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trans

un lavoro ben fatto parte 9


di femboyinesperto
20.02.2026    |    1.311    |    3 9.7
"Fu un orgasmo vero, secco e violento, che mi partì dai testicoli e mi attraversò tutto, lasciandomi senza fiato e tremante sulla sedia..."
Dovevo abituarmi al fatto che la mia bocca non serviva più per parlare, mi disse un giorno la signora chinandosi su di me: dolcemente mi prese per le guance e mi fece aprire la bocca, percepivo il calore del suo respiro sulla mia pelle, poi il getto caldo e denso di un suo sputo che mi colpì la lingua.
"Ora usala" comandò.
Obbedii.
Mescolai la sua saliva con la mia, sentendola scivolare lentamente oltre le mie labbra per gocciolare sui suoi piedi nudi e cominciai il massaggio.
Prima con la bocca, la lingua e le labbra, spandevo la nostra saliva sulla sua pelle e poi procedevo con le dita: giorno dopo giorno, in quell'adorazione perpetua, sentivo i suoi piedi trasformarsi, diventare più morbidi, più levigati, come se la mia sottomissione li avesse impregnati di una nuova vita.

Oltre a questo ogni giorno dovevo pulire le case altrui: lei per me era la mia signora, ma per gli altri era la signora delle pulizie: alle dieci pulivamo un grande appartamento in presenza di un trentenne onanista e misantropo e a mezzogiorno nella casa che era stata mia e che ora portava solo il nome dello zio.
Siccome lo zio non era mai in casa, la signora poteva riposare e mentre io strofinavo e pulivo, lei non si muoveva. Si adagiava sul divano e sfogliava i cataloghi di vestiti e biancheria.
Quelle stesse pagine lucide, quelle stesse modelle snelle in abiti estivi e leggeri, su cui un tempo mi masturbavo più e più volte al giorno.
Adesso ero io, quello che indossava abiti leggeri e fragili, io quello il cui corpo era esposto agli sguardi altrui. Ma non mi masturbavo più: potevo toccarmi solo quando lei me lo ordinava ma quell'ordine arrivava sempre più raramente e non riuscivo a disobbedirle. Che cosa avevo perso di me per diventare così?
Mi rispondevo che questo era il prezzo da pagare per continuare a scrivere, infatti dopo ogni massaggio la signora mi restituiva il portatile per mezz'ora, concedendomi di scrivere quello che desideravo, ma le ultime storie che avevo scritto parlavano di persone ribelli e fiere contro le avversità.
Non le riconoscevo, non mi riconoscevo.

Così anche quel giorno, per il terzo giorno consecutivo, dopo il massaggio alla signora accesi lo schermo. Le mie dita si posarono sulla tastiera, ma nessuna parola usciva. La mia mente era un deserto.
Sentivo ancora l'odore dei prodotti per le pulizie, la sensazione dei piedi della signora sotto le mie mani, il peso della sua presenza giudicante seduta nella poltrona dello zio. Scrissi una frase, la cancellai. Scrissi un'altra, la cancellai. L'ispirazione sembrava morta, soffocata sotto strati di umiliazione.

Il giorno dopo, l'appuntamento delle dieci segnò un ulteriore tassello nella mia umiliazione.
Avevo da subito notato che la scrivania del ragazzo ormai trentenne che era sempre in casa a fare nulla mentre io facevo le pulizie, era un campo minato di fazzoletti di carta, bianchi e grinzosi, sparsi ovunque. L'odore salmastro che avevo notato il primo giorno era diventato un'entità permanente, un profumo di masturbazione e solitudine. Io in silenzio pulivo, ma quel giorno presi coraggio e, a bassa voce perché il ragazzo non mi sentisse e scoprisse quindi che non solo parlassi italiano, ma che ero un uomo, andai dalla signora a chiederle dei guanti.
Lei si voltò a guardarmi, e il suo sguardo si indurì.

"Guanti? E perché mai, scema? Pensi di essere troppo buona per toccare le cose di un altro? Ricorda chi sei. Tu sei una persona di servizio. Quindi pulisci, e smettila di fare la principessa.".

