Lui & Lei
Oltre la soglia. Epilogo
Impalatore74
08.04.2026 |
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"Lo smarrimento lo divorava — non capiva più nulla, non aveva più nulla da dare, eppure l'idea di perderla del tutto lo terrorizzava più di ogni altra cosa..."
Questa è la nostra storia vera.Due anime senza nome e senza indirizzo si sono trovate in una chat anonima, un martedì qualunque, e in un istante hanno capito di appartenersi da sempre.
Da allora ci incontriamo in stanze senza importanza, rubiamo ore al mondo, mentiamo quel tanto che serve per proteggere chi non sa.
Ma quando la porta si chiude, noniamo solo noi: finalmente interi, finalmente a casa.
Non è un romanzo.
È quello che ci è successo.
È quello che ancora ci succede.
Ed è la cosa più vera che abbiamo.
La stanza 207 puzzava di umido, di lenzuola troppe volte cambiate e mai abbastanza. L'aria era già densa quando lui la spinse contro il muro, le mani che le cercavano i fianchi con quella urgenza che lei conosceva a memoria. Lei inarcò la schiena, gli lasciò il collo, sentì i suoi denti affondare quel tanto che bastava a segnarla, un segno che avrebbe nascosto sotto il colletto per giorni, orgogliosa e in colpa.
Ma il fuoco non c'era.
Lui lo sentì prima ancora di ammetterlo. Il modo in cui lei chiudeva gli occhi un secondo di troppo. Il modo in cui il suo corpo rispondeva, sì, caldo, bagnato, perfetto, ma senza quella fame disperata che lo faceva sentire vivo, unico, necessario. Lei era lì e non era lì. Seguiva il ritmo come una coreografia imparata a memoria, le mosse giuste, i gemiti al momento giusto. Una copia perfetta di se stessa.
La girò, la buttò sul letto a pancia in giù. La penetrò con un colpo solo, profondo, cercando di raggiungere quel posto dove lei si perdeva sempre. Lei gemette, il corpo che si stringeva intorno a lui, ma restava quasi ferma, le dita strette sul lenzuolo, il respiro regolare anche mentre lui accelerava, cercava, pretendeva. Non c'era quella spinta all'indietro, selvaggia, quella pretesa di più che lo faceva impazzire. Sembrava trattenersi. Una parte di lei era già altrove, in un posto dove lui non poteva arrivare.
Lo smarrimento gli strinse lo stomaco. Sottile. Insistente. Lo ignorò.
La fece girare, la mise a cavalcioni. Lei scese su di lui lentamente, lo accolse tutto, cominciò a muoversi. I seni le ondeggiavano davanti agli occhi, i capelli le ricadevano sul viso in onde disordinate. Lui le afferrò i fianchi, la guidò più veloce, più duro, ma lei non gli cercava lo sguardo. Teneva gli occhi bassi, concentrata sul movimento, distante come una sconosciuta. Venne con un sospiro lungo, un tremore leggero delle cosce. Niente urlo strozzato. Niente unghie nella schiena. Niente «sei mio» con la voce rotta.
Lui sentì una crepa aprirsi dentro, ma non capiva ancora cosa stesse cedendo.
La rigirò, la prese da dietro con più forza, quasi rabbioso. Come per costringerla a tornare. Le diede uno schiaffo secco sul culo, poi un altro. Lei ansimò, spinse all'indietro, venne una seconda volta con un gemito più profondo. Ma anche lì mancava qualcosa. Quella resa totale, quella disperazione che le faceva tremare le gambe, urlare il suo nome contro il cuscino, piangere dopo.
Quando venne, svuotandosi dentro di lei con un grugnito lungo e gutturale, restò fermo qualche secondo, il petto contro la sua schiena sudata. Il cuore le batteva forte, sì, ma non allo stesso ritmo frenetico di sempre. Già staccata. Già lontana.
La paura arrivò allora. Vera. Per la prima volta.
Crollarono sul letto, intrecciati. Il silenzio scese denso, quasi solido. Lui la teneva tra le braccia, sdraiato, una mano sulla sua schiena bagnata, e sentiva crescere un disagio freddo, preciso. Non stanchezza. Qualcosa di peggio. La sensazione netta che lei fosse già uscita da quella stanza, anche mentre il suo calore gli avvolgeva ancora la pelle.
E fu allora, sdraiato lì nel buio, che i ricordi gli arrivarono. Nitidi. Crudeli.
Si accorse di cosa era mancato. Lei non gli aveva morso il labbro fino a farlo sanguinare, non gli aveva sussurrato parole sporche contro la pelle, non lo aveva cercato con quella fame che li consumava entrambi. Non lo aveva fissato dritto negli occhi, non aveva morso il labbro inferiore, non gli aveva detto «sei mio» con quella voce rotta che gli faceva venire voglia di possederla per sempre. Non c'erano state le unghie che gli affondavano nella schiena, i segni che portava per giorni come trofei segreti. Non c'era stata la disperazione, il tremore delle gambe, le lacrime dopo.
