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Lui & Lei

Con la zia in maremma – 5


di unodeidue
01.05.2024    |    4.354    |    7 9.9
"- Quando vieni a Milano, telefonami prima, mi piacerebbe rivederti..."
- Maremma boia! Ho scordato il vino. Livia, fai tu una corsa a prenderlo? Un cartone, l’avevo preparato io, l’ho messo sul tavolo di cucina. E poi, che bischero, l’ho dimenticato là.
Così aveva detto Andrea a sua moglie, dandole le chiavi della macchina.
E mi ha detto:
- Francesco, perché non l’accompagni tu, così Livia ti fa vedere il podere, la vigna e la casa?
- Oh, mi raccomando, comportatevi bene – aveva aggiunto.
Mi voltai per guardarlo, per la cazzata che aveva detto, e lui, approfittando del fatto che sua moglie s’era incamminata verso la macchina e neanche s’era voltata, m’ha guardato in faccia e m’ha strizzato un occhio.
Secondo me l’ha fatto apposta a dimenticarsi il cartone del vino, per mandar via sua moglie e me, e per farsi un altro giro a tre con sua sorella e sua cugina.
E l’occhiolino cosa voleva dire? Voleva dire state lontani per un’ora almeno, così faccio in tempo a ripassarmele davanti e dietro tutte e due, come il giorno che siete arrivati?
Oppure, voleva dirmi, provaci con lei, prova a vedere se te la dà?
Insomma, mi stava mettendo in braccio e tra le mani quella bella gnocca di sua moglie, pur di tenerla fuori dai piedi, mentre lui si dava da fare con tutte e due, mia mamma e mia zia?
Oppure sperava che con me sua moglie facesse meno la santarellina, che imparasse a fare la sgallettata, così avrebbe potuto portarsela dietro ai festini da porco che frequentava, così mi aveva detto, sempre di straforo dalla moglie, perché lei lo marcava stretto.
- Vieni Francesco, meno male che mi fai compagnia tu – mi stava dicendo Livia.
Il tono era amichevole nei miei confronti e rassegnato, nei confronti del marito. Mi stava tendendo la mano, come per guidarmi, come se fossi un bambino, ma io la presi subito. Gliela tenevo ancora, fino a quando siamo arrivati alla macchina. Anche se era giugno inoltrato e faceva caldo per il sole e l’ora di mezzogiorno, era una mano calda ma asciutta. Forse la stavo stringendo un po’ troppo quella mano, ma non lo facevo con brutte intenzioni, volevo solo farle capire che, almeno per quei due giorni, le avrei fatto compagnia io, se voleva, in assenza di suo marito, e l’avrei fatto volentieri.
Intanto, mi piaceva, come fisico, alta, magra, forse anche troppo, scura di capelli e con due occhioni azzurri come il mare. Sembrava una persona seria e sincera. In macchina, in quei pochi minuti mi ha chiesto cosa facevo, l’università, la ragazza, in che zona di Milano abito e così via.
Ho capito che conosce Milano e le ho chiesto di lei; sono sposati da due anni, lei lavora al Consorzio e aiuta Andrea al podere, un paio di volte all’anno viene a Milano, dai grossisti e qualche enoteca.
- La prossima volta, ti faccio compagnia io.
- Con la tua ragazza, però, è inutile farla ingelosire, mi diceva lei - so bene cosa vuol dire la gelosia, tuo zio mi ha addestrata per bene, da quando sto con lui.
- In campagna, poi, ci sono più occasioni che in città, aveva aggiunto.
Non ti dico, poi, quando la cooperativa, per i lavori della vendemmia, ci manda anche qualche ragazza. Andrea non sta troppo a guardare, belle o brutte, alte o basse, magre o grasse, more o bionde, giovani o vecchie. E se le porta da qualche parte a fare il porco. E qui ci sono tanti luoghi per infrattarsi: fra i cespugli di nocciole, oppure tra un filare e l’altro, oppure nel casotto degli attrezzi, o nel piccolo torchio. E lui le torchia tutte.
