tradimenti
Oltre la soglia 5
Impalatore74
29.11.2025 |
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"Le lacrime le rigavano le guance, il mascara colava nero, e lei non ha mai smesso di guardarmi negli occhi..."
Questa è la nostra storia vera.Due anime senza nome e senza indirizzo si sono trovate in una chat anonima, un martedì qualunque, e in un istante hanno capito di appartenersi da sempre.
Da allora ci incontriamo in stanze senza importanza, rubiamo ore al mondo, mentiamo quel tanto che serve per proteggere chi non sa.
Ma quando la porta si chiude, noniamo solo noi: finalmente interi, finalmente a casa.
Non è un romanzo.
È quello che ci è successo.
È quello che ancora ci succede.
Ed è la cosa più vera che abbiamo
Erano passate ventitré giorni dall’ultima volta.
Ventitré giorni di messaggi sempre più sporchi, di foto rubate in bagno, di voci strozzate al telefono mentre lei si toccava pensando a me e io venivo in silenzio nel buio, stringendo il cuscino come se fosse il suo collo.
Ventitré giorni in cui ci siamo quasi odiati per quanto ci mancavamo.
Quando finalmente la porta della 207 si è chiusa dietro di lei, non abbiamo parlato.
Ci siamo guardati un secondo, solo un secondo, e poi è successo tutto insieme.
L’ho afferrata per la gola prima ancora che si togliesse il cappotto, l’ho sbattuta contro il muro, le ho infilato la mano sotto la gonna e ho trovato che era già fradicia, senza mutandine.
«Brutta puttana,» le ho ringhiato nell’orecchio, «sei venuta preparata.»
Lei ha riso, un riso spezzato, e mi ha morso la labbra fino a farmi sanguinare.
Le ho strappato la camicetta incurante di fare volare i bottoni sul pavimento, gli ho abbassato il reggiseno sotto i seni e gli ho preso i capezzoli tra i denti, uno dopo l’altro, mordendo forte, tirando, finché non ha urlato.
Poi ho preso i polsi, con la mano sinistra, e con la destra le ho dato uno schiaffo in pieno viso, non forte da far male davvero, ma abbastanza da farle girare la testa e farle lacrimare gli occhi.
«Di chi sei?»
«Tua. Solo tua.»
L’ho girata di spalle, ho abbassato la gonna fino alle caviglie, le ho aperto il culo con le mani e le ho sputato direttamente lì, sulla pelle tesa.
Un dito, due dita, tre dita dentro di lei senza preavviso, mentre con il pollice le premevo il buco più stretto.
Si è piegata in avanti, le mani sul muro, la schiena inarcata, gemendo come un animale ferito.
L’ho fatta inginocchiare sul pavimento, le ho preso la testa con entrambe le mani e le ho scopato la bocca senza nessuna delicatezza.
Fino in fondo, fino a farle mancare il respiro, fino a farle colare la saliva sul mento, sul collo, sui seni.
Ogni volta che cercava di respirare la tiravo fuori un secondo e poi tornavo dentro, più forte, più profondo.
Le lacrime le rigavano le guance, il mascara colava nero, e lei non ha mai smesso di guardarmi negli occhi.
Quando l’ho tirata su era un disastro osceno e perfetto.
L’ho buttata sul letto a pancia in giù, le ho legato i polsi alla testiera del letto con la mia cintura, stretta, così stretta che la pelle è diventata subito bianca e poi rossa.
Le ho aperto le cosce con le ginocchia, le ho dato dieci schiaffi sul culo, uno dopo l’altro, sempre più forti, finché non è rimasto il segno perfetto di ogni mia mano. Poi le ho infilato la lingua dentro, dappertutto, leccando il suo sapore come se fosse l’ultima cosa che avrei fatto nella vita.
Quando sono entrato dentro di lei l’ho fatto con un colpo solo, fino in fondo, senza darle il tempo di abituarsi.
Le ho preso i capelli, le ho tirato la testa all’indietro e l’ho scopata come se volessi romperla.
Il letto sbatteva, lei urlava, io ringhiavo parole sporche, oscene, che solo noi possiamo dirci.
Le ho messo due dita in bocca e lei le ha succhiate come se fosse il mio cazzo, mordendole, leccandole, mentre io la riempivo con colpi sempre più veloci, sempre più profondi.
L’ho girata, le ho aperto le gambe fino a farle male alle anche, le ho tenuto le caviglie con una mano e con l’altra le ho schiaffeggiato la figa bagnata, una, due, tre volte, finché non è venuta la prima volta urlando, il corpo che si contraeva, il liquido che le schizzava sulle cosce.
Non le ho dato tregua.
L’ho rimessa a quattro zampe, le ho sputato di nuovo sul culo e sono entrato lì, piano all’inizio, poi sempre più forte, mentre con la mano le strofinavo il clitoride senza pietà.
Piangeva, tremava, spingeva all’indietro per prendermi tutto, ripeteva «non fermarti, non fermarti mai».
Quando è venuta la seconda volta si è irrigidita tutta, un urlo lungo, animalesco, poi è crollata sul materasso, scossa da brividi incontrollabili.
Io ero ancora dentro di lei, l’ho tirata su per i capelli, le ho fatto girare la faccia e le sono venuto in bocca, sulla lingua, sul viso, nei capelli, marchiandola come mia in ogni modo possibile.
Poi è finita la furia.
Le ho sciolto i polsi, le ho baciato le linee rosse, le ho pulito il viso con la mia maglietta, l’ho stretta forte mentre singhiozzava di piacere e di sollievo.
Eravamo sudati, distrutti, coperti l’uno dell’altra.
Le ho baciato la fronte, le palpebre, le labbra gonfie.
«Ventitré giorni,» ha sussurrato lei contro il mio petto.
«Mai più,» ho risposto io, stringendola fino a farle male.
«Mai più.»
E abbiamo dormito così, abbracciati sul letto sfatto, con il mondo fuori che poteva pure crollare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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