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HO SCELTO DI NON ABBANDONARE UNO SCONOSCIUTO


di TsNickla
22.10.2026    |    40    |    1 8.0
"E se per questo ho perso un incontro, non ho perso nulla che valesse più di una vita umana..."
NIKA – QUELLA NOTTE AVREI DOVUTO ESSERE SUA. INVECE HO SCELTO DI NON ABBANDONARE UNO SCONOSCIUTO ❤️

Ci sono serate che immagini in un modo e che la vita decide di farti vivere in maniera completamente diversa.

Serate nelle quali prepari ogni particolare, scegli cosa indossare, ti guardi allo specchio e sogni di essere desiderata, accarezzata, amata, anche soltanto per qualche ora.

E poi accade qualcosa.

Qualcosa che cambia tutto.

Oggi voglio raccontarvi una di quelle esperienze che non si dimenticano facilmente. Una serata nella quale sono uscita di casa come Nika, desiderosa di vivere la mia femminilità, e sono tornata con gli occhi pieni di lacrime e il cuore profondamente cambiato.

Avevo deciso di uscire a Bari.

Non era una decisione semplice. Per una crossdresser come me, attraversare la porta di casa vestita da donna significa affrontare tante piccole paure. Gli sguardi delle persone, il timore di essere riconosciuta, la possibilità di sentirsi giudicata.

Ma quella sera avevo voglia di vivere.

Avevo voglia di essere Nika, senza nascondermi.

Mi ero preparata con cura.

Avevo scelto un vestito chiaro, abbastanza corto da farmi sentire femminile, una cintura nera che segnava il punto vita, i capelli lunghi e scuri che mi cadevano sulle spalle. Avevo dedicato tempo al trucco, soprattutto agli occhi, perché desideravo che il mio sguardo raccontasse qualcosa di me.

Mi ero osservata a lungo nello specchio.

Non cercavo la perfezione.

Cercavo soltanto quella donna che, per tanto tempo, avevo tenuto nascosta.

E quella sera era lì, davanti a me.

Ero Nika.

Avevo conosciuto un uomo attraverso Annunci69. Da qualche tempo ci scambiavamo messaggi. Le nostre conversazioni erano diventate sempre più confidenziali, più intime. Lui conosceva la mia condizione di crossdresser e sembrava non avere alcun problema.

Anzi, mi diceva che desiderava incontrarmi proprio così.

Come Nika.

Avevamo deciso di prendere un caffè, guardarci negli occhi e capire se quella complicità nata dietro uno schermo potesse diventare qualcosa di reale.

Non voglio nasconderlo: desideravo quell'incontro.

Desideravo sentirmi corteggiata.

Desideravo la vicinanza di un uomo.

E, se ci fossimo piaciuti, desideravo anche lasciarmi andare all'intimità.

Per una volta non volevo pensare a niente.

Soltanto vivere.

Ci incontrammo in un bar.

Lui arrivò puntuale. Mi salutò con un sorriso, mi guardò dalla testa ai piedi e mi disse che ero più bella di quanto immaginasse.

Arrossii.

Ci sedemmo, ordinammo due caffè e cominciammo a parlare.

All'inizio ero emozionata, quasi impacciata. Poi mi rilassai. Mi sentivo osservata, desiderata, femminile.

Dopo il caffè passeggiammo un poco.

A un certo punto lui mi sfiorò la mano.

Non la ritirai.

Mi domandò se avessi voglia di andare in albergo.

Lo guardai negli occhi.

Sorrisi.

E dissi di sì.

Non avevo bisogno di inventare scuse. Ero adulta, consapevole di ciò che desideravo. Quella sera avevo scelto liberamente di vivere un momento di intimità con un uomo che mi piaceva.

Arrivammo in albergo.

Lui si avvicinò alla reception per occuparsi della camera, mentre io rimasi qualche passo indietro.

Fu allora che lo vidi.

Un uomo.

Non saprei dire quanti anni avesse. Forse una sessantina, forse qualcuno di più.

