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trans

un lavoro ben fatto parte 11


di femboyinesperto
13.05.2026    |    1.733    |    4 9.7
"Ma invece la mano della signora si posò sulla mia nuca, spingendomi in avanti con forza decisa..."
Uscii dall'appartamento del trentenne con ancora in bocca il sapore del suo sperma.
Ci fu il rumore di un messaggio al telefono della signora, che lo lesse e senza emozione mi disse che lo zio sarebbe stato in casa.
Una folata di vento mi colpì il viso nudo, una morsa che mi fece accorgere della mancanza del trucco come di una ferita aperta. Mi toccai le guance, ruvide e pallide, e un brivido di panico mi percorse la schiena. Non potevo andare da mio zio così. Non potevo permettergli di vedermi in questo stato intermedio, questa creatura con i capelli lunghi ma il viso grezzo, il corpo modellato come quello di una ragazza ma con un volto che tradiva tutto.

La signora procedeva incrollabile, i suoi passi decisi che risuonavano sul marciapiede. Trovai il coraggio di parlare solo mentre eravamo già in strada e camminavamo verso la metro.

"Signora," iniziai, la voce rotta e stridula, "la prego... mi trucchi. Non posso andare da mio zio così."

Continuai a camminare accanto a lei, le braccia a stringermi i fianchi dei jeans attillati, cercando di sembrare più piccolo, più invisibile. I passanti ci affiancavano, alcuni lanciando occhiate fuggenti, altri mi fissavano in faccia, e io sentivo i loro sguardo come schiaffi. Un ragazzo con la barba sfatta mi guardò con una smorfia che non riuscii a decifrare, forse disgusto, forse compiacimento. Non mi importava. L'unica cosa che contava era che mio zio non mi vedesse così, che non riconoscesse il mio volto.

Continuavo a implorare alla signora di truccarmi, ma mentre lo dicevo, non ero sicuro cosa temessi di più: non era semplicemente nascondermi, o nascondere il mio vecchio io. Forse, in fondo, covavo il desiderio che mi guardasse con gli occhi con cui guardava una giovane donna. Anzi una giovane ragazza.
Forse, proprio sotto l'orlo della coscienza, speravo che questa fosse la mia occasione per presentarmi a lui in un modo nuovo, un modo che magari lui avrebbe apprezzato. Ma quella speranza era soffocata dalla paura vergognosa di essere scoperto, di cadere nel ridicolo, nell'orrore.

La signora si fermò all'improvviso sotto un albero spoglio. Mi guardò dall'alto, i suoi occhi freddi che mi valutavano come se fossi un oggetto difettoso.

"Se devi implorare," disse piano, la voce tagliente come il vetro, "devi farlo bene."

Mi indicò il marciapiede con un cenno del mento. Capii immediatamente. Mi guardai intorno. Il traffico che scorreva lento e pesante, i pedoni che camminavano veloci. Una donna con un cane al guinzaglio ci stava già superando, e un gruppo di ragazzi con le cuffie nelle orecchie ci stava venendo incontro.

Non esitai. Non avevo più dignità da perdere, solo la dignità che lei mi concedeva attraverso la sottomissione totale. Mi inginocchiai sul cemento caldo, le ginocchia che si scaldavano attraverso i jeans sottili, le mani unite dietro la schiena in quella posizione che lei mi aveva insegnato.

Una coppia di anziani ci superò, l'uomo che girò la testa con un'espressione di disapprovazione. Una ragazza più giovane, invece, estrasse il telefono e puntò l'obiettivo verso di me. Non mi mossi. Non mi importava di loro. Mi importava solo del volto della signora, della sua grazia crudele.

La signora annuì lentamente, un mezzo sorriso che le increspò le labbra. C'era un parco con delle panchine di ferro e legno poco più in là, ci dirigemmo verso la più vicina accanto a un cestino dell'immondizia che traboccava. La signora ci si sedette e mi fece accomodare accanto a lei.

