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trans

un lavoro ben fatto parte 8


di femboyinesperto
10.02.2026    |    2.014    |    6 9.0
"Fuori e dentro casa indossavo i suoi vestiti, pantaloni attillati che fermavano appena sotto l'ombelico e magliette e giacche corte che lasciavano la pelle scoperta..."
Accettare di essere una schiava era la via più semplice.
Lottare, pretendere, spiegare: tutto faticoso, tutto inutile. Obbedire, invece, era scivolare in una corrente che ti portava via senza sforzo. La notte, nel letto della signora, questa corrente mi avvolgeva completamente. Il suo letto non era grande, e i nostri corpi si toccavano inevitabilmente. Lei, nel sonno, si muoveva e si aggrappava a me come a un cuscino, un peluche da cui trarre calore. Mi abbracciava sempre da dietro, il suo seno molle contro la mia schiena, il suo respiro profondo e regolare sul mio collo. Mi faceva sentire un giocattolo, un oggetto di proprietà che offriva un conforto passivo.

Non avrei mai osato toccarla. Ricordavo ancora la sua furia quando, in un impeto di eccitamento datomi dal condividere il letto con una donna, le avevo sfiorato un seno. Si era alzata di scatto, chiamandomi pervertita, con gli occhi pieni di un disgusto che mi aveva ferito più di una sberla.
Una brava ragazza non fa queste cose, mi aveva sibilato. E io volevo essere una brava ragazza. Così quella sera, dopo avermi fatto indossare un ridicolo pigiama rosa con i cuoricini, lei mi legò i polsi tra loro con delle calze di nylon strappate.
"È per il tuo bene, tesoro," mi disse con la sua solita calma "le brave ragazze sanno tenere le mani a posto: tu devi ancora imparare".
Annuii, e passai la notte immobile, sentendomi più sicuro e più prigioniero che mai.

Il mattino dopo, la signora mi svegliò slegandomi con la stessa naturalezza con cui si slega un pacchetto. Mi condusse in bagno. Era il nostro nuovo rituale. Prima si sedette sul water, pisciò guardandomi dritto negli occhi e una volta che ebbe finito la pulii, con la carta igienica, seguendo le sue istruzioni del giorno prima.
Poi fu il mio turno: il problema è che pulirla mi aveva scatenato una erezione, un palo di carne che rendeva impossibile qualsiasi funzione normale. La signora lo notò, e un sorriso sornione le increspò le labbra.
Non sembrò arrabbiata, anzi, sembrò divertita, come di fronte a un problema da risolvere con fantasia e ingegno.

"Vedo che c'è un piccolo intoppo," disse, con un tono che era una miscela di compassione e crudeltà. Si inginocchiò davanti a me, il suo volto all'altezza del mio inguine. Il suo respiro caldo mi sfiorò la pelle tesa.
"Da brava, apri le gambe, chiudi gli occhi e falla".
La sua voce era un sussurro ipnotico, un ordine che non ammetteva repliche. Confuso e terrorizzato, obbedii. Chiusi gli occhi, sentendo il mondo reale dissolversi in un ronzio. Poi sentii una cosa che mai avrei immaginato: il calore umido e avvolgente della sua bocca che si chiudeva sulla mia erezione. Un sussulto mi scosse. Era un piacere così intenso, così sbagliato, da essere quasi dolore. La sua lingua mi sfiorò il frenulo, un invito, una provocazione.

"Falla," ripeté, la voce ovattata dalla carne.

Provai. Ci provai davvero. Il mio corpo traditore godeva di quella bollente prigione e non mi permetteva di orinare ma, con uno sforzo sovrumano, alla fine ci riuscii. Un primo spruzzo tiepido riempì la sua bocca. Lei la tenne socchiusa, e il liquido caldo ricadde nel water, schizzando e colpendo le mie cosce e i miei testicoli lisci, che lei aveva depilato con cura il giorno prima. Mi sentii sporco, degradato, un animale che viene usato e poi si sporca da solo. Quando il flusso cessò, lei si tirò indietro, senza un cenno di disgusto. Anzi, sembrava soddisfatta.

Mi prese per un braccio e mi sollevò, conducendomi verso il bidet.
"Mettiti a gambe larghe," mi ordinò. Io obbedii, tremante, appoggiandomi al muro. Lei prese del sapone sul palmo della mano e iniziò a pulirmi. Le sue dita erano precise, meticolose. Sciacquò via ogni traccia di urina dalle mie cosce, poi si concentrò sui miei testicoli, sollevandoli, pulendo ogni piega, ogni centimetro di pelle. Non era un atto sessuale, era un atto di possesso. Stava cancellando il mio pasticcio, rimettendoci ordine, riaffermando il suo controllo totale sul mio corpo. Quando finì, mi asciugò con un asciugamano, con la stessa cura con cui si asciuga un oggetto di valore.

"Visto?" disse, guardandomi dall'alto in basso. "Basta volere, e si riesce a risolvere qualsiasi piccolo problema".

