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Prime Esperienze

un lavoro ben fatto parte 5


di femboyinesperto
07.01.2026    |    2.943    |    6 9.4
"" Per la prima volta in quella giornata e, forse, degli ultimi vent'anni, non avevo voglia di masturbarmi..."
Mi spogliai completamente e indossai soltanto una mutanda brasiliana nera, attillata come una seconda pelle che era diversa: più sottile e fragile rispetto di quella a cui ero abituato. Mi guardai allo specchio, persi lo sguardo sul modo in cui le mutande mettessero in evidenza il mio culetto e le manate dello zio di qualche ora fa. Fu proprio sfiorando i segni delle sue manate che ricordai il mio impegno mattutino trascurato fino a quel momento, dovevo andare a rifare il letto allo zio!

Entrai nella sua stanza sulla punta dei miei piedi nudi. Mi sdraiai sul suo lato del letto, quello vicino al comodino, e mi raggomitolai sotto le coperte. Respirai a fondo: quell'odore mi riempiva i polmoni, mi disorientava e mi rassicurava allo stesso tempo. La mia mano mi scivolò addosso, dal collo giù fino al petto e lungo il ventre nudo, fino ad arrivare in mezzo tra le cosce, a toccare il tessuto nero della mutanda.
Iniziai a toccarmi, accarezzandomi lentamente: non stavo masturbandomi per venire, non era una sega come tutte quelle fatte finora, ma lasciavo che il mio bacino scivolasse sulla mia mano proprio come farebbe una ragazza.
Proprio come una ragazza.
Continuai a masturbarmi, con lentezza e dolcezza a occhi chiusi, le lenzuola ancora tiepide dal corpo dello zio, erano poggiate sulle mie chiappe ancora rosa dalle sue manate. Chiusi gli occhi e lentamente, senza accorgermene, mi addormentai.

Mi svegliarono delle dita che mi scuotevano una spalla. Aprii gli occhi e mi trovai faccia a faccia con la donna delle pulizie. Mi ero completamente dimenticato che, come ogni mattina, a quell'ora sarebbe venuta a fare le faccende e soprattutto mi resi conto che, non l'avevo mai guardata così a lungo e così da vicino.
Aveva una cinquantina d'anni, i capelli raccolti in una coda, un grembiule verde sopra un vestito senza forma, occhi piccoli e grigi. Mi guardava con una calma, lucida valutazione, mentre io non riuscivo a pronunciare parola, protetto solo dalle lenzuola dello zio che tenevo ben tirate fino al mento, per non mostrare di essere unicamente vestito di intimo femminile.

Con lentezza ma decisione la signora delle pulizie afferrò un lembo del lenzuolo e lo tirò via, lasciandomi seminudo nella mia brasiliana. La vergogna mi trafisse paralizzandomi. Ero incapace di muovermi o di parlare. Lei non sembrava arrabbiata, né scandalizzata.
"Ti piace vestirti da femmina. Bene. Allora da oggi impari a fare anche i lavori da femmina."
Si girò con un movimento lento, uscì dalla stanza e andò a sedersi sulla stessa poltrona in cui lo zio mi aveva sculacciato poche ore prima.
Si sedette e incrociò le braccia. "Rifai il letto. Poi vai in cucina e lava i piatti della colazione e della cena di ieri."

Era un ordine. E io, come un automa, eseguii. Rifeci il letto e poi andai in cucina a lavare i piatti. Sentivo i suoi occhi addosso, un peso diverso da quello dello zio. Non era un peso eccitante, era il peso della realtà.