- Avete un torchio voi? Non portate tutta l’uva al Consorzio?
- Certo, ma ci vuole un piccolo torchio a mano, per le analisi, durante la maturazione, …, poi te lo fò vedere.
Una ragazza seria. Intelligente. E anche spiritosa.
Tanto è porco, maniaco sessuale, assatanato col sesso suo marito, il fratello di mia zia Wanda, altrettanto è per bene, tranquilla, seria, lei. Proprio così. Bella, però. Una bella ragazza. Pulita.

Arrivati al podere, mi ha portato a vedere l’oliveto, la vigna, i filari.
Questo è il sangiovese, mi faceva vedere, e là, in questo a fianco c’è il cabernet. Stavo guardando i chicchi piccoli piccoli di cabernet, ancora verdi, quando lei si è voltata di scatto, e me la sono ritrovata addosso. Non potevo andare indietro, i tralci di vite me lo impedivano. Ma neanche lei si era fatta indietro. E così ce l’avevo praticamente tra le braccia. In braccio e tra le mani, proprio come mi aveva fatto capire quel porco di suo marito. E lei non se ne andava. L’ho abbracciata, cosa dovevo fare? L’ho baciata, le ho toccato le tette. Piccole e appuntite. Le ho preso una mano e me la sono messa sulla patta. Ero già eccitato.
E lei non l’ha tolta, toccava, ci stava. Poi mi ha fermato:
- Aspetta, qui ci possono vedere.
Si guardava intorno, come per vedere se c’era qualcuno in giro.
- Vieni, ti fò vedere il torchio.
L’ho seguita, lei camminava risoluta verso la casa. Sul cortile davanti c’è un casotto, lei l’ha aperto e dentro, attrezzi, panni da lavoro appesi alle pareti, ceste e secchi dappertutto e, in mezzo alla stanza, un basamento quadrato: sopra un torchio da vite, in legno.
Si è tolta la camicetta, l’ha appesa a un gancio sella parete; io l’ho abbracciata e le ho sganciato il reggiseno, per baciarle le tettine. Ho capito che voleva fare di più, mi sono tolto i pantaloni e le mutande e tutto il resto; e l’ho aiutata a spogliarsi. Ci stavamo baciando e toccando, in piedi. Non mi decidevo ancora, ma con la mano l’avevo toccata lì, era umida, anche bagnata dentro, lei aveva voglia, ma io non sapevo come. Ha preso lei l’iniziativa, mi ha fatto sedere sul basamento e mi si è seduta sopra, appoggiandosi con le mani al basamento. L’ho abbracciata e l’ho fatta sedere sulle mie cosce, prendendo bene la mira. Lei si è posizionata e si è impalata sopra, piano piano.
L’abbracciavo e la spingevo senza fare forza, era lei a spingerselo dentro più decisa; era lei che voleva farlo entrare tutto.
- Scusa, non ho l’impermeabilino, se ti fidi, sono pulito e cerco di stare attento.
- No, fai pure, anche dentro, se ti va. Sono due anni che cerchiamo un figlio, ma si vede che tuo zio spreca tutto da altre parti e non gliene rimane abbastanza per me.
L’ho presa così. A lungo.
Anche io, come suo marito, ne avevo sprecato molto in giro e, combinazione, in quei giorni, nelle stesse buche di lui. Però mi è piaciuta. L’ho amata forte per tutto il tempo. Non solo con il sesso, anche con le mani, la bocca, il cuore, la testa. Mi piaceva lei. Mi piaceva come donna, oltre che come femmina. Mi baciava teneramente con la bocca, ma si calava con forza su di me, per farlo entrare di più. Aveva messo una gamba attorno alla mia vita, per lasciare spazio al mio pene, anzi no, al mio amore, a quello che io spingevo dentro di lei. Mi abbracciava.