Era seduto su una poltrona nell'atrio, leggermente piegato in avanti.

Aveva le mani appoggiate sulle ginocchia.

Ma furono i suoi occhi a colpirmi.

Guardavano davanti a sé, senza sembrare vedere nulla.

Uno sguardo perso.

Vuoto.

Come quello di una persona che si trova in un luogo sconosciuto e non riesce più a capire perché sia lì.

All'inizio pensai che fosse soltanto stanco.

Magari aspettava qualcuno.

Magari aveva ricevuto una brutta notizia.

Poi notai qualcosa che mi fece fermare.

L'uomo sembrava voler dire qualcosa, ma non riusciva a trovare le parole.

Si guardava intorno, confuso.

Nessuno gli prestava particolare attenzione.

Il mio accompagnatore tornò verso di me.

«Andiamo, Nika?»

Non risposi subito.

Continuavo a guardare quell'uomo.

«Aspetta un momento. Quel signore non mi sembra stare bene.»

Lui si voltò appena.

«Ma dai, sarà ubriaco oppure avrà qualche problema suo. Che te ne importa?»

Quelle parole mi fecero male.

Non perché fossero rivolte a me.

Ma perché erano rivolte, con tanta indifferenza, a una persona che forse aveva bisogno di aiuto.

«Voglio soltanto chiedergli se sta bene.»

Lui sbuffò.

«Nika, siamo venuti qui per stare insieme. Non per occuparci degli sconosciuti.»

Lo guardai.

«Lo so. Ma prima voglio essere sicura che quel signore non abbia bisogno di qualcuno.»

Mi avvicinai lentamente alla poltrona.

Mi abbassai un poco per guardarlo negli occhi.

«Buonasera, signore. Mi scusi se la disturbo. Va tutto bene?»

L'uomo alzò lo sguardo.

Mi fissò.

Aprì la bocca, ma non rispose.

«Sta aspettando qualcuno?»

Silenzio.

«Si sente male?»

Mi guardò ancora.

Poi pronunciò alcune parole confuse.

Non riuscivo a capire.

Sentii un brivido.

Non era lo sguardo di una persona semplicemente distratta.

Era uno sguardo di smarrimento.

Di paura.

Come se quell'uomo avesse perso improvvisamente il filo della propria vita.

Mi voltai verso il mio accompagnatore.

«Per favore, chiama qualcuno della reception.»

Lui si innervosì.

«Ma sei seria? Adesso dobbiamo perdere la serata per questo?»

«Non lo so che cosa abbia. Proprio per questo bisogna aiutarlo.»

«Io non sono venuto qui per fare il soccorritore.»

Mi alzai.

E dissi una frase che, ripensandoci, rifarei mille volte.

«Prima aiutiamo lui. Poi, se vorrai, penseremo a noi.»

Lui mi guardò con fastidio.

«Sai che ti dico? Lascia perdere. Non ho voglia di queste storie.»

Mi disse altre parole poco gentili, poi se ne andò.

Rimasi lì.

Con il mio vestito chiaro, i capelli lunghi, il trucco preparato con tanta cura e una serata che, in pochi minuti, aveva preso una direzione completamente diversa.

Avrei potuto rincorrerlo.

Avrei potuto chiedergli di aspettare.

Avrei potuto voltarmi dall'altra parte, convincendomi che non fosse un problema mio.

Ma guardai di nuovo quell'uomo.

Era ancora seduto.

Ancora perso.

E capii che non potevo lasciarlo solo.

Mi avvicinai alla reception.

«Mi scusi, credo che quel signore abbia bisogno di assistenza. È molto confuso, non riesce a rispondere alle domande. Potete chiamare subito il 118?»

Il responsabile dell'albergo si avvicinò.

Anche lui si rese conto che qualcosa non andava.

Furono chiamati i soccorsi.

Qualcuno cercò di parlare con l'uomo, di capire come si chiamasse, se avesse un familiare da contattare.