La signora mi prese per il mento e mi girò il viso verso di lei, le sue dita che mi affondavano nelle guance con una presa adatta a maneggiare carne. Il sole batteva forte, eppure sentii i miei capezzoli indurirsi contro il tessuto, due bottoni tesi e visibili che premevano sul cotone, duri non per il freddo ma per quella tensione elettrica che mi percorreva la pelle ogni volta che lei mi toccava.

Tirò fuori il mascara, il tubetto nero che luccicava tra le sue dita affilate. Mi chinò leggermente all'indietro, appoggiandomi e mi sollevò il viso verso il sole con un dito sotto il mento. Il pennellino mi si avvicinò agli occhi, freddo e umido, e sentii le ciglia bagnate che si separavano mentre lei applicava il prodotto con tocchi leggeri e precisi. Ogni passata mi faceva strizzare gli occhi, un riflesso che dovevo reprimere, e il cuore mi batteva forte nel petto sapendo che i passanti ci guardavano, che vedevano questa donna truccare un ragazzo per strada.

Quando passò al rossetto, estrasse un colore rosa intenso, e me lo applicò con movimenti circolari sulle labbra. La sensazione del pennello mi ridefiniva la bocca, unita alla leggera brezza che filtrava dai pochi alberi, mi fece prendere fiato. Sentii il sangue affluire all'inguine, un calore denso e pesante che mi gonfiava il cazzo sotto i jeans attillati. Ero mezzo duro: carne che premeva contro la cerniera, dolorosa e visibile per chi avesse voluto guardare. Il rossetto mi stava trasformando, mi stava facendo diventare quella cosa che desideravo e temevo di essere allo stesso tempo.

La signora ripose il rossetto nella borsa e, senza smettere di guardarmi in faccia, posò una mano sulla mia coscia destra. Le sue dita affondarono nel muscolo attraverso il denim sottile, a pochi centimetri dal mio inguine, così vicina che sentii il calore irradiarsi dalla sua mano all'asta turgida. Mi strinse la coscia con forza, un possesso che mi fece gemere piano, il suono che uscì dalle mie labbra appena dipinte coperto dal rumore del traffico, ma abbastanza forte da dipingermi le guance di vergogna sotto lo strato fresco di fondotinta.

"Un trucco extra richiede un extra," disse.

Mi guardò negli occhi, i suoi iridi scuri che mi fissavano senza pietà. Poi alzò il piede sinistro, si chinò e si slacciò la scarpa da tennis. La tolse con un movimento lento, meticoloso. Il piede che ne uscì fu aveva la pelle bianca, quasi trasparente, con i bordi che portavano l'impronta bluastra del tessuto sintetico della scarpa, una sfumatura violacea che si estendeva dalla punta fino al malleolo. Non portava calze, e la pelle aveva quel profumo particolare di piede chiuso ma non sporco, un odore umano e intimo che mi arrivò immediatamente alle narici.

Mi ordinò di cominciare a baciarlo. Mi piegai in avanti, appoggiando le ginocchia all'asfalto e sentendo i jeans attillati che mi stringevano l'inguine, e poggiai le labbra sul dorso del suo piede. La pelle era ruvida ma calda, diversa dalla porcellana fredda del bagno di casa sua. Lasciai che le mie labbra si fermassero lì, un secondo di contatto che mi fece sentire di nuovo al sicuro, di nuovo definito da lei.
Feci per rialzarmi quando mi disse che non bastava: dovevo baciare le sue dita una per una.

Mi bloccai. Guardai i passanti. Al parco non erano tanti quanti in strada ma qualcuno in lontananza poteva vederci. Non feci storie. Mi chinai di nuovo, prendendo il suo alluce tra le mie labbra, bagnandolo con la mia saliva, poi passai al secondo.

