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trio

Sapori di primavera


di plin
04.02.2026    |    57    |    0 8.0
"Lei mi ripulì da ogni goccia con la lingua calda, mentre io cercavo di calmarmi il fiatone..."
Era una sera di primavera, di quelle in cui l’aria ancora non troppo calda porta con sé il profumo del mare e i ricordi si mescolano al fruscio delle onde.
Avevo bisogno di solitudine, di una passeggiata perso nei miei pensieri a riorganizzare le idee.

Il percorso ciclopedonale si snodava silenzioso alle mie spalle, mentre davanti a me si apriva il terrazzino sul mare che conoscevo da sempre.
Quella panchina, affacciata sul blu, era stata testimone discreta della mia vita.
Aveva conosciuto i miei pomeriggi spensierati da bambino a giocare con gli amici, le prime timide carezze, i baci dati al tramonto ed i momenti di solitudine in cui il mare mi aiutava a rimettere ordine nei pensieri.
Quella sera, però, la panchina non era libera. Una coppia era già lì accomodata, stretta in un abbraccio, quasi a sfidare il mio desiderio di sedermi come da abitudine.
Rimasi in piedi, quasi fossi solo appoggiato alla ringhiera a picco sull'acqua lasciando che lo sguardo si perdesse tra le onde.
Il mare respirava lento, e io con lui.
Non saprei dire quanto tempo passò.
Il silenzio era rotto solo dal battito regolare delle onde che morbide si adagiavano a riva e dal fruscio leggero del vento che accarezzava la mia pelle.
Quando mi voltai per tornare a casa, rividi la coppia di prima ancora sulla panchina.
La ragazza era china con la testa tra le gambe del suo lui, la mano destra impugnava e muoveva il pene eretto che usciva dai pantaloni slacciati mentre la lingua leccava il glande scorrendo su e giù.
Erano persi nella loro intimità come se fossero soli e si fossero dimenticati della mia presenza.
Tra l'eccitazione e l'imbrazzato, discreto abbassai lo sguardo curioso per andarmene, cercando di rendermi invisibile e non disturbarli nel loro momento di piacere.
Fu allora che accadde qualcosa di inatteso: lui sollevò lo sguardo verso di me, e con un cenno gentile mi invitò ad accomodarmi.
Un gesto, carico di un’intimità che mi lasciò incredulo e curioso.
Esitai un attimo, ma poi mi sedetti proprio accanto a lei ancora chinata ed intenta a dare piacere al suo uomo.
In un primo momento pareva non si fosse minimamente accorta della mia presenza silenziosa, ma la panchina sembrava vibrare di una nuova energia.
Il calore del suo corpo vicino al mio mi fece dimenticare la solitudine che mi aveva accompagnato fino a quel momento.
Non parlai, non serviva.
C’era un silenzio denso, che avvolgeva tutti e tre, rotto solo dai mugugni di piacere e dal risucchio della sua bocca sul pene.
Lui continuava a stringerla, ma i suoi occhi, quando si posarono su di me, non avevano nulla di geloso: erano un invito, un lasciapassare verso un’intimità condivisa.
Il tempo pareva volesse rallentare.
Non resistetti.
Il mio pene sembrava esplodere stretto nelle mutande.
Mi slacciai i pantaloni, ed il mio pene fece capolino scivolando fuori eretto, turgido e voglioso, rimuovendo ogni genere di imbarazzo.
Iniziai a masturbarmi guardandoli, lentamente.
Avevo dimenticando che qualche passante potesse vederci e l'eccitazione aveva prevalso sulla ragione.
Improvvisamente la mano di lei sfiorò la mia gamba. Non mi stava guardando ma l'Intento era chiaro: quelle dita si stavano facendo sempre più audaci, erano in cerca del mio pene.
Fu un brivido che mi attraversò la pelle quando lo trovarono. Rimasi senza fiato.
Impavida la lasciai fare consentendo alla sua mano di sostituirsi alla mia.
Mi abbandonai alle sensazioni provocare dal suo movimento forse un po' goffo ma molto molto eccitante.