La vergogna mi bruciò le guance. Mi avvicinai alla scrivania e iniziai a raccogliere i fazzoletti uno a uno, con le dita nude, sentendo la carta rigida e umida sotto le mie dita.
Non potevo fare a meno di notare che il ragazzo, mentre pulivo la scrivania dai suoi fazzoletti sporchi, mi lanciasse più di un'occhiata sul mio pancino piatto lasciato in bella evidenza dai jeans attillati che mi aveva procurato la signora.

Poi accadde.
Un pomeriggio, mentre raccoglievo il solito cumulo di spazzatura, le mie dita strinsero un fazzoletto diverso. Non solo era bagnato, ma era ancora caldo. Un'ondata di gelo mi attraversò, alzai lo sguardo e incrociai quello del ragazzo. Era immobile, con le mani sui pantaloni, il suo viso una maschera di panico e imbarazzo. I nostri occhi si incontrarono per una frazione di secondo. Poi lui abbassò lo sguardo, sconfitto, e io sentii un brivido oscuro percorrermi la schiena.
La signora, che non perdeva occasione per umiliarmi, mentre io pulivo il pavimento, si sedette accanto al ragazzo.

"Senti, caro," gli disse con la sua voce melliflua "questa qui sai, è in età da marito, ma è un po' scema. Non sa niente della vita, niente di niente. Tu che sei un ragazzo sveglio, potresti farle un favore? Mostrargli qualcosa. Un po' di mondo. Così lei impara e io te ne sarei molto grata.".

Il ragazzo la guardò, perplesso, poi i suoi occhi caddero su di me, che ero fermo con lo straccio in mano. Mi stava offrendo a lui. Stava regalando la mia umiliazione fingendo fosse un atto di bontà. Lui dopo qualche resistenza annuì ed un sorriso incerto gli increspò le labbra.

Restammo soli e il silenzio nella stanza divenne denso, carico di una tensione che mi stringeva la gola. Lui si alzò, i suoi passi sul pavimento erano lenti, timorosi ma predatori. Venne verso di me e solo allora mi accorsi che era almeno trenta centimetri più alto di me, si avvicinò e si chinò su di me.
Le sue labbra cercarono le mie, ma io mi ritrassi con un brivido involontario, un movimento del corpo che la mia mente non aveva ordinato ma che il mio istinto aveva imposto.
La sua mano si alzò lentamente e io mi bloccai, ogni muscolo teso, pronto a respingere un contatto che mi sembrava più invasivo di una violenza. Ma la sua mano si fermò a metà strada, esitò, poi scese. Non mi toccò il viso. Si posò sulla mia spalla, una pressione leggera, quasi supplichevole. Sentii il calore delle sue dita attraverso la mia maglietta sottile.
Fu un gesto di ricerca, di connessione, e in quel momento mi sentì travolgere da un'ondata di disgusto così profonda da farmi venire le vertigini. Io non volevo la sua connessione.

La mia rigidità fu una risposta più chiara di qualsiasi parola. Lui capì. Il suo viso si indurì. Il tentativo di intimità svanì, sostituito da un'impazienza furiosa. Con un gesto brusco si aprì i pantaloni e tirò fuori il suo cazzo. Era appena più grande del mio ed emanava un odore forte di secrezioni stantie .
Si sedette sulla sedia, di fronte a me, e iniziò a masturbarsi lentamente, tre dita sul glande, l'altra mano sulle palle e gli occhi fissi su di me, sulla mia faccia da "scema" sul mio corpo da ragazza scolpito da settimane di dieta ferrea ed esercizio costante.
Tutti quegli sforzi per cosa? Per un uomo che a malapena si lavava il cazzo?