Fu al terzo dito che sentii il rumore asciutto e definitivo del flash. Alzai gli occhi e vidi la polaroid che emergeva dalla macchina fotografica della signora, sapendo già che tipo di immagine si stava lentamente sviluppando: il mio viso sottomesso, la bocca che baciava il piede di lei, il contesto urbano che rendeva tutto ancora più degradante.

Continuai. Quarto dito. Sentii i mormorii dei passanti farsi più densi, un brusio di voci che giungeva fino a me, ma distante, come sott'acqua. L'attenzione degli sconosciuti mi pesava addosso come una coperta di piombo, ma al tempo stesso mi confermava nella mia funzione: ero lì per umiliarmi, e lo stavo facendo bene.

Passai al quinto dito, non feci in tempo a baciarlo che venni interrotta dalle parole di un uomo che si era fermato davanti a noi. Era sulla cinquantina, corpulento, con una giacca di pelle scura e un cappello da baseball. Guardò me, poi guardò la signora e il suo volto si contrasse in una maschera di disgusto dicendo, quasi urlando, che quelle non fossero cose da fare in posti pubblici e che avrebbe chiamato la polizia

Mi irrigidii, il cuore che mi balzò in gola. La signora, invece, rimase perfettamente immobile, il piede ancora proteso verso di me, il viso sereno come se fosse seduta in salotto.

"Finisci cara" mi disse e io immediatamente ma tremante baciai anche il quinto dito.

"Lei ha una macchina?" chiese all'uomo, la voce calma e modulata, priva di qualsiasi traccia di imbarazzo.

L'uomo strabuzzò gli occhi, colto alla sprovvista dalla domanda assurda.

"Cosa? Sì, parcheggiata dietro l'angolo, ma..."

"Se ci vuole accompagnare eviteremo di disturbare la sensibilità dei passanti."

C'era qualcosa nella sua voce, una certezza assoluta, un'autorità naturale che non ammetteva disobbedienza. L'uomo sembrò incantato, il suo sdegno che si trasformava in confusione, poi in una curiosità malsana e titubante. Si guardò intorno, come se cercasse una telecamera nascosta poi, come ipnotizzato, fece cenno di seguirlo.

Ci condusse in un vicoletto stretto tra due palazzi di ringhiera, con i panni stesi alle finestre e nessun'anima in giro, solo i gatti che scappavano tra i cassonetti. C'era una vecchia Volvo grigia parcheggiata contro il muro, con i cerchi arrugginiti e il paraurti storto.

L'uomo aprì la portiera posteriore con un cenno imperioso che cercava di mascherare la sua incertezza. Entrò prima lui, poi la signora fece entrare me spingendomi delicatamente e poi entrò anche lei. Mi sistemai al centro, stretto tra i due corpi.
Mi ritrovai compresso, stretto tra i loro corpi vivi. A sinistra, la signora emanava quel suo profumo di crema idratante, il suo braccio che mi sfiorava aveva la pelle calda e liscia ma con una consistenza diversa dalla mia, più morbida, muscoli sotto una carne che cedeva leggermente sotto il peso degli anni. A destra, l'uomo occupava più spazio di quanto avessi calcolato, le sue cosce larghe e pesanti che si spingevano contro le mie senza ritegno, il calore denso del suo corpo che irraggiava attraverso i pantaloni di cotone consumato. L'odore che ne usciva era immediato: pelle che aveva sudato e asciugato migliaia di volte, l'acidità del sebo accumulato, il tabacco freddo impregnato nelle fibre del tessuto dei vestiti e dei sedili.

Sentii la differenza di età nella mera consistenza fisica dei loro corpi. Lei era compatta, muscoli sotto una pelle matura che manteneva tono; lui era più molle, con la carne della coscia che si spandeva contro la mia destra, la pancia che premeva contro il mio fianco quando si aggiustava sul sedile consumato. Erano due fisicità consolidate che mi tenevano stretto, una di mezza età e l'altro che superava i sessant'anni, entrambi con la pelle segnata dal tempo, diversa dalla mia che era ancora tesa, liscia, reattiva al tocco. Mi sentivo imbrigliato tra loro, il mio corpo giovane che respirava con fatica tra due masse più grandi, due esistenze che pesavano sul mio spazio riducendomi a un oggetto fresco, snello e femmineo stretto tra due realtà più vecchie e più dense.

