bdsm
un lavoro ben fatto parte 7
02.02.2026 |
1.487 |
2
"Le imparai a memoria, le loro curve, i loro elastici, il modo in cui avrebbero aderito a un corpo femminile..."
Mi inginocchiai per prendere in mano il piede nudo della signora delle pulizie e iniziai il consueto massaggio. Mentre le mie dita lavoravano sulla pianta del suo piede, sentendo la pelle ruvida cedere sotto la pressione, i miei occhi non potevano distogliersi dalla busta di plastica posata sul pavimento, accanto a me.
Era lì, un pacchetto trasparente che conteneva un nuovo compito, una nuova ulteriore umiliazione: la busta con le mutande sporche della signora.
Un'ondata di vertigine mi colse. A cosa serviva tutto questo? Lo zio ormai sapeva che indossavo mutande femminili. Mi aveva scoperto e mi aveva punito, per lo stesso peccato il cui silenzio compravo, giorno dopo giorno, massaggiando i piedi alla signora e facendo i suoi mestieri.
Avrei potuto riposarmi o almeno smettere di farmi umiliare da questa signora dura e crudele.
Eppure, eccomi qui, in ginocchio, a massaggiarle i piedi senza controbattere.
Evidentemente il "no" era una parola che avevo dimenticato come pronunciare, un suono straniero che la mia gola non riusciva più a modellare.
Il silenzio e l'obbedienza erano diventati la mia unica lingua. Era così più facile obbedire.
Finito il massaggio, mi alzai e mi avviai verso il bagno, la busta stretta in mano. La signora mi osservava con un sorriso sornione. Aprii il sacchetto e l'odore mi investì. Non era un odore cattivo, ma un odore denso, intimo, di secrezioni femminili, un profumo di corpo che vive e lavora. Senza esitare, presi uno slip di pizzo e lo misi a mollo nel lavandino del bagno, pieno di acqua calda e saponata.
Mentre strofinavo il tessuto, pensai a quanto fossi diventata brava. Facevo tutto quello che mi si chiedeva senza batter ciglio: lavare i piatti, massaggiare i piedi e ora lavarle le mutande nello stesso lavandino in cui avevo visto masturbarsi lo zio, anche se purtroppo non avevo avuto occasione di pulirlo dalla sua sborra. Solo a pensarci mi venne duro contro le mie mutandine attillatissime: un dolore piacevole.
"Brava!" disse la signora alle mie spalle, facendomi sobbalzare. Era entrata in bagno senza che me ne accorgessi.
"Pensi di essere diventata proprio brava, vero?"
Il suo sguardo mi trapassò, leggendomi nel profondo come un libro aperto.
Arrossii, sentendo il calore salirmi dal collo alle guance, e un sorriso timido, quasi imbarazzato, si disegnò sulle mie labbra.
Mentre io ancora mi scioglievo in quel sorriso imbarazzato, lei si accostò al water.
"Scusa," disse con nonchalance, "devo fare la pipì."
Feci un passo indietro, pronto a uscire per lasciarle la privacy, ma la sua voce mi bloccò sul posto.
"No, tu stai qui." Mi fissò. "Tra donne non c'è vergogna, tesoro. Devi abituarti."
Senza aspettare una risposta, si alzò la gonna. Vidi le sue cosce, bianche e mollicce, segnate da qualche foruncolo rosso e da una ricrescita irregolare di peli scuri che la ceretta fai-da-te non era riuscita a cancellare del tutto.
Con un unico movimento si abbassò le mutande, un paio di slip di cotone bianco un po' sbiaditi, facendoli scivolare lungo le gambe fino a fermarsi ai piedi. Si sedette sul water e, dopo un attimo di silenzio, cominciò a farla. Il suono era un sibilo grave e insistente che riempì il piccolo bagno, un rumore intimo e gocciolante che si rifletteva sulla porcellana: per tutto il tempo, i suoi occhi non staccarono i miei.
Quando il flusso cessò, si prese un attimo e chiuse gli occhi, poi li rivolse di nuovo a me.
"Ti va di passarmi la carta igienica o no?"