Certo, si stava masturbando per me, anzi su di me, come io un tempo mi masturbavo sui cataloghi con donne vestite di abitini leggeri, ma il suo non era un atto di desiderio, era uno sfregio. Un gesto di possesso che mi negava anche la violenza, costringendomi a spettatrice della mia umiliazione.
Il suo respiro si fece più corto, più affannoso e, quando sentì che stava per venire, i suoi occhi si spostarono verso la pila di fazzoletti puliti che avevo lasciato sulla scrivania.
Fu un ordine muto.
Presi il primo fazzoletto e lo avvicinai al suo cazzo, da vicino l'odore era ancora più forte ma detesto dire che questo, invece di disgustarmi, mi rassicurava: se non altro sapevo che quel momento stava per finire.
Inoltre il suo odore di uomo mi ricordava in qualche modo lo zio...
Cercai di non pensarci e tenni il fazzoletto pronto, le mie dita intorpidite. Mentre un gemito gli sfuggiva, approfittò della vicinanza, si protese in avanti e mi mise una mano sul culo, stringendo con forza, come per sigillare il suo dominio sul corpo che non aveva potuto possedere. Il suo corpo si scosse e il suo sperma schizzò sul fazzoletto che tenevo aperto, un caldo insulto che mi bruciava le mani senza toccarmi. Si abbandonò sulla sedia, ansimante, lasciandomi lì, immobile, con in mano la prova del suo disprezzo.
La porta si aprì. La signora era lì, con il suo solito sorriso di compiaciuta crudeltà.

"Su da brava, pulisci" mi disse la signora.

Mi inginocchiai accanto a lui, notando che l'odore era ancora più forte e pungente.
Presi un secondo fazzoletto e iniziai a pulirgli il cazzo e le mani, raccogliendo le ultime gocce di sperma che stillavano dalla fessura.
Mentre lo facevo, lui mi guardò dall'alto in basso e sussurrò: "Pulisci tutto, scema.".

Quel giorno, all'appuntamento di mezzogiorno a casa dello zio, qualcosa cambiò. Dopo averle massaggiato i piedi, la signora mi porse il portatile, ma questa volta, quando la pagina bianca mi si parò davanti, le parole iniziarono a fluire.
Un titolo si materializzò: «A casa dello zio».

Iniziai a scrivere, di getto, senza sosta. Scrivevo di un pomeriggio d'estate, della sensazione di essere osservato, scrivevo di un divano, dei pantaloni dello zio che sembravano gonfi, del suo invito a farmi una doccia.
Più scrivevo, più mi rendevo conto che non era finzione. Era il racconto che avrei voluto vivere. Mentre le mie dita correvano sulla tastiera, descrivendo la porta del bagno lasciata socchiusa e la mia erezione che pulsava sotto l'acqua, sentii un calore familiare tra le gambe. Il mio cazzo era durissimo, un ferro rovente contro i pantaloni attillati.
La signora, da giorni, aveva smesso di concedermi quel sollievo controllato. Il mio piacere, mi aveva detto, era una distrazione. Eppure, mentre scrivevo di quel ragazzo immaginario che si masturbava sotto lo sguardo dello zio, sentii una macchia di umidità calda allargarsi sulla mia biancheria intima. Non un orgasmo, solo una perdita, una fuoriuscita involontaria di sperma, un piccolo tradimento del mio corpo che godeva di quella umiliazione scritta.

Da quel giorno ogni pomeriggio, a casa dello zio, dopo aver pulito la casa e massaggiato i piedi della signora, mi mettevo al portatile e aprivo il file «A casa dello zio».
Ogni giorno aggiungevo un pezzetto, un nuovo capitolo di quella sottomissione fittizia e così vera. Scrivevo dello sguardo dello zio, il suo cazzo moscio che non si degnava di indurirsi per me, la mia umiliazione che invece lo faceva eccitare. Scrivevo del sapore salato sulla mia lingua, il contatto con la pelle delle sue palle, la sua sborra che mi schizzava sul petto. E mentre scrivevo, il mio cazzo si induriva e la mia biancheria si bagnava. La signora a volte si alzava, si metteva dietro di me e leggeva sopra la mia spalla. Non diceva nulla.
A volte un sorriso le giocava sulle labbra, a volte sospirava di approvazione. Una volta mi accarezzò i capelli.
La sua approvazione era più umiliante di qualsiasi insulto, perché confermava che la mia arte più intima era solo un'altra forma del suo possesso.