Io rimasi accanto a lui.

Gli parlavo piano.

«Non si preoccupi. Adesso arriva qualcuno ad aiutarla.»

Non sapevo se comprendesse le mie parole.

Ma speravo che almeno la mia voce gli arrivasse.

A un certo punto allungai la mano.

Lui la guardò.

Poi, lentamente, appoggiò la sua sulla mia.

La strinsi.

E sentii un nodo alla gola.

Non conoscevo quell'uomo.

Non sapevo il suo nome.

Non sapevo da dove venisse.

Ma in quel momento sentii che aveva bisogno di una cosa semplicissima.

Non essere lasciato solo.

Arrivò anche una pattuglia della Polizia.

Gli agenti cominciarono a raccogliere informazioni e cercarono di capire che cosa fosse accaduto.

Uno di loro mi chiese i documenti.

Aprii la borsetta e consegnai la carta d'identità con assoluta tranquillità.

Naturalmente, sul documento compariva il mio nome anagrafico e la fotografia di me senza parrucca e senza trucco.

L'agente guardò il documento.

Poi guardò me.

Io sorrisi appena.

«Se è necessario, posso anche struccarmi per il riconoscimento.»

Lui rispose con semplicità:

«Non ce n'è bisogno, grazie.»

Fu una frase normalissima.

Eppure, per me, ebbe un significato enorme.

Ero lì, vestita da donna, davanti a degli agenti di Polizia.

Non stavo cercando di nascondermi.

Non stavo facendo nulla di cui vergognarmi.

Avevo soltanto aiutato una persona.

E nessuno mi fece sentire sbagliata.

Gli agenti proseguirono gli accertamenti.

Dalle informazioni che riuscirono a raccogliere emerse che quell'uomo era un insegnante.

Un uomo abituato, probabilmente, a spiegare, a parlare, a rispondere alle domande degli studenti.

E quella sera, invece, sembrava non riuscire neppure a spiegare dove si trovasse.

Questa cosa mi colpì profondamente.

Pensai a quante volte, nella vita, diamo per scontato tutto.

La memoria.

Le parole.

La capacità di tornare a casa.

Il riconoscere un volto.

Il sapere chi siamo.

E quanto possa essere terribile perdere improvvisamente anche soltanto una di queste certezze.

Quando arrivarono l'ambulanza e il personale sanitario, mi spostai per lasciarli lavorare.

Il medico valutò la situazione e gli infermieri si occuparono di lui.

Si parlava di un possibile problema neurologico, di un'improvvisa alterazione della memoria. Solo gli accertamenti ospedalieri avrebbero potuto chiarirne la causa.

Io non capivo molto di medicina.

Capivo soltanto che quell'uomo aveva bisogno di cure.

Prima che lo portassero via, mi avvicinai ancora.

Gli presi delicatamente la mano.

«Vedrà che adesso la aiuteranno.»

Non so se mi riconobbe.

Non so neppure se ricordasse che ero rimasta accanto a lui.

Ma per un istante mi sembrò che stringesse leggermente le dita.

Forse fu soltanto una mia impressione.

Eppure mi commossi.

Un infermiere mi spiegò che lo avrebbero portato al Policlinico di Bari.

Guardai l'ambulanza allontanarsi.

E rimasi immobile.

La serata era finita.

L'uomo che avevo incontrato su Annunci69 se n'era andato.

La camera d'albergo non mi interessava più.

Il desiderio che mi aveva accompagnata per tutto il pomeriggio sembrava appartenere a un'altra vita.

Avrei potuto tornare a casa.

Togliermi i tacchi.

Struccarmi.

Riporre il vestito nell'armadio.

E raccontare a me stessa che avevo fatto abbastanza.

Ma continuavo a pensare a quel signore.

Alla sua mano.

Ai suoi occhi.

Alla paura che forse stava vivendo.

Così presi una decisione.

Andai al Policlinico.

Presi l'autobus.

Ero ancora vestita da donna.

Con la parrucca, il trucco, il vestito e la borsetta.

