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Tre corpi in equilibrio 2
13.12.2025 |
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"A un certo punto, Luca appoggiò il bracciolo sullo schienale del divano, dietro le spalle di Sara e, in linea quasi perfetta, dietro a quelle di Marco..."
Capitolo 2 – La casa dietro i riflettori.Marco è arrivato con qualche minuto di anticipo, come la sera precedente. Il palazzo era uno di quelli nuovi, vetro e metallo, incastrato tra vecchie case milanesi che resistevano come parentesi del passato. Il portiere lo salutò con un cenno, senza stupore: evidentemente, aveva visto entrare molte persone dirette in quell'appartamento.
L'ascensore lo portò all'ottavo piano con un sussulto leggero. Nell'atrio del piano, un corridoio breve, una sola porta. Suonò il campanello sentendo il cuore andare appena più veloce del normale.
Fu Sara ad aprire.
Senza cappotto, senza trucco da studio televisivo, con un abito morbido color borgogna che le cadeva addosso come se fosse stato disegnato solo per lei. Piedi nudi, smalto scuro. I capelli sciolti, meno costruiti, più veri.
– Sei puntuale – disse, sorridendo. – Mi piace.
Si fece da parte per farlo entrare. Il profumo della casa era un misto di vino rosso, spezie e qualcosa di più sottile, forse il suo stesso profumo, che sembrava essere posato sui mobili.
Il soggiorno era ampio, con una grande vetrata che dava sulla città: Milano distesa sotto di loro, luci già accese, tram che scivolavano come insetti luminosi lungo i binari. Un divano chiaro, tavolino basso, libreria con volumi disposti in ordine solo apparente. Sul mobile vicino alla parete, alcune foto incorniciate: Luca in campo, Luca e Sara su un red carpet, momenti privati in spiaggia o in montagna.
– Luca è in cucina – spiegò lei. – Sta fingendo di saper cucinare. Vieni, così gli diamo fiducia.
Mentre percorrevano il breve corridoio verso la cucina, Marco sentì la sua mano toccandogli leggermente la schiena, guidandolo. Era un gesto breve, ma deciso, che stabiliva subito una certa familiarità.
La cena comincia
Luca era chino sui fornelli, una padella sul fuoco e un'espressione concentrata che Marco non gli aveva visto la sera prima. Indossava una maglietta scura e un paio di pantaloni comodi; l'atleta patinato delle pubblicità sembrava per un momento un trentenne qualsiasi che cercava di non bruciare la cena.
– Eccolo – disse Luca senza voltarsi del tutto, riconoscendolo dal rumore dei passi. – Salvami, per favore. Sto rischiando un disastro.
– Non è vero – interviene Sara, appoggiandosi allo stipite. – È che lui non sopporta l'idea di non essere perfetto anche ai fornelli.
Marco sorride, avvicinandosi al bancone. Un tagliere con verdure, due bicchieri già pronti, una bottiglia stappata.
– Vuoi che aiuti o rischio di peggiorare la situazione? – chiese.
– Versa solo il vino, per ora – rispose Luca. – Se sopravviviamo al primo piatto, ti promuoviamo.
Sara prese i calici e li porse a Marco, avvicinandosi abbastanza perché la stoffa dell'abito sfiorasse il suo braccio. Il contatto fu lieve ma inequivocabile. Non si scusò, non finse che fosse un caso: si limitò a mantenere quella distanza minima, naturale, come se fosse sempre stato così.
Si sedettero a tavola poco dopo, in una zona del soggiorno delimitata da un grande tappeto chiaro. La luce era bassa, ma non tanto da nascondere i dettagli: un'attenzione quasi teatrale, studiata per far emergere i volti.
– A cosa brindiamo? – chiede Marco, alzando il bicchiere.
Luca lo guardò, poi guardò Sara.
– Alla serata senza telecamere – disse il calciatore.
– E alle persone che scegliamo noi – aggiunse lei, toccando con il bordo del suo bicchiere quello di Marco.
Il cibo era buono, sorprendentemente. La conversazione scivolò tra calcio, programmi televisivi, mostre, idee per la città. A tratti era Luca a prendere il centro della scena, con racconti di trasferte e spogliatoi; a tratti era Sara, con aneddoti sul dietro le quinte della tv. Marco ascoltava, interveniva, faceva domande.
Ma sotto le parole, scorreva qualcosa di più denso: la consapevolezza costante dei corpi attorno al tavolo. Il ginocchio di Sara che a volte gli sfiorava quello sotto, senza ritrarsi. La gamba di Luca distesa, rilassata, che occupava spazio sotto il tavolo con la sicurezza di chi è abituato a farlo.