Oggi niente di tutto questo.
Oggi lei era stata perfetta. E perfetta era la parola più crudele che potesse trovare.
Le passò le dita lungo la spina dorsale. La sentì irrigidirsi, quasi impercettibilmente.
"Cosa è successo?"
Lei rimase in silenzio. Poi si staccò, lentamente, e si mise seduta sul bordo del letto, dandogli le spalle. Lui vide le spalle irrigidirsi, un tremore che cercava di nascondere. Paura. Anche lei aveva paura.
"Mio marito se n'è andato la settimana scorsa" disse, la voce bassa, stanca. "Ha lasciato le chiavi sul tavolo. Un messaggio di due righe."
Lui si tirò su di scatto, il cuore che accelerava per la speranza, quella speranza assurda che lo faceva sentire ridicolo e vivo nello stesso istante.
"Allora possiamo finalmente..."
"No."
La parola cadde come una pietra. La voce di lei tremò, appena.
"Non possiamo. Sono svuotata. Completamente. Questo… noi… non mi basta più." Si voltò a guardarlo, e negli occhi lucidi lui vide una paura che gli spezzò il respiro. "Voglio qualcuno che possa stare con me tutte le notti. Che mi protegga davvero quando ho paura, quando i bambini piangono, quando resto sola. Tu sei sposato. Non puoi darmi quello."
Lui rimase immobile. Nudo. Senza aria.
Non disse nulla. Non poteva offrire niente. Non aveva armi. Lo smarrimento lo invase del tutto, un vuoto improvviso che gli fece girare la testa, che gli fece capire che stava perdendo qualcosa che non sapeva nemmeno di avere.
"La nostra storia finisce oggi» continuò lei, la voce ferma anche se gli occhi tradivano la paura di perderlo davvero. «Qui, in questa stanza. L'amante, il sesso, tutto quanto. È finita."
Il colpo arrivò dentro, profondo. Lui fece un passo verso di lei, la voce che usciva spezzata, ridicola, disperata.
"E io? Sono stato qui quando stavi affogando. Quando tuo marito ti controllava ogni respiro, quando piangevi di notte e pensavi di non farcela più. Ti sei aggrappata a me. Sono stato la tua roccia sull'orlo dello strapiombo. E adesso mi dici che non basta? Che mi butti via proprio ora?"
Lei lo guardò dritto negli occhi. Senza indietreggiare. Con quella paura sottile che le velava lo sguardo e lo rendeva insopportabilmente bello.
"Non ti sto buttando via. Il legame che abbiamo resta. Le parole, la fiducia, il modo in cui ci siamo capiti anche senza toccarci. Quello non finisce." Fece una pausa, il labbro che tremava. "Ma la storia fisica tra noi sì. Se non riesci ad accettarlo, esco da questa porta e non mi vedi più. E io non voglio perderti del tutto."
Silenzio.
Lui strinse i pugni fino a farsi male. Camminò avanti e indietro nella stanza stretta, il petto che bruciava di una rabbia impotente. Lo smarrimento lo divorava — non capiva più nulla, non aveva più nulla da dare, eppure l'idea di perderla del tutto lo terrorizzava più di ogni altra cosa. Provò a ribattere, la voce sempre più rauca, sempre più debole. Ma non aveva nessuna carta da giocare. Quella consapevolezza lo stava distruggendo da dentro, lenta e implacabile.
Alla fine si fermò davanti a lei. Le spalle curve, gli occhi lucidi, la sconfitta scritta su ogni linea del viso.
Annuì. Un movimento quasi impercettibile.
"Va bene» disse, la voce rotta. «Il legame resta."
Lei si alzò. Gli sfiorò la guancia con le dita leggere, un tocco che tremava appena. Quel tocco che lui avrebbe ricordato per anni, nei momenti in cui il silenzio della propria casa diventava insopportabile.
"Grazie."
Si baciarono un'ultima volta. Non di passione ma di addio. Un bacio lento, doloroso, pieno di quella voglia disperata di restare vicini anche adesso che tutto il resto finiva. Lei gli lasciò il sapore delle lacrime sulle labbra. O forse erano le sue. Non lo seppe mai.
Poi lei aprì la porta.
Uscì per prima, come sempre. Senza voltarsi.
Lui rimase dentro la 207 ancora qualche minuto, nudo, con il profumo di lei che svaniva nell'aria e un vuoto che nessuna parola avrebbe mai potuto riempire. Si sdraiò sul letto ancora caldo del loro corpo. Guardò il soffitto. Ascoltò il rumore lontano della città che continuava a vivere.
Il legame restava.
La storia no.
E forse, in un certo senso, erano la stessa cosa.
Fine.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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