"Fai la brava," disse la signora senza preamboli, la voce che riempiva lo spazio stretto dell'abitacolo con un comando che non ammetteva replica. "E fallo bene."

Mi girai verso l'uomo. Era paonazzo in volto, non mi guardava negli occhi e fissava un punto indefinito sul cruscotto, le mani che cercavano di afferrare qualcosa sui braccioli consumati. Ma nonostante l'imbarazzo, o forse a causa di esso, la sua mano era già alla cinta, le dita che tremavano mentre slacciava la fibbia. Tirò fuori il cazzo con due dita, era già mezzo duro, e l'odore che ne uscì fu quasi violento.

Se il trentenne mi aveva infastidito con il suo odore asettico di sapone intimo, questo era l'opposto estremo. Non c'era traccia di detergente, solo il puzzo acido e denso della carne maschile, del sudore asciugato e rinnovato, di urina residua e di una sessualità non lavata da giorni. Era un odore primordiale, animale, e all'inizio la mia gola si strinse in un conato di nausea che dovetti reprimere mordendomi l'interno della guancia.

Mi girai verso la signora, gli occhi imploranti, notando in lei un'espressione di diniego che le aveva fatto increspare il suo naso elegante e sperando che questo disgusto volesse dire che mi avrebbe risparmiato questa umiliazione.
Ma invece la mano della signora si posò sulla mia nuca, spingendomi in avanti con forza decisa. Non c'era scelta. Non potevo deluderla, aprii la bocca e scesi su di lui, prendendolo tutto fino al palato molle, sentendo la punta che mi sfiorava la base della lingua, il sapore salato e ruvido della sua pelle non lavata, le dita della signora che mi guidavano con precisione crudele mentre io scendevo fino in fondo.

L'odore era fortissimo, mi riempiva le narici, ma mentre la mia saliva iniziava a ricoprire la sua asta, mentre il mio respiro si mescolava al suo odore attraverso la bocca, qualcosa cambiò. L'odore rimaneva forte, ma diventava vero, autentico, non mascherato da artifici o profumi. E questa autenticità mi calmò, stranamente. Mi fece sentire al posto giusto, nel mio ruolo. Pensai, con un brivido che mi percorse la schiena, all'odore che avrebbe avuto il cazzo dello zio. Sarebbe stato così? La curiosità mi bruciava insieme alla vergogna.

La mano della signora mi spingeva ritmicamente, guidando i movimenti della mia testa su e giù. Il cazzo dell'uomo si indurì completamente nella mia bocca, diventando un mattone caldo e pulsante. I suoi fianchi si sollevarono leggermente dal sedile, cercando di affondare di più nella mia gola. Sentivo il suo respiro che si faceva affannoso, gemiti strozzati che cercava di reprimere, le mani che ora mi afferravano i capelli con una disperazione animalesca.

Non ci volle molto. Fu uno schizzo secco, quasi un singhiozzo di sperma che mi colpì il palato. Poi un secondo, più abbondante ma non troppo. Tirai indietro la testa e la signora mi lasciò, e io sentii il sapore amaro e salato che si distribuiva sotto la lingua, una quantità che mi deluse profondamente.
Ero affamata. Non avevo mangiato nulla da quella mattina, solo un caffè nero e qualche chewing gum senza zucchero che la signora mi permetteva con parsimonia.