A metà cena, fu Luca a cambiare tono.
– Ti trovi a tuo agio? – chiese a Marco, con un'attenzione più diretta.
– Sì – rispose lui, dopo un istante. – È una casa che non ti fa sentire ospite.
– Perché non lo sei del tutto – interviene Sara. – O almeno, non vogliamo che tu lo sia.
Marco posò il bicchiere.
– E cosa dovrei essere, allora?
Lei tenne il suo sguardo senza abbassarlo.
– Qualcuno che non sta sulla soglia.
Luca non si intromette, o meglio, scelse deliberatamente di non farlo. Osservava. Ogni tanto abbozzava un sorriso, come se stesse controllando che la linea invisibile che avevano deciso insieme non venisse oltrepassata troppo in fretta.
– Noi siamo abituati a essere guardati – disse il calciatore, alla fine. – In campo, in tv, sui social. Ma non è la stessa cosa che essere visti davvero.
– E tu – aggiunse Sara – sei uno che guarda.
Marco sentì quella definizione come una luce puntata addosso.
– E voi, cosa volete che veda? – chiese, senza riuscire a nascondere del tutto una nota di sfida.
Sara sorrise appena, poi si alzò da tavola raccogliendo i piatti del secondo.
– Vieni – disse a Marco. – Mi dai una mano in cucina.
Luca lasciò fare, limitandosi a spostare il bicchiere e a inclinare la sedia all'indietro, come chi si apprestava a osservare una scena da una posizione comoda.
Una distanza sempre più breve
In cucina, l'aria era leggermente più calda per via del forno ancora tiepida. Sara posò i piatti nel lavello senza occuparsene davvero.
– Allora? – chiese, girandosi verso di lui. – Ti aspettavi una serata così?
Marco la consegna. Da quella distanza, poteva cogliere meglio piccoli dettagli: una ciocca di capelli che le cadeva sulla spalla, una minuscola cicatrice vicino al sopracciglio, la linea morbida del collo che l'abito lasciava scoperto.
– Non proprio – rispose. – Ma non sono deluso.
Lei fece un passo avanti. Non abbastanza per invadere, ma abbastanza per occupare ogni possibilità di fuga immediata.
– Sei teso? – domandò, abbassando appena il tono.
Lui esitò solo un istante.
– Sono attento.
Le parole restarono sospese tra loro, come se abbiano preso forma fisica.
Sara allungò una mano e, con un gesto lento, sistemò il colletto della sua camicia. Le dita sfiorarono la stoffa, poi la pelle appena sotto. Un gesto che, in altre circostanze, avrebbe potuto sembrare innocuo. Lì, in quella cucina silenziosa, non lo era.
Non si affrettò a completare il gesto. Restò vicina, abbastanza perché Marco potesse distinguere il ritmo del suo respiro.
– Bene – disse piano. – Ci piace chi è attento.
Si scostò di un passo, ma non troppo.
– Torniamo di là – aggiunse. – Se restiamo qui ancora un po', Luca penserà che lo stiamo escludendo.
Prima di uscire, però, si voltò a metà, lanciandogli uno sguardo che aveva il sapore di una promessa senza parole.
Il tavolo rimase apparecchiato a metà, con bicchieri e bottiglia. Luca si alzò e indicò il divano.
– Spostiamoci lì. La parte seria della cena è finita.
Si sedette al centro, lasciando spazio ai lati. Sara si accomodò accanto a lui, ma leggermente girata verso Marco, che prese posto sull'altro lato. La distanza tra loro era minima, insieme tenuta da un equilibrio preciso.
La conversazione si fece più leggera, ma non meno carica. Si parlarono di desideri rimandati, di occasioni prese o perse, di quanto fosse facile farsi ingabbiare dall'immagine che gli altri hanno di te.
A un certo punto, Luca appoggiò il bracciolo sullo schienale del divano, dietro le spalle di Sara e, in linea quasi perfetta, dietro a quelle di Marco. Era un gesto che li racchiudeva entrambi, creando un cerchio invisibile dal quale sarebbe stato più difficile uscire.
– Ti fidi delle persone facilmente? – chiese il calciatore a Marco, con voce bassa ma limpida.
– Non troppo – rispose lui. – Ma a volte succede.
– E di noi? – interviene Sara, inclinando appena la testa. – Quanto ti fidi?
Marco rimase in silenzio qualche secondo, ascoltando il ronzio lontano della città dietro la vetrata.
– Abbastanza da essere qui – disse, infine.
Le parole sembravano soddisfarli entrambi.