Quando finii, mi fece cenno di avvicinarmi. Si tolse le scarpe da tennis e poi i calzini bianchi. I suoi piedi erano nudi. Le unghie avevano lo smalto rosso scheggiato, la pelle era un po' secca sui talloni.
Non puzzavano, ma avevano un odore neutro, chiuso, di giornata lavorativa.
"In ginocchio," ordinò. Mi inginocchiai sul tappeto e, intuendo il compito che mi sarebbe spettato, presi d'istinto suoi piedi tra le mie mani. Lei annuì soddisfatta mentre iniziavo a massaggiarli, sentendo la pelle ruvida sotto i polpastrelli.
"Non senti che ho i piedi secchi?"
Non sapevo cosa fosse giusto risponderle: da un lato temevo che se avessi risposto di sì l'avrebbe preso per un insulto, ma dirle di no sarebbe stata una bugia... non feci in tempo a ragionar per bene che mi arrivò un ceffone secco.
"Quando ti parlo" mi apostrofò "mi devi rispondere. Hai capito, ragazzina?"
"Si" le dissi, correggendomi immediatamente con "Sì, signora."
Un sorriso le increspò le labbra e mi prese per le mani.
Io non capivo e la guardai negli occhi, lei senza abbassare lo sguardo sputò sulle mie mani e mi disse "Ecco, massaggiali ancora" io chiusi gli occhi ed eseguii il comando.
La saliva della signora rese il resto del massaggio meno arduo, ogni tanto sentivo che c'era nuovamente un po' d'attrito e allora la signora mi fermava, mi prendeva la mano e ci sputava sopra.
Dopo il terzo sputo, ero io ad avvicinare la mano al suo volto ogni volta che avevo bisogno.
Non so quanto tempo durò il massaggio, ma so che furono necessarie sette sputi della signora.
Quando ebbi finito, la signora annuì con un sorriso quasi matronale.
"Sei una brava ragazza. Sei portata per questo... e non preoccuparti," aggiunse, "so tenere un segreto."
Cosa potevo dire?
Risposi "Grazie, signora"
Lei, sorridendo, continuò "Visto che sei stata così brava, se vuoi adesso puoi toccarti un po'."

Per la prima volta in quella giornata e, forse, degli ultimi vent'anni, non avevo voglia di masturbarmi. L'umiliazione era stata così forte, così reale e secca, da aver spento ogni scintilla.
"No, grazie..." sussurrai, guardando il pavimento.

Il suo sorriso svanì. "Frocio e pure maleducato" non feci in tempo a rispondere che lei continuò con "Allora facciamo che non te lo sto chiedendo," e il tono divenne di ghiaccio.
"È un ordine. Voglio vederti venire, signorina."

Il mio corpo rispose prima del mio cervello. Il mio pene scivolò fuori dalla brasiliana già semi eretto, così che iniziai immediatamente a masturbarmi, meccanicamente, in ginocchio ai piedi di lei.
Lo sguardo della signora era fisso, analitico. Quando sentii l'orgasmo avvicinarsi, chiusi gli occhi e mi lasciai andare in una serie di sospiri e gemiti, ormai non aveva senso fingere una virilità che non mi apparteneva, e mugolai senza ritegno.
Con un gesto rapido e preciso la signora, portò il suo palmo della mano aperto davanti al mio glande e mi disse "Vieni, bella!"
Eiaculai sulla sua mano aperta: prima che potessi fare nient'altro, la signora mi portò la sua mano alla bocca. "Leccala," ordinò. Obbedii, assaggiando il mio sapore mescolato all'odore floreale della sua pelle.
"Lecca bene" e continuai a leccare finché, in un gesto che mi gelò il sangue, lei si portò la mano alla bocca e, con la punta della lingua, assaggiò una goccia. "Non male," commentò, come se stesse giudicando un vino.

"Adesso" continuò come se nulla fosse. "Portami tutte le tue mutande che hai. Tutte! Tranne quelle che hai addosso, ovviamente"
Feci per dirle che avevo anche altre mutande da donna, e se dovessi portare anche quelle, ma mi tappò la bocca con un altro schiaffo.
Raccolsi tutto, sia mutande da uomo che da donna e gliele porsi. Lei le prese, le osservò una per una e infilò le mutande da uomo in un sacchetto della spazzatura, quelle da donna nella sua borsetta.
Poco prima di aprire la porta di casa per uscire, si fermò un momento sull'uscio e mi disse: "Grazie, avevo proprio bisogno di mutande nuove. Tu invece devi accontentarti di quel paio. Quindi da oggi in poi, ogni giorno dovrai fare la brava lavandaia e lavarle" detto ciò aprì la porta e uscì.

Lo zio rientrò quella sera alla solita ora. Cenammo in un silenzio denso, mi sentivo diverso e temevo che anche solo una mia parola avrebbe svelato quello che era successo con la signora delle pulizie. Quando finimmo di mangiare, prima ancora che lo zio me lo chiedesse, mi alzai, raccolsi i suoi piatti e i miei e andai a lavarli nel lavandino.
Mentre ero curvo sul lavello, a strofinare una forchetta, sentii il suo sguardo addosso. Non mi girai e continuai il mio compito.
Quando finii di lavare i piatti mi girai e lui mi fece un occhiolino prima di alzarsi a sua volta e andare a letto.
Non era un occhiolino amichevole. Era un segno che il gioco stava andando avanti in territori, per me, decisamente sconosciuti.

Continua.
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