A colazione il contrasto era totale. Lei si godeva le sue fette biscottate con la marmellata, mentre a me era concesso solo una mela e un caffè amaro, seguendo le sue precise indicazioni dato che lei era l'artista e io la sua creazione, un blocco di argilla da modellare fino a farlo corrispondere a un'idea precisa. L'idea era Valentina, o meglio, il corpo di Valentina da adolescente, quel corpo che poteva indossare i vestiti che mi aveva mostrato nella scatola: magliette corte che lasciavano l'ombelico scoperto, pantaloni a vita bassa che richiedevano un ventre piatto e dei fianchi snelli.
"Per quelli ci vuole il pancino piatto," mi aveva detto, passando una mano sul mio stomaco ancora troppo morbido e così era iniziato il mio addestramento.

Mentre lei mangiava, io dovevo mettermi in salotto e fare i miei esercizi. Addominali che bruciavano, squat che mi facevano tremare le gambe. Lei mi guardava mangiando, il suo sguardo era un metro, un giudizio.
"Sì, così," commentò un giorno, ingoiando un boccone. "Il culo si sta sviluppando bene. A Valentina stavano un po' stretti quei jeans". Sentii un'ondata di vergogna e un brivido di orgoglio.

Fuori e dentro casa indossavo i suoi vestiti, pantaloni attillati che fermavano appena sotto l'ombelico e magliette e giacche corte che lasciavano la pelle scoperta. Per strada mi sentivo nudo, ogni sguardo un ago che mi pungeva. Sulla metropolitana era peggio. La folla mi schiacciava contro i sedili, contro le porte, contro i tornelli: non mi era mai successo, non così almeno!
Quando mi vestivo da ragazzo c'era meno folla, o semplicemente adesso la attiravo?

Addirittura un giorno ai tornelli un ragazzo mi toccò una spalla.
"Scusa, posso passarti dietro?" chiese.
Prima che potessi anche solo balbettare, la signora intervenne: "Certo che puoi, caro," gli disse con un sorriso "ma fai attenzione, passate stretti stretti.".
Il ragazzo obbedì, e per un attimo sentii il suo pacco spingere contro il mio culo, un peso caldo e invadente. Quando uscì, mi diede una leggera pacca sul sedere.
"Grazie bella" disse, e se ne andò.
Restai immobile, il sangue mi saliva alla testa. Non avevo mai subito un'umiliazione del genere in pubblico, in mezzo a tutti.
Eppure, allo stesso tempo, una paura terribile mi assalì: che la mia erezione, improvvisa e traditrice, si vedesse attraverso quei jeans maledetti.

La mattina alle 10 pulivamo la prima casa dove c'era sempre un ragazzo, un tipo timido che passava le giornate a guardare il suo laptop o a giocare alla PlayStation.
La signora mi presentò con la sua bugia.
"Questa è la mia nuova assistente," disse. "Ma non parla italiano, deve solo imparare il lavoro".
All'inizio la presi per un gesto di gentilezza, mi avrebbe protetto: il non dover parlare avrebbe celato meglio il fatto che sotto quei vestiti attillati non c'era una ragazza, ma un uomo. Poi capii: era una licenza per umiliarmi.

Mentre pulivo il pavimento, la signora gli diceva cose tipo: "Questa è un po' scema, devi spiegargli tutto due volte. Chissà cosa è buona a fare, una così".
Mi sentii morire. Il ragazzo abbassò lo sguardo, imbarazzato. Non era cattivo, solo debole. Notai il suo cestino pieno di fazzoletti di carta e un odore pungente e fastidioso che aleggiava nella stanza, l'odore di qualcuno che si masturba spesso e in solitudine.
Lui mi guardava di nascosto, io lo sentivo, e per la prima volta provai qualcosa di simile a pietà per un altro prigioniero. La signora se ne accorse, ma non disse nulla, lasciando che la nostra muta sofferenza si mescolasse all'odore di polvere e fazzoletti incrostati di sperma.

A mezzogiorno andammo a casa dello zio. Ovviamente lui non c'era mai, a quell'ora era a lavoro in clinica.
Quando entrammo la prima volta, il panico mi assalì. La mia roba, la scatola con le mie poche cose, non era dove l'avevo lasciata. Temevo che lo zio l'avesse buttata via. E il mio portatile? Il mio portatile con i racconti, la mia unica ancora di salvezza, la mia promessa di diventare uno scrittore?
Non poteva averlo buttato!

Mentre pulivo con furia, la signora al solito si sdraiava sul divano a riposare. Frugai ovunque, disperato, finché non aprii un vano dell'armadio. Lì, tutto era ordinatamente riposto. I miei vestiti, i miei libri, il mio portatile. In quel momento, un flash mi colpì: le sculacciate sul suo letto, la sua voce fredda, il sapore della sua umiliazione. Ma anche la nostalgia di quella casa, della sua sicurezza distorta.
Corsi dalla signora. "Per favore," la supplicai, "posso riprendere il portatile?".

Lei mi guardò di sbieco, un sorriso crudele sulle labbra.
"No," rispose secca. "I giocattoli non servono alle schiavette. Pero se invece di perdere tempo a cercare le tue cianfrusaglie, ti sbrighi a pulire bene, quando abbiamo finito e prima del prossimo appuntamento delle 14... mentre io mangio potresti anche scrivere".
Non era una promessa, era un'altro anello alla sua catena che mi imprigionava. E io, da brava ragazza, annuii.
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