Sara si avvicinò ancora un poco, fino a che la sua coscia sfiorò chiaramente quella di lui. Non si mosse più. Luca, dal canto suo, non arretrò di un centimetro: la sua presenza era calda, solida, appena a lato, come una linea che delimitava lo spazio ma non lo chiudeva.
La bottiglia di vino si era quasi svuotata. Le parole cominciavano a rallentare, ma non l'attenzione reciproca.
Luca si sporse leggermente in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia, le mani intrecciate.
– Marco – disse, guardandolo dritto. – C'è una cosa che è meglio chiarire.
Lui sentì il cuore accelerare di nuovo, ma non distolse lo sguardo.
– Noi facciamo poche cose per caso – continuò il calciatore. – Scegliamo chi far entrare nella nostra vita. E non parlo solo di questa casa.
Sara gli poggiò una mano sull'avambraccio, come per dire “vai avanti”.
– Non ti stiamo chiedendo di capire tutto stasera – intervenne lei. – Ma una cosa sì: se resti, resti davvero. Non stai alla porta.
La parola “resti” cadde in mezzo al divano come una chiave sul tavolo.
Marco avvertì la tensione sciogliersi e farsi qualcos'altro: una miscela di curiosità, desiderio, paura, attrazione.
Guardò prima Sara, poi Luca.
Nei loro occhi non c'era fretta, ma una decisione già presa. L'invito non era improvvisato; era il risultato di qualcosa che era iniziato la sera prima e che adesso stava semplicemente trovando la sua forma.
– Se vuoi andare – disse Luca – ti accompagniamo giù. Nessun problema.
– Se invece vuoi restare… – completò Sara, lasciando sospesa la frase.
Non c'era bisogno di completarla. La loro postura, la vicinanza, il modo in cui i loro corpi occupavano lo spazio non parlavano abbastanza.
Marco mi ispirerà profondamente. Sentì la propria voce leggermente più bassa quando rispose.
– Non mi piace restare a metà.
Per un istante, nessuno disse nulla.
Fu Luca a spezzare il silenzio, con un sorriso appena accennato.
– Allora è semplice. Resti.
Sara si alzò in piedi lentamente.
Non fece nessun gesto teatrale, nessun movimento plateale. Si limitò a passare dietro al divano, sfiorando una spalla di Marco con la mano. Con l'altra mano cercò il volto di Luca, e lo baciò, un bacio lento ma passionale.
Si staccò dalle labbra del suo uomo esi giró verso Marco, si avvicinò al suo volto fino a che le loro labbra non si sfiorarono.
Marco poteva sentire il calore del fiato di Sara sul suo volto, sapeva di buono, il suo sguardo gli acce deva il fuoco nelle vene, non riuscì più a resisterle, colmò quei pochi millimetri che lo separavano, e la baciò.
Luca non staccò un attimo lo sguardo da loro e dalle loro bocche che si cercavano affamate, quando Sara allungò la mano verso di lui, gli prese il mento e tirò a se.
Staccò le labbra da quelle di Marco si girò verso Luca e avvicinò i loro volti.
Luca guardò intensamente marco mentre cercava nei suoi occhi un segno di assenso, quando questo balenò nelle iridi di Marco, Luca unì le lora labbra in un bacio.
Sara estasiata muoveva le mani sui loro corpi, sul petto sulle cosce sugli inguini. Tasto i loro sessi e li trovò turgidi di desiderio.
Si alzò in piedi, con un rapido gesto abbassò la zip dell' abito i due uomini si fermarono ad ammirare la bellezza di quel corpo sinuoso rinchiuso in due striminziti pezzi di pizzo nero.
-Fece qualche passo verso il corridoio che portava alle altre stanze, poi si voltò.
Lo sguardo che gli rivolse era calmo, invitante, fermo.
– Venite?– disse soltanto.
Luca non si mosse subito dal divano; restò seduto, lasciando a Marco un ultimo frammento di scelta.
Marco si alzò.
Sentì il pavimento morbido del tappeto sotto i piedi, la luce calda sulle braccia, la città distesa oltre il vetro come un mare di luci. Ogni passo verso il corridoio era un passo oltre una linea che fino a pochi giorni prima non avrebbe nemmeno immaginato.
Quando raggiunse Sara, lei non disse nulla. Si limiterà a camminare al suo fianco.
Alle loro spalle, si udì appena il rumore lieve di Luca che si alzava.
La porta alla fine del corridoio era socchiusa.
Sara la spinse piano, quanto bastava per farli entrare.
Quello che sarebbe accaduto oltre quella soglia apparteneva a un territorio che non aveva più bisogno di parole. La città, fuori, continuava a brillare, ignara. Dentro, tre persone avevano appena deciso di restare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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