Al quinto giorno arrivai alla scena finale, lo zio che mi eiacula addosso e si asciuga la mano sporca di sperma sul mio corpo, trascurando la mia bocca come atto di umiliazione e cura.
Scrissi la sua battuta finale: «direi che è il caso che tu ti faccia una doccia» e mentre battevo l'ultimo punto, un'ondata di piacere così intensa da essere quasi dolorosa mi scosse. Fu diverso dalle perdite precedenti. Fu un orgasmo vero, secco e violento, che mi partì dai testicoli e mi attraversò tutto, lasciandomi senza fiato e tremante sulla sedia. Per un istante, il mondo svanì. C'era solo lo schermo del portatile, la mia storia completata e il caldo umido che mi inondava i pantaloni.

Quando riaprii gli occhi, la signora era in piedi accanto a me, con le braccia conserte. Mi guardava con un'espressione indecifrabile, né arrabbiata né compiaciuta. Semplicemente, valutativa. Aveva visto tutto. Il mio tremito, il mio respiro affannoso, la macchia sulla stoffa dei miei jeans.

"Allora?" chiese, con la sua voce calma e tagliente come un bisturi "Hai finito il tuo capolavoro?" io annuii, incapace di articolare una parola, sentendomi nudo ed esposto come non mai.

"Bene, da domani niente più portatile". La frase mi colpì più di un pugno.

"Cosa?" riuscii a sussurrare, il panico che mi serrava la gola.

"Troppe distrazioni. Troppe fantasie. Ora devi concentrarti sulla realtà. La tua realtà.".

Si avvicinò, mi prese il mento e costrinse il mio volto a guardare il suo "La tua realtà è qui con me, non un mondo di fantasia scritto su uno schermo. Hai capito?".
Le lacrime mi salirono agli occhi, ma le trattenetti. Annuii di nuovo, sconfitto.

Mi spinse sulla poltrona dello zio e si sedette accanto a me. I suoi occhi si posarono sull'inguine, sulla macchia scura e umida che si allargava lentamente sui miei jeans attillatissimi, una confessione visibile del mio piacere e della mia sconfitta.

"Toglili", ordinò, la voce un filo tagliente.
Le mie dita tremarono mentre aprivano i bottoni nel silenzio carico di tensione. Il tessuto si attaccò alla pelle per un istante prima che potessi sfilarmela dalle gambe, lasciandomi esposto, con solo la mutandina brasiliana nera a coprirmi. Lei sorrise, un'espressione fredda e compiaciuta, e si chinò. La sua mano mi afferrò l'elastico, le sue dita sfiorarono la mia pancia che si contrasse. Con un solo, deciso movimento, la sfilò via, lasciandomi nudo e vulnerabile sulla poltrona, il tessuto ruvido mi graffiava le cosce nude mentre la sua mano, fredda e decisa, mi afferrava l'uccello ancora troppo sensibile, sfinito dall'orgasmo precedente.
Sobbalzai, un gemito di dolore mi sfuggì. Iniziò a masturbarmi, con un ritmo lento e crudele, sapendo quanto fossi indolenzito. Ogni sua carezza era una tortura, una sovreccitazione che mi bruciava.

Mentre la sua mano lavorava, la sua voce mi sussurrava all'orecchio, un veleno dolce.
"Tremi e gemi proprio come una ragazza, lo senti? È il tuo corpo che capisce la verità".
Il suo respiro era caldo sulla mia pelle.
"Invece nel tuo racconto ti sei descritto come un uomo: certo un uomo debole, effeminato e sottomesso, ma pur sempre un uomo."

Fece una pausa e fu un sollievo così totale che il mio respiro si bloccò. Sperai che non riprendesse a masturbarmi: il piacere che avevo provato prima era un ricordo lontano, ma ora c'era solo l'umiliazione bruciante di essere costretto a sentire le sue parole taglienti e di venire stimolato sulla carne già dolente e sazia. Non era piacere, era tortura.
Invece, poco dopo, riprese con ancora più foga a masturbarmi: questa volta non c'era più la lenta crudeltà di prima, la sua mano si abbatteva su di me con una foga brutale, un ritmo incessante e possente che finiva con un leggero schiocco quando il dorso della sua mano sbatteva contro i miei testicoli lisci dalle cerette settimanali, ogni movimento un piccolo pugno alle palle dove il dolore si mescolava, mio malgrado, al piacere. Il piacere di essere un oggetto.