La domanda mi pietrificò. Non era una scelta, lo capii subito. Era un test. Scegliere significava avere un'opinione, una preferenza. Averne una significava pensare, e lei mi aveva già insegnato che pensare non era per le ragazze come me. La sottomissione per la signora non era solo ubbidire a un ordine, ma annullarsi al punto da non poter nemmeno formulare una scelta personale.
"Preferisco non scegliere." sussurrai, abbassando gli occhi.
"Interessante." disse la signora, con un tono di compiaciuta approvazione.
"Vieni qui. In ginocchio."
Io obbedii, e lei mi porse un rotolo di carta igienica.
"Ascolta con attenzione" mi spiegò, mentre mi indicava la zona tra le sue gambe.
"Devi essere delicata. Prima vai avanti e indietro, poi pieghi la carta e ti assicuri che sia tutto asciutto. Non lasciare mai nulla di umido, è una questione di igiene. Sono cose che una ragazza dovrebbe sapere."
Mi guardò dall'alto, mentre io eseguivo il compito datomi.
"Visto che tu non puoi allenarti con la tua vulva," continuò, mentre io finivo di pulire, "io gentilmente ti offro la mia. È un privilegio, capisci?".
Una volta che ebbi finito, lei si rialzò, si tirò su le mutande e si sistemò la gonna.
Detestai accorgermene, ma il mio cazzo durissimo contro le mutande attillate pregava di essere liberato, avrei voluto accontentarlo e finalmente masturbarmi ai piedi della signora come facevo da qualche settimana ormai, ma oggi l'avrei fatto per il mio piacere, non per il suo.
La guardai speranzoso come un cane che desidera il via del padrone, ma lei mi accarezzò i capelli.
"Oggi non ti masturberai." mi disse.
"Troppe emozioni per una sola giornata. Per oggi va bene così.".
Deluso ma, stranamente, ancora più eccitato, tornai a dedicarmi alle sue mutande.
Sapevo che non avrei potuto stenderle, perché non si sarebbero asciugate in tempo: lo zio sarebbe tornato e non doveva trovarle lì. Corsi in camera sua, presi il phon e mi sedetti sul bordo del letto.
Per ore mi dedicai a quel compito, asciugando una mutanda per volta. Il ronzio del phon riempiva la stanza mentre io le osservavo attentamente.
C'era lo slip di pizzo nero, elegante e complesso.
C'era un perizoma bianco, minimalista e spietato.
C'erano poi delle culotte di cotone a fiori, più semplici, quasi infantili.
Ogni tessuto aveva una sua storia, una sua forma, una sua funzione. Le imparai a memoria, le loro curve, i loro elastici, il modo in cui avrebbero aderito a un corpo femminile.
Quella sera, quando lo zio tornò, mi trovò in salotto, seduto sulla poltrona, mentre scrivevo sul mio computer degli appunti su quello che mi stava succedendo in quei giorni, chissà: magari sarebbe potuto uscire un romanzo di formazione!
Mi guardò a lungo, per la prima volta dopo il giorno della punizione. C'era una stanchezza nei suoi occhi, una sorta di rassegnazione.
"Non puoi più vivere così." disse, con una voce che non era più fredda, ma solo stanca.
"Un uomo deve avere un lavoro, non può campare alle spalle degli altri. Evidentemente io ti coccolo troppo, e questo non ti fa bene. Quando tornerò domani sera, non voglio trovarti qui in casa."
Mentre parlava, tirò fuori dal portafoglio una banconota da 500 euro e me la porse.
La presi con la mano tremante. Non potevo credere a quello che stava succedendo.
"Signore," sussurrai, "magari potrei lavorare nella tua clinica?"
Lo zio scoppiò in una risata amara, secca.
"Tu?" rispose, scuotendo la testa.
"No, non sei il tipo di persona che io assumerei mai" e con quella frase, si chiuse in camera sua.
Il mattino dopo, quando la signora delle pulizie arrivò, crollai. Le raccontai tutto, piangendo senza ritegno, lei mi ascoltò con calma, poi mi passò un braccio attorno alle spalle.
"Con 500 euro non fai niente in questa città" mi disse pragmaticamente.