Muoveva la pelle su e giù, lasciando scoperto il glande, che vedevo apparire e scomparire nella sua mano.
Il mare davanti a noi si faceva complice e spettatore, le onde scandivano un ritmo lento e ipnotico, come il respiro che ci avvolgeva.
Lui, con un sorriso appena accennato ma pieno di intesa, lasciò che fosse lei a colmare la distanza nei miei confronti.
Le sue labbra si allontanarono dal suo uomo e si avvicinarono al mio pene con una lentezza che era già un piacere.
Il primo contatto fu delicato, quasi timido, la lingua lo percorse nella sua interezza come per assaggiarlo.
Poi lo infilò in bocca e subito si trasformò in un ingoiarmi profondo, caldo, umido che mi fece dimenticare ogni esitazione facendomi sussultare di godimento.
La panchina, testimone silenziosa di mille storie, ora vibrava di una nuova energia, ipnotica.
Le mie mani cercarono il suo seno, lo accarezzarono sentendolo tondo, sodo, stretto nella morsa dal reggiseno che lelo avvolgeva e lo custodiva.
Avrei forse voluto vedere uscire dalla maglia tutta quel morbida forma, vederne i capezzoli, leccarli, ma in quel momento tutto sembrava già perfetto così che lasciai solo la mano farmi da guida sensoriale lasciandomi immaginare e sognare.
Il compagno iniziò a leccarle il lobilo dell'orecchio sussurrandole che era una zoccoletta mentre con la mano le slacciava i pantaloni e si faceva spazio sotto le mutandine che immaginavo fossero già fradice.
La sentì emettere un suono cupo quando le dita del ragazzo si intrufolarono all'interno della sua vagina.
I corpi dei due si avvicinavano e si connettevano sempre di più strisciandosi, cercandosi, annusando i profumi del calore consentendo anche a me di essere parte di questo triangolo improvvisato.
Il respiro di lei si mescolava al mio, al loro, ed ogni movimento della bocca sul mio cazzo diventava più intenso, forte.
Lui ci osservava, partecipe, comunque protagonista, e la sua presenza non spegneva il desiderio, bensì lo amplificava.
Era come se fossimo avvolti in un un triangolo di sguardi e di sensazioni sempre più forti che si alimentavano a vicenda.
Non c’erano più confini tra noi, solo la voglia di lasciarsi andare, di vivere fino in fondo quell’attimo sospeso tra sogno e realtà.
Lei sembrava in apnea, succhiava forte, sentivo la lingua punzecchiarmi la punta mentre la saliva lubrificava il tutto.
Era un ritmo forsennato, intenso, quasi volesse staccarmelo, ingoiarlo, mangiarlo.
Mi sentivo totalmente risucchiato, incapace di fare qualsiasi cosa se non quella di gustarmi quella bocca famelica.
Lui continuava a sditalinarla, stimolarla, mentre con l'altra mano si masturbava.
Scese dalla panchina, le allargò le gambe slcciandole ed abbassandole leggermente i pantaloni.
Vidi scomparire la sua testa tra le gambe di lei e subito sentì un movimento diverso della sua bocca sul mio pene.
Si fermò un attimo come a gustarsi la lingua del suo uomo e poi riprese a succhiarmi.
La sentivo godere, mentre ero sempre più umido della sua saliva.
Improvvisamente si staccò dal mio pene, spinse via la testa del suo uomo intento a leccarle il clitoride e gli disse guardandolo dritto negli occhi carica di desiderio: "scopami, prendimi qui, ora".
Subito si alzò in piedi, si abbassò ancora un po' pantaloni e mutande facendo uscire il suo sesso, e il sedere.
Una forma stupenda, armonica, rotonda.
Avrei voluto toccarlo, sentirne la forma e la consistenza.
Volevo approfittaremene infilandoci la mia asta, avrei voluto bagnarmi del suo calore, ma restai fermo, in quel momento io ero loro ospite.