Salendo, mi accorsi che qualcuno mi guardava.

In un altro momento mi sarei sentita in imbarazzo.

Avrei abbassato gli occhi.

Avrei cercato di nascondere il viso dietro i capelli.

Quella sera, invece, non mi importava.

Avevo un solo pensiero.

Sapere se quell'uomo fosse arrivato in ospedale e se stesse ricevendo le cure necessarie.

Durante il tragitto guardavo le luci della città scorrere oltre il finestrino.

Pensavo al mio accompagnatore.

Alle sue parole.

«Che te ne importa?»

E mi domandavo quando fossimo diventati così indifferenti.

Quando avessimo cominciato a considerare il dolore degli altri una perdita di tempo.

Quando un appuntamento, un desiderio, una serata programmata fossero diventati più importanti di una persona in difficoltà.

Non giudicavo il desiderio.

Non rinnegavo ciò che avevo voluto vivere.

Anch'io avevo bisogno di affetto, di carezze, di sentirmi donna tra le braccia di un uomo.

Ma c'è un momento nel quale bisogna scegliere.

E quella sera avevo scelto.

Arrivai al pronto soccorso.

Entrai con un po' di timore.

Mi rivolsi al personale, spiegando che avevo assistito un signore soccorso poco prima in un albergo e trasportato lì in ambulanza.

Naturalmente non ero una familiare.

Non avevo diritto a conoscere la sua situazione clinica.

Non pretendevo informazioni riservate.

Volevo soltanto sapere se fosse possibile lasciare un messaggio, nel caso avesse avuto bisogno di qualcosa.

Mi dissero di attendere.

Mi sedetti.

Intorno a me c'erano persone stanche, familiari preoccupati, uomini e donne che aspettavano notizie.

Qualcuno piangeva.

Qualcuno camminava avanti e indietro.

Qualcuno fissava il pavimento.

Io ero lì.

Una crossdresser con il vestito scelto per un appuntamento intimo.

In mezzo a persone che vivevano una notte completamente diversa dalla mia.

Eppure, in quel momento, non mi sentivo fuori posto.

Mi sentivo semplicemente una persona tra altre persone.

Passò del tempo.

Non saprei dire quanto.

Poi, a un certo punto, vidi passare una carrozzina.

Alzai lo sguardo.

Era lui.

L'insegnante.

Lo riconobbi immediatamente.

Era accompagnato dal personale sanitario e appariva più tranquillo, anche se ancora provato.

Non sapevo quali accertamenti avesse fatto, né quali cure lo attendessero.

Ma vederlo assistito, seduto, con qualcuno accanto, mi diede un sollievo immenso.

Mi portai una mano alla bocca.

Sentii gli occhi riempirsi di lacrime.

Non erano lacrime di tristezza.

Erano lacrime di sollievo.

Mi alzai appena.

Non volli disturbare.

Non volli fermare la carrozzina.

Non volli pretendere un ringraziamento.

Lo guardai passare.

E dentro di me sussurrai:

«Forza, professore. Ce la faccia.»

Fu in quel momento che compresi davvero che cosa avevo vissuto.

Ero uscita di casa desiderando di appartenere, per qualche ora, a un uomo.

Avevo immaginato le sue mani sulle mie.

Le sue labbra.

La dolcezza di essere desiderata.

Avevo preparato il mio corpo e il mio cuore per una notte di intimità.

Ma la vita mi aveva messo davanti un altro uomo.

Un uomo che non mi aveva corteggiata.

Che non conosceva il mio nome.

Che non sapeva nulla di Nika.

Un uomo che non aveva bisogno della mia bellezza, del mio vestito o della mia femminilità.

Aveva bisogno soltanto che qualcuno si fermasse.

E io mi ero fermata.

Ripensai alla mano che avevo stretto nell'atrio dell'albergo.

Una mano sconosciuta.

Una mano che, forse, in quel momento non sapeva neppure dove si trovasse.

