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Jazz - Storie Berlinesi_Part1


di Membro VIP di Annunci69.it Doc_J
25.02.2026    |    502    |    0 8.0
"Julia ha il gomito poggiato sul legno, il mento sulla mano, e con l’indice della destra traccia cerchi lenti sul dorso della mano dell’altra..."
L'ottobre di Berlino è come un respiro trattenuto troppo a lungo che poi sfugge in un soffio freddo, umido, che sa di foglie marce e asfalto bagnato.

Le sere si accorciano prima che tu te ne accorga, le luci dei lampioni si specchiano in pozzanghere oleose e il cielo basso (e, sempre, grigio) preme sulle spalle come una mano che non decide se accarezzare o spingere giù.

Sono solo le 20:30 ma la città è già nuda: le strade si fanno più strette, i marciapiedi più viscidi e l’aria porta con sé quell’odore di carbone spento, birra versata e fumo di sigarette che entra nei polmoni e ci resta, come un segreto.

Marco cammina con le mani affondate nelle tasche del cappotto nero, troppo leggero per quell'anticipo di inverno.

È arrivato lì da cinque mesi, da una Bologna che gli sembrava soffocante nei suoi ritmi lenti e prevedibili e Berlino lo ha accolto sputandogli addosso la sua idea di libertà, incastrata tra le U-Bahn che puzzano di metallo e sudore altrui e i corpi sconosciuti e vagabondi persi nella calca del Berghain.

- Ma chi cazzo me l'ha fatta fare.

Mormora a denti stretti, mentre una folata di vento gli fa assottigliare lo sguardo e gli spettina i pensieri.

Julia lo aveva invitato un paio di ore prima con un messaggio scarno, decisamente nordico: “Oggi jazz, a Kreuzberg. Look for The Berliners. You have to come or you're a sfigato.”

Lui aveva risposto con un "Ok, I'll be there. Sfigata.", ostentando sicurezza e ingoiando l'entusiasmo per quella proposta inaspettata, ma dentro gli si è accesa una brace piccola, ostinata.

Julia è svedese di nascita, berlinese per elezione, alta come un’insegna al neon, capelli biondo cenere tagliati netti sotto il mento, occhi chiari che sembrano sempre un po’ altrove. Al lavoro, in quell'open space asettico di Mitte dove scrivono codice per soldi che nessuno dei due sente davvero suoi, indossa quasi sempre maglioni larghi e jeans strappati, ma c’è in lei una grazia felina, un modo di muoversi che occupa spazio senza chiedere permesso.

Quando parla italiano (lo fa con un accento morbido, quasi cantilenante) le parole le escono come se le stesse assaporando. Marco l’ha sorpresa più volte a fissarlo durante le riunioni, non con desiderio evidente, ma con una curiosità cruda, fatta di parole non dette, voglie interrotte.

"The Berliners" è un seminterrato con insegna mezza spenta che dice solo “Jazz” in lettere rosse sbavate.

Marco ci si avvicina sentendo l’aria entrargli nelle ossa, il freddo pizzicargli la pelle sotto la camicia.

Il sassofono filtra già dalla porta socchiusa, basso, rauco, come un lamento che non vuole finire.
Rallenta il passo.
Sospinge l'uscio.
Trattiene il fiato.

Le luci sono basse, rossastre, macchie di candele tremolanti sui tavoli bassi e pareti scrostate che sembrano tossire. Non c’è folla vera, solo una ventina di persone sparse: qualcuno solo con un bicchiere, coppie che si sfiorano senza guardarsi, un gruppo di tre che ride piano.

Le vede quasi subito.

Julia è seduta in fondo, illuminata da una lampada a stelo con paralume di carta sporca, vicino al palco minuscolo dove il sassofonista piega la schiena come se volesse entrare dentro lo strumento.

Indossa un maglione nero a collo alto che le fascia il collo lungo e jeans scuri che le disegnano le cosce con una precisione quasi crudele. I capelli biondo cenere catturano la luce rossastra e sembrano quasi liquidi.

Accanto a lei, seduta alla distanza di un sospiro, c’è una ragazza.

Aveva immaginato una sera solo loro, un passo oltre le occhiate rubate in ufficio.

Invece eccola lì: l'altra.

Minuta ma selvatica, capelli neri mossi che le cadono sulle spalle in ciocche ribelli, carnagione chiara (molto chiara) un rossetto scuro che rende la bocca una ferita morbida. Indossa una camicia di seta color ruggine sbottonata quel tanto da mostrare l’incavo tra i seni morbidi quando respira profondo e una gonna corta di pelle che le sale sulle cosce ogni volta che muove le gambe.

È bella in un modo che graffia: non composta, non studiata, come se il suo corpo dicesse sempre “mordimi”.

Sul tavolo che le accoglie: una bottiglia di rosso già a metà, due calici panciuti pieni per tre quarti con il vino che riflette la luce come sangue denso, accanto, due bicchieri da cocktail vuoti, con residui di ghiaccio sciolto e una fettina di lime raggrinzita sul bordo. Sintomo che la loro serata deve essere iniziata qualche ora prima.

Non parlano molto.
Si guardano.

Julia ha il gomito poggiato sul legno, il mento sulla mano, e con l’indice della destra traccia cerchi lenti sul dorso della mano dell’altra. Lei ride, inclinandosi verso la svedese, sfiorandole il lobo dell’orecchio con le labbra mentre le sussurra qualcosa.

C'è una complicità febbrile tra quelle due donne. Un incantesimo di molti vizi e poche virtù, che le rende perfettamente in sintonia con quell'atmosfera sgraziata dal jazz.

Un brivido caldo gli attraversa la schiena: l'irritazione per quell'appuntamento travisato ha lasciato spazio a una eccitazione sorda, magari immotivata, ma ineluttabile.

Poi...

- Marco!!! Sfigato!!!

La voce della collega lo sorprende in quel pensiero scoordinato.
Lui le fa un cenno, abbozza un sorriso e si avvicina, tuffandosi tra le note di quella serata d'ottobre Berlinese.

___________________

...continua.
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