"Ti ho detto che con me non voglio maschi, vero? I maschi non mi servono." mi sussurrava all'orecchio la signora.
La sua pressione aumentò, costringendomi a un gemito più forte.
"Infatti qui, nella realtà, tu non sei un maschio, sei una ragazza. La mia ragazza, nient'altro.".

Le sue parole mi frantumarono. Il mio corpo reagì prima della mia mente, un'ondata di umiliazione e di eccitazione così potente da farmi perdere il controllo.
Venni di nuovo, mugolando e tremando proprio come piaceva a lei. Come una femmina.

"Brava ragazza," sussurrò mentre raccoglieva il mio sperma sulla sua mano e me lo avvicinava alla bocca, "ora lecca bene che sarai affamata, povera ragazza.".
Avevo imparato a non fare domande e leccai il mio sperma dalla sua mano, il sapore salato e familiare mi riempì la bocca. Erano giorni che a causa della folle dieta impostami dalla signora, il mio stomaco conosceva solo mele e caffè.
Mentre leccavo ogni dito con un'accortezza che mi disgustava, un pensiero aberrante mi attraversò la mente: mi sentii triste per quanto poco sperma avessi prodotto ed un'ondata di gelosia mi colpì, un'assurdità così totale da farmi tremare. Ero geloso del tessuto dei miei jeans, di quella stoffa che si era impregnata del mio sperma, rubandomi quella miseria di nutrimento.

Al momento di andare via mi rimisi le mutande ancora umide ma i miei jeans erano inutilizzabili.
Senza dir nulla la signora si diresse verso la scatola di cartone dei miei vecchi abiti. Tirò fuori una camicia di lino bianca e me la porse.
La infilai. L'orlo mi arrivava a malapena all'altezza dell'inguine. Se l'intento era di crearmi un vestitino improvvisato, l'esperimento non era riuscito appieno: al limite aveva creato una mini gonna.
Un vestitino cortissimo che copriva a malapena le mie mutandine nere.

Durante il viaggio in metro mi misi in un angolo del vagone, cercando di fondere con le pareti metalliche, ma la mia pelle bruciava sotto lo sguardo del mondo. Sulle scale mobili, gli occhi di chi mi stava dietro erano fissi sulle mie cosce, ma ogni volta che mi giravo, fissavano lo sguardo davanti a sé, in un'imbarazzata cortesia che era più umiliante di qualsiasi insulto.
Lo fecero tutti.
Uomini e donne.
Guardavano, si rendevano conto, e poi pretendevano di non aver visto, lasciandomi solo con la mia vergogna palpabile.

Poi, salendo un'ultima rampa di scale, incrociai lo sguardo di uomo dai capelli ricci. I suoi occhi non si distolsero. Mi fissarono, un'espressione vuota e intensa e io rimasi pietrificato sotto il suo sguardo. Non c'era giudizio, né pietà, solo uno sguardo. E in quel momento, mentre i suoi occhi mi divoravano, il mio cervello, già avvelenato e riconfigurato, mi tradì nel modo più assoluto: mi chiesi, con una curiosità morbosa e terribile "Chissà che sapore ha la sua sborra?".

Quella sera, dopo la mia parca cena, ci fu un'insperata sorpresa. Ero inginocchiato sul freddo piastrellato del bagno, ad aspettare di poter passare la carta igienica alla signora, le mani dietro la schiena, il mento sul suo ginocchio, lo sguardo fisso sugli occhi della signora mentre in testa avevo il nulla.

Poi, dal pavimento, una vibrazione. Il telefono. Lo zio.
"Posso rispondere, signora?" chiesi, la voce rotta.
"Ovviamente no, cretina" mi fulminò lei, senza smuovere lo sguardo, "non senti che non ho ancora finito?".
Restai lì. Fermo. Ad ascoltare il sordo frastuono del suo urinare che si abbatteva sulla porcellana, mentre il telefono vibrava, un'eco disperata di un mondo che non mi apparteneva più.
Quando la signora si alzò e mi concesse di pulirla, la vibrazione era cessata da tempo.
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