E mi accorsi che quella stretta mi aveva regalato qualcosa che non avevo cercato.

Una forma diversa di intimità.

Quella che nasce quando due esseri umani si incontrano nella fragilità.

Senza secondi fini.

Senza aspettarsi nulla.

Soltanto perché uno ha bisogno e l'altro decide di esserci.

Quando uscii dall'ospedale, l'aria della sera mi sfiorò il viso.

Il trucco non era più perfetto.

Gli occhi erano lucidi.

I piedi mi facevano male.

Ero stanca.

Mi guardai per un istante nel riflesso di una vetrata.

Vidi una donna con i capelli scuri, un vestito chiaro e un'espressione diversa da quella che aveva poche ore prima.

Non ero la Nika emozionata che si era preparata davanti allo specchio per incontrare un uomo.

Ero una Nika che aveva scoperto di poter affrontare gli sguardi della gente, parlare con la Polizia senza vergognarsi, salire su un autobus vestita da donna, entrare in un pronto soccorso e rimanere accanto a uno sconosciuto.

Non avevo più paura di essere vista.

Perché quella sera avevo capito che essere me stessa non toglieva nulla alla mia dignità.

Anzi.

Mi permetteva di vivere senza fingere.

Non so se rivedrò mai quell'insegnante.

Non so se ricorderà il mio volto.

Forse, quando starà meglio, non saprà neppure che una crossdresser si è fermata accanto a lui mentre altri proseguivano per la propria strada.

E va bene così.

Non ho bisogno che lo sappia.

Non ho bisogno di essere ringraziata.

Mi basta sapere di non aver voltato lo sguardo.

Quanto all'uomo con il quale avevo appuntamento, non provo rancore.

Semplicemente, quella sera abbiamo mostrato due modi molto diversi di guardare la vita.

Lui voleva una notte con me.

Io desideravo quella notte.

Ma davanti a un essere umano in difficoltà, il mio desiderio poteva aspettare.

E se per questo ho perso un incontro, non ho perso nulla che valesse più di una vita umana.

Oggi voglio dire una cosa a chi legge i miei racconti.

Sono una crossdresser.

Mi piace vestirmi da donna.

Mi piace sentirmi bella, desiderata, femminile.

Ho i miei desideri, le mie fantasie, le mie fragilità.

Non chiedo a tutti di capirmi.

Ma non voglio più vergognarmi di essere Nika.

Perché sotto un vestito, dietro una parrucca, oltre il trucco e i tacchi, esiste una persona.

Una persona capace di amare, soffrire, commuoversi e tendere la mano.

E quella sera, mentre stringevo le dita di un uomo sconosciuto, non mi sono chiesta se fossi abbastanza donna.

Non mi sono chiesta che cosa pensassero gli altri di me.

Non mi sono chiesta se il mio accompagnatore sarebbe tornato.

Mi sono chiesta soltanto:

«Se fossi io, seduta su quella poltrona, smarrita e incapace di chiedere aiuto, non vorrei che qualcuno si fermasse?»

La risposta era sì.

E allora mi sono fermata.

Sono uscita di casa per vivere una notte di passione.

Sono tornata a casa senza aver ricevuto un bacio.

Ma con una certezza che porterò dentro di me per molto tempo.

Non sempre la serata più bella è quella in cui qualcuno ci stringe tra le braccia. A volte è quella in cui siamo noi a stringere una mano che nessun altro aveva pensato di prendere.

E se domani dovessi incontrare di nuovo un uomo smarrito, seduto da solo, con gli occhi persi nel vuoto, mi fermerei ancora.

Con il vestito da donna.

Con i tacchi.

Con la parrucca.

Con tutto ciò che sono.

Perché non devo smettere di essere Nika per essere una persona perbene.

E non devo rinunciare alla mia femminilità per dimostrare di avere un cuore.

Quella notte non sono stata sua.

Sono stata semplicemente me stessa.

E, per una volta, questo mi è bastato.

Con affetto,

Nickla ❤️

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