Si teneva con la mano dietro il mio collo, dietro la nuca, mi lisciava i capelli, ma poi mi stringeva, e non solo per tenersi. Ricambiavo. Era affettuosa, non scatenata, non assatanata di sesso, come le due donne che stavo scopando in continuazione quel week end.
Carina, pulita, onesta. È venuta dopo qualche minuto.
Si è fermata, e quando si è ripresa, si capiva che lo stava facendo per me, non certo per godere ancora. Quando sono venuto anch’io, mi ha ripulito con un fazzoletto di carta che aveva in borsa, si è ripulita lei, mi ha baciato ancora e si è rivestita.
- Vieni, dai, andiamo a prendere il cartone del vino.
- Cosa dici, gli abbiamo lasciato abbastanza tempo, a quel porco di mio marito, per dargli il tempo di fare quello che voleva?
Mentre tornavamo a casa di zia Wanda, ci siamo parlati.
- Devi scusarmi, sai. Non pensare che io sia la solita vacca maremmana, con le corna lunghe e le cosce larghe, che non aspetta altro che farsi montare dal torello milanese.
- Scusami tu, ti volevo dire la stessa roba: non pensare che io sia il solito torello milanese che, appena arriva in maremma, cerca subito la prima donna da trombare. Mi è successo qualcosa di strano. Come se ti avessi conosciuto da sempre. Come se avessi finalmente incontrato la mia donna. Sono un cretino, lo so. Tu sei la donna di un altro, di un mezzo parente, poi.
- È stato un incidente – aggiungevo poi – il più bell’incidente che mi sia mai successo.
Le affinità elettive, avrebbe detto Thomas Mann.
- Volevi dire, Johann Wolfgang von Goethe – mi diceva lei, correggendomi.
E ci siamo messi a ridere tutti e due, io beffato, perché pensavo di fare lo sborone, il saputello che ha studiato, e invece avevo fatto una figura di emme. E lei, che ne sapeva più di me, divertita dalla mia brutta figura. Poi, ritornata seria,
- Anche a me, la stessa cosa. Ci siamo capiti subito.
Comunque, hai ragione tu, una storia mai nata, anzi nemmeno cominciata.
- Quando vieni a Milano, telefonami prima, mi piacerebbe rivederti.
- Anche a me, ma quella volta mi farai conoscere la tua ragazza, così non c’è rischio di cose strane.
- Che altrimenti ci sarebbero, lo so per certo. E forse lo sai anche tu.
- Nemmeno per sogno - mi rispondeva risoluta - non c’è mai stato nessuna caduta e non ci sarà nessuna ricaduta, tra noi non ci sarà mai nulla.

Livia è venuta a Milano più di tre mesi dopo.
Era bellissima. Un po’ più grassa e ancora più seria, stava meglio, si vedeva. Mi ha chiesto di vederci da soli, ma solo perché voleva parlarmi.
Invece no, abbiamo parlato pochissimo. Ma abbiamo fatto sesso tutta la serata e tutta la notte. Quando l’ho riaccompagnata in albergo, alle sei di mattina, le ho chiesto:
- Come mai hai cambiato idea? Cos’è successo?
- È successo che sono incinta. Questa è l’ultima volta che siamo stati a letto insieme. Non ci vedremo mai più in questo modo. La prossima volta che mi incontrerai, saremo due femmine, io e Giulia.
- Giulia chi?
- Sono incinta, di una femminuccia. Abbiamo deciso di chiamarla Giulia. Andrea pensava a tua madre. Lo so che sono amanti, da vent’anni. E che lo sono ancora, ogni volta che possono. E io ho accettato.
- Come mai?
- Ho pensato a te. Tua mamma, Giulia, è la prozia, per parte di padre, oppure, no, oppure è qualcos’altro. Oltre che con mio marito, l’ho fatto solo una volta, con te.
Già. Come la prozia. Oppure no.
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