paio di tacchi, il trucco sul viso, e per qualcuno tutto diventa immediatamente un invito.
Ma dietro quei vestiti può esserci una persona che desidera esattamente ciò che desiderano tutti: essere guardata negli occhi, essere rispettata, essere aspettata. Essere amata.
Io, per molto tempo, ho cercato questo.
Ho incontrato uomini che volevano Nicole, ma spesso volevano soltanto quello che immaginavano di poter ottenere da lei. Guardavano il mio corpo, fantasticavano, facevano domande sui loro desideri.
Quasi nessuno, però, mi chiedeva:
“E tu? Tu cosa provi?”
Questa domanda mi è mancata più di qualsiasi carezza.
Perché anch’io volevo provare piacere, certo, ma prima ancora volevo sentirmi importante per qualcuno. Volevo un uomo capace di telefonarmi senza avere necessariamente un secondo fine, uno che avesse voglia di ascoltare la mia voce anche quando non ero truccata, quando non indossavo una gonna, quando ero semplicemente io.
Poi arrivò Michele.
Era il 10 settembre 2014.
Ricordo quella giornata come si ricordano certe fotografie che non hanno bisogno di essere stampate: rimangono ferme nella memoria, con i colori, i rumori e perfino l'aria di quel momento.
Quando incontrai Michele rimasi affascinata soprattutto dal suo comportamento.
Era gentile.
Una gentilezza naturale, senza quella curiosità insistente che avevo imparato a riconoscere negli altri.
Quel giorno indossavo una gonna lunghissima. Eppure ebbi subito la sensazione che Michele non stesse parlando con una gonna.
Stava parlando con me.
In quel periodo mi stavo appassionando sempre di più a quella parte della mia vita. Mi piaceva viverla con maggiore serenità, senza dover continuamente spiegare chi fossi o perché avessi scelto di presentarmi così.
Ci presentammo, parlammo e, come spesso accade quando due persone sentono immediatamente una certa sintonia, ci scambiammo i numeri di telefono.
Da quel momento successe qualcosa di strano e bellissimo.
La notte diventava giorno e il giorno sembrava troppo corto.
Avevamo sempre qualcosa da raccontarci.
Una telefonata ne chiamava un'altra. Un messaggio sembrava non bastare mai. Bastava salutarci e, dopo poco, nasceva nuovamente la voglia di sentirsi.
Non era ancora amore.
O forse lo era già e noi non avevamo avuto il coraggio di chiamarlo con il suo nome.
Poi Michele mi invitò a cena a Monopoli.
Niente incontri nascosti.
Niente appuntamenti consumati nella fretta.
Una cena.
Una cosa normalissima.
Ed è proprio quella normalità che ancora oggi ricordo come qualcosa di straordinario.
Entrammo in un bel ristorante, ci sedemmo uno davanti all'altra e mangiammo tranquillamente. Parlavamo, ci guardavamo, ogni tanto partiva una piccola risata.
Per una sera non sentii il bisogno di domandarmi che cosa pensassero gli altri.
Davanti a me avevo Michele.
E Michele vedeva me.
La serata continuò fino a tardi. Erano quasi le due di notte quando mi accompagnò a casa.
Ricordo quelle risatine stupide che vengono quando si è stanchi ma non si vorrebbe ancora salutare l'altra persona.
Arrivammo davanti casa.
Avremmo potuto dirci semplicemente buonanotte.
Invece rimanemmo ancora qualche minuto.
Come se nessuno dei due volesse essere il primo a chiudere quella giornata.
Il giorno dopo Michele tornò a prendermi.
Questa volta partimmo per Fasano.
Zoosafari, Fasanolandia, una giornata intera trascorsa quasi come due ragazzini. Ridevamo, scherzavamo, camminavamo e dimenticavamo l'orologio.
Non dovevo interpretare Nicole.
Potevo essere Nicole.
Questa fu la differenza.
La sera arrivò quasi senza che ce ne accorgessimo.
Eravamo distrutti dalla stanchezza e prendemmo una camera in albergo.
E quella notte accadde qualcosa che per me fu molto più importante di qualsiasi gesto fisico.
Mi sentii al sicuro accanto a lui.
Non sentivo di dovergli dimostrare niente.
Non dovevo essere provocante.
Non dovevo soddisfare un'immagine che qualcun altro si era costruito di me.
Potevo semplicemente stargli vicino.
E credo che proprio lì compresi una cosa che avevo cercato per tanto tempo senza riuscire a darle un nome.
Mi ero innamorata.
E anche Michele si era innamorato di me.
Da quel momento iniziò la nostra storia.
Non voglio trasformarla in una favola, perché le favole appartengono ai libri. La nostra apparteneva alla vita vera: telefonate, giornate insieme, piccoli contrasti, risate, nostalgia quando eravamo lontani e quella meravigliosa abitudine di sapere che da qualche parte esisteva una persona che pensava a te.
Michele mi aveva regalato qualcosa che nessun vestito avrebbe mai potuto darmi.
Mi aveva fatto sentire donna senza chiedermi di dimostrarlo.
Mi aveva fatto capire che potevo essere amata non per ciò che indossavo, ma per quello che avevo dentro.
Poi arrivò il Covid.
E come ha fatto con tante famiglie, tanti amori e tante vite, entrò senza chiedere permesso.
Michele se ne andò.
Ancora oggi faccio fatica a mettere queste parole una accanto all'altra.
Perché alcune persone muoiono, ma certi giorni continuano a vivere.
Per me il 10 settembre 2014 continua a esistere.
Esiste quella gonna lunghissima.
Esiste il telefono che cominciò a squillare sempre più spesso.
Esiste quella cena a Monopoli.
Esistono le due di notte, le nostre piccole risate, Fasanolandia, lo Zoosafari e quella camera d'albergo dove capii che qualcuno finalmente non desiderava soltanto Nicole.
Desiderava che Nicole fosse felice.
Forse è questa la cosa che vorrei dire a chi pensa che una crossdresser cerchi necessariamente sesso.
Dietro un vestito può esserci un'anima che sta cercando amore.
Io quell'amore l'ho trovato una volta.
Si chiamava Michele.
E anche se il Covid me lo ha portato via, non potrà portarmi via il giorno in cui qualcuno, finalmente, guardò oltre la mia gonna e vide me.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per QUANDO QUALCUNO MI CHIESE COSA SENTIVO IO:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
