Lui & Lei
Fino all'ultimo respiro
Impalatore74
18.05.2026 |
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"Lui ringhiò, la tenne ferma e venne dentro di lei con un grugnito profondo, riempiendola fino a farla traboccare..."
Venerdì mattina. Il Capanno odorava di legno vecchio, cuoio e desiderio trattenuto. Elena era già lì, in ginocchio al centro del pavimento consumato, nuda tranne il collare che Vittorio le aveva chiuso al collo mesi prima. La piccola targhetta d’argento oscillava tra i suoi seni: Proprietà del mio Vittorio.Vittorio entrò e chiuse la porta con un colpo secco. Giacca di pelle nera, camicia aperta sul petto, pantaloni che gli aderivano alle cosce. La guardò dall’alto, lentamente, come chi valuta un oggetto prezioso che gli appartiene anima e corpo.
«Hai obbedito?» chiese, la voce bassa, profonda.
«Sì, Vittorio.» Da quando lui aveva impartito l’ordine, il mercoledì sera, non aveva indossato nulla sotto il collare. Niente mutandine, niente reggiseno, niente gonna che coprisse troppo. Ogni passo in ufficio, ogni sfregamento contro il sedile della metro, ogni sguardo distratto di uno sconosciuto erano stati per lui. Ora, in ginocchio davanti a lui, era già bagnata fino a sentire il calore colarle lungo l’interno delle cosce.
Si avvicinò. Le prese il mento tra due dita, le sollevò il viso. «Apri la bocca.» Lei obbedì. Lui infilò indice e medio fino in gola, li tenne lì finché le lacrime le rigarono le guance e la saliva le colò sul mento. Poi ritrasse le dita, lentamente, lasciando un filo lucido che lei non osò spezzare.
«Brava. Oggi userò ogni buco che mi appartiene.»
Le legò i polsi con la corda di seta rossa e li alzò fino al gancio del soffitto. Rimase sospesa, in punta di piedi, il corpo teso, i capezzoli duri per l’aria fredda e per l’attesa. Lui le girò intorno come un predatore, sfiorandola appena con le nocche: spalle, schiena, culo, interno coscia.
Il frustino arrivò senza preavviso. Colpi leggeri sulle cosce, poi più forti sulle natiche. Ogni colpo lasciava una striscia rossa che lei accoglieva con un gemito. Quando la punta colpì direttamente il clitoride gonfio, lei urlò e le ginocchia cedettero. «Gambe aperte,» ordinò lui, gelido. Lei si sforzò di obbedire, tremando tutta.
Si inginocchiò davanti a lei, le afferrò le natiche e affondò la lingua nel suo sesso fradicio. La leccò con avidità, succhiando il clitoride, mordicchiandolo appena, infilandole dentro la lingua come fosse un cazzo. Lei si contorse, cercò di spingersi contro la sua bocca. Proprio quando l’orgasmo le stava per esplodere dentro, lui si fermò. «No. Non hai il permesso.» Un singhiozzo di frustrazione le sfuggì dalla gola.
Arrivarono i morsetti. Prima sui capezzoli, stretti fino a farla gridare. Poi si chinò tra le sue gambe aperte e ne mise uno direttamente sul clitoride. Il dolore fu lancinante, perfetto. Lui la guardò negli occhi mentre stringeva l’ultimo. «Chi decide quando vieni?»
«Tu, Vittorio. Solo tu.»
La slegò dal soffitto e la gettò sul tavolo a pancia in giù. Le divaricò le gambe, le legò le caviglie ai lati del tavolo con cinghie di cuoio. Il culo alto, esposto, segnato di rosso. Prese il plug grande, lo lubrificò lentamente davanti ai suoi occhi, poi lo spinse dentro senza fretta. Lei gridò, si contorse, ma spinse indietro, lo voleva. «Respira, amore. Prendilo tutto per me.» Quando fu completamente dentro, lei tremava come una foglia.
Si slacciò i pantaloni. Il suo cazzo era duro, venoso, la cappella già bagnata. Le afferrò i capelli, le tirò la testa indietro. «Apri.» Glielo infilò in bocca fino in gola, scopandole la faccia senza pietà. Lei gorgogliava, lacrimava, ma teneva la gola aperta. Quando venne, le tenne la testa ferma e le schizzò in fondo, obbligandola a ingoiare ogni goccia.
Poi fu il momento del culo.
Tolse il plug con lentezza crudele, la guardò contrarsi. Posò la cappella sul buco ancora aperto e spinse dentro con un colpo solo, fino in fondo. Lei urlò. Lui la scopò forte, tenendole i fianchi così stretti da lasciare lividi, una mano nei capelli, l’altra che le strizzava il clitoride attraverso il morsetto.
«Dimmi chi sei.»
«Sono la tua schiava, Vittorio… la tua puttana… usami, ti prego…»
Le tolse i morsetti in un colpo solo. Il sangue che tornava la travolse. Venne violentemente, il corpo che si contraeva intorno a lui come una morsa. Lui ringhiò, la tenne ferma e venne dentro di lei con un grugnito profondo, riempiendola fino a farla traboccare.
Rimasero così un lungo minuto: lui sopra di lei, dentro di lei, il suo peso che la schiacciava sul legno, il suo respiro caldo sul collo.
Poi si chinò, le baciò la nuca sudata, le mordicchiò piano il lobo. «Brava, amore mio,» sussurrò, la voce improvvisamente morbida, piena di quella tenerezza che solo lei conosceva. «Sei stata perfetta.»
Le slegò le caviglie, le massaggiò i polsi arrossati, la girò con dolcezza e la prese tra le braccia. Lei si rannicchiò contro il suo petto, tremante, distrutta, completa.
«Ti amo, Vittorio.»
«Lo so, piccola mia. E io ti amo più di ogni cosa.» La strinse forte, come se non volesse mai più lasciarla andare. «Sei mia. Per sempre.»
E in quel capanno lurido, tra catene e tavoli sporchi, erano soltanto loro due: Vittorio e la sua schiava, l’uomo e la donna che si erano scelti senza riserve, fino all’ultimo respiro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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