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Impulsi parte 3
30.03.2021 |
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"Forse ho esagerato, ma quella pelle liscia e bianca all’interno della coscia mi ha fatto perdere il controllo..."
Riassunto dei capitoli precedentiAndrea e Nicoletta hanno incontrato un fotografo, David, e lo hanno invitato nel loro appartamento per un aperitivo, ma tra loro è nata una sintonia sessuale che li coinvolge in una giornata piena di sesso travolgente.
Capitolo 5
Sono nel vicolo, con la schiena appoggiata al muro e le mani a coppa mentre mi accendo un sigaro: è stata una giornata impegnativa, sia fisicamente che mentalmente. Il sesso non è solo un gesto animalesco, qualcosa che si fa semplicemente seguendo l’istinto, ma un modo diverso di amare una persona. Il sesso che ti rimane dentro, quello che ti riempie ogni piega dell’anima, si sviluppa solo dove c’è la sintonia del partner. O dei partners.
Alzo lo sguardo verso l’appartamento: Nicoletta è ancora alla finestra, con un calice di vino rosso in mano e l’ombra del suo corpo avvolta in un lungo abito da cocktail rosso, e sorride guardandomi. Vedo la mano di Andrea che da dietro le massaggia i fianchi avvicinandosi troppo al seno prominente. Le sorrido, non per educazione ma per ringraziarla di aver condiviso l’estasi dei suoi orgasmi, e penso a quanto siamo stati vicini pur essendo lontani nella nostra vita.
Con un leggero colpo di reni mi stacco dal muro, mi infilo lo zaino della macchina fotografica sulle spalle e mi incammino verso il fiume per raggiungere la mia auto. Il sole sta tramontando e in quell’atmosfera aurea le persone che stanno tornando a casa dal lungofiume mi sfrecciano intorno senza far caso alla mia espressione serena. Perché mi sento sereno, con il pacco che ancora adesso stenta a sgonfiarsi dopo tutte quelle scopate.
«Tornerai a trovarci?» mi ha chiesto Andrea accompagnandomi alla porta.
«Vi fa piacere che io torni?» ho chiesto io.
E così, con due domande e zero risposte, il mio futuro sembra già scritto, eppure non so proprio cosa succederà domani, o tra qualche giorno, ma sono certo che in quell’appartamento tornerò di sicuro.
Quando raggiungo il fiume, la maggior parte delle persone se ne è andata: vedo in lontananza qualche runner che si allontana e un paio di pescatori che stanno recuperando l’attrezzatura. Dopo qualche passo però mi giro verso la riva perché mi sembra di sentire un lamento. Mi fermo, e poi, attratto dalla curiosità, scendo verso il pelo dell’acqua. C’è una ragazza seduta a terra, una runner. Si è tolta la scarpa e la calza e si massaggia la caviglia destra.
«Hei, tutto a posto?»
Si gira verso di me: avrà vent’anni, più o meno, con il fisico esile e la pelle bianca come il latte. È diffidente: non mi risponde e torna a guardarsi il piede. Così mi avvicino e mi accuccio per guardare meglio. È arrossato ma non sembra gonfio.
«Ho preso una storta e non riesco a camminare…»
«Hai chiamato qualcuno che venga a prenderti?»
«In realtà vivo da sola… ma tra un po’ passa, non preoccuparti, mi arrangio».
Senza pensarci mi allungo e le prendo delicatamente il piede. Lei ha un attimo di esitazione, le hanno insegnato a non fidarsi degli sconosciuti. Così lascio stare e mi sfilo lo zaino dalle spalle. Quando vede il cavalletto appeso sorride: «Sei un fotografo?»