Lei si appoggiò con le mani al dorso della panchina, si reclino leggermente in avanti a gambe allargate e guardò girata all'indietro il suo uomo appoggiarle il cazzo all'ingresso della vagina.
Giocò un po' prima di penetrarla, faceva scorrere la sua asta sulla fessura senza infilarla, subdolo.
Ad un certo punto lo vidi scomparire dentro profondo senza freni.
Sicuramente era bagnatissima, calda, aperta per riuscire ad accogliere quel pene senza alcuna reaistenza.
La testa di lei si contorse di piacere, la bocca si apriva e si chiudeva ad ogni spinta emettendo mugugni incostanti, più o meno forti.
Io ero spettatore della scena, immobile ed eccitato.
Tra un gemito e l'altro, mi fece cenno di avvicinarmi e di andarle davanti al viso.
Avevo il pene teso, libero desideroso di ulteriore piacere.
Lo avvolse nuovamente nelle sua mano e subito scomparse nella sua bocca.
I mugugni si fecero più silenziosi piena com'era di me, ed iniziò a spompinarmi al ritmo delle spinte del suo uomo.
Con la mano nel frattempo mi masturbava ormai esperta, conosceva la mia forma, il mio sapore.
Davanti a me avevo il suo uomo in piedi, forte, intento a scoparla con le mani sui fianchi. Affondi decisi e ritmati alternati ad altri più lenti e profondi.
Vedevo quel viso colmo di piacere sullo sfondo del mio mare mentre la bocca e la mano mi saziavano.
Sudavo ed ansimavo.
Iniziai a scoparle la bocca con le mani sulla sua testa mentre il suo uomo la prendeva a pecorina.
La sentì godere, forte.
Per un attimo si staccò dal mio pene per lasciare alla voce lo sfogo libero per godere.
Subito mi riprese in bocca, il suo ragazzo riprese a scoparla, sembrava già pronta per noi, nuovamente.
Non so quanto durò ma con intesa vidi il ragazzo davanti a me farsi rosso in viso, spingere profondo, fermarsi ed esploderle dentro con un vocalizzo intenso, sazio, svuotato.
Rimase dentro, immobile, come per sentire l'asta ammorbidirsi all'Interno della sua vagina, lasciandomi ancora tempo e spazio per il mio piacere.
Non durai tanto, lei non si fermò dallo spompinarmi mentre il suo uomo le era venuto dentro.
Sembrava anzi ancora più famelica di me, voleva vedermi soddisfatto ed appagato.
Le dissi che stavo a mia volta per venire, ma lei non mi mollò.
Capitolai dentro la sua bocca con un fiotto di sperma deciso, abbondante, caldo.
Restai li in piedi, teso davanti a loro incredulo.
Lei mi ripulì da ogni goccia con la lingua calda, mentre io cercavo di calmarmi il fiatone.
Ci guardammo tutti e tre negli occhi, sfamati e felici.
Soddisfatti mi sorrisero fino a che la voce ancora eccitata di lui disse: "veniamo qua spesso".
Era un esclamazione sottile, eccitante che lasciava intendere tanto, ma in quel momento non riuscì a rispondere.
Ci riabbottonammo i pantaloni guardandoci negli occhi muti ma sazi e storditi dall'avventura.
Lei era sporca di seme, ma non se ne curava, forse le piaceva il mio sapore e voleva custodirne il ricordo ancora per un po'.
Mi salutarono, i loro sguardi erano stanchi ma riconoscenti del piacere condiviso.
Se ne andarono senza dire niente di più.
Mi sedetti incredulo sulla panchina, seguendo con lo sguardo la coppia che si allontanava mano nella mano lentamente lungo la ciclopedonale.
Non sapevo i loro nomi, la loro provenienza, chi fossero.
Non sapevo dove sarebbero andati ora.
Non sapevo nulla.
Rimasi lì, seduto sulla mia panchina, sospeso tra incredulità e un senso di complicità silenziosa con quell’orizzonte.
Davanti a me il mare sembrava accogliere anche questa nuova confidenza privata, custodendo e proteggendo il segreto di ciò che era appena accaduto.
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