Avevo sperato in qualcosa di più nutriente, e invece quello schizzetto, mi lasciò un vuoto sordo nello stomaco. Lo sperma era il mio nutrimento segreto, il modo per aggirare la dieta di mele e fame che lei mi imponeva.
Mentre analizzavo questa contraddizione nella mia testa, mi chiesi se la dieta della signora fosse in realtà un modo più raffinato per farmi desiderare di mangiare sperma, per rendere quel liquido amaro il mio unico e desiderabile spuntino.

L'uomo rimase lì, il cazzo ancora in mano, lo sguardo perso nel vuoto, un'espressione di soddisfazione confusa sul volto. Sembrava quasi disorientato, come se non capisse come fosse successo, come fosse passato dall'insultare una sconosciuta a venirle nella bocca. Non ci guardò mentre uscivamo dall'auto e io lo salutavo con un cenno del capo, la bocca ancora piena del suo sapore. Lui non rispose, rimase seduto in macchina, la cintura dei pantaloni ancora slacciata, con l'aria di chi ha appena realizzato di aver partecipato a qualcosa che non osava ammettere neanche a se stesso.

In metro, la carrozza era mezza vuota, la signora tirò fuori il necessario per rassettarmi il trucco sul volto, un po' sfatto dopo il pompino al vecchio. Mi sistemò anche i capelli, pettinandoli con le dita in modo meticoloso, sistemando le ciocche castane dietro le orecchie, aggiustando la frangia. Poi, dal fondo della borsa, tirò fuori un oggetto che luccicava sotto la luce al neon della vettura. Era un choker nero, stretto, con al centro un cuore di brillantini che riflettevano la luce con bagliori freddi.

"Un regalo," disse mentre me lo stringeva attorno al collo, la pelle del suo contatto che mi fece rabbrividire. "Te lo sei guadagnato. Sei stata una brava ragazza."

Mi guardai nel riflesso del finestrino. Ero di nuovo lei, la creatura che la signora aveva creato. La maglietta corta lasciava scoperto l'ombelico, i jeans a vita bassa delineavano il sedere tonico che gli squat quotidiani e le diete severe avevano modellato. Il choker al collo era un collare elegante, una dichiarazione di proprietà che brillava contro la mia pelle. Il viso era quello di una ragazza, gli occhi grandi e scuri, le guance leggermente arrossate dal blush, le labbra rosa e gonfie dal gloss.

"Sono fiera di te," disse la signora, e la sua voce fu quasi dolce, una carezza rara che mi riscaldata il petto. "Hai succhiato senza fiatare, senza fare storie. Hai accettato il tuo ruolo. Sei stata brava."

La ringraziai, chinando lo sguardo in segno di sottomissione e gratitudine. Ma non le dissi tutto. Non le dissi che, mentre avevo il cazzo puzzolente di quell'uomo in bocca, mentre ero schiacciata tra i due corpi nell'auto sgangherata che odorava di tabacco e pelle vecchia, il mio cazzo depilato di fresco, lavato con cura meticolosa dal detergente intimo alla fragola, era rimasto tutto il tempo durissimo sotto i jeans, un bastone di carne che premeva contro la cerniera, che cercava di emergere con una foga che mi aveva fatto tremare le cosce.

Questo era un segreto che tenevo per me, un'umiliazione privata che mi accendeva il sangue e mi confermava la verità: anche mentre venivo sottomessa, anche mentre mi umiliavo per un estraneo, il mio corpo traditore trovava eccitazione nella degradazione totale.

Guardai il riflesso del mio viso femminile sul vetro, il choker che brillava al collo, gli occhi e le labbra perfettamente disegnati e sentii un brivido di eccitazione mista a paura gelata. Stavamo andando dallo zio. Stavo andando da lui in questo stato, con il gusto di sperma estraneo ancora in bocca, mascherato a malapena dall'ennesimo chewing-gum senza zucchero, truccata, profumata e con la mia eccitazione nascosta che pulsava tra le gambe, dura e insistente come un segreto imperdonabile.

La metro rallentò e la voce metallica annunciò la fermata: ero pronta.
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