"Ma puoi venire a dormire da me. Per ripagarmi del debito, tu mi aiuterai nelle altre case dove pulisco. Sarai la mia assistente. Anzi, più schiavetta che assistente"
La parola "schiavetta" mi colpì come una scossa elettrica, una scarica che partì dalle orecchie e si riversò dritta all'inguine. In un attimo, il mio cazzo si tirò su, diventando improvvisamente durissimo, un palo teso e pulsante che premeva con urgenza contro il tessuto della mutanda brasiliana.
Era una reazione fisica ad un processo mentale: l'idea di servirla, di essere la sua cosa, la sua proprietà, aveva acceso una scintilla che si era trasformata in un rogo. E il rogo ardeva da quasi ventiquattro ore.
Sarà che ormai ero abituato a venire ogni giorno, un orologio biologico che scandiva il piacere in obbedienza a un comando.
Ieri, la signora mi aveva ordinato di saltare e quindi io, come una brava ragazza, non avevo toccato il mio cazzo.
Il problema era che l'obbedienza si era radicata così a fondo che, anche in sua assenza, la sua regola continuava a valere: avevo rinunciato al mio stesso piacere.
Il mio cazzo, invece, non era così ubbidiente: chiedeva a gran voce di essere strattonato, di essere stretto in una mano calda.
Ogni fibra del mio corpo fremeva, una tensione elettrica mi correva lungo la schiena, le ginocchia mi sentivo molli. Avevo bisogno di eiaculare, di sentire lo scoppio, di svuotarmi di quella pressione che mi stava esplodendo nella testa e nelle palle. Era un bisogno disperato, primordiale, l'unico pensiero che riusciva a farsi spazio tra la nebbia della sottomissione.
Come leggendomi nella mente, la signora mi condusse sul divano e, con una gentilezza che non mi aspettavo, fece scivolare il mio cazzo turgido fuori dalla brasiliana, lo prese tra le sue dita non come si prenderebbe un cazzo, ma come si raccoglierebbe un fiore e iniziò a masturbarmi con due dita, mentre con l'altra mano, accarezzandomi i capelli, mi condusse il volto ancora rigato di lacrime tra le sue molli tette.
Venni in pochi istanti, e lei pulì il mio sperma sulla mia stessa maglietta.
"Dai," mi disse. "adesso possiamo andare.".
"Devo prima fare la valigia" dissi, confuso.
"A casa mia ci sono i vestiti dei miei figli." mi rispose secca "Comunque non avrei spazio per i tuoi. Porta solo un paio di jeans, una maglietta e... le tue mutande.".
Appena arrivai in casa, capii subito cosa intendesse. Era un monolocale piccolo, angusto, stipato di mobili e scatole ovunque. C'era appena lo spazio per muoversi.
"I vestiti?" chiesi, guardandomi intorno. Lei indicò una vecchia scatola di cartone in un angolo.
Sopra c'era scritto "Valentina". Ero interdetto. "Avevo capito avessi un figlio...maschio!"
"Ce l'ho," disse lei, aprendo la scatola. "E ho anche una figlia. Ma io non posso avere un uomo che vive con me. Quindi, da oggi in poi, tu ti comporti sempre da ragazza. Anche quando usciamo, quando lavoriamo per i miei clienti. Capito?"
Annuii, la testa vuota.
Quella sera stessa, mi fece sedere su una sedia in mezzo al salotto.
"Se vuoi vestire i vestiti di Valentina, dobbiamo fare qualche cambiamento.".
Mi preparò la ceretta per le gambe. Ero troppo debole, troppo confuso per oppormi.
Mentre le strisce di cera calda mi strappavano i peli, lei mi faceva i complimenti.
"Ma guarda senza quei brutti peli che belle gambe che hai!".
Finite le gambe, mi porse un abbinamento di vestiti.
Indossai dei pantaloni attillati che si fermavano appena sotto l'ombelico, delle scarpette da tennis bianche e una maglietta corta e stretta che lasciava scoperto l'ombelico e l'inizio dell'inguine, ora liscio e levigato.
Mi guardai allo specchio.
Non mi riconoscevo più.
C'era una ragazza che mi fissava, con gli occhi spaventati di un uomo che non esisteva più.
umiliazione massaggio piedi mutande lavaggio dominazione travestimento ceretta masturbazione assistita
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per un lavoro ben fatto parte 7:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