«Per hobby», rispondo con noncuranza. Riprovo con il piede, e questa volta mi lascia fare, e del resto io non ho intenzione di fare altro se non aiutarla massaggiandole un po’ la caviglia. Le faccio ruotare piano il piede, e sembra che il dolore stia passando. «Rilassa la gamba», le dico. «Lascia che i muscoli si rilascino e vedrai che il dolore passerà più velocemente». Dico “velocemente” e intanto inizio a massaggiarle il polpaccio: indossa un completino della Nike nero, con un pantaloncino così corto e così aderente che non devo immaginarmi niente. Il reggiseno sportivo le schiaccia una terza, forse addirittura una seconda, ma i reggiseni sportivi nascondono sempre la taglia reale. È l’esatto opposto di Nicoletta.
Ora che il massaggio fa il suo effetto, si appoggia ai gomiti e butta la testa all’indietro. Mi pare che stia ansimando: il torace si alza e si abbassa con una frequenza che ricorda una breve corsa di riscaldamento. Le guardo tra le gambe, e al centro della protuberanza della figa vedo che il taglio ha un colore più scuro. Allora provo a salire, e mi sembra di vedere che il respiro accelera. Lei allunga una mano e afferra la mia. Forse ho esagerato, ma quella pelle liscia e bianca all’interno della coscia mi ha fatto perdere il controllo. La guardo: mi sta fissando, con la coda di cavalo che ancora va di qua e di là per il movimento brusco. Ecco allora che, con mia sorpresa, anziché tirarmi uno schiaffo tira la mia mano fino a portarsela lì in mezzo.
Istantaneamente il mio cazzo inizia a spingere nei pantaloni, così forte che ho quasi paura che esploda. Infilo due dita sotto i pantaloncini all’altezza dell’inguine, raggiungo la sua piccola voragine e inizio a farle un doppio ditalino, mentre dall’esterno, col pollice, le stuzzico il clitoride. Vorrei toglierle i pantaloncini e infilare tutta la faccia tra le sue gambe, ma o paura che qualcuno ci veda.
Lei si inarca, inizia a non controllare più i gemiti e, dopo pochi minuti, si contrae in un orgasmo che le blocca il respiro. È paonazza, tanto sta godendo, e infine con una mano mi blocca le dita, lasciandosi andare sull’erba della riva.
Ritraggo la mano, e delicatamente mi infilo le dita in bocca e succhio tutto il miele che mi ha lasciato in regalo. O il cazzo duro come il marmo ma le voci che provengono dalla strada mi impediscono di infilargli la verga nella figa ancora bagnata.
Devo calmarmi. «Come va ora?» le chiedo accarezzandole il piede.
Lei si tira su a sedere. Ha i capezzoli che spingono in su, e il baffo della Nike che gira intorno a quello di sinistra. In quel momento mi sembra bellissima. «Non credo di aver mai avuto un orgasmo del genere…». Sorride, e timidamente arrossisce e abbassa lo sguardo. «Di solito non do mai confidenza. Scusami, non so cosa mi sia successo… penserai che sono…».
«Scusami tu» la interrompo. «Ho approfittato di una situazione favorevole e non avrei dovuto».
«Bhè, diciamo che ti ho lasciato fare, ma mi hai ripagato molto bene!»
Ci guardiamo un po’ sorpresi, e poi scoppiamo a ridere come due bambini. La sua risata è giovane, spontanea. Pulita.
L’aiuto a rialzarsi, ma fatica ancora ad appoggiare il piede. «Abiti lontano?» le chiedo.
«Dall’altra parte della città, non so proprio come fare. Mi puoi accompagnare?». Lo dice, e intanto si tocca tra e gambe e controlla che i pantaloncini non siano macchiati. Lo fa con naturalezza e mi ispira tenerezza.
«Posso fare di meglio: ho due amici che abitano qui vicino. Andrea e Nicoletta. Ti aiuto e andiamo da loro, poi vediamo di organizzarci».
Lei mi prende per il braccio guardandomi negli occhi, con la coda di cavallo che va di qua e di là e mi fa perdere la testa. «Perché no?».
Le sorrido, e piano piano ci incamminiamo verso il centro storico.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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